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L’insostenibile leggerezza della parola: logorrea

In uno dei miei primi post ho parlato di come sono, di come spesso i miei amici o i miei cari ( e oso ancora chiamarli così)  mi chiamano… “radio” quelli più fini, “logos” quelli più diretti.

Ebbene sì ho deciso di dedicare un pensiero ad una delle mie caratteristiche principali…è una malattia? perchè se fosse così, significherebbe che è ereditaria. E io l’ho ereditata. Purtroppo. Di solito si ereditano dei beni, delle doti, dei talenti…io ho ereditato il dramma della parola. No, delle parole. Fiumi di parole che scorrono. Anche la grande Mina cantava parole, parole, parole…

Eppure non è sempre stato così, credetemi. Da bambina ero molto timida, da figlia unica quale sono stavo molto nel mio e cercavo di non dare mai fastidio a nessuno. Sono cambiata grazie al teatro. Al liceo, grazie ad una delle mie amiche di paese che già lo frequentava, mi sono iscritta al laboratorio pomeridiano ( AMMETTO: volevo essere un po’ come una nei licei americani,dove frequentano sempre mille corsi dopo la scuola: sport, cinema, teatro, arte…da noi mancavano solo gli armadietti). E’ stata una scoperta. Per qualche mese una tortura. Mia madre si ricorda ancora adesso gli esercizi di dizione che il prof. mi aveva dato per imparare a dire la R senza vibrato. Oltre alla logorrea ho anche la R moscia. Pardon! R francese, risultato del mio bilinguismo infantile. Parlavo francese e mi è rimasto il ricordo eterno di una lingua mai dimenticata e tanto amata. La mia erre cozzava con le regole della dizione. Obiettivo: rimuoverla. Come?

Per prima cosa quando pronunci la erre guardati allo specchio e vedrai che la tua lingua non batte sul palato ma rimane bassa. E vibra. Devi imparare a farla battere sul palato ripetendo sempre e continuamente TA-LA-TLA, tante volte, di seguito e ad alta voce. Ma guardati allo specchio e fai questi esercizi stando attenta che la lingua, aiutata dalle consonanti dentali, batta sul palato (sugli alveoli in realtà).

Il mio mantra era diventato TA-LA-TLA. Senza musica, senza cantilena.TA-TA-TA-TA, poi LA-LA-LA-LA e infine TLATLATLATLA.. Queste tre parolette dovevano aiutarmi a venir fuori dalla erre moscia. Ops, francese. Dopo anni di vessazioni con ramarro marrone travestito di verde, avevo la possibilità di riscattarmi e diventare normale, come tutti, in grado di pronunciare la R. L’ho fatto. Per mesi. Lo specchio del bagno di casa si rifiutava di illuminarmi: ogni volta che accendevo le luci poste lateralmente queste non si accendevano. Chiaro segnale che dovevo smetterla. E invece no! Imperterrita sono andata avanti  finchè non ho notato un miglioramento. Stavo venendo fuori dal rotacismo. Come in tutte le cose, ci va del tempo. E se io non ho avuto la pazienza di esercitarmi con il piano per anni, potete immaginare lo sforzo che mi ci è voluto nel seguire questi esercizi per sei mesi. E’ durato giusto fino alla rappresentazione di fine anno. La erre si era “ammorbidita”, ma sempre lì stava, in basso, sulla base della lingua. Attendeva il vibrato. E alla fine ho deciso di tenermela così. In fondo, caratterizza.

Recitare davanti ai tuoi compagni prima e al pubblico poi ti può creare due stimoli: scappare o restare. Quando superi il primo momento di “vergogna” sei pronto per continuare. E lo stimolo a scappare, beh, quello scappa lui. Il primo anno di teatro abbiamo scritto noi i nostri monologhi. Io recitavo la parte di un pagliaccio che faceva ridere la gente, ma non faceva ridere se stesso. Un dramma anche nel pagliaccio. “Teatro!!!Che sogno!”…iniziava così. Grazie a quel pagliaccio mi sono potuta esprimere godendo di quell’adrenalina che solo la scena e il palco possono offrire.Ti nutrono. E tu sei lì per dare tutta te stessa. A partire da allora mi si è aperto un mondo, l’espressione delle parole. Io, che ho sempre preferito scrivere, stavo iniziando il cammino verso il logos.

Allora non avrei mai immaginato che quel cammino mi avrebbe aiutato ad essere quella che sono oggi: più spigliata, intraprendente e meno timida. Con lo stesso marchio di fabbrica di allora, la mia erre moscia. Ops, francese.

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