corinne noca

Un giorno alla volta

È tardi. Dormono tutti.

Vorrei riposarmi, dormire perché ne ho bisogno e perché tra qualche ora inizia una nuova giornata.

Ma ho il cuore colmo di emozioni. Ho le lacrime agli occhi.

Non so quanti di voi si siano mai commossi leggendo un libro. A me non capitava da anni. Ricordo ancora il primo libro per cui piansi: “L’uomo che sussurrava ai cavalli”. Ero al Liceo. 

E proprio lì ho conosciuto Andrea, l’autore del libro che ho appena terminato di leggere. 

Non so se sia corretto dire che lo conosco perché questo implicherebbe una frequentazione che non c’è mai stata negli anni. Più grande di me, a quei tempi giocava a pallavolo ( passione che abbiamo in comune), poi l’ho perso di vista finché non l’ho ritrovato fidanzato per anni con una mia amica compagna di corso all’università. Ho avuto modo di parlare molto di più con sua sorella in quegli anni liceali perché in classe con un mio amico d’infanzia, che con lui. Per assurdo, abbiamo iniziato a conoscerci un po’ di più grazie a The morning later: lettore assiduo dei miei post, mi ha piacevolmente sorpresa perché mai avrei pensato che fosse interessato al mio blog. Le persone non vanno giudicate se non si conoscono. Questo è un dato di fatto.

Un giorno alla volta è il suo primo libro. Una storia dove il quotidiano diventa eroico è il sottotitolo. È così.

La storia di Marta è una storia vera, piena di Vita, di speranze, di riflessioni, di esperienze ma soprattutto di Volontà e Coraggio.
Un percorso in salita che c’insegna che nella nostra esistenza, volere è potere, che siamo noi fautori del nostro Destino, che piangersi addosso non porta a nulla se non a crogiolarsi nel conseguente vittimismo autogenerato per trovare una giustificazione alla società ingiusta in cui molte persone ( purtroppo troppe) crescono in tutto il mondo.
La sofferenza è quel sentimento che ci permette di crescere, di maturare e di riconoscere ciò che ci fa stare bene, dando un valore ed un significato talmente profondi da farci apprezzare ancora di più la vita. 
Un libro che davvero ci fa capire quanto siamo fortunati senza rendercene conto, quanto potremmo fare, disfare e rifare se solo volessimo.

Ci sono molti passaggi che mi hanno colpito, ma riporto qui di seguito il riferimento alla poesia di Bukowski, Lancia il dado:

Se hai intenzione di tentare, fallo fino in fondo. Altrimenti, non cominciare mai. Se hai intenzione di tentare, fallo fino in fondo. Ciò potrebbe significare perdere fidanzate,mogli, parenti, impieghi e forse la tua mente. Fallo fino in fondo. Potrebbe significare non mangiare per 3 o 4 giorni. Potrebbe significare gelare su una panchina del parco. Potrebbe significare prigione, Potrebbe significare derisione, scherno, isolamento. L’isolamento è il regalo, le altre sono una prova della tua resistenza, di quanto tu realmente voglia farlo. E lo farai a dispetto dell’emarginazione e delle peggiori diseguaglianze. E ciò sarà migliore di qualsiasi altra cosa tu possa immaginare. Se hai intenzione di tentare, fallo fino in fondo. Non esiste sensazione altrettanto bella. Sarai solo con gli Dei. E le notti arderanno tra le fiamme. Fallo, fallo, fallo. FALLO! Fino in fondo,fino in fondo. Cavalcherai la vita fino alla risata perfetta. È l’unica battaglia giusta che esista.

Sono onorata di averti influenzata. Non basta saper scrivere per emozionare, bisogna anche essere sensibili. 

Complimenti davvero.

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corinne noca

Cuore

Tu.

Lei.

Io.

Noi.

C’era un volta, tanto tempo fa una donna che aveva sacrificato molto della sua vita per la sua famiglia. Era forte, determinata, decisa e sapeva cosa voleva dalla Vita. Non si ammalava mai, era una forza della Natura, la sua forza era pari a quella di un uomo, il suo sguardo così duro nascondeva molto bene la sensibilità  che aveva, perché non poteva permettersi di abbassare la guardia.

Un giorno questa donna si accorge che qualcosa non va.

