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Nasciamo e moriamo.

Nasciamo e moriamo.

Ognuno di noi nell’arco della propria vita ha purtroppo perso qualcuno di caro, che  sia stato un genitore od un amico. Si tratta sempre di un vuoto che rimane incolmabile e di una sofferenza interiore che ci consuma a poco a poco se non riusciamo a farcene una ragione. Si fa veramente fatica a parlare della morte, eppure anche questa fa parte della Vita e pare esserne l’unica certezza.

Veniamo messi al mondo e accuditi, cresciamo e iniziamo a camminare da soli. Cerchiamo uno scopo, un obiettivo e facciamo in modo di raggiungerlo. A volte va bene, a volte va male. Se non ci sono grossi ostacoli o intoppi possiamo anche ambire all’età pensionabile (non alla pensione eh…) che ormai sta coincidendo con la fine del ciclo della nostra vita. Nessuno ci insegna a morire. Nessuno ci dice che atteggiamento dovremmo avere nei confronti della morte, sappiamo solo che accadrà, non sappiamo quando, non sappiamo come dovremmo reagire, e non sappiamo in che modo. Oltre chiaramente a non sapere PERCHE’. Sappiamo però che può far male, che può essere dolorosa e tendenzialmente le diamo una connotazione palesemente negativa. Ci strappa via dalla terra che abbiamo calpestato, dove abbiamo vissuto e coltivato sogni, speranze, VITA. Ci toglie dalla vista chi più amiamo. E incolpiamo Dio o chi per Lui per averci fatto subire questo torto.  E ci sentiamo dire, “la vita va avanti”, quando siamo in preda al dolore più acuto, più forte, quello che parte dalle radici del cuore e arriva fino al cervello, rimuovendo ogni nostro paletto razionale. E se ci riusciamo, piangiamo lacrime inconsolabili.

La Natura è cinica, a volte crudele, e stranamente non è opera dell’uomo, che di solito è un distruttore… La Natura compie il suo ciclo e vince sempre, su tutto.E allora per quale motivo non cambiamo atteggiamento nei confronti di questo scheletro incappucciato di nero che viene a prenderci con la falce senza un vero motivo apparente?

Il problema è che noi viviamo pensando di non andarcene mai. Non accettiamo la sofferenza. Vorremmo vivere di solo piacere. E lo sappiamo. Ci riteniamo invincibili, eterni, soprattutto quando siamo più giovani. Abbiamo meno anni e non pensiamo alla parola fine, visto che siamo appena all’inizio. Eppure può succedere. Le persone più care che ho perso finora sono state tutte vittime della stessa malattia. Quella Malattia, quella parola che fa paura solo a pensarla e a nominarla: il CANCRO. Giovani e Vecchi. Una malattia che improvvisamente si manifesta nel corpo di una persona e che si cerca di debellare, di eliminare. E la persona in questione ci deve convivere. Deve convivere con il suo peggior nemico di sempre. Quello che potrebbe portarla alla conclusione forse anticipata dei suoi giorni. Anticipata rispetto alla prospettiva di vita che abbiamo, perchè in fondo alla conclusione ci si deve arrivare. E continuiamo a non accettarlo. Lo sappiamo ma non lo accettiamo.E cosa facciamo? Ci affidiamo alla scienza per farci curare, per debellare il male, per debellare la malattia. In un’intervista Tiziano Terzani definisce la malattia come il prodotto del nostro modo di vivere, il risultato di quello che vediamo, di quello che mangiamo, dei mestieri assurdi che facciamo e che ci frustrano. Quando gli è stato diagnosticato il tumore, Terzani lo racconta così “Uno? Ne ho vari, di qua e di là, ci convivo. Ma la cosa curiosa è che siamo una cosa sola, sarebbe stupido pensare che loro ammazzano me e io ammazzo loro, ce ne andremo insieme.” Secondo lui (che ha affrontato diversi percorsi per tentare la guarigione finché  ha deciso di ritirarsi e viverla da solo nella sua baita nell’Appenino Tosco-Emiliano) il primo passo verso una forma di guarigione ( guarigione, non cura) è ISOLARSI. Ci sono momenti nella vita in cui certe cose si affrontano da soli. Non si può essere in compagnia a soffrire della sofferenza di chi ti guarda. Ecco. Questa frase mi ha colpita. Pensatela al contrario: accanto a chi sta male si cerca di essere forti, di non far vedere quanto si soffra per evitargli altri pensieri. Ma gli occhi parlano e dicono ciò che si vuole nascondere. Noi non accettiamo che la nostra vita porti in sé sofferenza. E non appena ci ammaliamo, da un semplice raffreddore a qualcosa di più serio, ci imbottiamo di pastiglie, medicine che ci danno sollievo, che ci “guariscono”. Ma non c’è piacere senza sofferenza. E non c’è sofferenza senza piacere. E’ una questione di equilibrio, di armonia degli opposti.

