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…The Morning Later again. Fly High, and let me go

Quanti di voi conoscono i Take That? Sicuramente se eravate adolescenti nei primi anni ’90 li avrete vissuti oltre che conosciuti. Volenti o nolenti. Io devo essere sincera: quando sono esplosi non li ho considerati. Sul pulmino per le medie le mie compagne ne parlavano, li ascoltavano coi walkman e li veneravano. Io no. Ma non perchè facessi la snob, tutt’altro. Non m’interessavano. Non li guardavo e non li ascoltavo. E non ne capivo la venerazione. Solo con Back for Good ho iniziato ad appassionarmi, ma non sono mai stata una fan, lo devo ammettere. Io ero più per i Backstreet Boys (c’è sempre back di mezzo). In prima liceo la mia amica Alessandra adorava Baggio (come darle torto) e Robbie (Williams). La sua Smemo era piena di foto, articoli e scritte su Robbie. Mah, mi dicevo, che gusti. Negli anni successivi le ho dovuto dare ragione, Robbie è emerso per quello che era realmente, un fenomeno!  Ho assistitto ad uno dei suoi concerti a Milano ed è stato tra i più belli e appassionanti a cui abbia mai partecipato. Un animale da palcoscenico. Giulio ti ringrazio.

Ma torniamo ai Prendi Quello. Al di là del gusto personale, si può dire che abbiano segnato un’epoca. La musica fa parte della storia di ognuno di noi. Fa parte dei ricordi, del nostro vissuto, passato e presente. Possediamo una passione, la seguiamo e ci lasciamo trasportare da chi o cosa riesce a trasmetterci qualcosa. La musica, come tutte le forme d’arte, trasmette. E’ un linguaggio universale. Porta a condividere, a vivere insieme, a ballare e cantare. Tutti abbiamo almeno una canzone nel cuore. O semplicemente  a volte ci basta un La per cantare.

Questo tempo mi porta ad essere più malinconica del solito.La pioggia di per se lo è. La mia migliore amica Patty ieri mi ha mandato un video da guardare e mi ha scritto “ascoltalo”. Clicco e ascolto. Quello che mi trasmette questa canzone è ambivalente: un mix di tristezza e gioia. Insieme. Guardo il video e vedo un Gary Barlow maturo, uomo: mi da un senso paterno incredibile (e ha solo 9 anni più di me), lo guardo e capisco dai suoi occhi che c’è stata sofferenza, anche se non ne ho la più pallida idea. Il video è movimentato, lo sfondo è New York, una delle mie città preferite, mi colpiscono i colori e la nitidezza delle immagini. Vedo bambine nere con le treccine che saltano la corda, un barbone che dalla strada salta e balla incitando le braccia al cielo e spontaneamente vien da farlo anche a me. Gente che esce di casa con uno strumento per accompagnarlo in strada mentre lui suona il pianoforte. Questo è quello che vedo. E mi da gioia. Quello che sento invece mi da tristezza. Le parole sono quelle di una canzone d’addio, struggenti. L’inglese anche se è una lingua sintetica può avere vari significati, si parla di un amore finito male o  forse della perdita di un amore in senso più generale. Trovo che ci sia un forte contrasto tra riso, voglia di ballare, saltare e cantare  e  pianto , tristezza provocata dall’effetto delle parole.

L’ho ascoltata più e più volte e continua a dividermi in due.

Presa dalla curiosità ho cercato un po’ di informazioni e ho letto alcune recensioni sul pezzo. Gary ha scritto questa canzone in ricordo della sua quarta figlia, Poppy, nata morta nel 2012. Ecco perchè mi suscitava questo effetto. Non so se sia un caso o meno, giuro, non lo sapevo.

Che tu sia seguace del pop, del rock, dell’heavy metal, della musica classica, non importa. Se una cosa è ben fatta è da apprezzare, anche se non ti piace. Ammiro chiunque scriva musica, componga, canti, balli o suoni. La musica libera, ti fa volare e vivere per pochi minuti in una dimensione tutta tua, in your own… una dimensione in cui tu solo puoi godere di ciò che senti. Take That.

No science or religion could make this whole. Fly High and let me go. Per 3:44 minuti ballo con voi.

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