Ogni gradino di quella immensa scala in marmo che è il cuore della sua casa,  le pesa come un macigno sulla schiena: prende fiato, si ferma, riparte con la presa salda sul corrimano che fino ad allora non sapeva nemmeno esistesse.

La fatica, fino a quel giorno, non sembrava essere contemplata: non esisteva riposo, solo lavoro, lavoro, lavoro.

Giorno e notte, instancabilmente si teneva occupata, sempre col pensiero fisso: non far mancare niente a sua figlia e contribuire a mantenere l’assetto economico familiare.

Quel giorno per la prima volta realizzó che c’era qualcosa che non andava nel suo fisico, e non avrebbe mai potuto immaginare che la presa di coscienza di quel malessere l’avrebbe portata ad un percorso ancora più duro di quello che la vita fino ad allora le avesse messo davanti.

Una guerriera fatta e finita che ha saputo andare contro la sua famiglia per seguire il Destino che aveva scelto di vivere, impavida senza grosse pretese, con un carattere scolpito in quel volto all’apparenza duro – che vi raccomando- pronto a combattere in ogni momento.

La miglior difesa è l’attacco, si dice. Sicuramente questo motto si addice a Lei.

Arrivata in Italia in anni in cui c’erano più emigrati (ed emigranti) che immigrati, è stata in grado di ritagliarsi il suo posticino in una comunità di tremila anime, guadagnarsi rispetto e stima e crescere nel migliore dei modi l’unica figlia che la Vita le avesse donato.

Non è facile. Per nessuno. Nè ieri, nè oggi.

Le sue scelte però sono partite tutte da lì, dal cuore, lo stesso che quel giorno, su quello scalino ha deciso di rallentare i suoi battiti, di farle capire che doveva iniziare a prendersi cura di sè.

Il motore della nostra vita ha resistito finché ha potuto, arrivando allo stremo, facendola invecchiare prima del tempo, togliendole ogni forza, ridandogliela a momenti, ma sempre ricordandole che non sarebbe durato in eterno.

E fu così che passarono anni, altalenanti, faticosi, impegnativi… ma non è mai scesa una lacrima.

I pianti li ha consumati segretamente la figlia, che ha cercato di mostrarsi forte, di farle coraggio, ma forse lo faceva più a se stessa che a lei.

Non so quanti pensano alla morte a 23 anni. Quella ragazza allora, il cui unico pensiero era finire l’università per tempo, laurearsi per spiccare il volo e rendersi indipendente dai suoi, non si aspettava di sentirsi dire che “l’unica cosa che serve a sua madre è un cuore nuovo”. E la sua certezza si è sgretolata in quell’attimo.

Un cuore? Non arriverà mai, pensó. Morirà.

Certo, moriremo tutti. Ma non si sa mai quando e la speranza è quella di trascorrere più tempo su questa benedetta terra, forse perché non sappiamo cosa ci aspetta nell’al di là, se mai esiste, e vorremmo godercela il più possibile.

Il tempo della fine arriva per tutti prima o poi, è così.

Ma il suo non era ancora arrivato.

Perché il Cuore, quello che serviva, è stato trovato. È stato donato.

E ora batte, forte, dentro a quel petto martoriato da poche ma segnanti cicatrici, con l’augurio che continui per il tempo più lungo possibile.

La vita è un dono che ci è stato concesso e che dobbiamo rispettare.

A volte succede che questo dono venga duplicato. Forse capita alle persone speciali. Forse è destino. Forse è il caso.

È capitato a mia madre.

E io voglio ringraziare coloro che hanno reso possibile questo con una scelta difficile presa nel peggior momento della loro vita. Perdere tragicamente un caro lascia un vuoto incolmabile, ma sapere che una parte di lui rivive, è quanto di più straordinario la vita possa offrire.

Grazie, perché stanno rivivendo due persone in un corpo solo.

Vivete, non abbiate paura, inseguite ciò che vi fa stare bene, siate coraggiosi.

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corinne noca

Carattere o vecchiaia?

Qualche giorno fa, chiacchierando con un’amica, mi è capitato di pronunciare questa frase: “non so se è perchè sto crescendo e quindi diventando vecchia o il mio carattere è cambiato in questi anni, ma non riesco più a sopportare alcune cose”.