Io mi sono resa conto della caducità della vita quando mia madre si è ammalata di cuore. L’ho sempre vista come una donna indistruttibile. Grande lavoratrice, forte e coraggiosa, con un caratteraccio da Ariete, ma buona e generosa. Quando mi hanno detto dieci anni fa, “serve un trapianto” mi è caduto il mondo addosso. Ho realizzato che poteva andare incontro alla morte. E abbiamo fatto tutto quello che c’era da fare, consapevoli che da un momento all’altro le poteva accadere qualcosa. Non ero preparata e ho lottato contro tutta la mia emotività per infonderle coraggio e speranza e non piangerle mai davanti. Lei ha trascorso questi ultimi anni abbastanza bene, tra pastiglie che le hanno letteralmente salvato la vita e visite a destra e a manca. E oggi siamo ancora qui, in lista d’attesa. Ma nè io, nè mio padre sapremmo affrontare con lei questo discorso. E’ come fosse un tabù. Fa paura. “Se non vuoi morire, prendi le medicine” tuoniamo ogni volta per la sua scarsa costanza verso il farmaco. “Tanto prima o poi devo morire”. La sua risposta. E finisce lì.

Non siamo eterni. E mi viene da dire: per fortuna! Se lo fossimo, immaginereste la noia mortale? Terzani nelle sue riflessioni sulla vita la prende con ironia: “se fossimo eterni immaginatevi  un mondo pieno di nonni, bisnonni, trisavoli, bisogna sfoltire un po’,suvvia…”. Bisogna saper accettare la morte come parte della vita.

E’ difficile. Non siamo abituati a pensare ad essa, se non quando ne siamo investiti di riflesso. Ma ogni tanto credo faccia bene farlo, ci da consapevolezza. La consapevolezza di come condurre la nostra esistenza per saper guarire dalla paura della morte, dopo averne tuttavia tentato la cura.

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corinne noca

Giusto o sbagliato?

Da quando ho iniziato quest’avventura di The Morning Later, ho ricevuto diversi attestati di stima, sia da chi mi segue e mi vuole bene, sia da persone che non conosco personalmente. Vi ringrazio tutti, di cuore. Sì perché nulla va dato per scontato, noi crediamo che dire o fare qualcosa sia implicito o non necessario, e invece a volte quella parola, quel gesto fanno la differenza. E i ringraziamenti, come le parole d’Amore, non vanno mai dati per scontato.

Quando ho iniziato a scrivere non sapevo ( e non lo so ancora adesso) fino a dove sarei arrivata e soprattutto fino a quando. Il tempo, si sa, è a volte amico, a volte nemico, e il mio timore era quello di non riuscire a starci dietro. C’è una cosa però che mi smuove: l’entusiasmo. Non vedo l’ora di scrivere. Anche se non so mai esattamente cosa, mi siedo, apro il PC e scrivo. Ho scoperto di avere questa passione. Anzi, riscoperta. E mi fa stare bene.

In questi giorni, abbiamo rivisto alcuni amici, chiacchierato del più e del meno, riso e scherzato. Ad un certo punto, tutti, mi chiedono: “com’è che ti è venuto di scrivere un blog?” La risposta è sempre stata la stessa: per caso. D’altronde la casualità è sempre stata una costante amica della mia Vita, non avete letto il mio post?  Da questo discorso sono scaturite diverse riflessioni: è giusto mettere in piazza la propria vita? E’ giusto portare il proprio vissuto, il proprio intimo sulla rete a portata di potenziali migliaia di clic e persone totalmente sconosciute? Non è un’arma a doppio taglio che può salvarti e ucciderti nello stesso momento?

In famiglia abbiamo due visioni non proprio distanti, ma sicuramente non uguali. Mio marito è per la “riservatezza” e la “cautela”. Lui diffida del mezzo Internet attraverso social networks and co. perché “non siamo tutti uguali e non tutti sappiamo utilizzare gli stessi mezzi allo stesso modo. Ci possono essere interpretazioni di un pensiero, o di una frase che possono ferire come far gioire e commuovere, ma può anche capitare che qualcuno si offenda”, mi dice. “I social networks vengono anche usati a scopi lavorativi: i datori di lavoro possono entrare sul tuo profilo e capire come sei, come ti comporti, cosa scrivi, cosa pensi e farsi un’idea, giusta o sbagliata che sia, propria. Che può essere positiva o negativa”. Non ha tutti i torti, succede, e questo può risultare controproducente.

Dipende da cosa si scrive e da cosa si vuole dire. Dipende da te. Io mi sono iscritta a Facebook quando ho visto che stava diventando un modo per ritrovare persone che non vedevo da tempo o che, per i semplici casi della vita, avevano preso strade diverse, trasferendosi o frequentando altre persone in altre città. Ho molti amici e parenti che vivono fuori dall’Italia. Ringrazio ancora adesso l’avvento di Internet, Skype, Facebook che mi hanno permesso di colmare questa distanza più facilmente e “gratuitamente”.

E’ come scrivere un libro. Perché uno lo fa? Perché vuole dire qualcosa, perché vuole raccontare, perché vuole farsi conoscere, uscire dall’anonimato. O semplicemente perché gli piace. Chiunque scrive, personaggi famosi, poeti, scrittori, ma anche gente comune. Chi ha coraggio di esporsi e lo vuole fare, lo fa.

Io scrivo partendo da un pensiero, un concetto, un ricordo che appartiene a me, alla mia sfera personale e decido io di condividerla come meglio credo. Non voglio offendere nessuno, creare problemi o altro. Io sono anche così. Sicuramente c’è una dose “narcisistica” in questo ( ringrazio ancora una volta il laboratorio di teatro per ciò che ha prodotto!), ma non mi ritengo una che spettacolarizza il suo intimo. Siamo ancora padroni delle nostre parole: sta nell’intelligenza di ognuno di noi dosare quello che ci sentiamo di dire. La parola è un messaggio, è il mezzo, ma può diventare arma, potere e come tale essere pericolosa. Non pretendo che la si pensi come me, condivisione significa anche dare e avere la possibilità di confrontarsi e dal confronto possiamo uscirne tutti più arricchiti, anche senza aver necessariamente cambiato idea.

