blog, the morning later

Un cartello, un destino. Forse.

A 8 anni decisi di fare la disegnatrice di moda. A 10, la disegnatrice di fumetti. A 13 volevo fare architettura. Sul retro del diploma di terza media c’era scritto “consigliamo Liceo Linguistico o Liceo Artistico”. Io avevo capito tutto per questo scelsi il Liceo Scientifico. A 19 anni, mi sono iscritta al corso di laurea in Lingue e Letterature Straniere. L’unica volta che ci avevano azzeccato, io non li ho ascoltati. Architettura l’ho abbandonata al primo compito in classe di fisica ( mi ero informata: in architettura ci sono anche degli esami di fisica, oltre che di matematica).  Idee molto chiare, oserei dire.

Provengo da un paesino prevalentemente di costruttori che sono emigrati in Africa. Muratori, geometri, periti edili, architetti, ingegneri. Mio padre è perito tecnico specializzato in edilizia. Mio zio idem, i miei cugini architetti. Capirete anche voi che se in una famiglia si respirano squadra e compasso dovrebbe (e dico dovrebbe) risultare più semplice appassionarsi alla materia. Per questo io a 8 anni volevo fare “la disegnatrice di moda”. O meglio, la stilista. Sempre disegni erano.

A quel tempo disegnare mi appassionava. Disegnavo di tutto, case, paesaggi, modelli, ritratti ( questi ultimi mi piacevano moltissimo). Durante le elementari mio padre raccolse tutti i disegni che avevo fatto e li fece rilegare in un libro. Sono tuttora un bellissimo ricordo infantile e per me rappresentano un attestato di fiducia da parte sua. Non c’è niente di più gratificante che avere la stima, l’approvazione dei proprio genitori. Soprattutto quando si è piccoli. Si evitano tante turbe future. Non è scontato, anzi. In questo sono stata molto fortunata, e forse per queste ragioni ho sempre cercato di non deluderli: loro facevano dei sacrifici per me e io negli anni ho sempre cercato di ripagarli.

A 8 anni quindi avevo deciso di sfondare nel mondo della moda. Avevo organizzato una vendita di miei bozzetti: ispirata da Beautiful che era appena approdata sulla Rai volevo creare. Volevo essere una Forrester (ragazzi, non Armani, Valentino, Ferrè, Chanel, una Forrester!). D’altronde a casa arrivavano ogni stagione Vestro e Postalmarket, i famosi cataloghi di abbigliamento in vendita per corrispondenza. Io presi ispirazione da lì.

Sì, le mie prime fonti d’ispirazione. I Forrester e Postalmarket.  Cominciamo bene.

Dai due cataloghi, ho selezionato delle foto che mi piacevano e ho ricopiato le modelle e gli abiti sull’A4 Fabriano: ho solo cambiato i colori. Li ho resi miei. Il tocco di classe. Mi sono impegnata per una settimana, ne avrò fatti circa una decina. L’evento era previsto per la domenica: avrei così raccolto i parrocchiani che uscivano dalla messa domenicale. Con l’aiuto di un cartello indicativo “MOSTRA BOZZETTI MODA”, si sarebbero fermati incuriositi e io avrei mostrato i miei schizzi. Una trovata geniale ai fini del mio obiettivo primario: VENDERE. Così fu. Ovviamente arrivarono amici di papà, ma poco importava. Si erano fermati. E questa fu una gran soddisfazione. Ricordo in particolare Rudy, che allora aveva un alimentari di fianco alle scuole elementari che frequentavo. Non posso dimenticarlo: ne aveva acquistati due e mi aveva lasciato cinquemila lire. Un bel colpo!

Dopo questo evento non ne ho più fatti altri. I clienti sarebbero sempre stati gli stessi, non potevo diversificare. Peccato, avrei potuto guadagnarci ancora qualcosa.

La spensieratezza di quei giorni è irrimediabilmente tipica dell’età che stavo vivendo. Impagabili la genuinità e la semplicità di quei disegni come prove della freschezza e della purezza dei bambini che, una volta cresciuti,  si perdono. A me piace ancora disegnare, ma oggi, in quelle rare occasioni in cui mi ci metto, non riesco più come una volta, penso troppo. Penso alla linea, penso all’espressione, penso ai colori. Penso al risultato. A 8 anni non pensavo, guardavo e disegnavo. Come doveva venire, veniva. La sensazione di libertà che avevo nel prendere spunto e comporre una figura con la matita per poi colorarla non ce l’ho più. Gli anni e forse anche la mancata applicazione costante mi hanno fatto perdere un po’ quello spirito che è l’essenza di ogni artista. La naturalezza della spontaneità.

Io sono convinta che ognuno di noi abbia dentro di sé un talento, una spinta che lo può far volare in alto. Un desiderio nascosto nella parte più recondita di noi stessi, una passione che ci rende insuperabili. Bisogna essere in grado di  comprenderlo e di leggere i segnali. Ma questa è la teoria. La pratica è ben diversa. Ci ritroviamo a crescere in un mondo il cui l’ unico obiettivo sembra essere quello di diventare ricchi e potenti.  Di conseguenza le nostre decisioni possono essere influenzate oltre che dalla famiglia d’origine, da chi o cosa ci circonda. La libertà decisionale esiste ma è una conquista, oltre che una dura lotta con la realtà. E se si scopre di avere talento o una grande predisposizione verso qualcosa, bisogna anche avere la fortuna di essere incoraggiati e di essere riconosciuti tali. Perchè se non ce lo dicono gli altri, noi non siamo nessuno. Funziona così.

Io non so se sono nata per disegnare o per diventare una stilista…nella mia vita finora ho avuto molte opportunità lavorative che ho provato e che mi hanno insegnato molto, hanno formato la mia esperienza. Oggi posso dire di fare un lavoro, all’interno della moda, che mi piace molto e che non avrei mai pensato di fare a 14 anni. E’ una professione nuova, nata con le nuove tecnologie.Chissà, magari in futuro verrà fuori. Non è mai troppo tardi.

Io per scrupolo il cartello l’ho tenuto, può sempre tornare utile.

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