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Sogni

Chi mi conosce lo sa, la malinconia e la nostalgia per il passato mi accompagnano da sempre, forse perché ho vissuto un’infanzia ed un’adolescenza invidiabile, con l’affetto dei miei genitori e il divertimento con gli amici di sempre o forse perché sono semplicemente fatta così. La spensieratezza, il vivere alla giornata senza pensare troppo al futuro, i primi battiti del cuore, i sogni…

Sono una blue girl ( forse utilizzare woman è meglio ormai) da sempre, e con il passare degli anni, sempre di più. Non dovrei fossilizzarmi sul passato, perché perdo di vista ciò che di buono mi passa davanti, ma alla fine è solo un passaggio dolce, l’importante è non rimanerci ancorati.

Ascolto in treno “Un’estate italiana” di Gianna Nannini ed Edoardo Bennato e subito mi tuffo indietro di 28 anni:

“Arriva un brivido e ti trascina via

E scioglie in un abbraccio la follia

Notti magiche inseguendo un gol

E negli occhi tuoi, voglia di vincere (…)

Quel sogno che comincia da bambino

E che ti porta sempre più lontano…”

Proprio ora che sono finiti i Mondiali di calcio senza l’Italia. Strano.

Inseguire i propri sogni, qualunque essi siano, ti porta a metterti in moto, ad affrontare percorsi a volte in salita, a volte in discesa che ti mettono alla prova.

Credo non ci sia mai nulla di semplice e di facile, ma il desiderio, la caparbietà e la costanza fanno più di qualsiasi altra cosa.

Pensate bene alla sostanza e alla natura dei sogni: quelli veri, quelli che riteniamo importanti, quelli che vogliamo davvero realizzare meritano ascolto, e se partono da dentro hanno una spinta irrefrenabile.

Io non parlo di quelli che passano dal giorno alla notte, io parlo di quelli che ti penetrano nel sangue, nel cervello, nelle ossa e che ogni giorno fanno parte di te. Quelli che ti ronzano in testa, che ti dicono: fallo, fallo, fallo.

L’uomo è ciò che è perché ha la possibilità di realizzare realmente quello che pensa ( quando lo fa bene visto che a volte tende s distruggere) ma se non parte dalle viscere, il motore non va.

Stare inermi ed avere dei sogni è controproducente: si rischia di cadere nel proprio vittimismo, nel non affrontare la vita con le sue molteplici difficoltà. E si sa, queste, per quanto odiose, ci aiutano sempre a crescere, ad andare oltre, a trovare punti di vista diversi, o semplicemente ad aggirare gli ostacoli stessi.

Ho conosciuto alcune persone che hanno finalizzato i propri sogni senza sapere da quale punto partire, e non parlo di cose prettamente impossibili, o meglio improbabili, come vincere la lotteria Italia, ma ad esempio il semplice desiderio di andare in Spagna e visitarla ( sono le condizioni che fanno la differenza non la semplicità del desiderio); diventare assistente di volo, diventare miliardario a trent’anni con un duro lavoro; conoscere il proprio idolo; trovare il lavoro per cui si è studiato ed appassionarsene; vivere un’intensa storia d’amore con la persona scelta…

Non ci sono sogni di seria A o di serie B, esistono gli obiettivi, le passioni, i desideri, le necessità che alla fine si desiderano realizzare.

E non è detto che sia solo uno. Possono essere diversi, piccoli, grandi, semplici, complicati, difficili… ma provarci è la vera sfida.

Non esiste resa senza combattimento.

Perché ormai lo sapete, è il mio motto da sempre, se insisti e persisti, raggiungi e conquisti.

E voi, combattete o avete combattuto per i vostri sogni ( se li avevate)?

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corinne noca

Sono gli adulti, non i bambini

E così succede che ieri sera a cena, mia figlia, raccontandoci la sua giornata all’asilo, ci dice che il bambino che le piace le ha detto – a tavola- che non la vuole sposare. E fin qui, ringraziando il Signore, tutto bene (lei non sembrava comunque avvilita della cosa, masnà)… Poi ha aggiunto ” Mi ha detto la mia amica che non mi sposa perché sono di un altro colore”. Gelo.

