corinne noca

Ricordiamoci delle lenticchie

E siamo giunti all’ultimo giorno del 2014.

Un anno un po’ particolare dal mio punto di vista, con grandi eventi e altrettanti spaventi, ma tutto sommato, soddisfacente. Tendo a non fare bilanci in questo giorno: se mi guardo indietro, penso solo a com’è stato e a cosa mi ha dato, non potendo fare taglia, copia o incolla, è inutile stare lì a rimuginarci sopra, se ne sta andando, lasciando spazio ad un nuovo calendario tutto da riempire. Non mi va nemmeno di fare troppi auguri, sono gli stessi ogni capodanno e si rischia di diventare pedanti, ridondanti e banali, però una cosa ve la voglio consigliare: mangiate le lenticchie.

Non ci ho mai creduto, finchè non mi è capitato. Le ho sempre mangiate, da quando mi ricordo, anche solo un cucchiaio per il famoso buon auspicio DANAROSO, e sebbene non navighi nell’oro, ogni anno ho mantenuto un certo equilibrio. L’anno scorso, invece, ci siamo dimenticati di farle, per un piccolo “misunderstanding”: pensavamo le facesse una nostra amica che non aveva capito di doverle fare. Totale: di soldi ne sono usciti più di quelli che sono entrati. E pure Fabri, che africano non è, e non crede mai a niente, mi ha detto: “Quest’anno vediamo di mangiarle perchè hai visto com’è andata eh”. Mi sono accertata: questa sera non mancheranno.

Perciò, miei cari amici, follower e non di The Morning Later, oltre al mio consueto ringraziamento per non avermi abbandonato ( se state leggendo è perchè mi state seguendo), vi consiglio di mangiare quante più lenticchie potete: non fate i sofistici, anche se la questione non è scientifica, fa parte di quei “credo” che non devono essere sindacati. E come direbbe il mio buon amico Paolo Fox: non credete, verificate, non ve ne pentirete!

Buon 2015 Amici!

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Artisti

Artista

Dalla Treccani:

 [dal lat. mediev. artista «maestro d’arte»]

1. Chi esercita una delle belle arti (spec. le arti figurative, o anche la musica e la poesia): gli a. del Rinascimento; gli a. della scuola romana. Come termine di classificazione professionale e dell’uso com., anche chi svolge attività nel campo dello spettacolo (teatro, cinema, ecc.): a. lirico; a. di varietà; gli a. della radio,della televisione; i camerini degli a.; ingresso riservato agli artisti. Il termine implica spesso un giudizio di valore ed è allora attribuito a chi nell’arte professata ha raggiunto l’eccellenza: è un vero a., un grande a., un a. di genio. Con riferimento alla poesia, è talora contrapposto a poeta, considerando come qualità proprie di questo la forza dell’ispirazione e del sentimento, l’altezza della fantasia, e attribuendo all’artista soprattutto virtuosismo e abilità tecnica. Per la facoltà degli a., o facoltà delle arti, nelle università medievali, v. arte, n. 1 a.

Quante volte si usa impropriamente questo termine? A forza di sentirlo nominare, anche da chi non lo è, sembra essere diventato un tormentone che identifica l’espressione manifestata concretamente, apparentemente “diversa”, di un qualunquista qualsiasi: una cagata pazzesca, diciamolo dai! E questi cialtroni che si spacciano per tali, trovano spazio in TV, autodefinendosi così senza indugio nè timore, ma soprattutto senza alcun rispetto per chi, artista lo è davvero.

E io non parlo solamente di quei volti noti, che tutti conosciamo, anticamente, storicamente…no, io mi riferisco a coloro che attraverso un’arte figurativa si esprimono e vivono di quel lavoro: nel loro anonimato ci mettono passione, cuore, amore e spesso e volentieri non vengono nemmeno considerati: gli artigiani.

Mi sono sempre piaciuti gli articoli unici, con un significato, quelli che hanno una storia, quelli che mi fanno ricordare…oggetti creati a mano, che a volte utilizziamo per una stagione, o quotidianamente se capita. Ogni volta che compivo un viaggio o semplicemente mi recavo in un posto dove non sarei più riuscita a tornare, ne acquistavo uno. Oggi, con la globalizzazione, tutto è sempre più accessibile, quei “manufatti” si possono trovare online, ma il gusto di acquistare la tal cosa nel tal posto, beh, quello non me lo leverà mai nessuno. Sono prodotti mantra, quelli che procurano emozioni non appena li vedi.

