corinne noca

L’indiano di Dubai

Qualche anno fa, insieme a Federica, la mia testimone di nozze, e i nostri rispettivi mariti andammo a Dubai per una potenziale offerta di lavoro. Siamo stati ospiti di quello che doveva essere il nostro socio in affari, un business man indiano, che chiamerò Vic, che viveva da vent’anni a Dubai.  Non voglio soffermarmi su questioni professionali e lavorative, ma voglio parlare dell’autista di Vic: Ajin.

Indiano anche lui, un uomo di un’ età indefinita compresa tra i quaranta e cinquanta, Ajiin è stata l’ombra del suo padrone:  senza mai parlare, con lo sguardo basso e una riverenza assoluta, Ajiin non era solo l’autista di Vic, ma il suo tappetino. Non appena veniva chiamato, lui si materializzava dal nulla, come una statuina a dire “Yes Sir”, inchinandosi e stando a debita distanza dal suo supremo capo. Aveva un timore reverenziale che non vedevo da anni, o forse non avevo mai visto. Ci aveva accompagnato ovunque in quell’interminabile settimana a Dubai, sempre disponibile e sempre sull’attenti.

La fedeltà portata all’estremo prevede una totale subordinazione all’altro; il non pensare, il non fare se non il completo agire in funzione degli ordini impartiti, ti rende vittima e schiavo inconsapevole di colui che sfrutta la carità a suo vantaggio. Costui diventa così padrone della tua persona e tende ad approfittarsi di questa condizione, senza pensare all’eventuale danno che può creare la totale assenza di libertà. Credo di non aver mai visto Ajiin libero. Ma non libero di fare quello che volesse, libero mentalmente, di testa.

Notte, giorno, costantemente, il pover’uomo sembrava non avere una vita personale. Mi direte: è normale poichè prestava servizio a Vic, ed essendo pagato, svolgeva egregiamente le sue mansioni. Ma il punto non è questo. Ajiin non si comportava con un dipendente rispettoso del suo titolare, ma come un cane scodinzolante nei confronti del suo padrone. In più, Vic lo trattava con indifferenza, come se tutto fosse dovuto e non come un semplice collaboratore. Quando arrivò il nostro ultimo giorno di permanenza, dovendo portarci in piena notte alla fermata dei pullman Etihad per andare ad Abu Dhabi a prendere il volo di ritorno, Fabri gli volle dare una mancia. Sul volto di Ajiin comparve il terrore: iniziò a  scuotere la testa dicendo no, e cercò di nascondersi in macchina per evitare che lo inseguissimo per insistere. Aveva paura ad accettare il nostro piccolo compenso per la disponibilità data. Ci disse: “Il mio padrone mi compensa già bene, prendo già abbastanza”.

In quel momento, capii quanto la manipolazione del cervello umano, su menti deboli e bisognose di aiuto, potesse creare validi seguaci. Se in Africa ci si aggrappa a Dio per credere in un futuro migliore o semplicemente credere in qualcosa, i bisognosi, quando incontrano chi li salva dalla loro disperazione, vedono nel salvatore il buon Samaritano, senza a volte capire che c’è un interesse dietro. Ajiin nel suo piccolo, vedeva in Vic il suo salvatore. Se gli avesse detto di buttarsi giù dal pozzo, probabilmente non ci avrebbe nemmeno pensato e l’avrebbe fatto. Non voglio esagerare, ma una personalità come la sua non è tanto lontana dal fanatismo dei kamikaze.

Inculcare in testa idee, considerazioni di altri promettendo una giusta ricompensa è ciò che può spingere l’uomo a prostrarsi e a scegliere di divenire schiavo. E fino a quando esisteranno uomini travestiti da buoni samaritani, la servitu’ verra’ sempre scambiata con la schiavitu’.

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4 thoughts on “L’indiano di Dubai

  1. Laura ha detto:

    Verissima conclusione. Se solo tutti potessero e volessero accedere all’educazione, all’informazione…
    Ma in alcuni Paesi la “corruzione” e’ molto piu’ comoda per tutti, per il manipolatore e per il manipolato.

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    • E tu pensa che Federica questa mattina, dopo aver letto il post, mi ha detto che nei mesi successivi aveva approfondito la conoscenza di Ajin, scoprendo che viveva in una stanza con altre 7 persone e che in India, a casa, aveva moglie e figlia che vedeva ogni 3 anni! A Dubai c’e’ grande flessibilita nell’importare manovalanza dall’India in quanto e’ sufficiente un contratto di lavoro… E i cosiddetti business man se ne approfittano. “Il mio padrone mi compensa già bene, prendo già abbastanza”. Se prendeva 200 dollari era già tanto…che tristezza.

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  2. mary ha detto:

    Eppure..per qualche incomprensibile motivo, questa persona, Ajin, si sentiva grato verso il ”datore di lavoro”, con tutte le riserve del caso…!

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    • eh sì…e proprio qui sta il punto: cosa sarebbe meglio fare? denunciare un’apparente mancanza di rispetto e libertà o lasciarlo vivere così, nella sua apparente benevolenza verso il suo datore di lavoro? Intervenire o meno? perchè queste sono le domande che mi faccio quando gli americani vanno in Iraq a destituire Saddam, o in Libia contro Gheddafi. La rivolta deve provenire dalla popolazione che la subisce o devono essere gli esterni a fomentarla?

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