corinne noca

L’indiano di Dubai

Qualche anno fa, insieme a Federica, la mia testimone di nozze, e i nostri rispettivi mariti andammo a Dubai per una potenziale offerta di lavoro. Siamo stati ospiti di quello che doveva essere il nostro socio in affari, un business man indiano, che chiamerò Vic, che viveva da vent’anni a Dubai.  Non voglio soffermarmi su questioni professionali e lavorative, ma voglio parlare dell’autista di Vic: Ajin.

Indiano anche lui, un uomo di un’ età indefinita compresa tra i quaranta e cinquanta, Ajiin è stata l’ombra del suo padrone:  senza mai parlare, con lo sguardo basso e una riverenza assoluta, Ajiin non era solo l’autista di Vic, ma il suo tappetino. Non appena veniva chiamato, lui si materializzava dal nulla, come una statuina a dire “Yes Sir”, inchinandosi e stando a debita distanza dal suo supremo capo. Aveva un timore reverenziale che non vedevo da anni, o forse non avevo mai visto. Ci aveva accompagnato ovunque in quell’interminabile settimana a Dubai, sempre disponibile e sempre sull’attenti.

La fedeltà portata all’estremo prevede una totale subordinazione all’altro; il non pensare, il non fare se non il completo agire in funzione degli ordini impartiti, ti rende vittima e schiavo inconsapevole di colui che sfrutta la carità a suo vantaggio. Costui diventa così padrone della tua persona e tende ad approfittarsi di questa condizione, senza pensare all’eventuale danno che può creare la totale assenza di libertà. Credo di non aver mai visto Ajiin libero. Ma non libero di fare quello che volesse, libero mentalmente, di testa.

Notte, giorno, costantemente, il pover’uomo sembrava non avere una vita personale. Mi direte: è normale poichè prestava servizio a Vic, ed essendo pagato, svolgeva egregiamente le sue mansioni. Ma il punto non è questo. Ajiin non si comportava con un dipendente rispettoso del suo titolare, ma come un cane scodinzolante nei confronti del suo padrone. In più, Vic lo trattava con indifferenza, come se tutto fosse dovuto e non come un semplice collaboratore. Quando arrivò il nostro ultimo giorno di permanenza, dovendo portarci in piena notte alla fermata dei pullman Etihad per andare ad Abu Dhabi a prendere il volo di ritorno, Fabri gli volle dare una mancia. Sul volto di Ajiin comparve il terrore: iniziò a  scuotere la testa dicendo no, e cercò di nascondersi in macchina per evitare che lo inseguissimo per insistere. Aveva paura ad accettare il nostro piccolo compenso per la disponibilità data. Ci disse: “Il mio padrone mi compensa già bene, prendo già abbastanza”.

In quel momento, capii quanto la manipolazione del cervello umano, su menti deboli e bisognose di aiuto, potesse creare validi seguaci. Se in Africa ci si aggrappa a Dio per credere in un futuro migliore o semplicemente credere in qualcosa, i bisognosi, quando incontrano chi li salva dalla loro disperazione, vedono nel salvatore il buon Samaritano, senza a volte capire che c’è un interesse dietro. Ajiin nel suo piccolo, vedeva in Vic il suo salvatore. Se gli avesse detto di buttarsi giù dal pozzo, probabilmente non ci avrebbe nemmeno pensato e l’avrebbe fatto. Non voglio esagerare, ma una personalità come la sua non è tanto lontana dal fanatismo dei kamikaze.

Inculcare in testa idee, considerazioni di altri promettendo una giusta ricompensa è ciò che può spingere l’uomo a prostrarsi e a scegliere di divenire schiavo. E fino a quando esisteranno uomini travestiti da buoni samaritani, la servitu’ verra’ sempre scambiata con la schiavitu’.

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Sognando New York

Non so quanti di voi siano già andati a New York o desiderino farlo, ma per me è sempre stato un sogno. Per circa dieci anni, ho tentato di raggiungerla senza esserci mai riuscita, pur facendo la hostess. Destino beffardo o no, prima in Lauda, poi in Alitalia, io gli States li vedevo col binocolo.

Sono sempre stata affascinata da questa metropoli, un po’ per l’immaginario comune trasmessoci dalle serie televisive, da Friends a Sex and the city, un po’ perché ha sempre rappresentato il “yes you can”. Almeno una volta nella vita ci sarei voluta andare, ma sembrava che il destino si fosse accanito contro questa mia idea. Nel 2001, a 21 anni, non ho avuto il coraggio di abbandonare il mio fidanzatino di allora andando un anno negli USA a fare la ragazza alla pari. In più, s’era messo pure Bin Laden con l’11 settembre. Quando si calmarono le acque, cercai di organizzare una cinque giorni a New York, con due amiche, Laura ed Elena: al momento della prenotazione entrambe si accorsero di avere il passaporto scaduto. Le tempistiche si allungarono e persi “l’attimo”. Finalmente, nel 2009, ci sarei dovuta andare in viaggio di nozze: se il matrimonio non si è celebrato, figuratevi la luna di miele.

A quel punto, rinunciai. Ogni volta che mi proponevo di andarci, succedeva qualcosa che me lo impediva. Considerandomi una fatalista, a New York, come al vestito rosso, diedi un valore particolare: ci sarei andata, ma non l’avrei dovuto decidere io, almeno la prima volta. Qualcun altro avrebbe dovuto scegliere per me.

E di nuovo, devo ringraziare l’uomo del monte: mio marito.

Sdraiato sul divano una sera di  gennaio mi dice: “Basta, io voglio andare ad Honolulu!”.  Però, un po’ più lontano no?! Iniziai a guardare i voli e ogni volta che ne trovavo uno che andava bene c’era uno scalo di diverse ore a New York. Fabri colse la mia sofferenza interiore e mi disse: “Senti, approfittiamo dello scalo e inseriamo qualche giorno a New York”. GRAZIE.

Atterrare al JFK e mettere piede sul suolo americano è stato l’avverarsi di un sogno. Il sogno americano. Il mio per lo meno. Se l’idea di andarci non era stata mia, l’organizzazione sì. Avevo concentrato tutto ciò che avrei voluto vedere in tre giorni, calcolando  ed ottimizzando i tempi, prendendo la metropolitana e sapendo esattamente come e dove andare. Avevo programmato i tempi di attesa in aeroporto, ipotizzato l’arrivo in hotel e dove saremmo andati a mangiare. Lo ammetto, avevo previsto tutto e non volevo perdere nessun minuto. E chiaramente, avremmo fatto tutto rigorosamente a piedi o al massimo con la metro.