Dal Laos portai a casa dei foulards di seta fatti a mano dalle donne laotiane con i telai a terra ( in Laos esistono una dozzina di stili di tessitura, diffusi nelle diverse regioni): con i piedi lo sorreggevano e l’ordito era arrotolato su una canna di bambù e tenuto largo con un’altra canna; con la mani manifestavano un’abilità che solo anni di esperienza potevano aver contribuito a formare. Quei foulards racchiudono il tempo e la vita di quelle donne. Non c’è bisogno dell’etichetta MADE in LAOS: chi se ne intende, sa riconoscerlo.

Di solito non si fa, ma io non sono un’agenzia pubblicitaria, non sono vincolata da nessun contributo pertanto scrivo e consiglio ciò che secondo me è valido. Natale è passato, sarebbe stato opportuno, forse, scrivere questo post prima, ma il world wide web è talmente vasto che non lo reputo un limite…ci sono due ragazze che io stimo tantissimo. La prima, conosciuta tanti anni fa in vacanza studio a Dublino, ha disegnato gli orecchini per il mio matrimonio: Fery. Sara è un’artista fatta e finita, professionale, attenta e precisa. Ha saputo cogliere esattamente ciò che le ho richiesto, dopo aver studiato assieme la forma del pendente, mi ha fatto alcune proposte ed è stata velocissima, stando nel mio budget. Bresciana.

La seconda, è Margherita. L’ho conosciuta da poco per una passione che abbiamo in comune (è sempre un Segreto non fatemelo dire…), ma ho potuto ammirare le sue creazioni. Passione, calore e amore pervadono i suoi oggetti. Dalle sue realizzazioni si può percepire il sentimento con il quale l’ha composto. Siciliana.

Per PAR CONDICIO ho messo sia il NORD che il SUD, perchè non si dica che sono razzista. 😉

Questo mio post, vuole essere un inno ai piccoli artigiani, coloro che inseguendo un sogno lo hanno fatto diventare un lavoro, non senza difficoltà, ma con la perseveranza e la costanza che tutti i sogni devono avere per essere realizzati.

Questi per me sono artisti. Non uccidiamoli. Alimentiamoli.

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Puoi?

Saper dire di no è assai difficile.

Per mia figlia di diciotto mesi invece sembra facilissimo. “Didi vuoi bene a mamma?”- NO. E mi abbraccia. “Hai sete?” – NO. Poi però si sgola un bicchiere pieno d’acqua. Il suo continuo rifiutare deriva dalle mie restrizioni: non fare questo, non fare quello, no il coltello, no in piedi sul cavallino, non si mette in bocca, no, no,no...con un lavaggio del cervello simile, sfido chiunque a riuscire a dire di sì!

E, invece, essere accondiscendenti sembra paradossalmente creare meno problemi (agli altri), mentre in realtà te ne può creare parecchi. Si dice di sì per fare un favore, perchè rifiutare sembra scortese e implica una conseguenza come il dispiacere di qualcuno. Alla domanda: “Puoi?”, siamo subito messi di fronte ad un bivio.

La settimana scorsa parlavo del mio ritardo cronico. O meglio, del fatto che risulto essere in ritardo a causa degli altri. Il problema sta alla base: se io fossi riuscita a rifiutare la richiesta di un favore che mi faceva perdere come minimo mezz’ora sulla tabella di marcia, non avrei rubato del tempo al mio appuntamento. E invece, per poter fare tutto e compiacere il soggetto della richiesta ho detto “sì”. Quella risposta mi è costata parecchio in termini di affanno e ovviamente il mio solito messaggio “arrivo con mezz’ora di ritardo, scusa”.

Dire no costa fatica e si rischia di passare per rozzi, antipatici e anche svogliati. Invece è sintomo di maturità, responsabilità, coerenza e fermezza. Certo che è brutto sentirselo dire, ma dovrebbe fare del bene, ad ambo le parti. Primo perchè non si deve mai dare niente per scontato, secondo, ti ritrovi nella condizione di dover fare a meno di aiuti esterni e cavartela da solo, il che significa fare di necessità virtù.

E’ vero che non tutti i casi sono uguali, ma pensateci bene: quando vi viene chiesto qualcosa, si tratta sempre di un potenziale favore. A seconda della gravità poi subentra anche la supplica “per piacere, non ce la faccio proprio, non ho proprio idea di come fare”. Lo so perchè capita anche a me di chiederli. Come a tutti. Però un conto è avere effettivamente bisogno, un conto è approfittarne.

