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corinne noca

Rancori

Passiamo la vita ad arrabbiarci, a prendercela per delle inutili futilità, affronti indimenticabili, discussioni che ci portano, a volte, a chiudere rapporti o allontanarci da persone che hanno fatto parte della nostra quotidianità.

Pensiamo di non essere capiti, e anche se proviamo a confrontarci, civilmente, riteniamo di aver sbagliato opinione sull’altro: invece di affrontare le cose, con quel tocco di leggerezza che non guasterebbe, magari sorvolando, le ingabbiamo sul fondo del cuore per mesi, a volte anni finché quel sentimento, chiamato rancore, non viene meno.

Il rancore può rimanere costante, ma con il tempo sedimenta nel profondo. Non lo si dimentica ( anche se dipende sempre dalla causa scatenante), rimane lì, latente.

Quando si crea abbastanza polvere su di esso, ci si rende conto che non è servito a nulla se non ad allontanare persone a cui abbiamo voluto bene e con le quali potrebbe essere difficile ricominciare. La cosa più razionale da fare dovrebbe essere quella di cercare di comprendere che non sempre si può e si riesce ad essere d’accordo su tutto, o che semplicemente siamo umani e possiamo sbagliare. Noi non siamo nessuno per giudicare, possiamo viaggiare sullo stesso binario o meno, ma compreso questo, se teniamo davvero alle  persone con cui affrontiamo certi discorsi dovremmo andare oltre, considerando il fatto che non possiamo – e nemmeno vogliamo- essere uguali.

Perché poi un bel giorno succede che ricevi una chiamata e ti dicono che quella persona, quella con cui tu hai condiviso molti momenti belli -e brutti- della tua vita, forse rischi di non vederla più, o forse non c’è proprio più.  E tu, rimani fermo e inebetito perché ti rendi conto di non aver avuto più modo, per orgoglio o per semplice coerenza di pensiero, di scambiare una sola parola con lei (o lui) e probabilmente non lo potrai più fare.

Sono una persona che non ama discutere. Mi hanno sempre rimproverato, in passato, ai tempi del liceo, di essere una che non si schierava perchè troppo comodo cercare di essere amici di tutti. Può darsi che allora in parte fosse vero,  ma ingenuamente pensavo che non valesse la pena discutere sempre su chi aveva torto o ragione, tanto le cose non cambiavano. Oggi invece, se c’è da schierarsi, mi schiero, sicuramente, se devo dire quello che penso, lo faccio, ma sempre con quel timore recondito di cercare di non ferire, perchè di base non vorrei mai fare del male.  Se c’è da discutere ( non litigare eh), come spesso capita, in famiglia, lo faccio  ma sempre per cavolate. Però non amo andare a dormire con conflitti irrisolti. Perché non so cosa può accadere il giorno dopo.

Ognuno di noi ha una cerchia di affetti che ritiene tali e che preserva da tutto, ma ognuno di noi, una volta nella vita, ha trovato persone con cui ha provato ad instaurare rapporti di amicizia, e dopo anni magari si è accorto di non riuscire ad avere la stessa linea di pensiero. Ma ciò non significa rinnegare ciò che è stato, anzi, significa crescere e rendersi conto che non ci si può più prendere per mano senza lasciarla andare, ma si può mantenere un rapporto di rispetto reciproco misto a pura cordialità, in “onore” a ciò che siamo stati, in passato.

Pensateci bene quando litigate o discutete con un vostro caro e vi sentite male: non lasciate che il tempo ingrandisca quel piccolo divario che si è creato. Un domani potreste pentirvi di non aver fatto nulla per diminuirlo.

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BRENTWOOD, CA - FEBRUARY 24: Nate Sanders displays the collection of Oscar statuettes that his auction company will sell online to the highest bidder on February 24, 2012 in Brentwood, California. (Photo by Toby Canham/Getty Images)
corinne noca

Oscar

In Indocina  conosco Nicole (ho già parlato di lei in Sul Mekong come sul Po, se volete farvi un’idea).