Purtroppo, non avevo fatto i conti con l’ernia lombare di mio marito (allora ancora fidanzato), che aveva deciso di venire anche lei con noi. La terza incomoda. Non poteva filare tutto liscio.

Abbiamo percorso tutta Manhattan a piedi, da Central Park a Battery Park, il molo per imbarcarsi verso la Statua della libertà. Andata e ritorno. Io ero come una bambina al luna park. Fabri mi ha odiata. Ancora oggi, raccontando di quel viaggio, dice che sono stata una sadica a fargli tutta Manhattan a piedi. Vi dico solo che davanti al ponte di Verrazzano lui mi ha fatto credere che fosse quello di Brooklyn: “Lo vedi, è lì? Adesso andiamo…”. C’ha provato, ma durò il tempo di uno sguardo verso quello vero. Poverino, stava patendo le pene dell’inferno: ebbi pietà ed evitammo di percorrerlo. Per quanto gli stesse piacendo visitare la città e scoprirla, la sua amica ernia non lo mollava; in più, non vedeva l’ora di godersi le Hawaii di Magnum P.I. godendosi una settimana di puro riposo.  Io invece volevo andare, visitare, guardare tutto: Tiffany (fatto), Central Park ( fatto), MOMA ( fatto), Statua Libertà ed Ellis Island (fatto), ponte di Brooklyn (visto), Broadway e un musical (Priscilla La Regina del deserto), Harlem e il gospel (fatto tutto). Oltre allo shopping.

New York è stata molto più di quanto mi aspettassi: ci si dimentica spesso che è una città sul mare; ci si aspetta un cielo plumbeo come in una qualsiasi altra metropoli, invece non è così. Il cielo è azzurro, l’aria di marzo è pungente e fresca, gli spazi sono enormi, i marciapiedi ampissimi e non si ha mai la sensazione di caos. Tutto sembra ordinato: passeggiare in Central Park, nel polmone verde di New York, non ti fa sentire il rumore del traffico o pensare di essere in una città di otto milioni di abitanti.

A volte quando ti aspetti molto da qualcuno o qualcosa, rischi di rimanerne deluso: la grande mela non l’ha fatto, anzi. Mi ha strappato la promessa di tornarci. Questa volta però con la mia amica Fede per i nostri 40 anni. Fabri mi ha detto che mi toglie la carta di credito. Io spero di non avere l’ernia.

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Vorrei la pelle nera

Ma che bel colore che hai, come hai fatto a mantenerlo anche d’inverno?

O_o

Ma il sole riesci a prenderlo? Ma ti abbronzi? Ti bruci? Ma dai, non posso crederci, ti speli!

O_o

Le faccine emoticons rendono?

So, che le ultime  quattro domande me le hanno anche poste degli amici. State tranquilli, non vi insulto. Capisco che qualcuno me lo abbia chiesto per pura ingenuità o per mancanza di conoscenza, non siamo tutti uguali e giustamente ciò che è nuovo o diverso può suscitare sorpresa, stupore e curiosità. Ma la prima…mi sono sempre domandata se chi me l’ha fatta, l’avesse fatto con l’intento di offendermi o semplicemente con ingenuità. E’ difficile dirlo quando non conosci le persone, ma il tono che utilizzano, insieme all’espressione del volto dovrebbero fartelo capire. Mi ritengo una persona positiva e voglio credere che l’intento non fosse assolutamente maligno.

Una volta, a Roma, per risparmiare con due amici, avevo prenotato su internet tre stanze in un casa privata. Il padrone di casa, quando mi vide, mi disse: “Fija mia, ma quanto ce sei stata al sole pe’ ridurte così? Ma che te sei proprio scura scura o me prenni in giro?”. Sono scura scura sì. Tra l’altro, era luglio e avevo anche preso il sole. Il signor Romano era davvero così: sbigottito. “E ma non c’hai i lineamenti alla Kunta Kinte”. Eh, no. Però avevo le treccine, poteva arrivarci. Capita.

A ripensarci, rido ancora. Non mi ero assolutamente offesa, anzi!

Devo ammettere che sono stata una ragazza fortunata: non ho mai subito nessun tipo di angheria, offesa o insulto per il colore della mia pelle. Per fortuna, oserei dire, ma nulla è scontato. Solo in prima elementare accadde che una mia compagna mi avesse detto non mi ricordo più cosa sul fatto che ero scura scura: era intervenuta subito mia madre che con il suo savoir faire da negriera le aveva detto: “tuo padre lavora in Africa? ringrazia anche i neri se ha un lavoro”. Non so se lei avesse smesso perchè aveva capito o perchè le faceva paura la faccia nera nera di mia mamma. Comunque niente di grave, siamo poi diventate amiche. Invece, conosco dei coetanei, mulatti come me, che hanno subito ogni genere e tipo di torto possibile, a detta loro, solo perchè “neri”. Ogni volta che a loro succedeva qualcosa, era perchè “i bianchi sono razzisti”. Tra l’altro, il loro padre era pure bianco. Quindi doveva essere razzista pure lui. Vivevano male ogni cosa, sempre pronti a difendersi attaccando. Ogni frase veniva mal interpretata, e si giustificavano così. Quando mi sono iscritta all’università, mi ha accompagnata mio padre. I segretari erano odiosi e insopportabili, trattavano male chiunque, sbuffavano quando gli si chiedeva qualcosa e sembrava fosse un peso dover spiegare la prassi per l’iscrizione e il piano di studi. Ricordo che mi risposero male e quando lo raccontai  a questi amici, ovviamente mi dissero: “Si sono comportati così perchè pensano che in quanto nera tu non capisca, se eri bianca non lo avrebbero fatto”. Ma non è vero!!! Quei due erano due veri e propri stronzi!

Quell’episodio mi fece capire che quei due ragazzi  si comportavano così perché loro erano razzisti e il loro atteggiamento li portava a vedere tutto nero. Io non voglio dire che il razzismo non esista, io dico che non l’ho subito, un po’ per fortuna, un po’ per l’atteggiamento con il quale mi sono sempre posta verso gli altri e non solo. Mia madre si era integrata bene in paese, non si è mai lasciata mettere i piedi in testa da nessuno e ha sempre reagito con carattere. Aveva stretto diverse amicizie con donne italiane e per assurdo ha sempre diffidato di quelle “conterranee” per una questione d’invidia. La madre di quei ragazzi invece se n’è sempre stata nel suo, vedeva del “marcio” ovunque e usciva di casa solo per necessità. I suoi figli erano cresciuti con quell’esempio, di conseguenza non riuscivano ad integrarsi.