Ognuno di noi ha qualcosa da dare: ogni volta che parlo con qualcuno, amico, conoscente o totale sconosciuto apprendo. Proprio per il fatto di essere diversi, di avere ognuno il proprio vissuto, abbiamo esperienze e sentimenti unici, rappresentativi di noi stessi. Sta a noi decidere come, quando e perché farlo.

Scrivo per passione, per condividere, per conoscere, per capire e per discutere. Scrivo perché rifuggo in un luogo tutto mio, oltre la mente e con il cuore. Non è un lavoro, non ho un secondo fine. Giusto o sbagliato che sia vado avanti finché sentirò di farlo, finché mi entusiasmerò e finché ne avrò la passione. Giusto?

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Intrepid Travel, II parte

Durante il regime dei Khmer Rossi in Cambogia dall’Aprile del 1975 al Gennaio del 1979, una precedente scuola media di Phnom Penn conosciuta come Tuol Sleng fu convertita in una prigione chiamata S-21. Più di 14.000 uomini, donne e bambini passarono attraverso i cancelli dell’ S-21 prima di essere giustiziati dai Khmer Rossi, i loro corpi ammassati a Choeung Ek nella periferia della città. Duranti i loro tre anni, otto mesi e venti giorni al potere, i Khmer Rossi dichiararono 200.000 Cambogiani nemici dello stato e li giustiziarono. Centinaia di migliaia morirono di fame, lavoro eccessivo, o malattia. Il numero totale è stimato in più di un milione. Sono stato uno dei sette carcerati dell’S-21, e sono riuscito a scappare dall’esecuzione.Anche se la tragedia della Cambogia degli anni 1970 è passata, i ricordi sono vivi nella mia mente.

Questo è l’incipit di “A Cambodian Prison Portrait: One Year in the Khmer Rouge’s S-21 Prison” , le memorie di Vann Nath, sopravvissuto al genocidio di Pol Pot.

Mettermi in contatto con lui fu praticamente impossibile. (post Intrepid Travel, I parte). Rientrata in Italia avevo fatto diverse ricerche su Internet: scrissi alla casa editrice, al museo, ad un giornalista del Phnom Penh Post. Non mi rispose nessuno. Un giorno trovai un’intervista a Vann Nath di un autore free lance. Gli scrissi e mi rispose. Mi disse che Vann Nath non parlava inglese, che il suo libro scritto in cambogiano era stato curato da un’autore inglese e  che l’unico modo per avere un’eventuale autorizzazione era di recarmi nuovamente in Cambogia. Rinunciai, ma iniziai lo stesso a tradurre il libro e ad informarmi circa la possibilità di pubblicare. Scoprii che l’importante era scrivere nel libro che nonostante le varie ricerche non si era riusciti ad avere l’autorizzazione dell’autore, ma che se ne sarebbero riconosciuti i diritti in ogni caso. Questo avrebbe evitato qualsiasi tipo di rivendicazione “vendicativa”. E così  tradussi questo libro, acquistato proprio al Tuol Sleng Genocide Museum di Phnom Penh nel 2009. Non l’ho ancora fatto pubblicare. Vann Nath è mancato nel 2011.

Prima di partire per questo viaggio mi ero documentata sulla storia della Cambogia: lessi Fantasmi di Tiziano Terzani. Il libro, fondato sui reportage di un giovane Terzani, corrispondente di guerra, spiega in modo chiaro, preciso e trasparente ciò che successe in quegli anni, attraverso i dispacci inviati ai giornali e vivendone la tragedia in prima persona. Ciò che mi ha colpita di questo libro è la manifestazione dei dubbi che iniziano ad insinuarsi nel giornalista, allora palesemente comunista e in principio dalla parte dei khmer rossi, e la sua svolta contro un’ideologia in cui fino ad allora aveva sempre sostenuto.  Da questa esperienza, Terzani si risveglia lentamente da quel sogno di rinascita, libertà e indipendenza della Cambogia. Rende partecipi i suoi lettori informandoli di ciò che sta accadendo attorno a lui e si rende sempre più conto di come un’ideologia estrema possa sfociare nel fanatismo più becero ed estremo.

Starei ore a scrivere della storia della Cambogia e di come si sia arrivati, solo 40 anni fa, ad una tragedia simile, ma non è questo il contesto. In questi giorni, riguardando alcune foto di questo viaggio, mi è tornata in mente la passione con la quale avevo seguito, letto e ricercato informazioni circa questo Paese e di come una storia così tragica abbia smosso la mia coscienza fino al punto di arrivare a pensare di tradurre un libro per “far conoscere”. Diciamo sempre che dagli errori del passato possiamo imparare per migliorare il presente ed evitare di rifarli in futuro.  Ogni volta che accade qualcosa lontano da noi, siamo ascoltatori passivi di tragedie visibili. Io mi sono sentita in dovere, nel mio piccolo, di informare, di far sì che storie di questo tipo non passino inosservate.

