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La solitudine dei casi disperati

A chi di voi è mai capitato, almeno una volta nella vita, di essere perseguitato dal tipico “caso disperato”? Intendiamoci: per caso disperato intendo il classico elemento di disturbo, quel personaggio sui generis che cerchi di evitare come la peste, ma che nonostante i tuoi sforzi per tenerlo lontano, ti si attacca come una zecca.

Se non vi è mai capitato siete fortunati. Se vi è capitato almeno una volta, siete nella media.  A me, manco a farlo apposta, SEMPRE.

In qualsiasi posto io vada, se c’è, state tranquilli che quel caso me lo becco io.

All’università ho raggiunto l’apice. Non ce n’era uno solo, ma nei miei stessi corsi ce n’erano ben tre -riconosciuti universalmente come tali. E me li sono beccati tutti. Nessuno escluso. Di questi però, lo scettro lo assegno a lui, Cagacarlo. 

Soprannominato così da una mia compagna, Romina, Cagacarlo era un ragazzotto di circa 40 anni all’epoca dei fatti, nato e cresciuto a Londra da genitori italiani. Iscrittosi all’università ai corsi di spagnolo e inglese, la sua laurea in letteratura inglese non bastava per poter insegnare in Italia. Frequentava perché doveva frequentare, ma non era minimamente interessato a nessun corso. Nessuna delle prof di letteratura, a suo dire, era preparata adeguatamente, per lui tutto si trasformava in una polemica. Aveva anche un pizzico di arroganza perché non potevi permetterti di dirgli nulla che ti ammazzava di parole con argomentazioni assurde. Un altro logorroico. In più si faceva fatica a capirlo perché mangiava molte parole in italiano, oltre a non parlarlo benissimo. Tutti lo evitavano per svariati motivi, io ci provavo, ma non ci riuscivo. La tattica era lasciarlo parlare e allontanarsi, piantandolo lì. Tanto lui avrebbe continuato da solo. A me in fondo dispiaceva.  Era un personaggio: in qualsiasi corso si faceva riconoscere. Lo ricordiamo camminare ciondolando con la testa a destra e sinistra, con la sua 24 ore di pelle marrone lungo il viale alberato che collegava la stazione dei treni all’università. Parlava sempre da solo. I miei compagni dicevano che lo imitavo benissimo. Certo, ero l’unica che non riusciva a piantarlo lì, lo ascoltavo con infinita pazienza e alla fine ogni suo gesto, ogni sua parola, ogni suo tic era diventato così familiare che sapevo benissimo come, quando e perché avrebbe detto o fatto una determinata cosa. Alla fine, per carattere, non sono una che riesce ad essere indifferente con nessuno, da qui l’attaccamento dei casi disperati. Poi Carlun, nonostante le sue polemiche e la sua allergia all’acqua, con me era molto gentile. Mi chiamava Miss Corinne. Il terzo anno mi aveva anche aiutato: aveva contattato una zia o una cugina, non ricordo più, che abitava a Londra chiedendole di ospitarmi per un mese per prepararmi all’esame di lettorato inglese. Ho conosciuto questa arzilla signora di 80 anni, Maria, che mi ha trattata come una figlia. Una donnina di un metro e venti coi capelli bianchissimi che viveva ormai sola da anni. Quando me la sono vista venirmi incontro al bus stop il giorno del mio arrivo, mi sono detta “ossignur e se mi muore mentre sono qui cosa faccio?”. In realtà la signora Maria, nonostante l’età era molto indipendente e si faceva lunghi viaggi in Europa con il pullman, sfruttando i suoi ultimi anni, diceva lei. In quel mese ho vissuto una Londra diversa dalla mera capitale turistica e per questo non ringrazierò mai abbastanza nè Maria nè Carlun. Cagacarlo era innegabilmente pesante, le sue polemiche erano infinite. Durante una lezione di Cervantes (letteratura spagnola) si è addormentato. Il professore se n’è accorto e l’ha svegliato facendogli una domanda. Lui ha risposto parlando di Jonathan Swift (letteratura inglese) per dieci minuti , per poi riaddormentarsi di colpo e russare. Assomigliava leggermente ad Alvaro Vitali. Era un po’ il nostro Pierino. Anzi, Pierone. Tanto per farvi capire il tipo. Carlun si era attaccato a me perché nessuno lo considerava e in me aveva trovato l’unica persona con la quale poteva sfogarsi, a modo suo. Viveva con la madre anziana e si doveva rapportare a ragazzi più giovani di lui di vent’anni all’università.  Era fondamentalmente un uomo solo.

Un anno e mezzo dopo la laurea mi è capitato di incontrarlo ancora una volta sul famoso viale alberato: non aveva ancora finito l’università. Non riusciva a passare gli esami di spagnolo (era totalmente negato: lui non aveva nulla del carattere neolatino, avrebbe potuto scegliere il tedesco invece dello spagnolo..).

E ovviamente la colpa era della professoressa. Mi ha tenuto quaranta minuti. Passano gli anni, ma i casi disperati rimangono tali. E purtroppo, soli.

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