Alla fine dipende sempre tutto da noi, da come siamo, da come ci rivolgiamo agli altri e da che visione abbiamo del mondo che ci circonda. Se qualcuno mi attacca inutilmente per questo motivo, penso sia un becero ignorante, non mi tocca, non mi tange. Penso sempre che quel poverino o quella poverina d’estate si mette in spiaggia a prendere il sole per diventare come me. E ci può riuscire, magari. Ma d’inverno gli/le toccano le lampade.

Com’è che cantava Nino Ferrer? Ah, sì…vorrei la pelle nera. Tiè.

🙂

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La schiavitù del capello afro

Sono ben trentaquatto anni che lotto. Voi non avete idea della fatica che faccio costantemente. “Il Signore ti ha dato tutto quello che poteva servirti nella vita e che puoi essere in grado di sfruttare, su non lamentarti”.

E’ vero, grazie. Tutto, sì, tranne una cosa: i capelli.

Convivo con il capello crespo, volgarmente detto “afro” da quando ho la facoltà di rendermene conto. In realtà il termine afro indica un tipo di stile, più che un capello, e si ha la tendenza a chiamarlo così per distinguerlo da quello “bianco”, europeo/caucasico . Dovete sapere che, fin dalla più tenera età, sono stata indottrinata a non lasciarlo al naturale visto che si presenta così: un ammasso di capelli attorcigliati, duri, ricci ma non definiti, quasi infeltriti. Per capirlo bisogna toccarlo. Ragazzi, non scherzo, è sempre stata una croce. Per circa trent’anni ho in ordine: “chiuso” i capelli facendo le treccine, stirati, permanentati rischiando la bruciatura alla Michael Jackson ( come nel video backstage della Pepsi), fatto le extensions e infine tagliati. Un vero e proprio dramma.

Da bambina ero solita portare le treccine:  se non me le facevano le mie cugine, che vivevano a Bruxelles e che io vedevo una volta l’anno d’estate, ci pensava qualche ragazza africana che mia madre riusciva a contattare in Italia attraverso conoscenti. Ogni volta una tragedia. Ma quella vera sarebbe stata lasciarli al naturale. Indomabili se lasciati liberi, avrei dovuto stirarli per domarli, ma se fossi mai andata incontro ad umidità, pioggia o “acqua” per  puro caso, sarebbero subito diventati duri e la stiratura sarebbe andata a quel paese. Pertanto le treccine sono state una valida soluzione. Molto più comode. Un’infanzia e un’adolescenza a sentirmi chiamare Gullit.  Alle giostre del paese, quando andavo sulla calcinculo e mi sbagliavo a prendere il famoso “codino”, sentivo già il dj al microfono “la sorella di Rijkaard vince un altro giro!”. Potete immaginare, davanti a tutti. Passi in giro con le amiche cercando di darti un tono a quattordici anni e hai già il soprannome di ben due giocatori di calcio. Una carriera promettente.

L’era delle treccine si è conclusa in Alitalia. Ricordo ancora uno dei colloqui in fase di selezione: “per le treccine cos’ha intenzione di fare?” ed io “perchè?”, “la nostra compagnia rappresenta l’Italia, non accettiamo acconciature esotiche. Con questo stile non può rappresentare la hostess italiana”.  Ah, invece quelle con quelle tinte che neanche nei cartoni giapponesi fanno, le rappresentano. Peccato che io non fossi andata ai Caraibi a farmi le treccine con gli elastici colorati. Per me erano una necessità. Vai a spiegarglielo. “Trovi una soluzione”. Le disfai, e iniziai una nuova epoca: le extensions. Devo dire che tutto sommato non erano male: riuscivo a fare lo chignonne per lo stile hostess italiana, code alte o code basse a seconda dei casi, sciolti in altri. Era come se avessi dei capelli normali. Ma ad un certo punto mi stufai anche di quelle.

La svolta arrivò con la fine di quel matrimonio mai celebrato: decisi di tagliarmi i capelli alla Halle Berry. Ho fatto ricerche per mesi, per capire se potevo permettermi quel taglio, ma soprattutto per capirne il mantenimento. Alla fine contattai mia cugina a Bruxelles e andai lì a tagliarmi i capelli. Il risultato fu come sperato, finalmente avevo trovato il mio vero essere, la mia vera natura: il capello corto era il mio! Peccato però che per mantenerli, ad ogni ricrescita  avrei dovuto ristirarli e così via, mantenendo comunque sempre il taglio. Un altro incubo. I capelli corti erano ancora più impegnativi da tenere. A Milano trovai una parrucchiera bravissima che è diventata la mia pettinatrice ufficiale. Specializzata in extensions, ricominciai a farle. A volte tornano.

Ora, dopo anni di prove, tentativi etc.. ho deciso di rischiare e di lasciarli naturali. Niente stirature, niente permanenti, niente treccine, niente extensions. Ho scoperto molti video di ragazze messe come me, con le stesse convinzioni con le quali sono cresciuta io, che mi hanno aperto un mondo. Ho scoperto che ci sono vari tipi di capelli ricci identificati con numeri, 3a,3b,3c 4a,4b, 4c. Il più merdoso è il 4c. Il mio.

Lasciarli naturali non è meno semplice degli altri modi: questa scelta mi porta a dover curare ed idratare molto di più i miei capelli che tendono a rinsecchirsi, aggrovigliarsi e a perdere stile. Ogni sera c’è una routine da compiere: per poter dare loro un effetto “riccio” devo fare i twist out, rigirando diverse ciocche fra di loro. C’è da dire che non sono una che ha grande costanza, ma alla fine mi appartengono e devo accettarli per come sono.

Dopo trentaquattro anni di lotte forse adesso stiamo avendo una tregua. Stiamo iniziando a conoscerci davvero, come non avevo fatto mai. Li ho sempre odiati, ma in realtà non sapevo chi fossero realmente. Un po’ come nella vita: per comprendersi basta parlare e avere il tempo di ascoltare e capire. Altrimenti è un disastro.

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Sul Mekong come sul Po

Quando pensavo al fiume Mekong, la prima immagine che mi veniva in mente era la scena iniziale del film “L’Amante” di Jean Jacques Annaud: a bordo di un traghetto che lo attraversava, i due protagonisti s’incontrano. Lei, rossetto rosso brillante, indossa un vecchio vestito di seta, scarpe coi tacchi ed un cappello da uomo, lui un abito color panna e cravatta nera. La trama si snoda tra quei meravigliosi scenari della foce del fiume e la città di Saigon, nell’Indocina francese intorno agli anni trenta.