Sei anni fa, complici le promesse fatte durante quel viaggio che ne aveva suggellato l’amicizia, parto alla volta di Toronto, la sua città.

Non volevo far passare troppo tempo dall’ultima volta che ci eravamo viste a Bangkok perché mi ero trovata davvero bene e Nicole è una di quelle ragazze che sprizzano allegria da tutti i pori. Una di quelle persone che solo a vederle ti mettono di buon umore.

E questo non può che essere un pregio.

All’epoca dei fatti, Nicole viveva da sola e sognava il grande Amore. Insegnava sociologia all’università, dava lezioni di aerobica in palestra, era (ed è ancora) una ragazza molto attiva. Ne combina una più che Bertoldo, ma riesce sempre a sfangarla.

Durante la mia week of fun come l’ha definita lei, ho conosciuto il suo ambiente, la sua palestra, la sua famiglia, le sue amiche, il suo mondo. Appena arrivata mi ha portata ad un battesimo ebraico: ho assistito alla circoncisione di un bimbo che piangeva come un disperato, poverino. E lei mi ha detto “Come primo impatto con il Canada non è male. Avrei preferito portarti ad un matrimonio ma mi avevano invitato qui e nell’arco dei prossimi mesi, a meno che io non trovi Lui, o Lui non trovi me, non ci saranno matrimoni, ahimè”. I presupposti perchè la mia vacanza sarebbe stata una di quelle divertenti, c’erano tutti.

Un giorno veniamo invitate da sua zia e dalla sua compagna a pranzo. Ovviamente, in ritardo, saliamo in macchina e al primo semaforo lei prende il cellulare per avvisare le zie che saremmo arrivate da lì a breve. La scena si svolge così:

ferme in carreggiata con il semaforo rosso.

Nicole non fa in tempo a prendere il telefono in mano che sbuca fuori la Usain Bolt dei poliziotti. Nera. La razza peggiore ( detto da me…). Tutore della legge, donna e pure reduce dalla schiavitù. Obiettivamente, Nicole non aveva speranze sulla carta. La poliziotta le fa cenno di accostare al marciapiede e Nicole, coi finestrini ancora chiusi, parte con la sceneggiata. Io la guardo con occhi sbalorditi e lei disperata mi dice ” Non posso farmi togliere altri punti sulla patente, non ne ho più, devo guidare, non posso stare senza macchina e non posso chiamare ancora una volta mio padre”. Sembrava la classica scena da commedia alla napoletana. Io le chiedo, ingenuamente da italiana, come direbbe Zalone, perchè quel super donnone con la divisa le avrebbe dovuto toglierle i punti  e lei mi spiega che -giustamente- non è che perchè sei fermo al semaforo puoi parlare con il cellulare, devi accostare, spegnere il motore e chiamare.  Aaaaaaaaaaaaaa siii, ora capisco, succede anche noi??! 

La poliziotta le fa tirare giù il finestrino e le chiede libretto e patente. Lei glieli porge quasi piangendo. Inizia con un “I’m really sorry bu-u-ut..”… “m-m- mi scusi davvero, ma non sto bene. Mi hanno chiamato con urgenza le mie zie, dovevamo andare a pranzo lì, ma una si è sentita male e volevo accertarmi di come stava prima di arrivare, non ho pensato che stavo infrangendo le regole, mi scuso, mi scuso di cuore!”.  Tutto questo condito da lacrime che sgorgavano sulle gote come Brooke Logan quando scopre che il figlio che aspetta non è di Ridge, ma probabilmente, di Eric, o forse di Thorne, o magari di Deacon, no credo Bill Spencer. Non aveva usato nessun trucco. Io sono passata dallo stupore alle risa che cercavo di trattenere. La police woman si dimostra meno stronza di quanto potesse essere in realtà ( si vede che non aveva nessun conflitto irrisolto) e le raccomanda di non farlo più. Sembra capire il disagio che la malcapitata sta provando in quel momento.

