corinne noca

And Everything in Between

My mind is blowing

my legs won’t hold me

no time to wonder what’s left for me

So I’ll put my cards on the shelves tonight…

from Shelves, Marella Motta

 

Più di  4 anni fa ho parlato di Marella in questo post L’effetto della musica: ricordi. 

Quando ho iniziato a scrivere questo blog, sono partita dai ricordi: ero in maternità e dormivo poco. Mi capitava di rituffarmi nel passato a pensare alle cose che mi erano successe nella mia breve esistenza o semplicemente a ciò che mi era accaduto il giorno prima. Così facendo, collegavo ad un evento particolare le mie emozioni, le mie sensazioni in quel famoso stream of consciousness joyciano di cui parlo sempre.

Oggi, all’uscita del suo primo album ( si chiamano ancora così, o sono vintage io?) non potevo non scrivere nulla. E’ così. Possono passare mesi, anche anni senza dire nulla, poi succede qualcosa che ti fa venire la pelle d’oca e devi buttare fuori quello che hai dentro. Marella lo fa cantando, io scrivendo. Anche se non sono talentuosa e non lo faccio di mestiere.

Ho finito di ascoltare “And Everything in Between” di Marella Motta. L’uscita è stata preceduta dal singolo  Angry.

Non sono una critica musicale, non voglio esserlo, non sono un’appasionata con un vasto repertorio da poter permettermi di dire, fare, baciare, lettera o testamento…ma ascolto. Mi piace, quando sono felice, quando sono triste. Canto – male- in macchina, sotto la doccia, con mia figlia. E lei l’ascolto da sempre. Quando eravamo “giovanissime” e piene di buone speranze al liceo, con la sua chitarra attraeva tutti, anche se cantava a bassa voce perchè all’inizio era un po’ timida. Ma la prima volta che l’ho sentita, “che voce!”.

E oggi, subito dopo aver ascoltato il brano numero 5, Shelves, tutto in inglese, mi sono venuti i brividi. Gliel’ho scritto subito. Non importa se avrà successo o meno ( io glielo auguro di tutto cuore, perchè se lo merita), ma ha fatto quello che ha desiderato, quello che ha sognato e che forse pensava non succedesse mai. Ha preso il suo tempo, e con la precisione che la contraddistingue, è venuta fuori con la sua voce meravigliosa, piena, delicata, nera per trasmettere ciò che ha dentro. Che fusione.

A me fa impressione. Sì, perchè mi esalto quando qualcuno che conosco è capace di dimostrare ciò che vale. E ha il coraggio di farlo. Osa. Non ci sono limiti, siamo noi a metterceli quando non sono gli altri. Volere è potere: in questo ho sempre creduto.

Con fatica, caparbietà, passione, e sicuramente c’è anche scoraggiamento, tristezza, fatica lungo il percorso, ma vincono i pensieri positivi. E sì, il successo arriva con il riconoscimento ufficiale, forse non si mira a quello, perchè se arriva, di solito non te lo aspetti, ma l’affetto che ti circonda, ti avvolgerà sempre e sarà quello a sostenerti nei momenti più difficili.

Mare, complimenti davvero. Te lo meriti, con tutto il cuore.

E voi che mi avete letto, se non la conoscete, andate qui: And Everything In Between

Ascoltatela. Non ve ne pentirete.

 

 

 

 

 

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L’influenza della verità

Dire la verità.

Ognuno di noi è detentore di informazioni che possono influenzare la vita delle altre persone e questo, nel corso del tempo, può diventare grave. Diventiamo noi padroni della vita degli altri e nascondere ciò che sappiamo può avere conseguenze devastanti.

Ho iniziato a scrivere questo post più di un anno fa. Poi mi sono fermata. L’ho ripreso in mano, ho scritto due righe e mi sono rifermata.

Questa notte, complice la mia dolce amica insonnia, ho deciso di riprenderlo  in mano.

In uno dei miei primi post avevo parlato delle bugie, di quelle bianche, di quelle nere, di cosa rappresenti “nascondere” od “omettere” delle cose che si sanno. In un certo senso è tutto collegato, ma cosa significa realmente “dire la verità”?