Io faccio parte di quella categoria che se può dare una mano, la porge sempre, anche a costo di perderci. Ma sono fatta così: mi piacerebbe vedere tutti contenti, anche se è praticamente impossibile. Il discorso è molto più ampio, voi cosa ne pensate? Scrivetemi i vostri commenti. Potete?

Non accetto un NO come risposta.

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Lieta Armonia

Nel mio cuore, non ho mai festeggiato il Natale.

Per me la sera più importante è sempre stata la Vigilia. Il 25, the morning later, tutto si è già concluso.

Don Mario, il nostro parroco, ha sempre organizzato delle rappresentazioni teatrali per questi grandi eventi, e io, ovviamente, ho sempre partecipato (l’attrice nascosta in me non poteva non venire fuori in queste occasioni!). Per tanti anni ho fatto prima l’angioletto, poi la pastorella…finchè non c’è stata la svolta: la Madonna! Alterando l’immaginario comune dell’iconografia cristiana, aveva scelto me, povera bimba color cioccolato come interprete della madre di Gesù:  ditemi se non era avanti!

Alle proteste degli altri bambini, “ma la Madonna nera non si è mai vista!!! -invidiosi-“, qualche mio sostenitore rispondeva, “ad Oropa sì!”; Don Mario, lapidario, non faceva ulteriori discussioni: “Siamo tutti uguali agli occhi del Signore. E’ solo l’uomo nella sua condizione di peccatore che vede le differenze”. Stop. Chiuse tutte le polemiche. GRAZIE DON.

Oltre a questa clamorosa assunzione di responsabilità, avrei dovuto anche cantare. Altro sogno che diveniva realtà…Mi ricordo ancora il brano: “Lieta armonia, nel gaudio del mio spirito si espande l’anima mia, magnifica al Signor, Lui solo è grande, Lui solo è grandeee”. E così fu. Voce tremolante, senza musica, un assolo da Zecchino D’oro, ma almeno lì, non ho steccato.

Ogni recita natalizia veniva interpretata alla vigilia di Natale alle 21, seguita dalla Messa, velocissima, che terminava alle 22.30. Quello era il momento che aspettavo. Non la Mezzanotte, no, ma il rientro a casa per aprire i regali. Prima di rientrare però andavamo a casa della mia prozia a mangiare il panettone con la crema di mascarpone, scambiarci i doni e farci gli auguri. Abbiamo mantenuto questa tradizione finchè non è mancata zia Irene qualche anno fa. Nel salottino di quella casa c’erano un camino e un vecchio lampadario. Io mi divertivo a saltare per cercare di toccarlo: ho passato anni a farlo, finchè non sono cresciuta e il gioco, ahimè, si è esaurito. Sono ricordi bellissimi.Arrivati a casa, con una foga pazzesca  aprivo i regali: da più piccolina li avevo già sbirciati tutti, si sa la curiosità è femmina; poi, crescendo, ho capito che sarebbe stato più bello mantenere la sorpresa e così cercai di trattenermi. Aperti i regali, con gioia e felicità andavo a dormire serena.

Adesso che ho la mia famiglia, continuo a vivere con un po’ di nostalgia il momento della Vigilia: Don Mario è invecchiato e le recite non le fa più; a casa della zia non è rimasta che sua figlia, e per quanto io adori i regali, non ho più il senso dell’attesa che avevo da bambina, forse perchè allora era imposto dai miei genitori, adesso invece sono io ad imporlo, a mio marito e alla bambina, che con 18 mesi ancora non sa bene cosa le sta capitando attorno.

Tutte le feste comandate portano un po’ di malinconia, per me è sempre stato così: si pensa all’infanzia, perchè si sa, il Natale è la festa dei bambini. Il ricordo delle mie vigilie lo dedico a mia zia Irene e a quel lampadario che mi ha accompagnata per anni facendomi ricordare il momento che vivevo.

E anche se non salto più per poterlo toccare, nel mio cuore continuerò a farlo.

Buon Natale a tutti voi!

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La divisa dimenticata

Non sono più un’assistente di volo. Già. Forse credevano che non lo sapessi. Sono quasi dieci anni che non volo più, ma ci doveva pensare l’ENAC a renderlo ufficiale.

Due giorni fa vedo mia madre che, quando si ricorda, mi porta la corrispondenza che arriva ancora a casa dei miei. Di solito si trattava o di pubblicità o degli avvisi della banca, sempre rogne insomma. Sto giro invece, la busta ha il timbro dell’ENAC: Ente Nazionale per l’aviazione civile.

Piccola premessa.