Fabri mi ha guardata e io ho cercato di mantenere il controllo, ma il cuore mi si è fermato per un’istante. Le abbiamo fatto ripetere un paio di volte per capire se effettivamente avessimo compreso ciò che stava dicendo. “Sì, Lei mi ha detto che Lui non mi sposa perché io sono marrone”.

4 anni e mezzo.

Non siamo andati oltre. Didi non ha fatto trasparire alcuna preoccupazione a riguardo, ha fatto spallucce e ha continuato a mangiare raccontandoci le sue cose. Credo che non veda nemmeno di avere un colore leggermente più scuro rispetto alle sue compagne ( a dire il vero, è impercettibile, lei è praticamente chiara, non ha nemmeno quei dannati capelli crespi africani che mi ritrovo io!). Ma il punto non è questo.

Sapevo che prima o poi avrei affrontato questa questione, ma non immaginavo di dovermici scontrare già all’asilo. In più, oggi, rispetto a quando ci andavo io, dove potevo essere davvero l’unica mosca bianca, le classi e le scuole sono per così dire, “multietniche”: ci sono bambini africani, cinesi, arabi, inglesi, italiani, albanesi, russi,…multicolore e ognuno di loro racconta anche le proprie tradizioni culturali. L’apertura al “diverso” dovrebbe nascere proprio da questo ambiente. Invece, con mio grandissimo stupore,  due bambini hanno parlato della diversità perché hanno fatto propri i discorsi sentiti a casa, senza capirne realmente il significato e soprattutto, essendo senza filtri, il possibile effetto che avrebbero potuto provocare.

I genitori (o chi per loro) hanno un compito molto importante nell’educazione e nella crescita dei bambini, ma il problema è che se si è ignoranti, ahimè, il rischio è che l’imprinting dato non sia tra i migliori (per essere buona). Nel caso di Didi, non so cosa sia successo, non ho idea delle dinamiche che hanno portato a questo commento, ma è certo che, in qualche testolina, qualcuno là fuori ha già instillato il seme primordiale del razzismo, forse volutamente, forse erroneamente.

Non so quanto sia giusto parlarne ora, è un argomento così delicato che meriterebbe di essere compreso. Io stessa non vorrei nemmeno fare dell’allarmismo. Non l’ho mai subito io in 37 anni, in tempi assai diversi… Se la piccola è serena, trovo inappropriato minare il suo benessere. Almeno per ora.

Sono convinta che i bambini in questo siano anime pure, non sanno e non capiscono perché, sono istintivi, giocano e parlano con chi si adatta a loro, fanno scelte in base agli interessi del momento, al gioco e all’affinità elettiva. Sono gli adulti il problema. Come sempre.

D’altronde, l’albero si raddrizza quando è piccolo, ma se chi lo raddrizza è già storto…

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corinne noca

Ciao, Pino!

dante e virgilio

“Co’ mio papà ha letto il post “L’ormone maledetto” : mi ha detto di farti i complimenti, perché hai proprio scritto quello che succede con grande lucidità!!!” – “Ma davvero?!” – “Sì, sì, ti segue e gli piace proprio come scrivi!”.

“Devo farti i complimenti Corinne, adesso che ti vedo posso dirtelo di persona. Ho letto i tuoi scritti su Internet, e oltre a essere interessanti per i temi che proponi, li hai davvero scritti bene. Brava! Ma da quando ti sei scoperta scrittrice? Dovresti continuare, perché hai smesso? Più ci si impegna, più si migliora. Brava, brava. Sai che io non spreco complimenti”.

E’ vero. Ma è giusto così, altrimenti perdono di valore. E’ stato come ricevere il Premio Pulitzer per chi lo desidera, o semplicemente quel 10 mai preso a scuola per il tema d’italiano. Per me le tue parole sono state un attestato di stima, un onore: le ricorderò per sempre. Sono state tra le ultime che mi hai detto, qualche mese fa, quando ci siamo visti a casa dei miei. Per tanti amici e conoscenti sei stato il Professore, il Sindaco di Villa del Bosco…per me sei sempre stato uno tra i più cari Amici di mio padre. Uno di famiglia. Il Pino.