Nicole ringrazia e al verde, ripartiamo. Mi guarda e mi dice “L’ho scampata, mio padre (avvocato penalista a Detroit) mi aveva già pagato delle multe, se prendevo anche questa ero fottuta letteralmente e chissà quando avrei rivisto la patente”. Io sono sconvolta dalla recitazione perfetta e credibile e le faccio un applauso di quelli sentiti. Mi sarei inchinata o avrei fatto una standing ovation, ma ero seduta in macchina.

Per anni ci siamo lamentati chiedendo e pregando che Leo vincesse un Oscar ( che alla fine ha vinto). Nella vita di tutti giorni c’è chi lo merita di più. E non si vede.

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primavera
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Donne

In italiano, nasciamo tutte signore. Almeno etimologicamente parlando. La parola donna infatti deriva, per assimilazione consonantica, dal latino dŏmna, forma sincopata del latino classico domĭna, e significa appunto “signora” ( è vero che è scritto su Wikipedia, ma ho avuto, nel primo biennio del liceo, una professoressa di latino che per quanto fosse “feroce” e indimenticabile, mi ha dato delle basi così solide della lingua, che ricordo ancora a distanza di vent’anni). Poi che lo siamo veramente, è un altro paio di maniche.

In francese, invece, ci chiamano romanticamente femmes…per loro, indipendentemente da COME siamo, saremo sempre geneticamente femmine, con quell’accezione un po’ sensuale che la lingua si porta dietro. Que dire…magnifique!

Per i nostri cugini spagnoli siamo mujeres,  come per i portoghesi mulheres…  sembra quasi che non esistano le singles nella semantica di queste lingue, deriviamo dalla parola moglie…di chi non si sa, ma linguisticamente possiamo pensare di esserlo. Magari con Banderas, toh che si è separato dopo dieci anni dalla Melanie e si è scoperto essere il migliore amico di Rosita ( la gallina). Inzupposo.

Gli inglesi, grandi semplificatori, ci ricordano che deriviamo dall’uomo (sarà vero?) con woman, mentre i tedeschi, che potevano sembrare i più “cattivi”, ci chiamano Frauen (plurare di Frau che tradotto significa signora). Non paragoniamoci alla Rottermaier che era signorina, Fraulein.

La nostra forza è quindi molteplice: siamo una ma siamo tante, diverse, distinte con caratteristiche comuni che cerchiamo di definire con il nostro carattere. Amiche, nemiche con pregi e difetti, a volte sappiamo essere solidali come Madre Teresa, altre invece invidiose come la Regina Cattiva di Biancaneve. Se solo fossimo capaci di amarci per quello che siamo, per come siamo e per quello che facciamo. L’invidia è davvero tutta femminile. Le peggiori pugnalate, soprattutto sul lavoro, le ho prese da donne.

Oggi è l’8 marzo. Universalmente veniamo festeggiate. Sembriamo unite e solidali in questo giorno, ma io vorrei che lo fossimo sempre. Parliamo sempre di quanto facciamo, di ciò che rappresentiamo e di cosa significa essere Donna. Bene, allora dimostriamolo. E non andando una sera all’anno a festeggiare, ma dandoci la mano, tutti i giorni, sempre. Non si può andare d’accordo con tutti, certamente, ma non facciamoci del male, con parole taglienti o con gesti plateali. Accettiamo i nostri limiti, facendo risaltare le nostri doti, i nostri piccoli talenti. Perché ognuna di noi ne detiene almeno uno. Può essere difficile capire quale sia, per questo invidiamo chi sembra averlo trovato.

Oggi è l’8 marzo: guardiamoci dentro e rispettiamoci. Solo così diventeremo donne, o dominae. Ah sì, Signore.