Ho smesso di volare a maggio del 2006 con Alitalia. Posseggo ancora il CREW MEMBER con tanto di foto che ti rilascia l’ENAC dopo aver sostenuto l’esame di abilitazione ed essere stato assunto da una compagnia aerea: un documento che serve per poter passare quasi ovunque in aeroporto, una sorta di passepartout… ma ciò che ho ancora sono tutti i cambi della divisa ufficiale: gonna, camicia, giacca verde, cappotto, impermeabile, borsa, scarpe (comprate da me però). Se fossi stata una terrorista, mi sarei potuta infiltrare in qualsiasi aereo, eludere la sorveglianza e olè, fare chissà che cosa. O semplicemente, senza dover far dirottare l’aeromobile, scroccare i cosiddetti  “passaggi” per andare chissà dove, chiedendo un favore al comandante mostrando il crew member. Guardate che non è fantascienza, c’è chi lo fa.

Negli anni successivi ho ricevuto diverse chiamate per i famosi REFRESH, corsi di aggiornamento per tenere valida l’abilitazione, a cui non ho mai partecipato; poi, dopo un errore che avevano fatto con il mio codice fiscale, facendomi nascere in Niger invece che in Congo, ho faticato le pene dell’inferno per vedermi versati i contributi per quel misero anno in AZ. Ho mandato raccomandate a Fiumicino senza ricevere mai risposta, ho chiamato e mi sono sentita dire: ” Signorina, abbiamo traslocato, po’ esse che non l’emo ricevuta o l’emo persa,  la posta è andata a quel paese”, Bene, che bella organizzazione. Quando c’ho rinunciato, dopo due anni mi arriva una lettera che mi intima di presentarmi ad una sorta di CAF per mettere a posto la questione. Meglio tardi che mai.

Leggo quindi: “…(…) si dispone la revoca della sua iscrizione al registro professionale con il titolo di assistente di volo con decorrenza 01/12/2014. Le rendiamo noto che la cancellazione comporta l’inibizione dall’esercizio della professione aeronautica su aeromobili nazionali.”.

Vederlo scritto nero su bianco, anche se ormai non ci pensavo più mi ha fatto ripercorrere con la mente due anni intensi di esperienze e sensazioni inspiegabili, per quanto si possa raccontare. Corso base Lauda Air a terra, prove al centro di salvataggio con simulazione di ammaraggio, training in volo, esame di abilitazione a Roma, selezione Alitalia,…il tutto passando per Cuba, Messico, Brasile, Kenya arrivando a Beirut,Mosca,Teheran,Atene. Dal lungo raggio al corto/medio. Al mattino mi trovavo in un posto , al pomeriggio in un altro. In una giornata ho messo piede, partendo da Montego Bay in Jamaica, a Miami e a Cancun. Tre stati diversi in ventiquattro ore.  Sono stata fortunata. Ho conosciuto moltissime persone, ho condiviso momenti indimenticabili, ma pativo quel tipo di vita. Avrei potuto trarre molto da questa professione, sia a livello economico che a livello personale. Quei due anni mi hanno dato un forte imprinting per qualsiasi lavoro successivo, ordine e disciplina che mantengo ancora oggi. Ma mi destabilizzava. Io avevo bisogno di equilibrio, di tradizione. E mi sono fermata prima che diventasse un circolo vizioso, prima di essere assorbita dal volo. Ho smesso quando forse pochi l’avrebbero fatto: in tempo. Ho scelto la qualità della vita: vedere i miei cari quando volevo, pensare di metter su una famiglia, lavorare coi piedi per terra cercando la mia vera dimensione. Tutto ciò a discapito di uno stipendio che appena uscita dall’università non mi sarei mai sognata.

Sapete, quando dicono “quello guadagna un sacco, per non fare nulla…” , non giudichiamo. Alla base di un ingente guadagno, c’è sempre un sacrificio personale. Non voglio parlare di stipendi esagerati come quelli dei nostri politici, ma rimaniamo nel mondo del lavoro serio. Imprenditori, manager, responsabili sacrificano una cosa importante: il tempo. E quello non ce lo restituisce nessuno. Il tempo di vivere con la propria famiglia, il tempo di ridere, piangere, giocare. Io stavo sacrificando questo troppo presto. Sono scelte, condivisibili o meno, che vanno rispettate. E’ facile giudicare, sparare a zero sugli altri, ma non è mai tutto oro quello che luccica.