Si cresce. Questo è fuor di dubbio.

Si matura. Questo non sempre.

S’invecchia. Questa può essere una certezza.

Da giovani si passa la vita a tollerare, ad assecondare, a cercare di risolvere conflitti più o meno importanti, situazioni scomode che ci fanno star male, o semplicemente ci si corica su prati erbosi a guardare il cielo spensierati, e a farsi andare bene tutto quello che passa. Sono sempre stata una ragazza a cui non è mai piaciuto discutere, il che a volte può significare non prendere delle posizioni. Eh sì, per evitare discussioni ho spesso taciuto le mie opinioni: questo ovviamente è stato oggetto di critica, soprattutto ai tempi del liceo ( da notare che non mi è mai stato detto direttamente, l’ho poi scoperto qualche anno dopo per puro caso parlando con un ex compagna di classe) quando la tua forma mentale è in pieno sviluppo e dovresti saper argomentare le scelte che fai, ponderandole secondo i tuoi criteri e i tuoi valori, con coerenza. Io evitavo di dover prendere posizione, un po’, come Ponzio Pilato, per cercare di andare d’accordo con tutti, un po’ per semplicità. Come dire di sì. Uno spirito un po’ ingenuo, apparentemente senza carattere.

Le cose sono iniziate a cambiare andando all’università e subito dopo con il lavoro. Il mio carattere ha iniziato a prendere forma, “posizione” diciamo, e con gli anni, le varie forme di ingiustizia davanti alle quali mi trovavo di fronte han fatto sì che reagissi, discutessi e seguissi la mia linea.

Ora, come per magia, sono pronta a discutere. Sempre. Soprattutto se penso di avere ragione. Il leone che c’è in me ha deciso di venire fuori, e ancora peggio, di riscoprirmi un po’ insofferente. Sì, perchè a prescindere dal giusto o sbagliato che sia, è quanto siamo disposti a sopportare che fa la differenza.

Da giovani, tendiamo ad essere accondiscendenti, a lasciar correre, mentre -concedetemi il termine- da vecchi, non abbiamo più pazienza. Perchè? Perchè sappiamo esattamente cosa vogliamo, cosa ci fa stare bene e non abbiamo più tempo per scendere a compromessi.

Il tempo, proprio lui. L’intolleranza, l’insofferenza sono direttamente proporzionali alla nostra età. Cresciamo facendo esperienze, tutte positive perchè in fondo ci insegnano sempre qualcosa, e nel contempo il nostro cervello si proietta al futuro dopo aver scansionato tutti i files del passato: questo sì, questo no, così si può, così non si può…finchè non riapriamo gli occhi, sono passati 30/40/50 anni e chi ce lo fa fare di accettare cose che non ci vanno giù? Magari un occhio lo chiudiamo, ma l’altro…

Almeno, questa è la giustificazione che mi sono data io.

Forse sono semplicemente invecchiata prima del tempo. O forse, certe cose, animate e non, non meritano più di far parte della mia vita.

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corinne noca

Rancori

Passiamo la vita ad arrabbiarci, a prendercela per delle inutili futilità, affronti indimenticabili, discussioni che ci portano, a volte, a chiudere rapporti o allontanarci da persone che hanno fatto parte della nostra quotidianità.

Pensiamo di non essere capiti, e anche se proviamo a confrontarci, civilmente, riteniamo di aver sbagliato opinione sull’altro: invece di affrontare le cose, con quel tocco di leggerezza che non guasterebbe, magari sorvolando, le ingabbiamo sul fondo del cuore per mesi, a volte anni finché quel sentimento, chiamato rancore, non viene meno.

Il rancore può rimanere costante, ma con il tempo sedimenta nel profondo. Non lo si dimentica ( anche se dipende sempre dalla causa scatenante), rimane lì, latente.

Quando si crea abbastanza polvere su di esso, ci si rende conto che non è servito a nulla se non ad allontanare persone a cui abbiamo voluto bene e con le quali potrebbe essere difficile ricominciare. La cosa più razionale da fare dovrebbe essere quella di cercare di comprendere che non sempre si può e si riesce ad essere d’accordo su tutto, o che semplicemente siamo umani e possiamo sbagliare. Noi non siamo nessuno per giudicare, possiamo viaggiare sullo stesso binario o meno, ma compreso questo, se teniamo davvero alle  persone con cui affrontiamo certi discorsi dovremmo andare oltre, considerando il fatto che non possiamo – e nemmeno vogliamo- essere uguali.

