corinne noca

La schiavitù del capello afro

Sono ben trentaquatto anni che lotto. Voi non avete idea della fatica che faccio costantemente. “Il Signore ti ha dato tutto quello che poteva servirti nella vita e che puoi essere in grado di sfruttare, su non lamentarti”.

E’ vero, grazie. Tutto, sì, tranne una cosa: i capelli.

Convivo con il capello crespo, volgarmente detto “afro” da quando ho la facoltà di rendermene conto. In realtà il termine afro indica un tipo di stile, più che un capello, e si ha la tendenza a chiamarlo così per distinguerlo da quello “bianco”, europeo/caucasico . Dovete sapere che, fin dalla più tenera età, sono stata indottrinata a non lasciarlo al naturale visto che si presenta così: un ammasso di capelli attorcigliati, duri, ricci ma non definiti, quasi infeltriti. Per capirlo bisogna toccarlo. Ragazzi, non scherzo, è sempre stata una croce. Per circa trent’anni ho in ordine: “chiuso” i capelli facendo le treccine, stirati, permanentati rischiando la bruciatura alla Michael Jackson ( come nel video backstage della Pepsi), fatto le extensions e infine tagliati. Un vero e proprio dramma.

Da bambina ero solita portare le treccine:  se non me le facevano le mie cugine, che vivevano a Bruxelles e che io vedevo una volta l’anno d’estate, ci pensava qualche ragazza africana che mia madre riusciva a contattare in Italia attraverso conoscenti. Ogni volta una tragedia. Ma quella vera sarebbe stata lasciarli al naturale. Indomabili se lasciati liberi, avrei dovuto stirarli per domarli, ma se fossi mai andata incontro ad umidità, pioggia o “acqua” per  puro caso, sarebbero subito diventati duri e la stiratura sarebbe andata a quel paese. Pertanto le treccine sono state una valida soluzione. Molto più comode. Un’infanzia e un’adolescenza a sentirmi chiamare Gullit.  Alle giostre del paese, quando andavo sulla calcinculo e mi sbagliavo a prendere il famoso “codino”, sentivo già il dj al microfono “la sorella di Rijkaard vince un altro giro!”. Potete immaginare, davanti a tutti. Passi in giro con le amiche cercando di darti un tono a quattordici anni e hai già il soprannome di ben due giocatori di calcio. Una carriera promettente.

L’era delle treccine si è conclusa in Alitalia. Ricordo ancora uno dei colloqui in fase di selezione: “per le treccine cos’ha intenzione di fare?” ed io “perchè?”, “la nostra compagnia rappresenta l’Italia, non accettiamo acconciature esotiche. Con questo stile non può rappresentare la hostess italiana”.  Ah, invece quelle con quelle tinte che neanche nei cartoni giapponesi fanno, le rappresentano. Peccato che io non fossi andata ai Caraibi a farmi le treccine con gli elastici colorati. Per me erano una necessità. Vai a spiegarglielo. “Trovi una soluzione”. Le disfai, e iniziai una nuova epoca: le extensions. Devo dire che tutto sommato non erano male: riuscivo a fare lo chignonne per lo stile hostess italiana, code alte o code basse a seconda dei casi, sciolti in altri. Era come se avessi dei capelli normali. Ma ad un certo punto mi stufai anche di quelle.

La svolta arrivò con la fine di quel matrimonio mai celebrato: decisi di tagliarmi i capelli alla Halle Berry. Ho fatto ricerche per mesi, per capire se potevo permettermi quel taglio, ma soprattutto per capirne il mantenimento. Alla fine contattai mia cugina a Bruxelles e andai lì a tagliarmi i capelli. Il risultato fu come sperato, finalmente avevo trovato il mio vero essere, la mia vera natura: il capello corto era il mio! Peccato però che per mantenerli, ad ogni ricrescita  avrei dovuto ristirarli e così via, mantenendo comunque sempre il taglio. Un altro incubo. I capelli corti erano ancora più impegnativi da tenere. A Milano trovai una parrucchiera bravissima che è diventata la mia pettinatrice ufficiale. Specializzata in extensions, ricominciai a farle. A volte tornano.

Ora, dopo anni di prove, tentativi etc.. ho deciso di rischiare e di lasciarli naturali. Niente stirature, niente permanenti, niente treccine, niente extensions. Ho scoperto molti video di ragazze messe come me, con le stesse convinzioni con le quali sono cresciuta io, che mi hanno aperto un mondo. Ho scoperto che ci sono vari tipi di capelli ricci identificati con numeri, 3a,3b,3c 4a,4b, 4c. Il più merdoso è il 4c. Il mio.

Lasciarli naturali non è meno semplice degli altri modi: questa scelta mi porta a dover curare ed idratare molto di più i miei capelli che tendono a rinsecchirsi, aggrovigliarsi e a perdere stile. Ogni sera c’è una routine da compiere: per poter dare loro un effetto “riccio” devo fare i twist out, rigirando diverse ciocche fra di loro. C’è da dire che non sono una che ha grande costanza, ma alla fine mi appartengono e devo accettarli per come sono.

Dopo trentaquattro anni di lotte forse adesso stiamo avendo una tregua. Stiamo iniziando a conoscerci davvero, come non avevo fatto mai. Li ho sempre odiati, ma in realtà non sapevo chi fossero realmente. Un po’ come nella vita: per comprendersi basta parlare e avere il tempo di ascoltare e capire. Altrimenti è un disastro.

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8 thoughts on “La schiavitù del capello afro

  1. Cristina ha detto:

    Mai questo pezzo mi rappresenta come altri!!io ho passato una vita a combattere per averli lisci e nn quel crespo indefinito che mi ritrovo!ora ho ceduto al riccio…corto e riccio e alla fine nn è male dai!

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  2. Simona ha detto:

    Io ho passato una vita a tentare di avere un pochino di volume anzichè questi spaghetti lisci che mi ritrovo in testa. Ultimamente il mio parrucchiere non mi chiede più se voglio lo shampoo volumizzante, passa direttamente all’ acqua di Lourdes! Comunque mi ricordo un pò di anni fa qui ad Abuja quando passammo circa 8 ore dal parrucchiere per toglierti le treccine ed altre 10 ore il giorno dopo per rimetterle! Mettila un pò come vuoi Co, tu sei una bomba sempre in tuttele salse!

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