Non è più così.

Oggi, quando penso al Mekong penso al mio viaggio con Intrepid Travel e all’attraversamento del confine cambogiano verso il Laos. Intrepid Travel è un tour operator tipo Avventure nel mondo, con un team leader che si occupa di sbrigare tutte le pratiche burocratiche per sveltire e ottimizzare il viaggio (visti,biglietti,ingressi, pullman, etc…). Dopo aver attraversato la Cambogia, il nostro gruppo avrebbe dovuto oltrepassare il confine per andare in Laos. Sapete cosa divide il Laos dalla Cambogia? Il Mekong. Saremmo dovuti salire su una barca e attraversarlo per scendere in terra laotiana.

Saremmo.

Mi soffermo su questo punto per parlarvi di una mia compagna di viaggio: Nicole.  Trent’anni all’epoca dei fatti, canadese ed ebrea, Nicole è diventata una cara amica, una ragazza di una simpatia e di un’allegria contagiosa, intelligente, spigliata e con un’ironia pazzesca. Il tutto rinchiuso dentro un metro e mezzo di altezza. E’ stata la mascotte del nostro gruppo e ogni sua uscita era memorabile. Ogni tanto capitava che soffrisse di attacchi d’ansia (credetemi che in quel viaggio chiunque ne avrebbe sofferto) e cercava di esorcizzarli ridendoci istericamente su e appoggiandosi metaforicamente a noi che la sostenevamo.

Bene.

Arriviamo al cosiddetto “border” e scendiamo dal nostro pulmino. Il nostro team leader ci dice “Here we are, let’s take our boat, direction Laos!” (trad. Eccoci, prendiamo la nostra barca, direzione Laos!). Ora, non vorrei essere pignola, ma il termine “boat” , cercato sul dizionario Collins monolingue recita: “a small vessel for travelling over water, propelled by oars, sails or an engine” (ritrad. piccola imbarcazione per attraversare l’acqua, azionata da remi, vele o da un motore). Nel mio immaginario, comune a molti, boat è tradotto barca.

Ri-bene.

Sulle sponde del fiume più grande dell’Indocina, un vero e proprio mito naturale, so powerful, si delineano due piccole imbarcazioni che io non avrei definito propriamente “barche”. C’ha pensato Nicole. “We are supposed to cross over the Mekong on, on…-non riusciva nemmeno a dirlo poverina- on a motorized canoa???”. Adoro l’inglese perchè è una lingua sintetica. Definizione perfetta. Le canoe in questione ( due perchè eravamo in dieci e ciascuna ne portava 5) non avevano remi. Il capitanoincomandoabordo stava a poppa con un maxi remo e azionava un motore che dava la spinta alla barca, no scusate, canoa. Io non avevo mai visto fiumi così grandi in vita mia. Il Po a confronto sembra la Giara ( il ruscello del mio paesino). In quel momento credo di aver pensato che mi ero cercata una grana a fare sto viaggio. Vi dico solo che il pedalò in mare è più sicuro dell’imbarcazione in questione. Altro che attacco di panico. Dovevamo percorrere 40 chilometri prima di arrivare al border in Laos. Tradotto in tempo: quasi quattro ore. Quattro ore di preghiere sotto la pioggia, ah sì, ad agosto è la stagione delle piogge in Asia, vorrete mica pensare che ci avesse graziato in quel tragitto?? Noooooooooo, ma va! Coperti da una sorta di telo protettivo siamo sfuggiti alle intemperie.

Nonostante il tempo, la fatica, le ore, il motore che si spegneva ogni due per tre ( e Nicole che ci diceva che doveva ascoltare sua madre e non venire) siamo giunti in Laos. E io sono stata qui a raccontarvelo.

E’ strano come certe esperienze che hai vissuto con un pizzico di terrore e paura, quando le racconti ti lasciano il sorriso sulle labbra insieme a quel non so che di nostalgia. Forse l’avventura è proprio questo. Non credo riuscirei mai a vivere una completa vita così, ma so che non dimenticherò mai le emozioni, la magia e le sensazioni che ho provato attraversando il Mekong. Nemmeno sul Po.

p.s. l’immagine in evidenza è quella reale, l’ho scattata dalla mia postazione…

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Ti amerò per sempre…forse

Voglio parlare dell’Amore. Quanto si è detto, quanto si è fatto e quanto si continua a dire su questa parola che è il cuore della nostra vita.

CUORE

Cuore e amore. Nell’organo più importante del nostro corpo pare risiedano i sentimenti, le emozioni, la vita. Il battito accelerato del nostro cuore ci fa capire che “qualcosa non va”, in maniera inspiegabile e irrazionale. Tutti, dalla notte dei tempi, hanno provato a dare un significato all’amore. La scienza ha scritto innumerevoli trattati; anche Piero Angela (Ti amerò per Sempre). Eppure, nonostante tutte le spiegazioni di questo mondo, continuiamo ad esserne schiavi.

FOLLIA

L’amore è folle per definizione, tanto da arrivare anche a compiere gesti estremi. La schiavitù del nostro cuore ci porta a non ragionare più, ad andare “fuori di testa” . Se solo tutti potessimo studiare con la semplicità con la quale c’inventiamo cose quando siamo innamorati, saremmo tutti più colti (l’intelligenza ha un livello superiore) e sfrutteremo di più il nostro cervello.

LOVE STORY

In uno dei film più drammatici sull’amore, la protagonista, Jennifer Cavallari viene ricordata per la famosa frase: “Amare significa non dover mai dire mi dispiace”. L’amore vero, non dovrebbe ammettere dispiaceri, perché gli stessi presumono un danno, una delusione, un torto, un tradimento, una menzogna. Nel suo significato più puro, l’amore non lo prevede. Eppure per trovarlo spesso si soffre ( ricordate? per trovare il piacere bisogna passare attraverso la sofferenza) e il dispiacere è un passaggio a volte obbligatorio. Quando ci innamoriamo, o pensiamo di esserlo, soprattuto da giovani,  pensiamo ideologicamente di voler stare con l’altra persona tutta la vita, e di vivere in sua funzione, volendole ogni bene. Quando però ci scontriamo con la realtà dei fatti e la fase dell’innamoramento viene meno, abbiamo un’ immensa difficoltà a lasciare l’altro. Perchè? Perchè si è instaurato un rapporto di reciproca fiducia, si sono dette parole importanti, si è condivisa una parte di vita insieme, e l’altro diventa per noi il “porto sicuro”. Lasciare è difficile, più dell’esserlo. La paura poi di restare soli provoca un effetto yo yo devastante per entrambi. Se uno dei due non prova più gli stessi sentimenti, e sente che non ha più la volontà di percorrere lo stesso cammino insieme all’altro, dovrebbe essere sincero e dirlo. E invece, a causa della paura delle reazioni, della solitudine e della responsabilità, si temporeggia, perdendo molto tempo per se stessi, e in ugual modo, illudendo l’altro.