 

 

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corinne noca

Questione di stima

Spesso le coppie entrano in crisi per vari motivi:  dalla scusa del settimo anno alla nascita di un figlio che distoglie attenzione al partner maschile, dal cambiamento caratteriale di uno dei due al tradimento, dalla scoperta di non essere sulla stessa lunghezza d’onda all’avere obiettivi diversi… Le cause sono molteplici, e nella maggior parte dei casi, quando il divario diventa insostenibile, c’è solo un motivo: la perdita dell’Amore.

Accanto a questa però, io aggiungerei una causa ancora più determinante: la mancanza di stima.

In che senso?

Ci aspettiamo che il partner, uomo o donna, sia il rappresentante di  quello che vorremmo fosse. Passate le farfalle allo stomaco, con il passare del tempo ci si può rendere conto che non è esattamente come ce lo si è figurato. E nonostante lo si ami, viene a mancare quel sentimento che lo rende il punto di riferimento.

Quando conta avere stima per il proprio o la propria compagna? Io credo sia fondamentale. Forse ancora più dell’amore. L’amore come detto più e più volte è un insieme  di sentimenti, non è unico, non è fine a se stesso. Racchiude il desiderio per l’altro, la solidarietà, la generosità, l’anteporre la propria vita per l’altro, la stima. Quest’ultima in fondo cosa indica se non l’apprezzamento estremamente favorevole e positivo che si ha verso qualcuno, verso le sue qualità e le cose che fa?

Si può avere stima senza amare, ma non si può amare senza stima.

Non a caso, nella lingua catalana il verbo estimar significa: rispettare; stimare; apprezzare; volere bene; valutare; amare. T’estimo = Ti amo

Pensateci bene: potreste mai stare con una persona che non stimate? Oppure, cosa crea la perdita di stima in una coppia? L’atteggiamento e il comportamento, o l’aspettativa non realizzata? Se io mi aspetto che lui/lei agisca in un modo e poi questo non succede, mi sento tradita/o perché non avviene ciò che pensavo, non dovesse avvenire. Ma il tradimento è mentale: la raffigurazione e l’aspettativa che avevamo in una determinata occasione od evento, non sono altro che pensieri idealizzati, che ci siamo fatti, di una persona che pensavamo fosse in un modo, mentre in realtà non lo è. E la colpa non è dell’oggetto del nostro pensiero, che magari non ha fatto nulla per farci credere questo, ma è nostra: ci siamo costruiti un castello di principi e/o principesse che non sono reali. Offuscati e ottenebrati da quelle farfalle che sbattono le ali nello stomaco, non siamo stati in grado di percepire e capire subito dopo la realtà dei fatti.

L’amore risolve ogni cosa, ma la stima e il rispetto sono imprescindibili. No?

 

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corinne noca

Paura e terrore

I fatti di Parigi ci hanno colpito tutti, inutile stare dietro alla solita retorica. In Oriente ogni giorno muoiono vittime innocenti che non hanno chiesto di venire al mondo e nemmeno di vivere in un determinato posto. L’11 Settembre 2001 avevo 21 anni ed ero davanti alla TV quando l’edizione straordinaria del TG5 ha mostrato l’immagine del secondo aereo sulle Torri Gemelle. Il mio ex fidanzato di allora ( con il quale sono rimasta in ottimi rapporti e che ora vive e convive proprio a Parigi) mi aveva guardato e mi aveva detto: “Co, è la Terza Guerra Mondiale”.