Perché poi un bel giorno succede che ricevi una chiamata e ti dicono che quella persona, quella con cui tu hai condiviso molti momenti belli -e brutti- della tua vita, forse rischi di non vederla più, o forse non c’è proprio più.  E tu, rimani fermo e inebetito perché ti rendi conto di non aver avuto più modo, per orgoglio o per semplice coerenza di pensiero, di scambiare una sola parola con lei (o lui) e probabilmente non lo potrai più fare.

Sono una persona che non ama discutere. Mi hanno sempre rimproverato, in passato, ai tempi del liceo, di essere una che non si schierava perchè troppo comodo cercare di essere amici di tutti. Può darsi che allora in parte fosse vero,  ma ingenuamente pensavo che non valesse la pena discutere sempre su chi aveva torto o ragione, tanto le cose non cambiavano. Oggi invece, se c’è da schierarsi, mi schiero, sicuramente, se devo dire quello che penso, lo faccio, ma sempre con quel timore recondito di cercare di non ferire, perchè di base non vorrei mai fare del male.  Se c’è da discutere ( non litigare eh), come spesso capita, in famiglia, lo faccio  ma sempre per cavolate. Però non amo andare a dormire con conflitti irrisolti. Perché non so cosa può accadere il giorno dopo.

Ognuno di noi ha una cerchia di affetti che ritiene tali e che preserva da tutto, ma ognuno di noi, una volta nella vita, ha trovato persone con cui ha provato ad instaurare rapporti di amicizia, e dopo anni magari si è accorto di non riuscire ad avere la stessa linea di pensiero. Ma ciò non significa rinnegare ciò che è stato, anzi, significa crescere e rendersi conto che non ci si può più prendere per mano senza lasciarla andare, ma si può mantenere un rapporto di rispetto reciproco misto a pura cordialità, in “onore” a ciò che siamo stati, in passato.

Pensateci bene quando litigate o discutete con un vostro caro e vi sentite male: non lasciate che il tempo ingrandisca quel piccolo divario che si è creato. Un domani potreste pentirvi di non aver fatto nulla per diminuirlo.

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corinne noca

Oscar

In Indocina  conosco Nicole (ho già parlato di lei in Sul Mekong come sul Po, se volete farvi un’idea).

Sei anni fa, complici le promesse fatte durante quel viaggio che ne aveva suggellato l’amicizia, parto alla volta di Toronto, la sua città.

Non volevo far passare troppo tempo dall’ultima volta che ci eravamo viste a Bangkok perché mi ero trovata davvero bene e Nicole è una di quelle ragazze che sprizzano allegria da tutti i pori. Una di quelle persone che solo a vederle ti mettono di buon umore.

E questo non può che essere un pregio.

All’epoca dei fatti, Nicole viveva da sola e sognava il grande Amore. Insegnava sociologia all’università, dava lezioni di aerobica in palestra, era (ed è ancora) una ragazza molto attiva. Ne combina una più che Bertoldo, ma riesce sempre a sfangarla.

Durante la mia week of fun come l’ha definita lei, ho conosciuto il suo ambiente, la sua palestra, la sua famiglia, le sue amiche, il suo mondo. Appena arrivata mi ha portata ad un battesimo ebraico: ho assistito alla circoncisione di un bimbo che piangeva come un disperato, poverino. E lei mi ha detto “Come primo impatto con il Canada non è male. Avrei preferito portarti ad un matrimonio ma mi avevano invitato qui e nell’arco dei prossimi mesi, a meno che io non trovi Lui, o Lui non trovi me, non ci saranno matrimoni, ahimè”. I presupposti perchè la mia vacanza sarebbe stata una di quelle divertenti, c’erano tutti.

Un giorno veniamo invitate da sua zia e dalla sua compagna a pranzo. Ovviamente, in ritardo, saliamo in macchina e al primo semaforo lei prende il cellulare per avvisare le zie che saremmo arrivate da lì a breve. La scena si svolge così:

ferme in carreggiata con il semaforo rosso.