“Ah il Dodo, lo conosco molto bene, sono più di 40 anni…non cambierà mai!Ha sempre quella testa un po’ tra le nuvole, è bravo eh, anzi buono, ma c’ha una testa! Sempre abituato bene!”. E sento la tua voce e la tua risata, marchio di fabbrica.

Inutile dire che, fin da bambina, ho sempre avuto grande stima di te (e anche un po’ di soggezione). Chiaramente crescendo certe cose si fanno più nitide, chiare e si comprendono molto di più… ricordo quando con Filippo e Arianna ci mettevamo nel tuo studio a guardare quell’ora consentita di televisione, con rigorosa scelta del film da vedere. “Balla coi Lupi” aveva sforato, ma un film Oscar ne aveva tutti i diritti.  Per te, professore di Lettere, rigore e severità erano parole all’ordine del giorno, a casa come a scuola, ma io ti ricorderò per l’ironia e l’arguzia. Queste sì che ti rappresentavano a pieno.

Ci affacciamo alla morte quando meno ce lo aspettiamo. Un fulmine a ciel sereno. Il dispiacere, il dolore possono variare a seconda del grado di conoscenza che si ha della persona che viene a mancare, ma non è detto. A volte può succedere che si compatisca la perdita di qualcuno senza conoscerlo direttamente, ma la situazione, le cause, gli effetti fanno sì che ci immedesimiamo nel contesto, con lo stesso pathos dei cari.

Ieri la mia famiglia ha perso un Amico, ma sono sicura che, lassù, da qualche parte, starai già discorrendo con Dante sul ruolo di Virgilio nella Divina Commedia… o forse, ancora meglio, ti sarai presentato a Virgilio ( che per me non è nel limbo) dicendogli che  tua moglie si chiama Enea. D’altronde la vera pietas  non appartiene a tutti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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corinne noca

Un giorno alla volta

È tardi. Dormono tutti.

Vorrei riposarmi, dormire perché ne ho bisogno e perché tra qualche ora inizia una nuova giornata.

Ma ho il cuore colmo di emozioni. Ho le lacrime agli occhi.

Non so quanti di voi si siano mai commossi leggendo un libro. A me non capitava da anni. Ricordo ancora il primo libro per cui piansi: “L’uomo che sussurrava ai cavalli”. Ero al Liceo. 

E proprio lì ho conosciuto Andrea, l’autore del libro che ho appena terminato di leggere. 

Non so se sia corretto dire che lo conosco perché questo implicherebbe una frequentazione che non c’è mai stata negli anni. Più grande di me, a quei tempi giocava a pallavolo ( passione che abbiamo in comune), poi l’ho perso di vista finché non l’ho ritrovato fidanzato per anni con una mia amica compagna di corso all’università. Ho avuto modo di parlare molto di più con sua sorella in quegli anni liceali perché in classe con un mio amico d’infanzia, che con lui. Per assurdo, abbiamo iniziato a conoscerci un po’ di più grazie a The morning later: lettore assiduo dei miei post, mi ha piacevolmente sorpresa perché mai avrei pensato che fosse interessato al mio blog. Le persone non vanno giudicate se non si conoscono. Questo è un dato di fatto.

Un giorno alla volta è il suo primo libro. Una storia dove il quotidiano diventa eroico è il sottotitolo. È così.

La storia di Marta è una storia vera, piena di Vita, di speranze, di riflessioni, di esperienze ma soprattutto di Volontà e Coraggio.
Un percorso in salita che c’insegna che nella nostra esistenza, volere è potere, che siamo noi fautori del nostro Destino, che piangersi addosso non porta a nulla se non a crogiolarsi nel conseguente vittimismo autogenerato per trovare una giustificazione alla società ingiusta in cui molte persone ( purtroppo troppe) crescono in tutto il mondo.
La sofferenza è quel sentimento che ci permette di crescere, di maturare e di riconoscere ciò che ci fa stare bene, dando un valore ed un significato talmente profondi da farci apprezzare ancora di più la vita. 
Un libro che davvero ci fa capire quanto siamo fortunati senza rendercene conto, quanto potremmo fare, disfare e rifare se solo volessimo.