Ho conosciuto tantissimi “naviganti”, ma pochi, li posso davvero contare, erano felici del loro mestiere. Alcuni giovani e altri più anziani. Ad entrambe le categorie brillavano gli occhi quando parlavano di voli, turni, avvicendamenti o rotazioni. Tutti gli altri si lamentavano: turni improponibili, sempre stesse destinazioni, mancanza di vita privata, relazioni complicate, tradimenti, incomprensioni,…Per le relazioni poi era molto più semplice (apparentemente) mettersi insieme ad un collega che ti può capire e sa esattamente cosa fai. Ma non sempre puoi volare assieme. Quando poi ti sposi e hai figli, uno deve volare, l’altro rimanere a casa col pupo. Risultato: non ci si vede mai.

Ripeto. A qualcuno poteva anche andare bene, non sto a sindacare. A me no.

E così, ho appeso la mia ultima divisa nell’armadio ricoperta da un nylon trasparente, sapendo che non l’avrei più indossata.

Non me l’hanno mai chiesta indietro: è ancora lì, dimenticata nell’armadio. L’ultimo ricordo di un passato che non torna più.

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Il dilemma dell’anniversario

Io mi sono sposata due volte. Con la stessa persona. Pensavo di non arrivare a sposarmi neanche la prima, alla soglia dei trent’anni piangevo e mi deprimevo perchè non sapevo chi avrei mai potuto incontrare, e alla fine, ho anche fatto il bis.

Per lo Stato italiano, Fabri ed io siamo sposati da due anni oggi: 22/12/2012. All’interno della nostra fede c’è questa data.  Quindi dovremmo “festeggiare” due anni di matrimonio, o 41bis come lo chiama lui, in questa giornata.

Il 12/07/2014 invece ci siamo sposati davanti a Dio e abbiamo battezzato la nostra piccola.

Ora, secondo voi, che data dovremmo “santificare”?

Due anni fa, la sua proposta di matrimonio fu una mattina di novembre in cui mi svegliai, già incinta di Maddalena, e gli dissi “Ho sognato che ci sposavamo”. “Pensavo proprio a questo. Vorrei che tutto fosse in regola prima dell’arrivo della piccola, e a me gli anni dispari portano sfiga”. “Cioè, quindi mi stai chiedendo di sposarti?”- “Ma si, dai non ripetermelo proprio così, ho solo fatto una proposta!”…Scusa se sono anni che l’aspetto!!!! Ma, ma se a te portano sfiga gli anni dispari e la bambina nasce a maggio, dimmi quando dovremmo sposarci, entro la fine dell’anno in corso? -“Sì.”. Facciamo le pubblicazioni, ci sposiamo solo tra di noi e via. Eh no, però io mi sposo per la prima volta, per me è importante, non faremo magari la mega festa, ma organizziamola come si deve. “Senti, regolarizziamo tutto, così dovesse mai succedermi qualcosa, siete tutelate, e poi con calma organizziamo il matrimonio dei tuoi sogni, con la bimba che magari ci porta le fedi”.

E così fu. Abbiamo organizzato il nostro primo matrimonio in un mese, siamo andati in Comune, scelto la data, chiamato le persone più vicine che volevamo avere quel giorno, e fatto il pranzo dal mio amico Matteo, colui che ci ha salvati entrambi. Grazie Teo.

E’ stato uno dei giorni più strani della mia vita: diventavo moglie per la prima volta in un turbinio di emozioni contrastanti ( tre giorni prima aveva appena perso la mia migliore amica, dopo aver parlato con lei del matrimonio e del mio abito di nozze) e sebbene pensassi -inizialmente- che era solo una formalità, quando salii le scale per raggiungere la sala consigliare, le lacrime iniziarono a scendermi come una fontana. A dire il vero io piango sempre, anche in Chiesa, nonostante cercassi di trattenermi tremavo come una foglia e piangevo lacrime incontenibili. Marco, il marito di Fede, la mia testimone, nonchè il mio autista quest’estate mentre mi portava in chiesa, mi chiese: “sei più emozionata adesso o quando ti sei sposata due anni fa?”. Ha risposto mio padre: “ma noooo, figurati cosa vuoi che sia?!”. Ma come cosa vuoi che sia!!!! Marco ora te lo dico, ero emozionata alla stessa maniera.

Non è la data che decreta la nascita di un rapporto, ma la nascita di un Amore attraverso le sue difficoltà, le sue rose con le spine e le sue margherite. E questo Amore solo il tempo lo sancisce e lo fortifica.

Buon anniversario Fabri, oggi e sempre.

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Il deserto dei sentimenti

E sei lì che respiri, vivi e riposi “immersa” in quei granelli di sabbia e polvere naturale. Accarezzata dal vento e dal sole, non hai più bisogno di ripararti, perché sei tornata alla genesi.