Zio Giulio un giorno mi disse “Un Cristo è meglio ammazzarlo subito che crocifiggerlo”; ricordati che “le strade sono fatte per camminare, non per sostare”. Nella semplicità di queste frasi, cercava di spronarmi a non avere paura delle mie azioni. Aveva capito che ero una di quelle che faticava a farla finita. Con l’altro eh.

Ce n’è voluto, ma alla fine ci sono riuscita. Con il passare degli anni e un medio bagaglio di esperienze s’inizia a diventare un po’ più saggi. E il “mi dispiace” in certi casi è necessario. per rendersi conto che non era Amore. E se ci troviamo a dirlo, allora forse stiamo ancora cercando Quello Vero, quello dei nostri sogni, quello che ci hanno fatto credere essere eterno. Mah. Con tutti questi mi dispiace, ti lascio, pensavo fosse amore invece era un calesse ho capito una cosa sola: di amore si vive, non se ne parla. Perchè quando inizi a farlo, mi dispiace ma è proprio un casino.

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La gomma di George

Vi è mai capitato di aprire la porta di casa e trovarvi di fronte George Clooney? Beh, ad una ragazzina delle superiori, in provincia di Cuneo, successe veramente qualche anno fa.

Lavoravo in un albergo nella provincia Granda e una mattina arrivò un collega a raccontarmi ciò che era accaduto in una cascina non tanto distante da dove eravamo; il caro vecchio George, in moto per un giro enogastronomico per le Langhe, buca… Eh sì, capita anche a lui. Si guarda attorno e non vede nessuno. Nella Langa più desolata l’unico punto di ristoro (e riparazione) pare essere un cascinotto visto in lontananza. Smonta dalla sua due ruote e la spinge ( mi piace pensarlo cosi: che spinge la moto e arriva sudato e col fiatone, come in un film che si rispetti). Ovviamente nel cascinale il campanello non c’è, lavorano tutti fuori, tra l’aia, il cortile, l’orto e i campi. Il padrone di casa si vede arrivare sto pezzo d’uomo e, senza sapere chi sia (beata ignoranza) lo aiuta. What else? Lo invita anche a pranzo. E il caro dr. Ross accetta di buon grado. In fondo era in tour enogastronomico, cosa poteva capitargli meglio di un vero pranzo langarolo? La figlia dei padroni di casa. La poverina, ignara di ciò che stava accadendo, arriva a casa da scuola. Eta’, 15 anni. Apre la porta, si toglie lo zaino, va in cucina e rimane ammutolita. I genitori la guardano interdetti e la riprendono perchè non ha salutato. “Ma voi sapete chi è lui??”. “Poverino, si è bucata la gomma della moto e ci ha chiesto aiuto, abbiamo fatto che dargli da disnà (pranzo in piemontese, ndr)”, dice la madre. George sorride e le dice “Nespresso?”. Estasi.

Quando volavo mi è capitato di incontrare sulle tratte Milano-Roma/Roma-Milano ( detta in gergo “navetta”) alcuni tra i Vips di casa nostra. D’altronde facendo 4/5 tratte al giorno le probabilità diventano anche più alte. Ho sempre sperato di “portare” a bordo Brad Pitt, possibilmente senza la Jolie, ma negli USA, a parte un pit stop a Miami, non ci sono mai stata da AV ( assistente di volo).  Essendo alle prime armi e dovendo mostrarmi professionale ( in fondo volavo per la nostra compagnia di bandiera) il mio comportamento doveva essere irreprensibile, ed effettivamente devo dire che non sono mai andata oltre il “posso aiutarla?”, “dolce o salato?”, “caffè, the?”. Tranne una volta.

Natale 2005. Ho la fortuna di non volare e di trascorrere il Natale a casa coi miei. Il giorno dopo, S.Stefano, avrei dovuto fare un Milano-Roma, Roma-Milano, Milano-Catania e passare la notte a Catania. Quella notte sogno che sul primo Milano-Roma sarebbe salita Michelle Hunziker. Credo che il sogno fosse stato veicolato inconsciamente dal mio ex fidanzato che la adorava e che ogni volta mi chiedeva se l’avessi incontrata a bordo. Quel Natale, parlandone lui mi disse “se la incontri chiamami e passamela al telefono!”.

La incontrai.

Su quel volo, alle 11 del mattino, c’erano tutti i vips possibili e immaginabili. Avevano cancellato (guarda un po’) il volo delle 9 inglobandolo al mio, perciò oltre ai vips, mi sono beccata anche gli isterismi collettivi per il ritardo e il volo precedente cancellato. Oltre ai bagagli extra che non entravano nelle cappelliere. Sì, effettivamente certe cose non mi mancano. Ricordo ancora che salirono Bruno Vespa e consorte, Benedetta Parodi e Caressa coi pupi, Antonella Ruggiero, Anna Kanakis e ultima…Michelle Hunziker. Ero in piedi nell’area mediana dell’MD80 e quando mi passa davanti, oltre al classico “Buongiorno, benvenuta a bordo” , non mi trattengo e le dico “non ci posso credere, ho sognato che prendeva questo volo!”. E lei, bellissima e sorridente come appare in TV, si volta e mi dice “Davvero? dopo la prego, me lo deve raccontare!”. Ero in panne. Dovevo lavorare, ma volevo anche chiacchierare con lei, raccontarle cosa mi era successo, magari davanti ad un buon caffè ( che non era quello di bordo). Non avrei tirato fuori il libro di Luca Bianchini che stavo leggendo allora, Eros- Lo giuro, biografia accreditata del mio idolo di sempre, nonché ex marito della Hunziker. No, no quello no, anche se sarebbe potuto essere l’unico pezzo di carta su cui farmi fare l’autografo. Non era il caso in effetti. Partiamo. Io mi allaccio sullo strapuntino in coda e Michelle accompagnata da Emanuela Ferrari, sua personal manager allora, è seduta nell’ultima fila, proprio davanti a me. Prima di partire mi chiede se l’aereo è sicuro perché lei ha paura di volare e poi mi dice “si ricordi di raccontarmi il sogno!”.