Avevo lasciato in un file della mia memoria la “traduzione di Vann Nath”. Sono passati 5 anni. Nel 2011, dopo 10 anni di processi, il Tribunale dell’ONU ha condannato all’ergastolo il “compagno Duch” responsabile del carcere-lager di Tuol Sleng. La corte è stata aspramente criticata per la lentezza dei procedimenti: il governo di Phnom Penh pare essere restio ad allargare le indagini ad altri sospettati (la nostra guida al museo di Tuol Sleng, raccontandoci la storia dei khmer rossi lo fece a bassa voce e ci disse che alcuni tra i gerarchi khmer di allora facevano parte del governo attuale di Phnom Penh…).  Oggi c’è in atto un altro processo contro gli ormai ottuagenari vertici khmer, accusati non per  il genocidio di circa 2 milioni di connazionali in quasi quattro anni di regime ( 1975-1979), ma “solo” per l’uccisione di 20 mila vietnamiti e di 100-500mila persone della minoranza musulmana Cham.

Quello in Indocina è stato il viaggio più formativo ed intenso che abbia mai fatto. Sono sempre stata appassionata di storie vere, di vite vissute e sia Vann Nath che Tiziano Terzani mi hanno stupita per il coraggio che hanno dimostrato nella loro vita. Il primo per un verso, il secondo per un altro.

E ora  è giusto  che li ringrazi facendo pubblicare la traduzione delle memorie di Vann Nath. Sbagliare è umano, perseverare diabolico.

Per non dimenticare.

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Intrepid Travel, I parte

Vacanza e viaggio sono termini molto simili quando si pensa al significato che portano: astenersi dal luogo di lavoro per un periodo di tempo definito e spostarsi da un luogo ad un altro. Io do loro significati e scopi diversi. La vacanza per me ha una connotazione più ricreativa, legata al turismo di massa e può allo stesso tempo essere scopo del viaggio. Il viaggio è ricerca, conoscenza, scoperta, sia fisica che mentale. Il viaggio ti lascia un’esperienza che ti cambia. Il viaggio per eccellenza che mi ha cambiata è stato quello alla scoperta dell’Indocina: Thailandia, Cambogia e Laos.

Organizzato con un tour operator neozelandese, Intrepid Travel, ho trascorso 20 giorni in paesi che mai nella mia vita avrei pensato di visitare, e allo stesso tempo amare. Paesi lontani, da me, dalla mia cultura. Zaino in spalla (io???) con un gruppo di sconosciuti,  ho compiuto questa sfida verso me stessa in una fase della mia vita che ancora oggi definisco di transizione. Quel famoso passaggio tra il passato e il futuro. In più ho unito l’utile al dilettevole, costretta a parlare inglese coi miei compagni di viaggio. Se chiudo gli occhi riesco ancora a sentire odori e profumi di tutti e tre i paesi. Agosto, piogge torrenziali che ci bagnano a ritmi alterni, mezzi di trasporto di fortuna e backpack (zaino) in spalla. Io che non ho nemmeno mai fatto un campeggio o dormito in tenda mi sono avventurata in una dimensione e in un contesto totalmente estranei al mio mondo. Ammetto di aver avuto paura all’inizio: avrei visitato due dei paesi più poveri al mondo, la Cambogia e il Laos tra i più colpiti dalle mine antiuomo ancora presenti durante la guerra del Vietnam. Non era propriamente come andare a Rimini o Riccione. Eppure sono stata stimolata, per la prima volta, dall’avventura, dal fatto di capire fin dove potevo arrivare e come ne sarei uscita (sperando di uscirne!).

La Cambogia mi ha letteralmente investita, sia in senso fisico che in senso mentale. Fisicamente, porto ancora il segno indelebile della cicatrice lasciatami da quel motorino che mi ha investita attraversando la strada. Strada caotica e affollata. Motorini, scooter, pulmini, auto che viaggiano su corsie con guida a sinistra. Scendo dal pulmino dopo aver visitato Angkor Wat (meravigliosa) e dovendo attraversare, distrattamente guardo solo da un lato per fare in fretta. In un attimo mi ritrovo sul ciglio opposto della strada con un motorino addosso e due ragazze senza casco che, nella stessa frazione di secondo, riprendono il motorino, imprecano in cambogiano e ripartono come nulla fosse accaduto. Io completamente sballottolata, mi alzo e vedo attorno a me i miei compagni di viaggio impauriti che mi chiedono come sto. Mi guardo velocemente e sono tutta intera. Muovo tutto, mani braccia, testa, gambe. Abbasso lo sguardo e vedo un segno rosa sulla pelle lasciato dalla marmitta sulla mia gamba destra. E io che avevo paura delle mine! Una bella bruciatura per non dimenticare, olè!

Mentalmente, la visita al  Tuol Sleng Genocide Museum ha risvegliato in me l’interesse per la storie biografiche. In un tour guidato che non aveva nulla di spettacolare visto il luogo di tragedia e morte che era, abbiamo avuto l’opportunità di vedere uno dei sette sopravvissuti (su 17.000 prigionieri) di Tuol Sleng, Vann Nath.  Quell’uomo, sulla sessantina, aveva la forza di andare lì, dove aveva rischiato ogni giorno la vita e lavorarci. Aveva scritto un libro nel 1998 che racchiudeva le sue memorie, A Cambodian Prison Portrait, One year in the Khmer Rouge’s S-21. Una testimonianza nuda e cruda di ciò che aveva vissuto e che mai avrebbe dimenticato. Di questo libro, che si legge in un giorno, non esistevano copie in italiano. Una volta tornata in Italia decisi di tradurlo dall’inglese all’italiano per poi pubblicarlo: la storia mi aveva toccato profondamente e volevo farla conoscere. Ma mettermi in contatto con Vann Nath e con il suo editore non fu cosa semplice.