Etica, morale, senso del dovere, onestà, responsabilità, purezza, coscienza…sapere, conoscere la verità di una persona, di un evento, di un fatto da un lato ti rende consapevole della responsabilità del sapere, dall’altro ti mette alla prova. Perché la verità assoluta, oggettiva, esiste quando c’è una corrispondenza con la realtà e soprattutto quando, in senso molto stretto, esiste la menzogna.

Un tema scottante. Ognuno di noi è a conoscenza di poche, tante verità: ci si può sentire liberi di esprimerle se queste non creano danni perenni a terzi, oppure si possono evitare, si tengono per sé, perché non vale la pena dover rovinare la vita di qualcuno. Come se essere sinceri equivalesse a fare del male. Ma è così? Può essere.

La verità fa male, si dice. Motivo? Davanti ad essa ci sono un castello di silenzi, omissioni, bugie che sono state costruite o per salvarsi o per salvaguardare. Non voglio fare esempi estremi, ma pensiamo per un attimo ad un avvocato che deve difendere una persona che ha commesso un omicidio. Si dice che per difenderlo debba sapere la verità. Gli altri non lo sapranno mai, a meno che non lo ammetta direttamente, ma fino a che punto si può riuscire a mentire?

Dire la verità sembra essere diventato un lusso: siamo tutti trasparenti? Diciamo sempre quello che sappiamo, pensiamo, conosciamo? Interpretiamo davvero in maniera corretta la visione delle cose o ci sono mille sfaccettature? La mia verità può essere la stessa di un’altra persona? Perchè ci spaventa così tanto affrontarla?

Perchè è parte dei nostri sentimenti, del nostro Io, del nostro vissuto, di ciò che siamo. E non siamo tutti uguali. Sentiamo, capiamo e percepiamo cose diverse. Abbiamo gradi di sensibilità differenti, siamo più o meno cinici, siamo buoni, siamo cattivi, siamo doppi…desideriamo piacere, a volte…e per farlo o non abbiamo timore di come siamo, e siamo perciò sicuri di noi stessi, oppure, in preda a dubbi e perplessità derivanti dalla nostra esperienza di vita o familiare, “omettiamo” alcune parti di noi che prima o poi però vengono fuori e chiederanno di essere mostrate.

Autenticità. Realtà. Sincerità. Ognuno di noi si faccia un esame in coscienza:. in quale percentuale lo siamo VERamente?

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Folla o follia?

Scenario:

Genova, autobus cittadino ore 8.35.

Esco dalla stazione di Piazza Principe e salgo sul mio solito autobus che apparentemente sembra non avere molta gente su.

In due fermate si riempie in un maniera tale che non riesco nemmeno a togliermi lo zaino dalle spalle per lasciare un pochino di spazio tra la mia schiena e quella del vicino. Ci ritroviamo tutti schiacciati come sardine, non so come sia possibile: c’erano due autobus, con lo stesso numero, il mio – davanti- e quello dietro, vuoto. Dovevano evidentemente salire tutti sul primo.

In questo delirio, odo una donna parlare ad alta voce. Urlare. Forte. L’accento era straniero.

Non ho ben capito cosa fosse successo, ma lei, che improvvisamente si è materializzata davanti a me dal nulla, era a dir poco incazzata.

Descrizione della donna:

  1. Lineamenti africani ma morbidi ( doveva essere un mix di etnie, razze, provenienze varie),
  2. Media altezza
  3. Età indefinita tra 35-45 ( forse anche di più, i neri se li portano bene! 😉 )
  4. Capelli stile rasta alla Bob Marley color sabbia con una spilla da balia attaccata ad uno di essi
  5. Cappellino con visiera, occhiali da sole, giacca multicolor, jeans semi strappati.

Se fossimo stati a New York nessuno l’avrebbe notata. Diciamo che tutto sommato, anche senza gridare, sarebbe spiccata lo stesso.