Inutile dire che quel volo, durato 50 minuti, ma partito con un’ora di ritardo, è stato un delirio. Su e giù col carrello, aereo pieno, richieste a destra e sinistra. Non è stato proprio il volo ideale. Però, arrivata in coda, al momento di servire da bere racconto il sogno a Michelle. Lei sorride e mi dice, “dai, appena atterrati a Roma chiamiamo il tuo ragazzo”. Siamo atterrati 2 ore dopo l’orario previsto (tra ritardi e slot vari). La Hunziker, in quel periodo, stava recitando a teatro in “Tutti insieme appassionatamente” e doveva presentarsi di corsa lì. Non c’era tempo per nulla. La aiutai a prendere i bagagli dalle cappelliere, la ringraziai per il pensiero e lei ringraziò me, dicendomi di scriverle via mail, che se fosse riuscita, magari avremmo fatto una sorpresa al mio ex.

Le avevo poi scritto e molto gentilmente mi rispose che a causa degli impegni lavorativi e familiari non sarebbe riuscita, ma ci era vicina (per quel matrimonio mai avvenuto) e ci mandava un grosso sorriso.

Sono passati quasi 10 anni e ricordo ancora il sorriso e la gentilezza di questa ragazza, oltre allo stupore sul mio sogno. Tra tutti quelli che ho incontrato e conosciuto è stata l’unica, in quei pochi minuti in cui le nostre vite si sono incrociate, ad essere umile (ammettendo la paura di volare) e umana.

Grazie Michelle per essere stata così come sei. Ti perdono per non aver organizzato quella sorpresa al mio ex, però se vuoi adesso puoi rimediare. Mio marito fa una panissa speciale, se tu e Tomaso volete unirvi, siamo nel Monferrato. Non c’è bisogno che buchiate la gomma come George. Vi apriamo lo stesso!

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Nasciamo e moriamo.

Nasciamo e moriamo.

Ognuno di noi nell’arco della propria vita ha purtroppo perso qualcuno di caro, che  sia stato un genitore od un amico. Si tratta sempre di un vuoto che rimane incolmabile e di una sofferenza interiore che ci consuma a poco a poco se non riusciamo a farcene una ragione. Si fa veramente fatica a parlare della morte, eppure anche questa fa parte della Vita e pare esserne l’unica certezza.

Veniamo messi al mondo e accuditi, cresciamo e iniziamo a camminare da soli. Cerchiamo uno scopo, un obiettivo e facciamo in modo di raggiungerlo. A volte va bene, a volte va male. Se non ci sono grossi ostacoli o intoppi possiamo anche ambire all’età pensionabile (non alla pensione eh…) che ormai sta coincidendo con la fine del ciclo della nostra vita. Nessuno ci insegna a morire. Nessuno ci dice che atteggiamento dovremmo avere nei confronti della morte, sappiamo solo che accadrà, non sappiamo quando, non sappiamo come dovremmo reagire, e non sappiamo in che modo. Oltre chiaramente a non sapere PERCHE’. Sappiamo però che può far male, che può essere dolorosa e tendenzialmente le diamo una connotazione palesemente negativa. Ci strappa via dalla terra che abbiamo calpestato, dove abbiamo vissuto e coltivato sogni, speranze, VITA. Ci toglie dalla vista chi più amiamo. E incolpiamo Dio o chi per Lui per averci fatto subire questo torto.  E ci sentiamo dire, “la vita va avanti”, quando siamo in preda al dolore più acuto, più forte, quello che parte dalle radici del cuore e arriva fino al cervello, rimuovendo ogni nostro paletto razionale. E se ci riusciamo, piangiamo lacrime inconsolabili.

La Natura è cinica, a volte crudele, e stranamente non è opera dell’uomo, che di solito è un distruttore… La Natura compie il suo ciclo e vince sempre, su tutto.E allora per quale motivo non cambiamo atteggiamento nei confronti di questo scheletro incappucciato di nero che viene a prenderci con la falce senza un vero motivo apparente?

Il problema è che noi viviamo pensando di non andarcene mai. Non accettiamo la sofferenza. Vorremmo vivere di solo piacere. E lo sappiamo. Ci riteniamo invincibili, eterni, soprattutto quando siamo più giovani. Abbiamo meno anni e non pensiamo alla parola fine, visto che siamo appena all’inizio. Eppure può succedere. Le persone più care che ho perso finora sono state tutte vittime della stessa malattia. Quella Malattia, quella parola che fa paura solo a pensarla e a nominarla: il CANCRO. Giovani e Vecchi. Una malattia che improvvisamente si manifesta nel corpo di una persona e che si cerca di debellare, di eliminare. E la persona in questione ci deve convivere. Deve convivere con il suo peggior nemico di sempre. Quello che potrebbe portarla alla conclusione forse anticipata dei suoi giorni. Anticipata rispetto alla prospettiva di vita che abbiamo, perchè in fondo alla conclusione ci si deve arrivare. E continuiamo a non accettarlo. Lo sappiamo ma non lo accettiamo.E cosa facciamo? Ci affidiamo alla scienza per farci curare, per debellare il male, per debellare la malattia. In un’intervista Tiziano Terzani definisce la malattia come il prodotto del nostro modo di vivere, il risultato di quello che vediamo, di quello che mangiamo, dei mestieri assurdi che facciamo e che ci frustrano. Quando gli è stato diagnosticato il tumore, Terzani lo racconta così “Uno? Ne ho vari, di qua e di là, ci convivo. Ma la cosa curiosa è che siamo una cosa sola, sarebbe stupido pensare che loro ammazzano me e io ammazzo loro, ce ne andremo insieme.” Secondo lui (che ha affrontato diversi percorsi per tentare la guarigione finché  ha deciso di ritirarsi e viverla da solo nella sua baita nell’Appenino Tosco-Emiliano) il primo passo verso una forma di guarigione ( guarigione, non cura) è ISOLARSI. Ci sono momenti nella vita in cui certe cose si affrontano da soli. Non si può essere in compagnia a soffrire della sofferenza di chi ti guarda. Ecco. Questa frase mi ha colpita. Pensatela al contrario: accanto a chi sta male si cerca di essere forti, di non far vedere quanto si soffra per evitargli altri pensieri. Ma gli occhi parlano e dicono ciò che si vuole nascondere. Noi non accettiamo che la nostra vita porti in sé sofferenza. E non appena ci ammaliamo, da un semplice raffreddore a qualcosa di più serio, ci imbottiamo di pastiglie, medicine che ci danno sollievo, che ci “guariscono”. Ma non c’è piacere senza sofferenza. E non c’è sofferenza senza piacere. E’ una questione di equilibrio, di armonia degli opposti.