Quel giorno, come altri importanti nella Storia di tutti noi, rimarrà per sempre nella Memoria. Ma nonostante lo sbigottimento di fronte a quella catastrofe, lo ammetto, non mi rendevo conto realmente di cosa fosse la paura. Non avevo mai vissuto la Guerra vera ( e a differenza di Miss Italia non vorrei rivivere quelle del Passato) e in un certo senso, pensare che si sarebbe ripresentato ciò che ho solo letto nei libri di scuola e sentito raccontare da mia nonna, sì, mi ha un po’ spaventata e lasciata senza parole. Poi, come per tutte le cose, passa il tempo, passano gli anni, gli assetti politici e sociali cambiano, ma la tua vita, personale, familiare, va avanti lo stesso. Gli Stati Uniti, la Palestina, la Siria, l’Iraq, il Medio Oriente,la Nigeria sono Paesi lontani. Si consumano tragedie a danno di persone comuni, e per quanto ci possa dispiacere, la nostra mente non va più in la del proprio orticello a meno che non ci siano persone care o conosciute che vivono in questi luoghi. Questa ero io, a vent’anni, con una consapevolezza quasi inesistente del mondo, chiusa nei quattro luoghi familiari della mia esistenza: mi sentivo sicura e protetta; incoscienza giovanile, stupidità, chiamatela come volete. La paura, lo ricordo bene, è passata subito.

Oggi, invece, sono consapevole di cosa sia, di cosa voglia dire e del fatto che la Francia non è così lontana come lo erano ( e lo sono) gli Stati Uniti nel 2001. L’orticello francese non mi è estraneo e qui non si sono schiantati degli aerei con un atto plateale. Ieri è stata colpita la nostra quotidianità: e questo può accadere ovunque.

Oggi, non ho solo paura, sono terrorizzata.

Ieri sera mentre seguivo in diretta ciò che stava succedendo, mi sono immedesimata nella prima scena che hanno raccontato: nel ristorante cambogian: una mamma con due bambini e il nonno stavano cenando quando sono entrati i carnefici che senza pietà hanno freddato la mamma, i due piccoli e ferito il nonno. Non mi vergogno a dire che mi sono scese delle lacrime incontenibili: ho pensato a mia figlia e  ho pensato che se io inizio a vivere con paura, la trasmetterò anche a lei.

Inutile esprimere pensieri sul perché, per come, sulla religione, sui kamikaze, sull’istruzione e sul fanatismo. Inutile. Non voglio puntare il dito e non voglio sputare sentenze. Non sarà facile difendersi, questo sì.

Aveva ragione Andrea, è la Terza Guerra Mondiale. Non si combatte in trincea, ma per le strade della nostra vita comune, agendo sul corpo e sulla mente, provocando due tra le emozioni più nascoste e temute dall’essere umano: paura e terrore.

Per la prima volta in vita mia non riesco a vedere le cose con una luce diversa. Il mio essere madre e il mio istinto di protezione e sopravvivenza vorrebbero vincere su tutto, ma sono inerme di fronte ad una situazione mondiale che ci vede impotenti di fronte ad una guerra subdola che colpisce alle spalle chi non può difendersi in alcun modo.

E voi, cari amici, come vi sentite?

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corinne noca

Google e i 35 anni

Alle 3:55, tra circa tre ore, avrò ufficialmente 35 anni. Non credo attenderò quel momento X, sono le 01:10 e, grondante di sudore, nel cuore della notte, non riuscendo a prendere sonno, decido di scrivere un nuovo post dopo mesi di latitanza.

Ascoltando Feel di Robbie Williams, mi sono ritrovata su youtube a cercare vecchie canzoni che mi hanno fatto catapultare negli anni in cui festeggiare il mio compleanno era un MUST. Almeno, fino a 20 lo è stato. Quando si è adolescenti si fa di tutto per arrivare a festeggiare la maggiore età, come una grande tappa nella nostra vita, quella meta che ci da l’apparenza di essere adulti…passati i 18, in un batter di ciglia ti accorgi che ne sono passati quasi altri 18 da quella festa… Mentre  nella mia mentre si accavallavano tutti questi pensieri del passato, cercavo in contemporanea di capire cosa scrivere. Niente bilanci, niente pensieri, niente cose scontate che mi ritrovo a dire sempre ad ogni compleanno, niente. Nessun idea chiara se non quella di voler condividere con voi questo momento notturno. Finché, non mi viene una genialata: apro google e in quella barra del motore di ricerca decido di farmi aiutare da Internet scrivendo: “35 anni”.