Nicole non fa in tempo a prendere il telefono in mano che sbuca fuori la Usain Bolt dei poliziotti. Nera. La razza peggiore ( detto da me…). Tutore della legge, donna e pure reduce dalla schiavitù. Obiettivamente, Nicole non aveva speranze sulla carta. La poliziotta le fa cenno di accostare al marciapiede e Nicole, coi finestrini ancora chiusi, parte con la sceneggiata. Io la guardo con occhi sbalorditi e lei disperata mi dice ” Non posso farmi togliere altri punti sulla patente, non ne ho più, devo guidare, non posso stare senza macchina e non posso chiamare ancora una volta mio padre”. Sembrava la classica scena da commedia alla napoletana. Io le chiedo, ingenuamente da italiana, come direbbe Zalone, perchè quel super donnone con la divisa le avrebbe dovuto toglierle i punti  e lei mi spiega che -giustamente- non è che perchè sei fermo al semaforo puoi parlare con il cellulare, devi accostare, spegnere il motore e chiamare.  Aaaaaaaaaaaaaa siii, ora capisco, succede anche noi??! 

La poliziotta le fa tirare giù il finestrino e le chiede libretto e patente. Lei glieli porge quasi piangendo. Inizia con un “I’m really sorry bu-u-ut..”… “m-m- mi scusi davvero, ma non sto bene. Mi hanno chiamato con urgenza le mie zie, dovevamo andare a pranzo lì, ma una si è sentita male e volevo accertarmi di come stava prima di arrivare, non ho pensato che stavo infrangendo le regole, mi scuso, mi scuso di cuore!”.  Tutto questo condito da lacrime che sgorgavano sulle gote come Brooke Logan quando scopre che il figlio che aspetta non è di Ridge, ma probabilmente, di Eric, o forse di Thorne, o magari di Deacon, no credo Bill Spencer. Non aveva usato nessun trucco. Io sono passata dallo stupore alle risa che cercavo di trattenere. La police woman si dimostra meno stronza di quanto potesse essere in realtà ( si vede che non aveva nessun conflitto irrisolto) e le raccomanda di non farlo più. Sembra capire il disagio che la malcapitata sta provando in quel momento.

Nicole ringrazia e al verde, ripartiamo. Mi guarda e mi dice “L’ho scampata, mio padre (avvocato penalista a Detroit) mi aveva già pagato delle multe, se prendevo anche questa ero fottuta letteralmente e chissà quando avrei rivisto la patente”. Io sono sconvolta dalla recitazione perfetta e credibile e le faccio un applauso di quelli sentiti. Mi sarei inchinata o avrei fatto una standing ovation, ma ero seduta in macchina.

Per anni ci siamo lamentati chiedendo e pregando che Leo vincesse un Oscar ( che alla fine ha vinto). Nella vita di tutti giorni c’è chi lo merita di più. E non si vede.

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Donne

In italiano, nasciamo tutte signore. Almeno etimologicamente parlando. La parola donna infatti deriva, per assimilazione consonantica, dal latino dŏmna, forma sincopata del latino classico domĭna, e significa appunto “signora” ( è vero che è scritto su Wikipedia, ma ho avuto, nel primo biennio del liceo, una professoressa di latino che per quanto fosse “feroce” e indimenticabile, mi ha dato delle basi così solide della lingua, che ricordo ancora a distanza di vent’anni). Poi che lo siamo veramente, è un altro paio di maniche.

In francese, invece, ci chiamano romanticamente femmes…per loro, indipendentemente da COME siamo, saremo sempre geneticamente femmine, con quell’accezione un po’ sensuale che la lingua si porta dietro. Que dire…magnifique!

Per i nostri cugini spagnoli siamo mujeres,  come per i portoghesi mulheres…  sembra quasi che non esistano le singles nella semantica di queste lingue, deriviamo dalla parola moglie…di chi non si sa, ma linguisticamente possiamo pensare di esserlo. Magari con Banderas, toh che si è separato dopo dieci anni dalla Melanie e si è scoperto essere il migliore amico di Rosita ( la gallina). Inzupposo.

Gli inglesi, grandi semplificatori, ci ricordano che deriviamo dall’uomo (sarà vero?) con woman, mentre i tedeschi, che potevano sembrare i più “cattivi”, ci chiamano Frauen (plurare di Frau che tradotto significa signora). Non paragoniamoci alla Rottermaier che era signorina, Fraulein.

