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Nasciamo e moriamo.

Nasciamo e moriamo.

Ognuno di noi nell’arco della propria vita ha purtroppo perso qualcuno di caro, che  sia stato un genitore od un amico. Si tratta sempre di un vuoto che rimane incolmabile e di una sofferenza interiore che ci consuma a poco a poco se non riusciamo a farcene una ragione. Si fa veramente fatica a parlare della morte, eppure anche questa fa parte della Vita e pare esserne l’unica certezza.

Veniamo messi al mondo e accuditi, cresciamo e iniziamo a camminare da soli. Cerchiamo uno scopo, un obiettivo e facciamo in modo di raggiungerlo. A volte va bene, a volte va male. Se non ci sono grossi ostacoli o intoppi possiamo anche ambire all’età pensionabile (non alla pensione eh…) che ormai sta coincidendo con la fine del ciclo della nostra vita. Nessuno ci insegna a morire. Nessuno ci dice che atteggiamento dovremmo avere nei confronti della morte, sappiamo solo che accadrà, non sappiamo quando, non sappiamo come dovremmo reagire, e non sappiamo in che modo. Oltre chiaramente a non sapere PERCHE’. Sappiamo però che può far male, che può essere dolorosa e tendenzialmente le diamo una connotazione palesemente negativa. Ci strappa via dalla terra che abbiamo calpestato, dove abbiamo vissuto e coltivato sogni, speranze, VITA. Ci toglie dalla vista chi più amiamo. E incolpiamo Dio o chi per Lui per averci fatto subire questo torto.  E ci sentiamo dire, “la vita va avanti”, quando siamo in preda al dolore più acuto, più forte, quello che parte dalle radici del cuore e arriva fino al cervello, rimuovendo ogni nostro paletto razionale. E se ci riusciamo, piangiamo lacrime inconsolabili.

La Natura è cinica, a volte crudele, e stranamente non è opera dell’uomo, che di solito è un distruttore… La Natura compie il suo ciclo e vince sempre, su tutto.E allora per quale motivo non cambiamo atteggiamento nei confronti di questo scheletro incappucciato di nero che viene a prenderci con la falce senza un vero motivo apparente?

Il problema è che noi viviamo pensando di non andarcene mai. Non accettiamo la sofferenza. Vorremmo vivere di solo piacere. E lo sappiamo. Ci riteniamo invincibili, eterni, soprattutto quando siamo più giovani. Abbiamo meno anni e non pensiamo alla parola fine, visto che siamo appena all’inizio. Eppure può succedere. Le persone più care che ho perso finora sono state tutte vittime della stessa malattia. Quella Malattia, quella parola che fa paura solo a pensarla e a nominarla: il CANCRO. Giovani e Vecchi. Una malattia che improvvisamente si manifesta nel corpo di una persona e che si cerca di debellare, di eliminare. E la persona in questione ci deve convivere. Deve convivere con il suo peggior nemico di sempre. Quello che potrebbe portarla alla conclusione forse anticipata dei suoi giorni. Anticipata rispetto alla prospettiva di vita che abbiamo, perchè in fondo alla conclusione ci si deve arrivare. E continuiamo a non accettarlo. Lo sappiamo ma non lo accettiamo.E cosa facciamo? Ci affidiamo alla scienza per farci curare, per debellare il male, per debellare la malattia. In un’intervista Tiziano Terzani definisce la malattia come il prodotto del nostro modo di vivere, il risultato di quello che vediamo, di quello che mangiamo, dei mestieri assurdi che facciamo e che ci frustrano. Quando gli è stato diagnosticato il tumore, Terzani lo racconta così “Uno? Ne ho vari, di qua e di là, ci convivo. Ma la cosa curiosa è che siamo una cosa sola, sarebbe stupido pensare che loro ammazzano me e io ammazzo loro, ce ne andremo insieme.” Secondo lui (che ha affrontato diversi percorsi per tentare la guarigione finché  ha deciso di ritirarsi e viverla da solo nella sua baita nell’Appenino Tosco-Emiliano) il primo passo verso una forma di guarigione ( guarigione, non cura) è ISOLARSI. Ci sono momenti nella vita in cui certe cose si affrontano da soli. Non si può essere in compagnia a soffrire della sofferenza di chi ti guarda. Ecco. Questa frase mi ha colpita. Pensatela al contrario: accanto a chi sta male si cerca di essere forti, di non far vedere quanto si soffra per evitargli altri pensieri. Ma gli occhi parlano e dicono ciò che si vuole nascondere. Noi non accettiamo che la nostra vita porti in sé sofferenza. E non appena ci ammaliamo, da un semplice raffreddore a qualcosa di più serio, ci imbottiamo di pastiglie, medicine che ci danno sollievo, che ci “guariscono”. Ma non c’è piacere senza sofferenza. E non c’è sofferenza senza piacere. E’ una questione di equilibrio, di armonia degli opposti.

Io mi sono resa conto della caducità della vita quando mia madre si è ammalata di cuore. L’ho sempre vista come una donna indistruttibile. Grande lavoratrice, forte e coraggiosa, con un caratteraccio da Ariete, ma buona e generosa. Quando mi hanno detto dieci anni fa, “serve un trapianto” mi è caduto il mondo addosso. Ho realizzato che poteva andare incontro alla morte. E abbiamo fatto tutto quello che c’era da fare, consapevoli che da un momento all’altro le poteva accadere qualcosa. Non ero preparata e ho lottato contro tutta la mia emotività per infonderle coraggio e speranza e non piangerle mai davanti. Lei ha trascorso questi ultimi anni abbastanza bene, tra pastiglie che le hanno letteralmente salvato la vita e visite a destra e a manca. E oggi siamo ancora qui, in lista d’attesa. Ma nè io, nè mio padre sapremmo affrontare con lei questo discorso. E’ come fosse un tabù. Fa paura. “Se non vuoi morire, prendi le medicine” tuoniamo ogni volta per la sua scarsa costanza verso il farmaco. “Tanto prima o poi devo morire”. La sua risposta. E finisce lì.

Non siamo eterni. E mi viene da dire: per fortuna! Se lo fossimo, immaginereste la noia mortale? Terzani nelle sue riflessioni sulla vita la prende con ironia: “se fossimo eterni immaginatevi  un mondo pieno di nonni, bisnonni, trisavoli, bisogna sfoltire un po’,suvvia…”. Bisogna saper accettare la morte come parte della vita.

E’ difficile. Non siamo abituati a pensare ad essa, se non quando ne siamo investiti di riflesso. Ma ogni tanto credo faccia bene farlo, ci da consapevolezza. La consapevolezza di come condurre la nostra esistenza per saper guarire dalla paura della morte, dopo averne tuttavia tentato la cura.

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