Sulla barra degli indirizzi mi compare questo link: https://www.google.it/search?q=35+anni&gws_rd=ssl

Potete fare copia incolla così vi rendete conto.

Quello che ne viene fuori mi ha lasciata senza parole.

In ordine si trovano, in prima posizione:

1) il tuo kit di sopravvivenza dopo i 35 anni

2)Gisele Bundchen ( modestamente coetanea, classe 1980), festa per i suoi 35 anni

3)Incinta dopo i 35 anni: cosa cambia?

4)Gravidanza: dopo i 35 anni cala il rischio anomalie

5) Sesso dopo i 35 anni è un flop

6) I jeans skinny danneggiano muscoli e nervi ( prova nè è stata una ragazza di 35 anni portata in ospedale).

Potrei continuare, ma non voglio togliervi altre sorprese.

Praticamente per google i 35 anni sono primariamente legati al sesso femminile e alla gravidanza. Beh, consolante pensare che solo le donne li compiano: gli uomini? Anche google non li tiene in considerazione, poverini.

L’unica persona famosa degna di nota è la super top Gisele: grazie per avermi ricordato che non sarò mai come lei,anche se abbiamo la stessa età, una degli Angeli più famosi di Victoria Secrets,. Lei d’altronde è solo più alta, più bella, più ricca, più bionda e soprattutto più bianca.

Ho partorito due anni fa, ne avevo 33;  mi devo quindi considerare fortunata perchè a quanto pare sembra che i 35 anni delimitino la fine della gioventù e della leggerezza. Per google sono una ragazza finita.

E io che mi sento ancora piena di energie e gongolo quando mi chiamano “signorina”, anche se poi si correggono quando vedono la fede e mi dicono “ah, scusi, Signora”. Va beh, dai ma se mi ha chiamato signorina non mi offendo, anzi!

Il dramma però sono i giovani quando ti urtano per strada e ti dicono “scusi”. Inutile dirlo: sono loro a dettare legge nel tuo intimo: non sei più una da “scusa”, sei precipitata nel baratro.

Sinceramente non sapevo cosa aspettarmi da quella ricerca, è stata pura curiosità…la stessa che uccise il gatto.

Bene, allora posso far che chiudere e andare a dormire: ero così contenta di essere arrivata a 35 con una famiglia mia, una bimba, un lavoro e buona salute. Nulla di più da desiderare.

Grazie a google che mi ha massacrata in cinque secondi. Ed è inutile che cerchi di riparare con la scritta dedicata a me, non attacca. Passati i 35 si diventa meno tolleranti…da ora in avanti passerò a Bing. Tiè.

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corinne noca

Cicatrici

E’ da diversi giorni che ho in testa questo post. Il titolo mi è venuto in mente, guarda caso, proprio guardando una cicatrice che ho sul ginocchio destro.

Avevo 14 o 15 anni,una sera d’estate rientravo a casa in bici con la mia amica Laura.

