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Ansia da prestazione o aspettativa?

Ieri sono andata a dormire pensando a cosa scrivere questa mattina. Per la prima volta. E per la prima volta ho vissuto l’ansia da prestazione. Ho preso la mia moleskine (rigorosamente con copertina morbida nera ed elastico) e ho abbozzato dei temi. Sì, l’ho fatto. Ma l’ho fatto perchè mi è già capitato di non ricordarmi da un secondo all’altro cosa devo dire. Un pensiero istantaneo e pouff! svanito! In dialetto piemontese si dice “perdere”. Ecco, perdo. Una volta mi ricordavo tutto, giuro. Mi ricordavo anche i giorni esatti in cui capitavano certi fatti. Personali eh. Non ero ai livelli di Virna, una mia amica che se le chiedi “quando è avvenuto il fatto di Avetrana?”, “quando è stata la tua gita in prima elementare?” ti risponde con il timer. Giorno, data e ora. Esatta. No, no  a quei livelli non c’è competizione. Però sì, non perdevo un compleanno, le ricorrenze, nulla. Adesso invece è come se non fossi mai passata di lì. E così ho scritto i temi.

The Morning Later , cioè stamattina, nel riprendere gli appunti non ero convinta. Ho scritto il titolo del post. Doveva essere “La figlia di papà”, risultato di una serie di pensieri che mi sono messa a fare dopo aver letto una bellissima mail di mio padre in merito a questa mia nuova iniziativa. Una piccola gratificazione che volevo premiare. Quando ho iniziato a scrivere però, mi sono accorta di star perdendo ( continuo a perdere…) la naturalezza dei miei pensieri. Sì, perchè mi sembrava di sapere già cosa dovevo scrivere, come in un tema. Invece no! Ho deciso di scrivere in questo spazio virtuale, raggiungibile da tutti e da nessuno, i pensieri derivati dal giorno precedente o dal ricordo di un evento. Lasciar galleggiare la mentre finchè non arriva a riva.  Non è necessario che io scriva degli appunti o dei temi, la semplicità e la freschezza devono emergere sole. Più elaboro prima e più perdo il flusso delle mille parole che porto con me. E così nello scrivere l’incipit di un altro titolo sono andata avanti.

Sono stata anch’io vittima dell’aspettativa. Il pensiero che anche solo una persona stesse aspettando di leggere il mio post mi ha destabilizzata. Ma l’ha fatto perchè non mi aspettavo che potesse piacere, o semplicemente che potesse avere un sèguito! Se da un lato c’è stata un’iniezione di fiducia, dall’altro c’è stato il timore di deludere. E se non piace? E se non scrivo niente di interessante? E se smette di seguirmi? Troppi se, troppi pensieri fanno perdere la bussola. Io non scrivo per qualcuno, scrivo qui perchè mi piace farlo. E se quel qualcuno mi segue, mi incita, mi stimola ben venga! Ma se non mi segue, mi critica o smorza il mio entusiasmo, beh, pazienza. Non ho aspettative. Non avendole non dovrei avere nemmeno l’ansia da prestazione.

E invece nella vita reale non è così. Siamo tutti, nel bene e nel male, proiettati al risultato di un’ operazione. Che questa sia amorosa, sociale, lavorativa, poco cambia. Aspettiamo. Un bacio, un regalo, una chiamata, la promozione. E nella maggior parte dei casi , ciò che ci aspettiamo è sempre diverso da quello che realmente succede, no? “Questo è un lavoro dove si aspetta sempre qualcosa”. Ricordo ancora come fosse ieri, il nostro istruttore di Technics in Lauda Air. Tra la spiegazione di un flap e l’altro, pressurizzazione e depressurizzazione in cabina, sento ancora le sue parole. “Aspettare il briefing, aspettare la navetta che vi porta in aeroporto, aspettare di salire a bordo, aspettare che le operazioni di rifornimento terminino,aspettare il de-icing, aspettare la salita dei passeggeri, aspettare lo slot…” e così via. Aspettare. Attendere. Prendere tempo. Rimandare. Rinviare. Temporeggiare. Procrastinare. Tutti sinonimi di un’unica azione e del sinonimo più forte: FERMARSI.

In questa vita dove c’è un tempo che s’inabissa senza che noi riusciamo nemmeno a prendere fiato, fermarsi può volerl dire rendersi conto di ciò che ci circonda e farci riflettere su ciò che siamo, su ciò che vogliamo o desideriamo, sul come, sul perchè.

Allora mi fermo. E aspetto. Ok, lo ammetto, ha vinto l’aspettativa.