“Non si deve permettere! No, io parlo quanto voglio e dico quello che penso. Ma cosa vuole? Certo che parlo italiano, le è anche andata male perché, dopo 28 anni qui, ho maturato anche una certa proprietà di linguaggio che probabilmente, a sentirla, lei nemmeno ha! Le è andata malissimo! Eh, no! no! no! Sono americana, ma stia zitta!”.

Ecco. Ora immaginate la distonia tra l’immagine e lo speech. Appena l’ho sentita parlare mi sono rimangiata l’idea che fosse una scappata di casa, abbiate pietà, a volte mi rendo conto che il primo impatto è da “abito che fa il monaco”. In questo caso, il dubbio che mi è sorto, prima delle considerazioni che farò,  era se la signora fosse lucida o ubriaca.

Era chiaro e palese, dove averla sentita, che qualche altra sardina sull’autobus l’avesse indispettita ( roba di spinte o chissà che altro), ma si sentiva solo lei. L’altra persona: non pervenuta.

Mentre straparlava, utilizzando anche una terminologia ricercata, ha incrociato il mio sguardo. Istintivamente le ho sorriso,  anche se la scena non era di mio gradimento (urlare nei posti pubblici, in situazioni già imbarazzanti e difficili non mi è mai piaciuto). In segno di solidarietà le ho anche fatto un cenno con la testa. Ho avuto la sensazione che avesse ragione. Nonostante tutto.

Ha continuato a parlare praticando anche il mio amato code switching – mix tra italiano e inglese americano inserendo qualche fuck, fuckoff a colorire l’irreprensibile monologo italiano.

Lo spazio vitale delle persone condiziona l’umore, è assodato. Meno spazio c’è, più  la nostra capacità di tollerare le persone attorno a noi diminuisce. Ci si sente oppressi e per questo autorizzati a reagire, a contestare, ad attaccare chi riteniamo apparentemente più debole e quindi artefice del nostro disagio. Un po’ come quando piove e si è in macchina. Le stesse persone che percorssono lo stesso tragitto ogni fottuto giorno, improvvisamente si paralizzano, come se non conoscessero la strada e non avessero mai guidato prima.  E tu che ti ritrovi in mezzo al “casino” non lo sopporti più e imprechi a destra e sinistra perchè sono tutti imbranati. Ma perchè? Cosa scatta dentro di noi in queste situazioni? E’ la folla che genera impazienza, delirio, pazzia…o siamo tutti semplicemente un po’ folli?

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I’m black, I’m proud

Ho una mamma della Repubblica Democratica del Congo ( ex Congo Belga, ex Zaire, ex tutto) e un padre Piemontese. Sono nata giù, ma cresciuta su (per intenderci), conosco, ahimè, poco dell’Africa anche se è nel sangue, nel cuore e nelle radici. Mia madre, sposa di un emigrato italiano, non è mai stata considerata un’immigrata nel paesello originario di famiglia, anche perchè per i primi anni vivevano entrambi in Africa… semmai, all’inizio, era la “straniera”, la “nera” (mai negra per carità), o la moglie del Dodo. All’epoca, e parlo della fine degli anni ’70, non si vedevano molti colori in giro, e quelli che c’erano, erano spesso identificati come “neri americani”.

Sono cresciuta vivendo con una madre molto forte caratterialmente, ormai lo sapete, che ha saputo ritagliarsi un posto di riguardo e rispetto nella comunità piccola di un paese di tremila anime di cui millecinquecento residenti in Africa.

Ho vissuto la sua evoluzione, e i suoi racconti di vita mi hanno insegnato cosa significhi, a volte, essere considerati diversi per il colore della pelle, senza però mai cadere nel patetico, nella commiserazione di se stessi o nel vittimismo. “Non è il colore che fa la differenza, ma come ti poni e ti confronti con le persone. Se qualcuno vuole farti del male dicendoti che sei nera o che altro, ridi, anzi digli che la tua pelle vale oro, che vanno al mare a prendere il sole per essere scuri, mentre tu hai la fortuna di non averne bisogno. Non piangere mai per questa cosa, mai”. Credo di aver tatuato questo frase dentro di me, ma posso dire di averla utilizzata pochissime volte in quasi 40 anni.