Laura abitava a meno di un chilometro da casa mia, ero andata a trovarla e poi (forse, perchè i ricordi sono un po’ fumosi) avevamo deciso di tornare da me. Casa mia si trova all’inizio di una salita che porta a S.Eusebio, una frazione costituita da una sola via colma di case costruite in stile liberty, dagli anni ’30 in avanti. S.Eusebio, è chiamata la Roasio degli Africani, per il fatto che la maggior parte dei suoi abitanti è emigrata in Africa per lavoro. Dunque, tornando a casa, la salita era diventata una discesa. Non so voi, ma io non sono mai stata un’amante dell’avventura o una sprezzante del pericolo, perciò stringevo i freni della bici per limitare la velocità e non rischiare, anche per questo mi sono sempre definita una persona abbastanza prudente. Purtroppo non avevo considerato quella maledetta ghiaietta che ricopriva l’ingresso del cancello: svoltando a sinistra, ho frenato “dolcemente”, ma l’attrito con i sassolini ha fatto si che la ruota davanti sbandasse facendoci atterrare sulle ginocchia scoperte dai pantaloncini corti. Mi sono impiantata un sasso appuntito che mi ha inciso uno sbrego di 4×2 cm. In alcuni punti del nostro corpo il sangue sgorga come una fontana: la ferita bruciava, ma stoicamente dissi a mia madre “non è successo niente, sono caduta in bici qui davanti”. Mia madre poi non era una donna ansiosa, perciò dopo avermi urlato dietro con il suo fare sempre molto dolce, mi medicò la ferita e mi mise un cerotto. Oggi forse per un taglietto del genere bisognerebbe andare al pronto soccorso e farsi mettere dei punti perchè non sia troppo evidente la cicatrice, ma sinceramente allora non si era nemmeno palesato il pensiero.

Dopo vent’anni mi cade l’occhio su questo ginocchio e mi scappa un sorriso: un ricordo indelebile, da tutti i punti di vista, di una sera qualunque d’estate, di un tempo passato che porto nel cuore, di quella spensieratezza dei giorni da adolescente, coi suoi piccoli problemi quotidiani che di fronte a quelli “maturi” erano nulla.

Quanto è giusto cancellare i segni che ci procuriamo sulla nostra pelle? Gli anni passano per tutti, i segni del tempo lasciano tracce indelebili insieme a quelle fisiche che ci siamo procurati, volenti o nolenti. Penso alle cicatrici delle operazioni di mia madre, a quella piccola bruciatura da sigaretta che ho sul polso destro, all’ustione provocata dall’incidente in Cambogia, e mi chiedo: “se dovessi scegliere tra cancellarli e tenerli, cosa farei?”. Istintivamente e romanticamente risponderei che li terrei, ma pensandoci bene, a livello estetico, quella bruciatura che ho all’altezza del collo del piede la farei sparire: mi è stata provocata in maniera dolorosa, ho rischiato la pelle, e ogni volta che ci penso mi sento una stupida per non essere stata in grado di attraversare una strada. Tutto il resto invece lo manterrei così com’è.

Non ho nulla contro la chirurgia estetica, anzi, al contrario penso che se qualcuno non si sente a suo agio con qualche parte del suo corpo, ben venga che cerchi di migliorarla, chiaramente nei limiti del buongusto, che spesso viene a mancare. Non sono d’accordo sulla trasformazione o sul cambiamento radicale che certe operazioni provocano, e ancor di più non capisco l’ossessione al non voler invecchiare. E’ una condizione naturale, perchè andare contro di essa? Ci sono tanti modi per mantenersi spiritualmente e fisicamente “giovani”, senza dover ricorrere alla chirurgia, si tratta sempre di  una questione di forza di volontà.

Penso che i segni del tempo, le rughe, le cicatrici facciano parte della nostra vita, la difficoltà sta nell’accettarli. Se riusciamo a farlo, possiamo essere fieri di noi stessi, perchè significa che non abbiamo paura di vivere e di affrontare il futuro. Cancellare le tracce del nostro passato significa anche rinnegare una parte di noi,o no?

Da bambina ero affascinata dalla lettura degli anelli degli alberi abbattuti: il fatto di poter “vedere” e contare quei cerchi dai ceppi mi faceva immaginare la storia di ciascun albero e non so bene il motivo, ma ne sono sempre rimasta incantata: forse perchè rappresentavano la prova della Vita dell’albero stesso nella perfezione della Natura.

I nostri segni sono i nostri anelli, per quanto possano infastidirci ci rappresentano: cerchiamo di rispettarli e forse, così facendo, impareremo anche ad amarli.

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