Io mi sono resa conto della caducità della vita quando mia madre si è ammalata di cuore. L’ho sempre vista come una donna indistruttibile. Grande lavoratrice, forte e coraggiosa, con un caratteraccio da Ariete, ma buona e generosa. Quando mi hanno detto dieci anni fa, “serve un trapianto” mi è caduto il mondo addosso. Ho realizzato che poteva andare incontro alla morte. E abbiamo fatto tutto quello che c’era da fare, consapevoli che da un momento all’altro le poteva accadere qualcosa. Non ero preparata e ho lottato contro tutta la mia emotività per infonderle coraggio e speranza e non piangerle mai davanti. Lei ha trascorso questi ultimi anni abbastanza bene, tra pastiglie che le hanno letteralmente salvato la vita e visite a destra e a manca. E oggi siamo ancora qui, in lista d’attesa. Ma nè io, nè mio padre sapremmo affrontare con lei questo discorso. E’ come fosse un tabù. Fa paura. “Se non vuoi morire, prendi le medicine” tuoniamo ogni volta per la sua scarsa costanza verso il farmaco. “Tanto prima o poi devo morire”. La sua risposta. E finisce lì.

Non siamo eterni. E mi viene da dire: per fortuna! Se lo fossimo, immaginereste la noia mortale? Terzani nelle sue riflessioni sulla vita la prende con ironia: “se fossimo eterni immaginatevi  un mondo pieno di nonni, bisnonni, trisavoli, bisogna sfoltire un po’,suvvia…”. Bisogna saper accettare la morte come parte della vita.

E’ difficile. Non siamo abituati a pensare ad essa, se non quando ne siamo investiti di riflesso. Ma ogni tanto credo faccia bene farlo, ci da consapevolezza. La consapevolezza di come condurre la nostra esistenza per saper guarire dalla paura della morte, dopo averne tuttavia tentato la cura.

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corinne noca

Giusto o sbagliato?

Da quando ho iniziato quest’avventura di The Morning Later, ho ricevuto diversi attestati di stima, sia da chi mi segue e mi vuole bene, sia da persone che non conosco personalmente. Vi ringrazio tutti, di cuore. Sì perché nulla va dato per scontato, noi crediamo che dire o fare qualcosa sia implicito o non necessario, e invece a volte quella parola, quel gesto fanno la differenza. E i ringraziamenti, come le parole d’Amore, non vanno mai dati per scontato.

Quando ho iniziato a scrivere non sapevo ( e non lo so ancora adesso) fino a dove sarei arrivata e soprattutto fino a quando. Il tempo, si sa, è a volte amico, a volte nemico, e il mio timore era quello di non riuscire a starci dietro. C’è una cosa però che mi smuove: l’entusiasmo. Non vedo l’ora di scrivere. Anche se non so mai esattamente cosa, mi siedo, apro il PC e scrivo. Ho scoperto di avere questa passione. Anzi, riscoperta. E mi fa stare bene.

In questi giorni, abbiamo rivisto alcuni amici, chiacchierato del più e del meno, riso e scherzato. Ad un certo punto, tutti, mi chiedono: “com’è che ti è venuto di scrivere un blog?” La risposta è sempre stata la stessa: per caso. D’altronde la casualità è sempre stata una costante amica della mia Vita, non avete letto il mio post?  Da questo discorso sono scaturite diverse riflessioni: è giusto mettere in piazza la propria vita? E’ giusto portare il proprio vissuto, il proprio intimo sulla rete a portata di potenziali migliaia di clic e persone totalmente sconosciute? Non è un’arma a doppio taglio che può salvarti e ucciderti nello stesso momento?

In famiglia abbiamo due visioni non proprio distanti, ma sicuramente non uguali. Mio marito è per la “riservatezza” e la “cautela”. Lui diffida del mezzo Internet attraverso social networks and co. perché “non siamo tutti uguali e non tutti sappiamo utilizzare gli stessi mezzi allo stesso modo. Ci possono essere interpretazioni di un pensiero, o di una frase che possono ferire come far gioire e commuovere, ma può anche capitare che qualcuno si offenda”, mi dice. “I social networks vengono anche usati a scopi lavorativi: i datori di lavoro possono entrare sul tuo profilo e capire come sei, come ti comporti, cosa scrivi, cosa pensi e farsi un’idea, giusta o sbagliata che sia, propria. Che può essere positiva o negativa”. Non ha tutti i torti, succede, e questo può risultare controproducente.

Dipende da cosa si scrive e da cosa si vuole dire. Dipende da te. Io mi sono iscritta a Facebook quando ho visto che stava diventando un modo per ritrovare persone che non vedevo da tempo o che, per i semplici casi della vita, avevano preso strade diverse, trasferendosi o frequentando altre persone in altre città. Ho molti amici e parenti che vivono fuori dall’Italia. Ringrazio ancora adesso l’avvento di Internet, Skype, Facebook che mi hanno permesso di colmare questa distanza più facilmente e “gratuitamente”.

E’ come scrivere un libro. Perché uno lo fa? Perché vuole dire qualcosa, perché vuole raccontare, perché vuole farsi conoscere, uscire dall’anonimato. O semplicemente perché gli piace. Chiunque scrive, personaggi famosi, poeti, scrittori, ma anche gente comune. Chi ha coraggio di esporsi e lo vuole fare, lo fa.

Io scrivo partendo da un pensiero, un concetto, un ricordo che appartiene a me, alla mia sfera personale e decido io di condividerla come meglio credo. Non voglio offendere nessuno, creare problemi o altro. Io sono anche così. Sicuramente c’è una dose “narcisistica” in questo ( ringrazio ancora una volta il laboratorio di teatro per ciò che ha prodotto!), ma non mi ritengo una che spettacolarizza il suo intimo. Siamo ancora padroni delle nostre parole: sta nell’intelligenza di ognuno di noi dosare quello che ci sentiamo di dire. La parola è un messaggio, è il mezzo, ma può diventare arma, potere e come tale essere pericolosa. Non pretendo che la si pensi come me, condivisione significa anche dare e avere la possibilità di confrontarsi e dal confronto possiamo uscirne tutti più arricchiti, anche senza aver necessariamente cambiato idea.