La nostra forza è quindi molteplice: siamo una ma siamo tante, diverse, distinte con caratteristiche comuni che cerchiamo di definire con il nostro carattere. Amiche, nemiche con pregi e difetti, a volte sappiamo essere solidali come Madre Teresa, altre invece invidiose come la Regina Cattiva di Biancaneve. Se solo fossimo capaci di amarci per quello che siamo, per come siamo e per quello che facciamo. L’invidia è davvero tutta femminile. Le peggiori pugnalate, soprattutto sul lavoro, le ho prese da donne.

Oggi è l’8 marzo. Universalmente veniamo festeggiate. Sembriamo unite e solidali in questo giorno, ma io vorrei che lo fossimo sempre. Parliamo sempre di quanto facciamo, di ciò che rappresentiamo e di cosa significa essere Donna. Bene, allora dimostriamolo. E non andando una sera all’anno a festeggiare, ma dandoci la mano, tutti i giorni, sempre. Non si può andare d’accordo con tutti, certamente, ma non facciamoci del male, con parole taglienti o con gesti plateali. Accettiamo i nostri limiti, facendo risaltare le nostri doti, i nostri piccoli talenti. Perché ognuna di noi ne detiene almeno uno. Può essere difficile capire quale sia, per questo invidiamo chi sembra averlo trovato.

Oggi è l’8 marzo: guardiamoci dentro e rispettiamoci. Solo così diventeremo donne, o dominae. Ah sì, Signore.

 

 

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corinne noca

Questione di stima

Spesso le coppie entrano in crisi per vari motivi:  dalla scusa del settimo anno alla nascita di un figlio che distoglie attenzione al partner maschile, dal cambiamento caratteriale di uno dei due al tradimento, dalla scoperta di non essere sulla stessa lunghezza d’onda all’avere obiettivi diversi… Le cause sono molteplici, e nella maggior parte dei casi, quando il divario diventa insostenibile, c’è solo un motivo: la perdita dell’Amore.

Accanto a questa però, io aggiungerei una causa ancora più determinante: la mancanza di stima.

In che senso?

Ci aspettiamo che il partner, uomo o donna, sia il rappresentante di  quello che vorremmo fosse. Passate le farfalle allo stomaco, con il passare del tempo ci si può rendere conto che non è esattamente come ce lo si è figurato. E nonostante lo si ami, viene a mancare quel sentimento che lo rende il punto di riferimento.

Quando conta avere stima per il proprio o la propria compagna? Io credo sia fondamentale. Forse ancora più dell’amore. L’amore come detto più e più volte è un insieme  di sentimenti, non è unico, non è fine a se stesso. Racchiude il desiderio per l’altro, la solidarietà, la generosità, l’anteporre la propria vita per l’altro, la stima. Quest’ultima in fondo cosa indica se non l’apprezzamento estremamente favorevole e positivo che si ha verso qualcuno, verso le sue qualità e le cose che fa?

Si può avere stima senza amare, ma non si può amare senza stima.

Non a caso, nella lingua catalana il verbo estimar significa: rispettare; stimare; apprezzare; volere bene; valutare; amare. T’estimo = Ti amo

Pensateci bene: potreste mai stare con una persona che non stimate? Oppure, cosa crea la perdita di stima in una coppia? L’atteggiamento e il comportamento, o l’aspettativa non realizzata? Se io mi aspetto che lui/lei agisca in un modo e poi questo non succede, mi sento tradita/o perché non avviene ciò che pensavo, non dovesse avvenire. Ma il tradimento è mentale: la raffigurazione e l’aspettativa che avevamo in una determinata occasione od evento, non sono altro che pensieri idealizzati, che ci siamo fatti, di una persona che pensavamo fosse in un modo, mentre in realtà non lo è. E la colpa non è dell’oggetto del nostro pensiero, che magari non ha fatto nulla per farci credere questo, ma è nostra: ci siamo costruiti un castello di principi e/o principesse che non sono reali. Offuscati e ottenebrati da quelle farfalle che sbattono le ali nello stomaco, non siamo stati in grado di percepire e capire subito dopo la realtà dei fatti.

L’amore risolve ogni cosa, ma la stima e il rispetto sono imprescindibili. No?

 

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