…to be continued

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Stupire.

Siamo ancora in grado di stupire?

Dopo aver scritto Tam Tam mi sono stupita di me stessa. Avevo deciso di scrivere un post sulle sensazioni create dalle radici, delle origini e di agganciarmi ad esse parlando di Africa. Avevo però il timore di non essere in grado di trasmettere con le parole ciò che provavo. Quando leggo grandi scrittori, classici e contemporanei, romanzieri, filosofi, giornalisti mi stupisco ogni volta di come siano in grado di plasmare la parola  creando immagini che che s’impregnano nella nostra mente. Quelle immagini poi possono essere simili o diverse per ciascuno di noi, ma da quell’imprinting non ci separiamo più, a meno che non venga fatto un film che confermi la nostra fantasia o che la ribalti. Nello scrivere Tam Tam mi rendevo conto di avere molte immagini da fermare e da raccontare, ma non riuscivo a racchiudere tutte le esperienze in 6 minuti di lettura. Dovevo sceglierne una e renderla l’immagine di copertina. Quando ho terminato di scrivere e ho iniziato a revisionare, correggere e rileggere mi sono accorta che mentre leggevo mi emozionavo. E mi sono stupita. Il risultato che avevo ottenuto (per me) era quello sperato. Non avevo la pretesa di replicarlo anche su chi mi avrebbe letto, ero già contenta di averlo fatto come mi ero prefissata. E mi sono ancor di più stupita dai messaggi che ho ricevuto dopo la pubblicazione del post.

Stupire. E’ questo il tema. Lo traggo da Tam Tam e dal suo racconto africano. Lo traggo dalla vita di tutti giorni.  Spesso ci aspettiamo che accada qualcosa e se non succede possiamo rimanerne delusi e stupiti, o felici e sorpresi nel caso opposto. Due considerazioni che mi sono state fatte nei giorni passati e che mi hanno stimolato the morning later.

Mia figlia sta andando al nido. Le maestre in una riunione mi hanno detto che mai, come in questi ultimi anni, hanno fatto fatica a far concentrare i bambini, a stimolarne l’attenzione. Bambini dai 2 ai 5 anni. I bambini non riescono più a stupirsi, soprattutto quelli dai 3 anni in su. Sono troppo stimolati, non c’è niente che ne catturi l’interesse, e si distraggono subito. Sono VOLUBILI. “Non so che generazione sarà” conclude la maestra. Saranno tutti dei gemelli. Come mia figlia. Non me ne vogliano gli interessati di questo segno, ma ho grande esperienza a riguardo. Se c’è una cosa che li accomuna è proprio la volubilità.

Un mio caro amico si è ritrovato ad avere a che fare con le donne a distanza di anni. Non era più abituato a relazionarsi con l’altro sesso, dopo anni in coppia e la fine della sua relazione si è rimesso in pista. All’inizio ha avuto un po’ di difficoltà a capire come interagire ( chi non ce l’avrebbe?) ma c’è bastato poco. Facevano tutto loro. E all’inizio si stupiva. Non era abituato a questo stato di cose. Passate un po’ di esperienze, mi dice “Co’ non mi stupisco più di niente, so già cosa mi scrivono, e dove vogliono arrivare. Tutte”. Soprattutto quelle sposate. “Prima avevo una certa considerazione e pensavo che fosse ancora l’uomo a dover corteggiare, invece adesso ho capito che basta uscire di casa, e se hai un minimo di savoir fair, arrivano loro”. E mi dispiace ammetterlo, in quanto donna, ma ha ragione. Stupire, oggi, sembra diventato impossibile. Nelle relazioni e nella vita sociale. La mia generazione, adolescente negli anni ’90, viveva di piccole cose e si stupiva delle stesse. In ogni paese di provincia che si rispetti, si aveva l’usanza di ritrovarsi in piazza. Noi ci ritrovavamo al monumento. Un obelisco dedicato ai caduti delle due guerre mondiali. Ci sedevamo sugli scalini a ridere e scherzare sul niente. Non avevamo cellulari, tablet, internet. Sapevamo vivere della semplicità quotidiana, e se si andava oltre la nostra normalità, ci stupivamo subito. Oggi invece è tutto un caos. Noi donne sembriamo essere diventate delle mantidi religiose: dovendo continuare a dimostrare più degli uomini, professionalmente parlando, e lottare ogni giorno per non essere ghettizzate dalla nostra società che ancora ci mette nella condizione di dover scegliere se fare carriera o fare dei figli,  siamo diventate molto più ciniche e aggressive rispetto al passato. Sembriamo aver perso dolcezza e femminilità, caratteristiche che dovrebbero far parte del nostro DNA. Non è scritto da nessuna parte che siano attributi negativi, anzi. Purtroppo, avendo vissuto per anni in una condizione di continua difesa e “pseudo” inferiorità per questi sentimenti, abbiamo sviluppato l’attacco. Che sia chiaro, da un lato è un bene, ma come ogni estremo può diventare un male. Soprattutto nelle relazioni umane, extra professionali. Gli uomini invece sembrano essere diventati privi di forza, si fanno fagocitare senza la minima opposizione. Le loro posizioni professionali raramente vengono intaccate a causa della paternità e vivono chiaramente questo tacito vantaggio senza nemmeno pensarci. Questo cambiamento comportamentale non stupisce più. Oggi ci stupiamo se un ragazzo a 30 anni ha deciso di sposarsi e farsi una famiglia e non ci stupiamo se un uomo a 40 anni non sa ancora cosa vuole fare della sua vita. Stare da solo, sposarsi, convivere, avere figli. Boh. Ci stupiamo se un uomo fa l’uomo e se la donna fa la donna.