Hai scelto il deserto, la vastità della meditazione e della contemplazione, la giusta metafora dell’infinito. Non vedi la fine, non vedi l’inizio, solo catene montuose da una parte e aridità dall’altra. Nessuno può scorgerti, ma chi ti ama può ancora sentirti. Hai trovato in quel luogo, che sembra non aver mai visto i passi dell’uomo, l’essenza della Vita, laddove tutto nasce e tutto finisce. Era questo che cercavi: il big bang iniziale, capire da dove partiva tutto. Dietro quella facciata dura, forte e tenace c’è sempre stata un’anima ricca di sentimenti, incomprensibile superficialmente, ma profondamente ammaliante. Aprivi il tuo cuore solo a chi lo meritava, e a chi poteva capire ciò che sentivi.

Da due anni vivi nel deserto e non possiamo far altro che farcene una ragione. Quella stessa ragione che mi fa credere che il nostro corpo sia solo un involucro che contiene il nostro spirito immortale e che ci serva per lasciare un’impronta in questo mondo, in quest’Esistenza che ci può dare molto, se siamo in grado di goderla, ma che ci toglie altrettanto quando meno ce lo aspettiamo. Nonostante gli ostacoli, le difficoltà che superiamo, soccombiamo alla previsione “polvere tu sei e in polvere tornerai”. (Genesi 3, 19)

Per chi come me, il deserto non l’ha mai visto, non l’ha mai sfiorato, non può che essere solo pura immaginazione: chiudo gli occhi e voglio provare a figurarlo nella mia mente, partendo da quel cuore che continuerà ad amarti e avrà sempre uno spazio dedicato a te.

Non vedo ancora nulla, ma il silenzio mi avvolge.

Un silenzio animato, suoni impercettibili che abbracciano i miei sensi; sento dei passi lenti, sento un vento leggero che mi sta salutando e mi cinge calorosamente accompagnandomi verso l’infinito. Sento la pace, e non scendono lacrime, ma un sorriso si disegna sulle mie labbra, stai bene.

Manchi, ma so dove trovarti e so come parlarti. Non necessito di altro.

E canto.

Il deserto sarà forse privo di quella materia di cui siamo fatti, ma è pieno di sentimenti.

Quel deserto sei tu.

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Diventare grandi

Non è facile.

Conosco diverse persone, soprattutto uomini che grandi non lo sono ancora.

Se parliamo di età anagrafica, a quarant’anni un uomo dovrebbe già essere, per lo meno, fatto e finito. E invece sono ancora lì a crogiolarsi pensando se vale la pena stare da soli o farsi una famiglia, viaggiare o fermarsi, comprare casa o stare in famiglia. Normalmente ci sono delle tappe che ci portano a crescere: compiere la maggior età, diplomarsi (o laurearsi), trovare un lavoro, farsi una famiglia. Non è detto che per tutti sia così, questo è solo un esempio. Ma c’è un passaggio fondamentale, quello che secondo me decreta la maturazione totale: passare dall’essere figlio all’essere uomo. Uso il maschile perchè ho più esempi di questo genere, ma vale chiaramente anche per le donne.

Sembra banale, ma non lo è.

Rimaniamo figli quando non prendiamo in mano le situazioni della nostra vita, quando sono i nostri genitori che “decidono” per noi, consigliandoci cosa è meglio fare e cosa no; quando dipendiamo totalmente da loro e non siamo in grado di ragionare per contro nostro. Attenzione perché non sto dicendo che non ci si possa confrontare con loro, anzi. Parlare e scambiare opinioni è sempre positivo, ma se deleghiamo decisioni importanti a loro significa che noi non abbiamo ancora la capacità di pensare al nostro bene, e ci affidiamo a chi ci ha cresciuto e ha sempre cercato di scegliere il meglio per noi.

Diventare grandi invece significa decidere, risolvere, capire da soli quale sia il benessere per il proprio futuro ed eventualmente avere un’idea che non sempre collima con quella di chi ci ha messo al mondo. Ragionare per conto proprio, per il proprio bene.

Probabilmente la lancetta della crescita si è spostata più in là, forse a causa dei cambiamenti della società, della crisi o di chissà che cosa. Fatto sta che viviamo in un mondo dove ci sono sempre più figli e sempre meno uomini. Cosa succederà quando non ci saranno più i genitori a decidere per loro? Ma di chi è la colpa?

Cosa ne pensate?

 

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The winner takes it all

“Il vincitore si prende tutto”, o meglio ancora, “C’è un solo vincitore”. Potrebbe essere un post dal contenuto sportivo.

Invece no.