Ci sono molti passaggi che mi hanno colpito, ma riporto qui di seguito il riferimento alla poesia di Bukowski, Lancia il dado:

Se hai intenzione di tentare, fallo fino in fondo. Altrimenti, non cominciare mai. Se hai intenzione di tentare, fallo fino in fondo. Ciò potrebbe significare perdere fidanzate,mogli, parenti, impieghi e forse la tua mente. Fallo fino in fondo. Potrebbe significare non mangiare per 3 o 4 giorni. Potrebbe significare gelare su una panchina del parco. Potrebbe significare prigione, Potrebbe significare derisione, scherno, isolamento. L’isolamento è il regalo, le altre sono una prova della tua resistenza, di quanto tu realmente voglia farlo. E lo farai a dispetto dell’emarginazione e delle peggiori diseguaglianze. E ciò sarà migliore di qualsiasi altra cosa tu possa immaginare. Se hai intenzione di tentare, fallo fino in fondo. Non esiste sensazione altrettanto bella. Sarai solo con gli Dei. E le notti arderanno tra le fiamme. Fallo, fallo, fallo. FALLO! Fino in fondo,fino in fondo. Cavalcherai la vita fino alla risata perfetta. È l’unica battaglia giusta che esista.

Sono onorata di averti influenzata. Non basta saper scrivere per emozionare, bisogna anche essere sensibili. 

Complimenti davvero.

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corinne noca

Cuore

Tu.

Lei.

Io.

Noi.

C’era un volta, tanto tempo fa una donna che aveva sacrificato molto della sua vita per la sua famiglia. Era forte, determinata, decisa e sapeva cosa voleva dalla Vita. Non si ammalava mai, era una forza della Natura, la sua forza era pari a quella di un uomo, il suo sguardo così duro nascondeva molto bene la sensibilità  che aveva, perché non poteva permettersi di abbassare la guardia.

Un giorno questa donna si accorge che qualcosa non va.

Ogni gradino di quella immensa scala in marmo che è il cuore della sua casa,  le pesa come un macigno sulla schiena: prende fiato, si ferma, riparte con la presa salda sul corrimano che fino ad allora non sapeva nemmeno esistesse.

La fatica, fino a quel giorno, non sembrava essere contemplata: non esisteva riposo, solo lavoro, lavoro, lavoro.

Giorno e notte, instancabilmente si teneva occupata, sempre col pensiero fisso: non far mancare niente a sua figlia e contribuire a mantenere l’assetto economico familiare.

Quel giorno per la prima volta realizzó che c’era qualcosa che non andava nel suo fisico, e non avrebbe mai potuto immaginare che la presa di coscienza di quel malessere l’avrebbe portata ad un percorso ancora più duro di quello che la vita fino ad allora le avesse messo davanti.

Una guerriera fatta e finita che ha saputo andare contro la sua famiglia per seguire il Destino che aveva scelto di vivere, impavida senza grosse pretese, con un carattere scolpito in quel volto all’apparenza duro – che vi raccomando- pronto a combattere in ogni momento.

La miglior difesa è l’attacco, si dice. Sicuramente questo motto si addice a Lei.

Arrivata in Italia in anni in cui c’erano più emigrati (ed emigranti) che immigrati, è stata in grado di ritagliarsi il suo posticino in una comunità di tremila anime, guadagnarsi rispetto e stima e crescere nel migliore dei modi l’unica figlia che la Vita le avesse donato.

Non è facile. Per nessuno. Nè ieri, nè oggi.

Le sue scelte però sono partite tutte da lì, dal cuore, lo stesso che quel giorno, su quello scalino ha deciso di rallentare i suoi battiti, di farle capire che doveva iniziare a prendersi cura di sè.

Il motore della nostra vita ha resistito finché ha potuto, arrivando allo stremo, facendola invecchiare prima del tempo, togliendole ogni forza, ridandogliela a momenti, ma sempre ricordandole che non sarebbe durato in eterno.

E fu così che passarono anni, altalenanti, faticosi, impegnativi… ma non è mai scesa una lacrima.

I pianti li ha consumati segretamente la figlia, che ha cercato di mostrarsi forte, di farle coraggio, ma forse lo faceva più a se stessa che a lei.