Il mio è un discorso generalista. E’ chiaro che ci sono casi e casi. Per fortuna non siamo tutti uguali e non tutti i gusti sono alla menta. Per fortuna. Il mio è un pensiero che ho coltivato e maturato negli anni, paragonando le vecchie generazioni (quelle dei miei genitori) alla mia e a quelle di oggi. E penso a come potrà evolversi, o devolversi. E non saprei cosa aspettarmi. Spero di potermi stupire.

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La profezia del vestito rosso

Lo ammetto, oltre ad avere una certa propensione ai casi disperati, sono anche una di quelle “facilmente suggestionabili”.

E’ capitato il terzo anno di università. Avevo l’esame di lettorato, l’anno in cui sono stata a Londra dalla signora Maria, la zia o cugina di Cagacarlo. Non ho spiegato però il motivo per il quale ero andata. Una mattina di giugno mi presento all’esame scritto di lettorato inglese (redarre un essay a partire da un articolo di giornale). Pensavo di essermi preparata a dovere e alla fine dell’esame mi ricordo essere stata soddisfatta della composizione. Passano circa due settimane e mi reco alla fermata del pullman per andare all’università a vedere i risultati.  Piccola premessa: qualche giorno prima, avevo attivato gli scriptim “oroscopo paolo fox” ON sul cellulare. Ho sempre pensato che Paolino Volpe fosse il nr 1 (lo penso ancora in realtà!). E Paolino quel giorno aveva profetizzato: “Giornata negativa, non avrai i risultati sperati, ma non ti abbattere e trova il lato positivo”. Incenerita. Ma come? Sul subito non ci do molto peso e cerco di non considerarlo.

Arrivo all’uni e nel guardare i tabelloni rimango pietrificata. Non passato. “Giornata negativa, non avrai i risultati sperati…”. Nella mia testa rimbombavano solo quelle parole, il “non ti abbattere e trova il lato positivo” non esistevano neanche. Mi presento dalle mie due prof e dopo aver guardato insieme il mio orrendo essay (l’argomento tra l’altro era sulla medicina e la scienza oggi…) mi consigliano di fare una serie di esercizi per migliorare la mia capacità di sintesi in inglese. Logorroica anche in una lingua straniera universalmente sintetica. Esco tutta sconsolata e trovo Carlun (post, La solitudine dei casi disperati)E da lì, è storia. L’esame l’ho poi passato a pieni voti a settembre dopo il mio mese dalla signora Maria –Non ti abbattere trova il lato positivo-. Avevo bisogno di fare pratica vera.

Il punto è questo: Paolino Fox c’aveva azzeccato o è stato semplicemente un caso? Non appena sono arrivata a casa ho disattivato gli scriptim, non volevo più sapere come sarebbero andate le mie giornate in anticipo. Se poteva essere simpatico in giornate positive, non lo era affatto per quelle negative. Se devo essere investita, preferisco non saperlo, grazie. Nei momenti di sconforto, o quando siamo abbattuti, siamo facilmente suggestionabili e ci  appigliamo a tutto ciò che può darci una speranza o l’illusione che qualcosa, non dipendente da noi, possa smuoverci dal torpore. Pensate a quando vi è capitato di leggere il vostro oroscopo. Può essere stato per gioco o per curiosità, ma raramente lo si legge quando va tutto bene, o sbaglio? Secondo me, tutti, almeno una volta l’abbiamo letto. Poi , che ciò che abbiamo letto si sia “avverato” o meno, è un altro discorso. Io non credo all’oroscopo come previsione del futuro, ma credo all’influenza che possono avere i pianeti quando nasciamo, al fatto che persone, nate nello stesso periodo dell’anno, abbiano caratteristiche comportamentali simili. Io ad esempio mi trovo in sintonia con persone che alla fine hanno lo stesso segno. Sono attorniata da Arieti, Bilance, Gemelli, Scorpioni, Tori, Leoni ( ah, io sono Leone, quella della foto). Sono segni coi quali non faccio fatica a rapportarmi, quando vado d’accordo con qualcuno o mi scorno con qualcun altro, alla fine viene sempre fuori un segno che ho già “conosciuto”. Caso o suggestione? Mah.

Con il passare degli anni ho rimosso l’odio per Paolino Volpe e ho ricominciato a seguirlo. Quando?  Nel momento in cui sono rimasta sola e in preda allo sconforto. “Non credete, verificate” dice ancora oggi quando lo si sente analizzare i segni per la settimana. Quando si rimane soli, dopo una separazione o una delusione amorosa, la prima cosa a cui pensiamo è “che ne sarà di noi?”, “troveremo la felicità?”. Incuranti del fatto che il destino possiamo anche crearcelo noi, cerchiamo nell’oracolo di Delfi la risposta al nostro malessere. Quando troviamo la possibile soluzione, non abbiamo più bisogno del conforto spirituale dello zodiaco e smettiamo di seguirlo. Almeno, a me è successo così.  Io ho smesso di seguire Paolino il giorno in cui ho indossato il mio vestito rosso.

