blog, corinne noca

Intrepid Travel, I parte

Vacanza e viaggio sono termini molto simili quando si pensa al significato che portano: astenersi dal luogo di lavoro per un periodo di tempo definito e spostarsi da un luogo ad un altro. Io do loro significati e scopi diversi. La vacanza per me ha una connotazione più ricreativa, legata al turismo di massa e può allo stesso tempo essere scopo del viaggio. Il viaggio è ricerca, conoscenza, scoperta, sia fisica che mentale. Il viaggio ti lascia un’esperienza che ti cambia. Il viaggio per eccellenza che mi ha cambiata è stato quello alla scoperta dell’Indocina: Thailandia, Cambogia e Laos.

Organizzato con un tour operator neozelandese, Intrepid Travel, ho trascorso 20 giorni in paesi che mai nella mia vita avrei pensato di visitare, e allo stesso tempo amare. Paesi lontani, da me, dalla mia cultura. Zaino in spalla (io???) con un gruppo di sconosciuti,  ho compiuto questa sfida verso me stessa in una fase della mia vita che ancora oggi definisco di transizione. Quel famoso passaggio tra il passato e il futuro. In più ho unito l’utile al dilettevole, costretta a parlare inglese coi miei compagni di viaggio. Se chiudo gli occhi riesco ancora a sentire odori e profumi di tutti e tre i paesi. Agosto, piogge torrenziali che ci bagnano a ritmi alterni, mezzi di trasporto di fortuna e backpack (zaino) in spalla. Io che non ho nemmeno mai fatto un campeggio o dormito in tenda mi sono avventurata in una dimensione e in un contesto totalmente estranei al mio mondo. Ammetto di aver avuto paura all’inizio: avrei visitato due dei paesi più poveri al mondo, la Cambogia e il Laos tra i più colpiti dalle mine antiuomo ancora presenti durante la guerra del Vietnam. Non era propriamente come andare a Rimini o Riccione. Eppure sono stata stimolata, per la prima volta, dall’avventura, dal fatto di capire fin dove potevo arrivare e come ne sarei uscita (sperando di uscirne!).

La Cambogia mi ha letteralmente investita, sia in senso fisico che in senso mentale. Fisicamente, porto ancora il segno indelebile della cicatrice lasciatami da quel motorino che mi ha investita attraversando la strada. Strada caotica e affollata. Motorini, scooter, pulmini, auto che viaggiano su corsie con guida a sinistra. Scendo dal pulmino dopo aver visitato Angkor Wat (meravigliosa) e dovendo attraversare, distrattamente guardo solo da un lato per fare in fretta. In un attimo mi ritrovo sul ciglio opposto della strada con un motorino addosso e due ragazze senza casco che, nella stessa frazione di secondo, riprendono il motorino, imprecano in cambogiano e ripartono come nulla fosse accaduto. Io completamente sballottolata, mi alzo e vedo attorno a me i miei compagni di viaggio impauriti che mi chiedono come sto. Mi guardo velocemente e sono tutta intera. Muovo tutto, mani braccia, testa, gambe. Abbasso lo sguardo e vedo un segno rosa sulla pelle lasciato dalla marmitta sulla mia gamba destra. E io che avevo paura delle mine! Una bella bruciatura per non dimenticare, olè!

Mentalmente, la visita al  Tuol Sleng Genocide Museum ha risvegliato in me l’interesse per la storie biografiche. In un tour guidato che non aveva nulla di spettacolare visto il luogo di tragedia e morte che era, abbiamo avuto l’opportunità di vedere uno dei sette sopravvissuti (su 17.000 prigionieri) di Tuol Sleng, Vann Nath.  Quell’uomo, sulla sessantina, aveva la forza di andare lì, dove aveva rischiato ogni giorno la vita e lavorarci. Aveva scritto un libro nel 1998 che racchiudeva le sue memorie, A Cambodian Prison Portrait, One year in the Khmer Rouge’s S-21. Una testimonianza nuda e cruda di ciò che aveva vissuto e che mai avrebbe dimenticato. Di questo libro, che si legge in un giorno, non esistevano copie in italiano. Una volta tornata in Italia decisi di tradurlo dall’inglese all’italiano per poi pubblicarlo: la storia mi aveva toccato profondamente e volevo farla conoscere. Ma mettermi in contatto con Vann Nath e con il suo editore non fu cosa semplice.

…to be continued

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