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Il profumo di un’amicizia

Anni fa (tanti ormai…) ho messo le ali. Non come Icaro ai piedi, ma in senso lato: appena laureata decisi di tentare la carriera dell’assistente di volo. Come ci arrivai fu un puro e semplice caso, come quasi tutti quelli della mia vita: con tutta franchezza, tutte le opportunità che sono riuscita a riconoscere o cogliere nella mia esistenza sono state del tutto casuali e tante volte involontarie. L’aeroporto mi ha sempre affascinato: gente di ogni Paese, vicina, lontana, profumi, odori, lingue diverse, un concentrato di culture miste che creavano un caleidoscopio di colori e suoni sempre in mutamento.

Io figlia di due continenti, il bianco e il nero,  ero già incline a questo tipo di vita da nomade e da un lato forse ne ero anche un po’ attratta come una calamita. Il mio pensiero era quello di lavorare in aeroporto come hostess da terra. Sfoglio giornali e trovo un’inserzione di una compagnia aerea che ricercava personale da terra. Prima di inviare il mio curriculum, contatto una mia amica ed ex compagna di corso per chiederle informazioni a riguardo. Lei prima di discutere la tesi si era inserita nel “campo volo”. Mi sconsiglia quella compagnia e mi indica la sua. Le affido il mio curriculum da depositare alle risorse umane e attendo. Passano alcune settimane e mi contattano. Primo colloquio selettivo: 30 persone che parlano della bellezza del lungo raggio e della fatica del corto. “Lungo raggio? Corto raggio? Ma scusate la selezione per cosa è?”  “Assistente di volo!”.  Bene. Quello fu l’inizio del mio primo percorso professionale. Un mese a terra di corso teorico e 6 mesi di corso pratico in volo. Una bellissima esperienza che ancora oggi consiglio a chiunque finisca le superiori e sappia parlare almeno l’inglese. Ringrazio ancora adesso la formazione mentale che mi ha dato Lauda Air: ordine, disciplina e rispetto della gerarchia. Il motto era “Service is our success”. Oggi, a distanza di anni, la mia forma mentis mi porta a pensare così per ogni cosa che faccio.

In questo contesto si colloca la promessa di matrimonio con il mio profumo.Cosa c’entra penserete voi. Beh, nel 2004 mi sono impegnata (e probabilmente sposata) con Narciso Rodriguez. Quegli anni sono legati a quest’essenza, e probabilmente lo saranno per sempre nella mia memoria. Quando lo acquistai,non lo si trovava da nessuna parte, era molto costoso e un po’ elitario, si trovava solo nelle profumerie di nicchia (così mi avevano risposto una volta in una nota catena di profumi)…poi è esploso in tutti i sensi ed è diventato molto più commerciale, anche se sempre poco accessibile.

Narciso mi sta accompagnando da molti anni ormai e non ho nessuna intenzione di cambiarlo. Se ti trovi bene con qualcosa perchè la devi cambiare? Il profumo rappresenta un po’ una seconda pelle: è lusinghiero sapere o pensare che quando qualcuno sente “quel profumo” si ricorda di te. Fateci caso: quante volte vi è capitato di sentire aromi, essenze, profumi che vi ricordano una determinata persona o un piatto che non avete dimenticato o semplicemente un momento della vostra vita? Il profumo insieme alla musica scandisce il tempo e il ricordo della nostra esistenza.

Mi è capitato, un paio di anni fa, di ricevere una mattina qualunque una telefonata da un caro vecchio amico che viveva in Germania. Tra qualche come stai, cosa fai, dove sei, lui mi  ferma e mi chiede “Co’, ma era Narciso Rodriguez il tuo profumo ai tempi di Savigliano? (altra storia, altro contesto…)”…”Sì, non solo allora, ancora oggi, perchè?”…E mi racconta di come fosse stato inebriato dal profumo di una hostess mentre era su un volo (ci son sempre gli aerei di mezzo…) per non mi ricordo più dove e che quel profumo a distanza di anni gli aveva ricordato quei momenti trascorsi assieme alle partite di calcetto. E non solo. La figuraccia era dietro le porte. La hostess si avvicina a lui per chiedergli la classica “dolce o salato” e  lui risponde: “Scusa, usi Narciso Rodriguez?”…

Lei lo guarda…L’italiano provolone colpisce ancora.

The morning later ha dovuto buttare un biglietto con un numero di telefono. La moglie era gelosissima.