Non so quanti pensano alla morte a 23 anni. Quella ragazza allora, il cui unico pensiero era finire l’università per tempo, laurearsi per spiccare il volo e rendersi indipendente dai suoi, non si aspettava di sentirsi dire che “l’unica cosa che serve a sua madre è un cuore nuovo”. E la sua certezza si è sgretolata in quell’attimo.

Un cuore? Non arriverà mai, pensó. Morirà.

Certo, moriremo tutti. Ma non si sa mai quando e la speranza è quella di trascorrere più tempo su questa benedetta terra, forse perché non sappiamo cosa ci aspetta nell’al di là, se mai esiste, e vorremmo godercela il più possibile.

Il tempo della fine arriva per tutti prima o poi, è così.

Ma il suo non era ancora arrivato.

Perché il Cuore, quello che serviva, è stato trovato. È stato donato.

E ora batte, forte, dentro a quel petto martoriato da poche ma segnanti cicatrici, con l’augurio che continui per il tempo più lungo possibile.

La vita è un dono che ci è stato concesso e che dobbiamo rispettare.

A volte succede che questo dono venga duplicato. Forse capita alle persone speciali. Forse è destino. Forse è il caso.

È capitato a mia madre.

E io voglio ringraziare coloro che hanno reso possibile questo con una scelta difficile presa nel peggior momento della loro vita. Perdere tragicamente un caro lascia un vuoto incolmabile, ma sapere che una parte di lui rivive, è quanto di più straordinario la vita possa offrire.

Grazie, perché stanno rivivendo due persone in un corpo solo.

Vivete, non abbiate paura, inseguite ciò che vi fa stare bene, siate coraggiosi.

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corinne noca

Carattere o vecchiaia?

Qualche giorno fa, chiacchierando con un’amica, mi è capitato di pronunciare questa frase: “non so se è perchè sto crescendo e quindi diventando vecchia o il mio carattere è cambiato in questi anni, ma non riesco più a sopportare alcune cose”.

Si cresce. Questo è fuor di dubbio.

Si matura. Questo non sempre.

S’invecchia. Questa può essere una certezza.

Da giovani si passa la vita a tollerare, ad assecondare, a cercare di risolvere conflitti più o meno importanti, situazioni scomode che ci fanno star male, o semplicemente ci si corica su prati erbosi a guardare il cielo spensierati, e a farsi andare bene tutto quello che passa. Sono sempre stata una ragazza a cui non è mai piaciuto discutere, il che a volte può significare non prendere delle posizioni. Eh sì, per evitare discussioni ho spesso taciuto le mie opinioni: questo ovviamente è stato oggetto di critica, soprattutto ai tempi del liceo ( da notare che non mi è mai stato detto direttamente, l’ho poi scoperto qualche anno dopo per puro caso parlando con un ex compagna di classe) quando la tua forma mentale è in pieno sviluppo e dovresti saper argomentare le scelte che fai, ponderandole secondo i tuoi criteri e i tuoi valori, con coerenza. Io evitavo di dover prendere posizione, un po’, come Ponzio Pilato, per cercare di andare d’accordo con tutti, un po’ per semplicità. Come dire di sì. Uno spirito un po’ ingenuo, apparentemente senza carattere.

Le cose sono iniziate a cambiare andando all’università e subito dopo con il lavoro. Il mio carattere ha iniziato a prendere forma, “posizione” diciamo, e con gli anni, le varie forme di ingiustizia davanti alle quali mi trovavo di fronte han fatto sì che reagissi, discutessi e seguissi la mia linea.

Ora, come per magia, sono pronta a discutere. Sempre. Soprattutto se penso di avere ragione. Il leone che c’è in me ha deciso di venire fuori, e ancora peggio, di riscoprirmi un po’ insofferente. Sì, perchè a prescindere dal giusto o sbagliato che sia, è quanto siamo disposti a sopportare che fa la differenza.

Da giovani, tendiamo ad essere accondiscendenti, a lasciar correre, mentre -concedetemi il termine- da vecchi, non abbiamo più pazienza. Perchè? Perchè sappiamo esattamente cosa vogliamo, cosa ci fa stare bene e non abbiamo più tempo per scendere a compromessi.