Ieri sera, mentre facevo la cyclette per anticipare la dieta post natalizia, facevo zapping davanti alla TV e mi sono fermata su RTL. In onda c’era il video di questa famosissima canzone degli ABBA: una donna bionda, la voce cantante, riconosce a malincuore la sconfitta in amore, parlando essenzialmente dell’altra, l’antagonista, colei che ha preso il suo posto. E così, ammette “sportivamente” la propria sconfitta, senza quindi portare rancore a entrambi, nel rispetto di alcune regole del gioco della vita che “vanno rispettate”, tra cui quella che ognuno dia ascolto alla voce dei propri sentimenti.

Ma alla base della canzone c’ è il tradimento.

Argomento sempre tabù, ammetterlo può sembrare coraggioso, farlo è sicuramente infamante, il risultato che ne consegue, nella gran parte dei casi, è negativo. Puoi essere onesto quanto vuoi a confessarlo, ma oltre a far del male, l’onestà e la fedeltà possono andare a farsi benedire.  Eppure, sembra che per capire la natura di un sentimento, si tenda a passare da lì. La solita paura della responsabilità. Non c’è nulla  di cui vantarsi. Secondo me, tutti abbiamo tradito almeno una volta. E tutti abbiamo subito un tradimento. Anche solo con il pensiero. Ne sono sicura.

Ne parlavamo l’altra sera, sempre con quel mio amico che mi ha lasciato la finestra del bagno aperta dopo aver meditato con il libro di psicologia. Lui ci raccontava di aver tradito: avrà avuto vent’anni (adesso ne ha quaranta) e stava con una ragazza più o meno coetanea. Durante la loro relazione, la sorella di questa, più “vecchia” d’età, ci prova spudoratamente con lui. E lui, come da copione, CEDE. Il racconto si particolarizza, vengono coinvolti i genitori della ragazza e in buona sostanza, quando viene chiamato a confessare l’offesa davanti alla famiglia, al “Dopo tutto quello che c’è stato tra di noi” proferito dalla vecchia, lui risponde: “Ma cosa c’è stato???Non c’è stato proprio un bel niente!” . Negare, negare e negare! Anche davanti all’evidenza, ci ha detto. Esulando dal giudizio nei suoi confronti, il racconto ci ha fatto morire dal ridere, ma alla fine, lui si è giustificato dietro alla debolezza della carne. Può essere sufficiente come giustificazione?

Da questa storia, viene fuori la considerazione che tutti, consapevoli o meno, almeno una volta subiamo un tradimento. Farle non lo so, ma avere le cosiddette corna, probabilmente sì. Certo, dopo un po’ di anni ci ridi su, se la storia è morta e sepolta. Ma nel momento in cui lo scopri, cosa fai? Io dico sempre a Fabri che preferirei non saperlo, potrebbe fare la fine di Bobbit ( se non sapete chi è, googlatelo, vi lascio la sorpresa…). Se mai mi tradisse, preferirei ignorarlo. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Soprattutto se è un tradimento solo fisico. Se si innamorasse, beh, in quel caso, certo, sarebbe il caso che me lo facesse sapere. Non c’è da perdere troppo tempo. Ma per gli uomini, pare che sia sempre diverso. Dicono che sia una questione di virilità…mah.

Il problema sono le donne. Le donne quando e se tradiscono, lo fanno perché non amano più il proprio compagno. Le donne “serie”. Le altre, va beh, non credo serva una spiegazione. E’ così.  Siamo talmente complicate, pensiamo talmente tanto che ci facciamo di quei films che neanche Spielberg o Woody Allen potrebbero metterli in scena. Certo, se poi si è recidivi, c’è qualcosa che non va. La serietà di nuovo può andare a farsi benedire con l’onestà e la fedeltà citate sopra.

La donna ( e in alcuni casi anche l’uomo) vede nell’altro l’Amore della Vita. Arriva a mettere tutto a repentaglio se ne è convinta. Ma mettere in discussione tutto prima è sempre una questione di responsabilità. E coraggio. Tradire è sinonimo di codardia; tradire significa rompere una promessa di fedeltà, la stessa che è racchiusa nel termine Amore; quella fedeltà che non è un peso quando non abbiamo occhi (e cuore) che per l’altro. Tradire non è deludere l’altro, ma allontanarsi da un Sentimento Sacro che merita Rispetto,  e da quel concetto più grande di noi stessi che lo rende il motore trainante della nostra esistenza.

Eppure capita. Cosa fare per evitarlo?

 

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Ritardo cronico

Puntualità.