Quando era adolescente, mia madre indossava una maglietta con su scritto ” I’m black, I’m proud”, tanto aggiungere qualcosa in più al personaggio.

Non ho mai avuto problemi di razzismo, l’ho già scritto e detto in passato, non mi sono mai messa nella condizione di dire “mi hanno trattato così perchè sono cosà”, ma ora,  in questo momento storico/politico/sociale in cui sembra che il nostro Paese (l’Italia) stia tornando indietro invece di andare avanti, con la paura e la diffidenza nei confronti del diverso, sento forte l’esigenza di sottolineare che sono fiera di essere una donna di colore, mulatta, mezzosangue o negra. Chiamatemi come volete, rimango io, non mi tange.

Ieri ho assistito ad una scena in treno, sul solito Torino-Milano che aveva dell’assurdo.

Un ragazzo originario dell’Africa subsahariana stava compostamente mangiando al suo posto le patatine del Mcdonald. Ora, sappiamo tutti che l’odore di fritto della catena di Ray Kroc ( grande imprenditore e grande ladro) può essere fastidioso e intenso, ma vi posso assicurare che ieri, nonostante trenitalia avesse deciso di non accendere l’aria condizionata ( o forse non funzionava? strano), non si sentiva nulla. Ed il vagone era pieno.

Seduta di fronte a lui c’era una signora (se così si può chiamare) sulla sessantina, con la mascherina alla bocca che si spostava disperatamente da un sedile ad un altro con fare infastidito e sbuffando svariate volte.

Ad un certo punto, dal nulla, si odono delle urla. Lei, inizia ad inveire contro il ragazzo in maniera furente. Parole inconcepibili, indescrivibili ed irripetibili, emesse con estremo odio. Frasi che non trovavano alcun senso logico se non quello del razzismo e della cattiveria a prescindere. Lei, in piedi, gli puntava il dito in faccia cercando uno scontro fisico che non avveniva, continuando a provocarlo dicendogli che puzzava e che doveva tornarsene al suo paese.

Non era vero. Quella che puzzava era lei.

Ma chi avrebbe potuto resistere ad un attacco così? Ci siamo alzati tutti in piedi per osservare e capire di più.

Estenuato, il ragazzo si alza (due metri di altezza e rasta lunghi e puliti) e le risponde di essere sposato con un’italiana e di avere un figlio italianissimo -come me per altro- e che non si doveva permettere di aggredirlo cosìm, visto che non stava facendo nulla di male e non importunava nessuno. Ma lei nulla, sorda, sbraitava. Lo odiava, ce l’aveva con lui. Se avesse potuto ammazzarlo, lo avrebbe fatto.

La scena aveva un non so che di surreale. Mi sono sentita di intervenire a difesa del ragazzo, si stava compiendo un’ingiustizia verbale davanti ai miei occhi, per nulla, così le ho chiesto se avesse reagito così anche con un bianco, visto che credo che almeno una volta nella vita sia capitato a qualcuno di  mangiare in treno, un panino, della frutta o le patatine del McDonald.

Lei mi ha guardata, quasi con lo stesso sguardo di sfida, rispondendomi che lui doveva tornare a casa sua, che a Milano sarebbe stato in prigione e che se fosse stato per lei avrebbe anche buttato la chiave della cella, doveva marcire lì.

Dopo venti minuti di sproloqui, se n’è andata, lasciando finalmente la nostra carrozza con grande sollievo di tutti. Lui, che le ha comunque risposto a tono, è riucito a mantenere la calma. Non parlava un italiano proprio corretto, ma nemmeno la signora, che tradiva nella sua isteria un accento dell’Est Europa. In pratica uno scontro tra immigrati agli antipodi.

Mi sono ancora alzata e ho detto al rasta boy che di fronte all’ignoranza e alla cattiveria non ci sono soluzioni migliori del silenzio, lui sì che si è dimostrato superiore a quella iena con il suo comportamento impeccabile. Certo, se fosse stato un uomo, mi chiedo, chissà come sarebbe andata a finire. Tutti i passeggeri però erano con lui, e questa risulta essere l’unica nota positiva.