Avevo acquistato, in cambio di un abito da sposa che non ho mai indossato, un vestito rosso fuoco in netto contrasto con il bianco candido a cui avevo rinunciato per diversi motivi. A quest’abito ho dato una valore e un significato unici: lo avrei indossato solo una volta e per un’unica occasione speciale della mia Vita. Quell’abito rappresentava per me la chiusura col passato e l’apertura al futuro. Quando mi sarei sentita di indossarlo, sarebbe stato il momento giusto.

Quel momento è arrivato il 15 maggio 2010, il giorno del matrimonio di Matteo, il mio amico dell’università, quello che ci ha fatto andare a Parigi per intenderci (post, Tempo di nostalgie). Quel giorno ho indossato il mio vestito rosso, sentivo che sarebbe stato un giorno speciale. E così è stato.

Quel giorno conobbi mio marito. E quella vecchia Volpe non aveva sbagliato: tra le date importanti del mese di maggio, c’era il giorno 15.

Non credete, verificate.

 

 

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Tam Tam.

Tam Tam. Chiudo gli occhi. Due parole. Un suono onomatopeico. Il suono dei tamburi africani. Li riapro.

Sono nata in Africa 34 anni fa.

In quel continente, nero per definizione, nero a causa del sole che brucia la pelle della gente che lo popola, nero perché sembra non avere speranze di riscatto, affondano le mie radici. Nell’immaginario comune, l’Africa è un agglomerato di capanne di terracotta con il tetto di paglia, selvaggio, con uomini nudi primitivi, con un forte tasso di analfabetismo e malattie infettive che sembrano essere causa della sua povertà. Ma questo è ciò che normalmente ci viene mostrato. Ho iniziato a scrivere The Morning Later non per fare polemiche o affrontare temi scottanti, ma per riflettere su sensazioni ed emozioni che un tema può darmi. L’Africa per me è un tema aperto: non l’ho mai vissuta come avrei voluto. Non l’ho mai conosciuta come avrei voluto. Sono attratta da quella terra che mi ha dato i natali così come Foscolo lo era con la sua Zacinto ” Nè più mai toccherò le sacre sponde, ove il mio corpo fanciulletto giacque …”. 

Ho girovagato per il continente con i miei genitori fino a 3 anni e mezzo, quando hanno deciso che sarebbe stato meglio per me crescere in un posto fisso per avere un po’ più di equilibrio. Mia madre ed io ci siamo stabilite in Italia e mio padre ha continuato a fare il pendolare attanagliato dal suo mal d’Africa. Ogni volta che si fermava in Italia, s’insinuava in lui il desiderio di ripartire. Sono cresciuta coi racconti di mia madre sulla sua terra, sulla sua infanzia, sugli usi e sui costumi tipici dello Zaire, ma per assurdo chi conosce l’Africa in maniera più approfondita è mio padre. Uno stato non fa un continente. Ma l’essenza di un continente lo rende tipico. E mio padre questa tipizzazione l’ha vissuta tutta, a pieno. Mia madre, al contrario, ha vissuto sempre e solo in città, limitando così il suo punto di vista da privilegiata di buona famiglia. Infatti lei parla il francese e il lingala, lingua tipica della zona della capitale (Kinshasa, ndr), mentre mio padre sa anche parlare lo Swahili (la lingua più diffusa tra Africa orientale, centrale e meridionale). Mia madre sintetizza così il loro modo d’essere, dopo anni distanti: “Io sono nera fuori e bianca dentro, lui è bianco fuori, ma dentro è peggio di un nero”. Detto tutto.

Provengo da un paese di tremila anime i cui abitanti sono tutti emigrati in Africa in cerca di fortuna e di lavoro. Abbiamo anche un museo, “Il museo dell’Emigrante”. Di conseguenza ho molti amici che sono nati e cresciuti lì, che sono più africani che italiani. Nigeria, Congo, Ghana, Sudafrica, Kenya, Namibia. Tanti non sono nemmeno più rientrati. Hanno deciso di rimanere là. Perchè? Se l’Africa è tutto quello che ci viene mostrato dai media, bisognerebbe fuggire invece di stare lì ad aspettare la prossima imminente guerra civile. E invece no, continuano a viverci. E non tornerebbero mai in Italia. Si lamentano, trovano da dire sulla comunicazione difficoltosa, sulle norme igieniche che a volte lasciano a desiderare, sulla corrente che va e viene, ma stanno lì. E’ un motivo economico? Può essere, ma non ritengo sia il motivo principale. L’Italia, con tutti i suoi problemi, non fa comunque parte del Terzo Mondo. C’è tutto. Potrebbero tornare in qualsiasi momento, invece no. Se tornano, lo fanno per una vacanza qualche settimana, a volte per questioni di salute (o sanità). Ma allora cos’è che li attrae nel rimanere lì? Un’altra vita. Un mondo privo di frenesia. Il riposo dello spirito nonostante la stanchezza e la preoccupazione del lavoro. Il “vivere oggi” come se fosse l’ultimo giorno della tua vita. Il sorriso e la semplicità. La mancanza di artificio. L’Africa la puoi catturare, deportare, rendere schiava, ma non la potrai mai possedere. Vincerà sempre la sua Natura contro la mano dell’Uomo. La vivi e ti nutri della sua essenza. E quando ti allontani non vedi l’ora di tornarci. L’Africa è varia, indefinibile. L’Africa è musica, colore, tradizione, credenza, gioco, natura, libertà, vita, ma allo stesso tempo è anche fame, povertà, morte. Un concentrato di paradossi incredibile.