Il tempo, proprio lui. L’intolleranza, l’insofferenza sono direttamente proporzionali alla nostra età. Cresciamo facendo esperienze, tutte positive perchè in fondo ci insegnano sempre qualcosa, e nel contempo il nostro cervello si proietta al futuro dopo aver scansionato tutti i files del passato: questo sì, questo no, così si può, così non si può…finchè non riapriamo gli occhi, sono passati 30/40/50 anni e chi ce lo fa fare di accettare cose che non ci vanno giù? Magari un occhio lo chiudiamo, ma l’altro…

Almeno, questa è la giustificazione che mi sono data io.

Forse sono semplicemente invecchiata prima del tempo. O forse, certe cose, animate e non, non meritano più di far parte della mia vita.

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corinne noca

Rancori

Passiamo la vita ad arrabbiarci, a prendercela per delle inutili futilità, affronti indimenticabili, discussioni che ci portano, a volte, a chiudere rapporti o allontanarci da persone che hanno fatto parte della nostra quotidianità.

Pensiamo di non essere capiti, e anche se proviamo a confrontarci, civilmente, riteniamo di aver sbagliato opinione sull’altro: invece di affrontare le cose, con quel tocco di leggerezza che non guasterebbe, magari sorvolando, le ingabbiamo sul fondo del cuore per mesi, a volte anni finché quel sentimento, chiamato rancore, non viene meno.

Il rancore può rimanere costante, ma con il tempo sedimenta nel profondo. Non lo si dimentica ( anche se dipende sempre dalla causa scatenante), rimane lì, latente.

Quando si crea abbastanza polvere su di esso, ci si rende conto che non è servito a nulla se non ad allontanare persone a cui abbiamo voluto bene e con le quali potrebbe essere difficile ricominciare. La cosa più razionale da fare dovrebbe essere quella di cercare di comprendere che non sempre si può e si riesce ad essere d’accordo su tutto, o che semplicemente siamo umani e possiamo sbagliare. Noi non siamo nessuno per giudicare, possiamo viaggiare sullo stesso binario o meno, ma compreso questo, se teniamo davvero alle  persone con cui affrontiamo certi discorsi dovremmo andare oltre, considerando il fatto che non possiamo – e nemmeno vogliamo- essere uguali.

Perché poi un bel giorno succede che ricevi una chiamata e ti dicono che quella persona, quella con cui tu hai condiviso molti momenti belli -e brutti- della tua vita, forse rischi di non vederla più, o forse non c’è proprio più.  E tu, rimani fermo e inebetito perché ti rendi conto di non aver avuto più modo, per orgoglio o per semplice coerenza di pensiero, di scambiare una sola parola con lei (o lui) e probabilmente non lo potrai più fare.

Sono una persona che non ama discutere. Mi hanno sempre rimproverato, in passato, ai tempi del liceo, di essere una che non si schierava perchè troppo comodo cercare di essere amici di tutti. Può darsi che allora in parte fosse vero,  ma ingenuamente pensavo che non valesse la pena discutere sempre su chi aveva torto o ragione, tanto le cose non cambiavano. Oggi invece, se c’è da schierarsi, mi schiero, sicuramente, se devo dire quello che penso, lo faccio, ma sempre con quel timore recondito di cercare di non ferire, perchè di base non vorrei mai fare del male.  Se c’è da discutere ( non litigare eh), come spesso capita, in famiglia, lo faccio  ma sempre per cavolate. Però non amo andare a dormire con conflitti irrisolti. Perché non so cosa può accadere il giorno dopo.

Ognuno di noi ha una cerchia di affetti che ritiene tali e che preserva da tutto, ma ognuno di noi, una volta nella vita, ha trovato persone con cui ha provato ad instaurare rapporti di amicizia, e dopo anni magari si è accorto di non riuscire ad avere la stessa linea di pensiero. Ma ciò non significa rinnegare ciò che è stato, anzi, significa crescere e rendersi conto che non ci si può più prendere per mano senza lasciarla andare, ma si può mantenere un rapporto di rispetto reciproco misto a pura cordialità, in “onore” a ciò che siamo stati, in passato.

Pensateci bene quando litigate o discutete con un vostro caro e vi sentite male: non lasciate che il tempo ingrandisca quel piccolo divario che si è creato. Un domani potreste pentirvi di non aver fatto nulla per diminuirlo.

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