Per la prima volta in vita mia, sto percependo un’atmosfera di odio e intolleranza pienamente manifestati, anche da chi, a propria volta, è considerato un “foreigner”.

A chi mi dice che si è trattato di demenza o della scenata di una pazza, potrei rispondere che sì, quella donna non aveva tutte le rotelle a posto ma sapeva benissimo quello che stava dicendo, poichè era più che intenzionale. Lei desiderava fortemente che il ragazzo la toccasse per avere una scusa per accusarlo. Il razzismo ha di per sé e in sè preconcetti e idee  che oltre ad essere scientificamente assurdi, non possono che appartenere a persone con seri disturbi intellettivi e piene di odio esacerbato maggiormente da situazioni concomitanti e legate, oggi più di ieri, agli immigrati africani, in primis . Se prima erano i terroni, poi gli albanesi, poi i marocchini, adesso sono i nigeriani, i senegalesi, etc… i cinesi, per quanto immigrati, hanno un trattamento diverso ma solo perchè non arrivano con il gommone, stanno zitti  e in fin dei conti si trovano un lavoro che fanno 24h/24h. Portano sempre via il lavoro agli italiani, ma in silenzio. Chi vuol capire capisca.

Sinceramente non voglio parlare qui del fenomeno dell’immigrazione che è un problema molto serio e va gestito e considerato come tale, senza troppi falsi moralismi. No, io voglio parlare di educazione, di civiltà, di umanità, dei valori che dovrebbero stare a monte di quello o di quell’altro partito politico o degli interessi economici/finanziari di un Paese. Mi sembra che si stiano perdendo e questo mi fa paura. Sono scesa dal treno scossa. Ero emotivamente giù, perchè mi sono immedesimata in quel ragazzo, e ho pensato che avrei potuto trovarla io quella donna di fronte, magari vent’anni fa, tornando dalla fumetteria in via Melchiorre Gioia con i miei compagni di liceo e la busta di carta del Mc in mano (con relativi odori) come eravamo soliti fare.

I tempi saranno anche cambiati, ma secondo me sono cambiate di più le persone. In un mondo dove la globalizzazione impera, hai voglia ad urlare “I’m black, I’m proud” : qui forse è il caso di gridare “Si Salvi chi può”.

 

 

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Sogni

Chi mi conosce lo sa, la malinconia e la nostalgia per il passato mi accompagnano da sempre, forse perché ho vissuto un’infanzia ed un’adolescenza invidiabile, con l’affetto dei miei genitori e il divertimento con gli amici di sempre o forse perché sono semplicemente fatta così. La spensieratezza, il vivere alla giornata senza pensare troppo al futuro, i primi battiti del cuore, i sogni…

Sono una blue girl ( forse utilizzare woman è meglio ormai) da sempre, e con il passare degli anni, sempre di più. Non dovrei fossilizzarmi sul passato, perché perdo di vista ciò che di buono mi passa davanti, ma alla fine è solo un passaggio dolce, l’importante è non rimanerci ancorati.

Ascolto in treno “Un’estate italiana” di Gianna Nannini ed Edoardo Bennato e subito mi tuffo indietro di 28 anni:

“Arriva un brivido e ti trascina via

E scioglie in un abbraccio la follia

Notti magiche inseguendo un gol

E negli occhi tuoi, voglia di vincere (…)

Quel sogno che comincia da bambino

E che ti porta sempre più lontano…”

Proprio ora che sono finiti i Mondiali di calcio senza l’Italia. Strano.

Inseguire i propri sogni, qualunque essi siano, ti porta a metterti in moto, ad affrontare percorsi a volte in salita, a volte in discesa che ti mettono alla prova.

Credo non ci sia mai nulla di semplice e di facile, ma il desiderio, la caparbietà e la costanza fanno più di qualsiasi altra cosa.

Pensate bene alla sostanza e alla natura dei sogni: quelli veri, quelli che riteniamo importanti, quelli che vogliamo davvero realizzare meritano ascolto, e se partono da dentro hanno una spinta irrefrenabile.