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Il bianco e il nero

The morning later guardo fuori dalla mia finestra e vedo una miriade di colori tenui, i classici colori dell’autunno come il marrone, il verde, il rosso, il giallo…fermo l’immagine e mi chiedo come sarebbe in bianco e nero. Renderebbe lo stesso o sarebbe diverso? Potrei fare una foto con il cellulare, la tecnologia ci ha dotato di questi mezzi e l’effetto si vedrebbe subito. Scatto, modifico e posto. Semplice no? Invece voglio cercare di sforzarmi a usare la testa e l’immaginazione. Da quanto tempo non la usiamo più? Da quanto tempo siamo vittime inconsapevoli, o ancor peggio, consapevoli della tecnologia e del progresso? Sia ben chiaro, sto scrivendo un blog che è il risultato di quello che sto dicendo, lavoro su Internet, compro e vendo online, sono iscritta a tutti i social networks quindi non disdegno nulla e non voglio nemmeno essere polemica. Sono figlia di questa rivoluzione, non l’accuso e la demonizzo, di polemiche ce ne sono già  tante. Il mio è più un pensiero relativo a quello che siamo in grado di fare senza utilizzare uno smartphone o un tablet. Siamo ancora in grado di scrivere lettere a mano? Siamo in grado di disegnare?

Guardo i cartoni con mia figlia di 17 mesi e li vedo tutti digitali. Belli, ben fatti, tridimensionali, direi “perfetti”! Ma non vedo più i cartoni giapponesi con cui sono cresciuta, quelli che mi hanno fatto amare i manga e il Giappone con Candy Candy e le sue sfortune, Mila Azuki che sta 4 puntate in aria per fare una schiacciata o Holliver Atton che sta tre ore in equilibrio con la gamba per calciare il pallone ripensando a suo padre capitano di navi e a quando ha iniziato a giocare a pallone…come sono cresciuta dico io! Quei disegni così imperfetti erano disegni fatti a mano mentre i cartoni di oggi sono costruzioni della mano migliorata digitalmente!

La mia migliore amica viveva in Namibia: ci sentivamo spesso grazie alle mail, Skype, Facebook…ma prima di tutto questo ci scambiavamo lettere. Inchiostro su carta. E anche negli ultimi anni quando dovevamo parlare di cose importanti che ci preoccupavano lo facevamo attraverso la carta. Mi ricordo che un giorno mi disse che mentre mi sta scrivendo una lettera, suo figlio più grande le chiese cosa stesse facendo e la guardava con occhi di stupore, come se fosse stata un’aliena a scrivere. Oggi questo non esiste più, o forse esiste poco.

Come il bianco e il nero. Non ci sono mezze misure, o da un lato o dall’altro. I grigi, le vie di mezzo per intenderci, stanno scomparendo. Il bianco e il nero evocano nostalgia, la stessa che accompagna il tema che ho lanciato questa settimana. Il bianco e il nero, l’inchiostro sulla carta, la vecchia fotografia, l’inizio della TV evocano emozioni ed immagini nette. Il bianco e il nero mettono in risalto la forma, la tonalità, creano un’immagine forte rispetto a quella a colori. I colori ci possono stupire, lasciare a bocca aperta ma non saranno mai incisivi  come il bianco e il nero. Fatelo anche voi questo esercizio mentale, costruitevi un’immagine mentale e riproducetela in bianco e nero: che sensazioni vi da? a cosa pensate? vi piace?

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Tempo di nostalgie…

Questo lunedì mattina da spazio a qualche pensiero malinconico che porta inevitabilmente a ricordi nostalgici. L’umore di questa mattina è espresso da “Canzoni lontane” di Eros Ramazzotti: “la nostalgia è una trappola e se caderci è dolce rimanerci no”. Quando cresci e ti responsabilizzi, ti rendi conto della freschezza e della spensieratezza dei giorni pre e post adolescenziali, quando le uniche preoccupazioni erano quelle di dover studiare e non prendere brutti voti a scuola per evitare punizioni, tipo non uscire il sabato sera, oppure cosa fare nel week end. Bisognava sempre fare qualcosa di diverso: appena si instaurava la routine del “aperitivocenabardiscotecaspaghettatacolazione” bisognava trovare un diversivo. Mi ricordo ancora adesso un episodio carino ma significativo: ero all’università e seguivo un corso di etnologia (io ho fatto Lingue e Letterature Straniere, ma c’era la possibilità di inserire nel piano di studi corsi appartenenti ad altri corsi di laurea, come lettere e filosofia). Noi di lingue avevamo deciso di seguire il corso di etnologia.