Ci sono persone puntuali e persone ritardatarie.

Io non vorrei far parte delle seconde, ma,il più delle volte, mi capita sempre qualcosa che mi fa perdere tempo. Sempre. Il sillogismo che ne deriva è quindi:  Corinne è perennemente in ritardo.

Anche questa cosa, insieme alla logorrea, l’ho ereditata da mio padre, con un’unica differenza: io non voglio arrivare tardi, io mi preparo in anticipo, faccio tutto quello che devo fare, ma, all’ultimo momento,  o mi chiama uno, o ne incontro un altro e non riesco a tagliare. In più non sono nemmeno una di quelle che sta ore in bagno davanti allo specchio a mettersi a posto; in un minuto mi trucco, in un minuto mi vesto ( se mi sento in forma, se no è un dramma), e in venti minuti metto a posto il nido sopra la testa ( i miei capelli). Quando avevo le extensions era molto più facile, e molto più veloce…ma sì, complichiamoci ancora l’esistenza.

Mio marito mi accusa sempre di avere un ritardo cronico, poi da quando è nata la bambina, su questa cosa ci ricama proprio, ma mica si occupa di vestirla, cambiarla, metterla a posto o altro….quando dobbiamo uscire, lui si alza, va in bagno, si fa la sua bella doccetta calda,  la barba quando è in vena, si mette a posto i capelli, si veste in un minuto per poi dirmi: “sei pronta?”. Ma pronta cosa???  Devo ringraziare Peppa pig se riesco a farmi la doccia (quella maialina rosa ipnotizza la piccola cinque minuti a puntata) ma non prima che lui l’abbia finita, altrimenti sentirei  un sonoro “Cooooooooooooo, l’acquaaaaaaaaaaaaaa!!!”. Quindi, rivado in cucina, faccio il caffè, apro le finestre in camera per far girare l’aria,  e guardando la maialina rosa in TV, aspetto che lui finisca i suoi doveri. “Sbrigati che se no arriviamo in ritardo, come al solito”. Ecco. La colpa sarebbe mia. Mi sale un nervoso che non vi dico: anch’io avrei avuto piacere a prepararmi con calma, e invece no! Tutto di fretta, tanto la colpa ricade sempre su di me. E comunque, la piccola nana, quando sa che dobbiamo uscire, produce i suoi rifiuti corporei proprio mentre sto per chiudere la porta di casa. Vuoi non cambiarla?

Ok, è vero, sto dando colpa alla bambina. In effetti non è causa sua. L’errore sta nella fretta che abbiamo sempre. Non siamo in grado di prendere la vita con calma. Siamo inseguiti dai minuti che passano inesorabili, non riusciamo ad assaporarci lo scorrere del tempo, anzi, li rincorriamo col fiatone con la scusa di poter fare tante cose più possibili quante ne servono per ottimizzare la giornata. Ma dove sta scritto?

Anni fa, durante la mia prima vacanza in Kenya coi miei genitori vidi nella missione dove mio padre lavorava una scena che è rimasta impressa nella mia memoria. Anche mia madre se la ricorda ancora: c’erano quattro o cinque neri che dovevano spostare una decina di tubi di plastica. Tanto per farvi capire, un tubo sarebbe stato spostato senza fatica da una persona. Lì, erano in cinque che ne trasportavano uno. Lo tiravano su e subito dopo lo riappoggiavano giù. In quel lasso di tempo, si fermavano per asciugarsi il sudore. Mia madre li guardava sbalordita. “Ma così facendo non finiranno mai!Ma perché non ne prendono uno a testa e si velocizzano?Ma come si fa a lavorare così?!”. Il parroco missionario che abitava in quella prefettura, le rispose semplicemente che non vi è alcuna fretta nel compiere quel lavoro. Quei ragazzi si prendono il tempo che ci vuole e se lo godono. E’ mia madre che sbaglia a pensare “all’occidentale”: questo suo modo di vedere le cose le crea ansia, e quindi stress. In Africa lo stress da orologio non si sa cosa sia. “Take it easy”, le dice.

La mia natura ancestrale probabilmente mi porta in quella direzione, anche se professionalmente parlando, gli unici ritardi che ho fatto sono stati a causa di trenitalia o della metro milanese. Nella mia vita privata, prima dell’avvento di Didi, sapevo con chi potermi permettere un ritardo e con chi no. E in fondo ci giocavo anche un po’.

La puntualità è un segno di rispetto. Se si è deciso un orario, va onorato. Ed è buona educazione avvisare se si ritarda, anche solo per cinque minuti.

Io avviso sempre, voi?

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