Io non parlo di quelli che passano dal giorno alla notte, io parlo di quelli che ti penetrano nel sangue, nel cervello, nelle ossa e che ogni giorno fanno parte di te. Quelli che ti ronzano in testa, che ti dicono: fallo, fallo, fallo.

L’uomo è ciò che è perché ha la possibilità di realizzare realmente quello che pensa ( quando lo fa bene visto che a volte tende s distruggere) ma se non parte dalle viscere, il motore non va.

Stare inermi ed avere dei sogni è controproducente: si rischia di cadere nel proprio vittimismo, nel non affrontare la vita con le sue molteplici difficoltà. E si sa, queste, per quanto odiose, ci aiutano sempre a crescere, ad andare oltre, a trovare punti di vista diversi, o semplicemente ad aggirare gli ostacoli stessi.

Ho conosciuto alcune persone che hanno finalizzato i propri sogni senza sapere da quale punto partire, e non parlo di cose prettamente impossibili, o meglio improbabili, come vincere la lotteria Italia, ma ad esempio il semplice desiderio di andare in Spagna e visitarla ( sono le condizioni che fanno la differenza non la semplicità del desiderio); diventare assistente di volo, diventare miliardario a trent’anni con un duro lavoro; conoscere il proprio idolo; trovare il lavoro per cui si è studiato ed appassionarsene; vivere un’intensa storia d’amore con la persona scelta…

Non ci sono sogni di seria A o di serie B, esistono gli obiettivi, le passioni, i desideri, le necessità che alla fine si desiderano realizzare.

E non è detto che sia solo uno. Possono essere diversi, piccoli, grandi, semplici, complicati, difficili… ma provarci è la vera sfida.

Non esiste resa senza combattimento.

Perché ormai lo sapete, è il mio motto da sempre, se insisti e persisti, raggiungi e conquisti.

E voi, combattete o avete combattuto per i vostri sogni ( se li avevate)?

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Sono gli adulti, non i bambini

E così succede che ieri sera a cena, mia figlia, raccontandoci la sua giornata all’asilo, ci dice che il bambino che le piace le ha detto – a tavola- che non la vuole sposare. E fin qui, ringraziando il Signore, tutto bene (lei non sembrava comunque avvilita della cosa, masnà)… Poi ha aggiunto ” Mi ha detto la mia amica che non mi sposa perché sono di un altro colore”. Gelo.

Fabri mi ha guardata e io ho cercato di mantenere il controllo, ma il cuore mi si è fermato per un’istante. Le abbiamo fatto ripetere un paio di volte per capire se effettivamente avessimo compreso ciò che stava dicendo. “Sì, Lei mi ha detto che Lui non mi sposa perché io sono marrone”.

4 anni e mezzo.

Non siamo andati oltre. Didi non ha fatto trasparire alcuna preoccupazione a riguardo, ha fatto spallucce e ha continuato a mangiare raccontandoci le sue cose. Credo che non veda nemmeno di avere un colore leggermente più scuro rispetto alle sue compagne ( a dire il vero, è impercettibile, lei è praticamente chiara, non ha nemmeno quei dannati capelli crespi africani che mi ritrovo io!). Ma il punto non è questo.

Sapevo che prima o poi avrei affrontato questa questione, ma non immaginavo di dovermici scontrare già all’asilo. In più, oggi, rispetto a quando ci andavo io, dove potevo essere davvero l’unica mosca bianca, le classi e le scuole sono per così dire, “multietniche”: ci sono bambini africani, cinesi, arabi, inglesi, italiani, albanesi, russi,…multicolore e ognuno di loro racconta anche le proprie tradizioni culturali. L’apertura al “diverso” dovrebbe nascere proprio da questo ambiente. Invece, con mio grandissimo stupore,  due bambini hanno parlato della diversità perché hanno fatto propri i discorsi sentiti a casa, senza capirne realmente il significato e soprattutto, essendo senza filtri, il possibile effetto che avrebbero potuto provocare.

I genitori (o chi per loro) hanno un compito molto importante nell’educazione e nella crescita dei bambini, ma il problema è che se si è ignoranti, ahimè, il rischio è che l’imprinting dato non sia tra i migliori (per essere buona). Nel caso di Didi, non so cosa sia successo, non ho idea delle dinamiche che hanno portato a questo commento, ma è certo che, in qualche testolina, qualcuno là fuori ha già instillato il seme primordiale del razzismo, forse volutamente, forse erroneamente.