Ognuno di noi ha qualcosa da dare: ogni volta che parlo con qualcuno, amico, conoscente o totale sconosciuto apprendo. Proprio per il fatto di essere diversi, di avere ognuno il proprio vissuto, abbiamo esperienze e sentimenti unici, rappresentativi di noi stessi. Sta a noi decidere come, quando e perché farlo.

Scrivo per passione, per condividere, per conoscere, per capire e per discutere. Scrivo perché rifuggo in un luogo tutto mio, oltre la mente e con il cuore. Non è un lavoro, non ho un secondo fine. Giusto o sbagliato che sia vado avanti finché sentirò di farlo, finché mi entusiasmerò e finché ne avrò la passione. Giusto?

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Intrepid Travel, II parte

Durante il regime dei Khmer Rossi in Cambogia dall’Aprile del 1975 al Gennaio del 1979, una precedente scuola media di Phnom Penn conosciuta come Tuol Sleng fu convertita in una prigione chiamata S-21. Più di 14.000 uomini, donne e bambini passarono attraverso i cancelli dell’ S-21 prima di essere giustiziati dai Khmer Rossi, i loro corpi ammassati a Choeung Ek nella periferia della città. Duranti i loro tre anni, otto mesi e venti giorni al potere, i Khmer Rossi dichiararono 200.000 Cambogiani nemici dello stato e li giustiziarono. Centinaia di migliaia morirono di fame, lavoro eccessivo, o malattia. Il numero totale è stimato in più di un milione. Sono stato uno dei sette carcerati dell’S-21, e sono riuscito a scappare dall’esecuzione.Anche se la tragedia della Cambogia degli anni 1970 è passata, i ricordi sono vivi nella mia mente.

Questo è l’incipit di “A Cambodian Prison Portrait: One Year in the Khmer Rouge’s S-21 Prison” , le memorie di Vann Nath, sopravvissuto al genocidio di Pol Pot.

Mettermi in contatto con lui fu praticamente impossibile. (post Intrepid Travel, I parte). Rientrata in Italia avevo fatto diverse ricerche su Internet: scrissi alla casa editrice, al museo, ad un giornalista del Phnom Penh Post. Non mi rispose nessuno. Un giorno trovai un’intervista a Vann Nath di un autore free lance. Gli scrissi e mi rispose. Mi disse che Vann Nath non parlava inglese, che il suo libro scritto in cambogiano era stato curato da un’autore inglese e  che l’unico modo per avere un’eventuale autorizzazione era di recarmi nuovamente in Cambogia. Rinunciai, ma iniziai lo stesso a tradurre il libro e ad informarmi circa la possibilità di pubblicare. Scoprii che l’importante era scrivere nel libro che nonostante le varie ricerche non si era riusciti ad avere l’autorizzazione dell’autore, ma che se ne sarebbero riconosciuti i diritti in ogni caso. Questo avrebbe evitato qualsiasi tipo di rivendicazione “vendicativa”. E così  tradussi questo libro, acquistato proprio al Tuol Sleng Genocide Museum di Phnom Penh nel 2009. Non l’ho ancora fatto pubblicare. Vann Nath è mancato nel 2011.

Prima di partire per questo viaggio mi ero documentata sulla storia della Cambogia: lessi Fantasmi di Tiziano Terzani. Il libro, fondato sui reportage di un giovane Terzani, corrispondente di guerra, spiega in modo chiaro, preciso e trasparente ciò che successe in quegli anni, attraverso i dispacci inviati ai giornali e vivendone la tragedia in prima persona. Ciò che mi ha colpita di questo libro è la manifestazione dei dubbi che iniziano ad insinuarsi nel giornalista, allora palesemente comunista e in principio dalla parte dei khmer rossi, e la sua svolta contro un’ideologia in cui fino ad allora aveva sempre sostenuto.  Da questa esperienza, Terzani si risveglia lentamente da quel sogno di rinascita, libertà e indipendenza della Cambogia. Rende partecipi i suoi lettori informandoli di ciò che sta accadendo attorno a lui e si rende sempre più conto di come un’ideologia estrema possa sfociare nel fanatismo più becero ed estremo.

Starei ore a scrivere della storia della Cambogia e di come si sia arrivati, solo 40 anni fa, ad una tragedia simile, ma non è questo il contesto. In questi giorni, riguardando alcune foto di questo viaggio, mi è tornata in mente la passione con la quale avevo seguito, letto e ricercato informazioni circa questo Paese e di come una storia così tragica abbia smosso la mia coscienza fino al punto di arrivare a pensare di tradurre un libro per “far conoscere”. Diciamo sempre che dagli errori del passato possiamo imparare per migliorare il presente ed evitare di rifarli in futuro.  Ogni volta che accade qualcosa lontano da noi, siamo ascoltatori passivi di tragedie visibili. Io mi sono sentita in dovere, nel mio piccolo, di informare, di far sì che storie di questo tipo non passino inosservate.

Avevo lasciato in un file della mia memoria la “traduzione di Vann Nath”. Sono passati 5 anni. Nel 2011, dopo 10 anni di processi, il Tribunale dell’ONU ha condannato all’ergastolo il “compagno Duch” responsabile del carcere-lager di Tuol Sleng. La corte è stata aspramente criticata per la lentezza dei procedimenti: il governo di Phnom Penh pare essere restio ad allargare le indagini ad altri sospettati (la nostra guida al museo di Tuol Sleng, raccontandoci la storia dei khmer rossi lo fece a bassa voce e ci disse che alcuni tra i gerarchi khmer di allora facevano parte del governo attuale di Phnom Penh…).  Oggi c’è in atto un altro processo contro gli ormai ottuagenari vertici khmer, accusati non per  il genocidio di circa 2 milioni di connazionali in quasi quattro anni di regime ( 1975-1979), ma “solo” per l’uccisione di 20 mila vietnamiti e di 100-500mila persone della minoranza musulmana Cham.

Quello in Indocina è stato il viaggio più formativo ed intenso che abbia mai fatto. Sono sempre stata appassionata di storie vere, di vite vissute e sia Vann Nath che Tiziano Terzani mi hanno stupita per il coraggio che hanno dimostrato nella loro vita. Il primo per un verso, il secondo per un altro.

E ora  è giusto  che li ringrazi facendo pubblicare la traduzione delle memorie di Vann Nath. Sbagliare è umano, perseverare diabolico.

Per non dimenticare.

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