Nel 2003 ho sviluppato la mia tesi di ricerca sul code switching in Nigeria, un paese che ha ben più di 50 lingue, oltre all’inglese catalogata come lingua ufficiale. Dopo aver trascorso qualche giorno nella capitale, ospite di un cugino di mio padre che ho sempre chiamato zio Giulio, mi ritrovo a spostarmi in auto da Abuja (capitale) a Jos (capitale del Plateau State – ricordo per chi non lo sapesse che la Nigeria è una repubblica federale che conta 36 stati) ). Andavo a trovare i miei migliori amici, Ale e Jenny, che vivevano lì da ormai qualche anno e che avrebbero fatto parte, con loro sommo piacere (!!), della mia ricerca. Quattro ore di viaggio in mezzo alla savana e al nulla più totale. Io e il mio autista ci facciamo compagnia, lui mi parla della moglie, dei figli e di Dio. Quando non si sa di cosa parlare con un africano, di solito spunta sempre fuori Lui, the Lord. Than’God, the Almighty God, Jesus is there for us, Pray and you will be saved. E durante quel viaggio, Dio non è mancato. Il cruccio del mio autista (beh, non proprio mio, l’autista di zio Giulio) era quello di dover guidare quella Mercedes… Mi diceva che non si sentiva “comfortable” a guidarla, perchè lui era sempre stato abituato alle jeep, molto più semplici e alla mano. I miei cugini si erano raccomandati, prima di partire, di non toccare niente, essendo tutto elettronico, non ci sarebbe stato bisogno di nulla se non del classico rifornimento al ritorno. Than’ God siamo arrivati a Jos. Mi sono fermata un paio di giorni da Jenny e Ale che avevano da poco avuto il loro primo figlio, Filippo. Niente da dire su quei giorni che conservo nella memoria come momenti unici e intimi di un passato che non può più tornare.

Arriva il momento del ritorno ad Abuja. Saluto tutti, e partiamo. Io e il mio driver. Facciamo giusto qualche chilometro, usciamo da Jos e il cofano della Mercedes inizia a fumare. Il driver ( di cui non ricordo il nome ahimè) scende, apre ed è investito da una nuvola nera di fumo. La scena potrebbe essere tratta dal teatro dell’assurdo: inizia a dirmi che lo sapeva, che non avrebbe dovuto usare quella macchina, che God has a plan, God didn’t want…insomma, noi in panne, nel bel mezzo del nulla, e lui mi dice che il Signore lo ha punito! Subito dopo mi chiede se ho un cellulare. Certo che ce l’ho. Scheda italiana e ZERO credito (non c’era Marella a cui chiedere la ricarica). IO, studentessa universitaria senza reddito. Forse avevo ancora qualche centesimo per un misero sms salvavita a Jenny e tento la sorte. Scrivo il messaggio. INVIATO. Bene, ora spero che risponda. Possibilmente prima di notte. Than’ God Jenny mi risponde e mi manda subito Ale. Al nostro rientro, scopriamo che era saltato il tappo del serbatoio dell’acqua: il caro autista doveva aver toccato qualcosa che non doveva. Amen. Ma ciò che mi ricordo con immutato stupore è che tutti, nel capire che c’era un problema, guardiani, giardinieri, cuochi, lavoratori e non, sono venuti a vedere cosa fosse successo e insieme cercavano di trovare una soluzione. TEAMWORK. Finalmente uno dice “basta recuperare un tappo per il serbatoio, fatemi prendere le misure”. Tu ti aspetti che prenda le misure con un metro o viste le dimensioni al massimo un righello, invece no. Lui tira fuori dai capelli uno stuzzicadenti. Che guarda il caso ( o forse Dio?) aveva la stessa misura del diametro del serbatoio dell’acqua. Mi dico che non ce la faranno mai. Vanno al mercato tutti insieme, e tornano con un tappo, nuovo o usato non ricordo più, perfetto.

Ovviamente non è stato il tappo a risolvere il problema. Abbiamo lasciato la Mercedes da Jenny e Ale e siamo partiti con un’altra auto.

Mi sono dilungata più del solito, ma non sono riuscita a tagliare. Ho voluto raccontare solo un episodio che rappresenta a sua volta uno degli spiriti dell’Africa: l’intraprendenza e lo spirito del sapersi arrangiare. Quello stuzzicadenti mi ha stupito. E secondo me è proprio questa l’emozione primaria quando ti rechi in Africa: la capacità di stupirsi. Lo stupore che vivi di fronte a gente che, nonostante le sofferenze, riesce a trovare anche solo un motivo per ridere. E per salutarti con un sorriso senza nemmeno conoscerti.

Quei denti cosi bianchi in quei corpi così neri. Anche questo è stupore.

E io non smetterò mai di stupirmi della mia Africa, di amarla, di desiderarla e di ricordarla perché il tam tam una volta che ce l’hai in testa, non smetti più di sentirlo suonare.

Dedicato a Jenny, Ale e zio Giulio. E grazie a te, Elena, che ieri mi hai commosso.

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