Non so quanto sia giusto parlarne ora, è un argomento così delicato che meriterebbe di essere compreso. Io stessa non vorrei nemmeno fare dell’allarmismo. Non l’ho mai subito io in 37 anni, in tempi assai diversi… Se la piccola è serena, trovo inappropriato minare il suo benessere. Almeno per ora.

Sono convinta che i bambini in questo siano anime pure, non sanno e non capiscono perché, sono istintivi, giocano e parlano con chi si adatta a loro, fanno scelte in base agli interessi del momento, al gioco e all’affinità elettiva. Sono gli adulti il problema. Come sempre.

D’altronde, l’albero si raddrizza quando è piccolo, ma se chi lo raddrizza è già storto…

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Ciao, Pino!

dante e virgilio

“Co’ mio papà ha letto il post “L’ormone maledetto” : mi ha detto di farti i complimenti, perché hai proprio scritto quello che succede con grande lucidità!!!” – “Ma davvero?!” – “Sì, sì, ti segue e gli piace proprio come scrivi!”.

“Devo farti i complimenti Corinne, adesso che ti vedo posso dirtelo di persona. Ho letto i tuoi scritti su Internet, e oltre a essere interessanti per i temi che proponi, li hai davvero scritti bene. Brava! Ma da quando ti sei scoperta scrittrice? Dovresti continuare, perché hai smesso? Più ci si impegna, più si migliora. Brava, brava. Sai che io non spreco complimenti”.

E’ vero. Ma è giusto così, altrimenti perdono di valore. E’ stato come ricevere il Premio Pulitzer per chi lo desidera, o semplicemente quel 10 mai preso a scuola per il tema d’italiano. Per me le tue parole sono state un attestato di stima, un onore: le ricorderò per sempre. Sono state tra le ultime che mi hai detto, qualche mese fa, quando ci siamo visti a casa dei miei. Per tanti amici e conoscenti sei stato il Professore, il Sindaco di Villa del Bosco…per me sei sempre stato uno tra i più cari Amici di mio padre. Uno di famiglia. Il Pino.

“Ah il Dodo, lo conosco molto bene, sono più di 40 anni…non cambierà mai!Ha sempre quella testa un po’ tra le nuvole, è bravo eh, anzi buono, ma c’ha una testa! Sempre abituato bene!”. E sento la tua voce e la tua risata, marchio di fabbrica.

Inutile dire che, fin da bambina, ho sempre avuto grande stima di te (e anche un po’ di soggezione). Chiaramente crescendo certe cose si fanno più nitide, chiare e si comprendono molto di più… ricordo quando con Filippo e Arianna ci mettevamo nel tuo studio a guardare quell’ora consentita di televisione, con rigorosa scelta del film da vedere. “Balla coi Lupi” aveva sforato, ma un film Oscar ne aveva tutti i diritti.  Per te, professore di Lettere, rigore e severità erano parole all’ordine del giorno, a casa come a scuola, ma io ti ricorderò per l’ironia e l’arguzia. Queste sì che ti rappresentavano a pieno.

Ci affacciamo alla morte quando meno ce lo aspettiamo. Un fulmine a ciel sereno. Il dispiacere, il dolore possono variare a seconda del grado di conoscenza che si ha della persona che viene a mancare, ma non è detto. A volte può succedere che si compatisca la perdita di qualcuno senza conoscerlo direttamente, ma la situazione, le cause, gli effetti fanno sì che ci immedesimiamo nel contesto, con lo stesso pathos dei cari.

Ieri la mia famiglia ha perso un Amico, ma sono sicura che, lassù, da qualche parte, starai già discorrendo con Dante sul ruolo di Virgilio nella Divina Commedia… o forse, ancora meglio, ti sarai presentato a Virgilio ( che per me non è nel limbo) dicendogli che  tua moglie si chiama Enea. D’altronde la vera pietas  non appartiene a tutti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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