Un giorno come tanti, a inizio anno accademico, un nostro compagno, Matteo, ci dice “ragazzi a gennaio si va a Parigi per una serie di conferenze sull’etnologia, mettetelo nel piano di studi che ci divertiamo!”. Iniziamo così a seguire il corso in questione. A gennaio andiamo a Parigi. Tra gli scioperi dei tassisti, le conferenze e il museo del sesso visitato per puro caso, ciò che mi fa sorridere la memoria è il ricordo del mio primo sabato sera a Parigi. Dopo esserci guadagnati il tardo pomeriggio, libero da conferenze etnologiche, giriamo per la città finché non arriviamo davanti a Notre Dame, intorno alle 20.00. Vediamo in lontananza le luci della Torre Eiffel e decidiamo di andarci a piedi. Sì a piedi, seguendo la Senna, il lungo Senna per la precisione, il tragitto che fanno i bateaux mouches. Gennaio 2000, ore 20, 2° C. “Camminiamo che intanto ci scaldiamo”…la vediamo in lontananza. Con noi anche un ragazzo che è arrivato a Vercelli dalle Canarie con lo scambio Erasmus. “Poverino”, mi sono detta, “già a Vercelli rispetto alle Canarie, adesso in una delle città europee più suggestive a piedi e al gelo”.La vediamo sempre più vicina, ma ancora troppo lontana. Finalmente arriviamo a destinazione. Dopo quasi un’ora di cammino ci ritroviamo sotto le luce della Torre più famosa del mondo. Siamo a Parigi, di sabato sera. Ci guardiamo infreddoliti e ci diciamo “E adesso cosa facciamo?”. Un nostro compagno del corso iscritto a filosofia ci dice “è la domanda che mi faccio ogni sabato sera. Però a Biella.” Io decido allora di trovare un altro obiettivo: cercare il ponte dell’Alma per rendere omaggio a Diana. Non sono entusiasti della mia idea,ma non avendo altre alternative immediate mi stanno dietro.”Dovrebbe essere da queste parti”. Chiediamo a due della gendarmerie indicazioni e ci dicono “Pont de Alma”?..e noi “si si, le pont de Dianà!”..ci guardano straniti e ci dicono dove andare. Pazzi ovunque nel mondo, sarà stato il pensiero.

Alla fine arriviamo al famoso Pont. Fiori, poesie, parole. “Ok e adesso?”. Andiamo avanti, arriveremo da qualche parte, siamo sulla strada statale e non è il massimo,poi decidiamo. Arriviamo qui.

Champs Elysees , ore 23 ( non chiedetemi come ci siamo arrivati, non me lo ricordo, probabilmente a piedi)… decidiamo di tornare in albergo che era in periferia. Come? Poveri studenti squattrinati, con la metropolitana! Sì…peccato però che il servizio si arrestava alle 23. Beh, allora prendiamo un tassì! Ed è lì, proprio lì che il Fato inizia a giocare le sue carte…quel sabato sera, a quell’ora a Parigi non c’era un tassì neanche a rubarlo. Perchè? SCIOPERO.

Eravamo in 6. Decidiamo di fare autostop. Mai fatto in vita mia. Dovevamo fermare almeno due auto. 3 ragazze e 3 ragazzi. Passa un taxi giallo con le luci spente e ci avventiamo su di lui. Ringrazio ancora adesso quel padre di famiglia che ha avuto compassione per tre studentesse universitarie sprovvedute in centro Parigi. Dei tre maschi chissenefrega. Aveva appena finito il servizio della fascia oraria obbligatoria e voleva tornare a casa. Ha fatto una deviazione. Incuranti dei nostri 3 compagni maschi siamo salite e abbiamo augurato loro buona fortuna.

The morning later…li ritroviamo a colazione e ci dicono di essere stati caricati da una miliardaria che stava andando alla festa di un’amica. Musica, cibo e alcol. Una delle più belle feste a cui avessero partecipato. Decisamente, il loro sabato sera è stato memorabile. Ah, Paris. Libertè, egalitè, fraternitè. Chapeu!

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The morning later

The morning later è la mattina successiva…perché le nostre giornate sono un susseguirsi e un concatenarsi di eventi, situazioni, casualità, ma, alla fine delle stesse ci ritroviamo a spegnere le luci e aspettare l’alba del giorno nuovo. Ci svegliamo, ci alziamo e si ricomincia. Ho scelto questo titolo per mettere in evidenza che qualsiasi cosa ci accada, bella o brutta che sia, la vita e il mondo vanno avanti, giorno dopo giorno, mattina dopo mattina. Quante volte vorremmo che una determinata giornata si cancellasse o non fosse mai esistita? O semplicemente riviverne le emozioni? Sono sicura che alla fine rivivere certi momenti non porterebbe allo stesso risultato, sebbene ci si possa avvicinare. Non sono le giornate quelle da rivivere, ma le emozioni, e quelle dipendono da noi. La mattina successiva si ripensa a ciò che si è vissuto, si pensa a ciò che si sta per fare, esattamente come la sera, che ci porta a fare più bilanci che altro.. chi più, chi meno, la mattina porta nuovi propositi. Ed è qui che mi inserisco con questo mio blog, ogni mattina inserire un buon proposito, raccontare le emozioni, gli aneddoti, tutto ciò che penso sia stato rilevante o semplicemente ciò che mi passa per la testa…e condividerle con chi lo desidera! A domani, then…

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