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Il segno di una figuraccia

Non appena arrivata a Londra, l’anno della signora Maria, mi dirigo verso la metro. Completamente imbambolata e con la classica insicurezza tipica della principiante, prima di sbagliare direzione, chiedo conferma ad una ragazza che vedo in attesa. “Excuse me, is this train going to London city?”. Silenzio. Forse non mi ero espressa bene (d’altronde non avevo passato l’esame di lettorato inglese…). Riprovo: “Sorry, can you help me? Is this line directed to London City?”. La poverina iniziò a farmi dei gesti e a mugugnare, senza parlare. Era sordomuta. E io avrei voluto esserlo in quel momento. Tra tutte le persone che c’erano a Heathrow ad aspettare la  metro, io ho fermato l’unica che non avrei dovuto. Per la serie: paese che vai, figura che  fai. Non era nemmeno un’ora che avevo posato i miei “piedini” sul suolo inglese, che già volevo sprofondare  e sparire. Volevo scusarmi,  ma non conoscevo il linguaggio dei segni.  E non lo conosco ancora.

Le figuracce, che nascono per puro caso, per disattenzione o semplice ignoranza, creano sempre dei precedenti che ci dovrebbero aiutare a non farle più. Per evitarle, occorrerebbe stare zitti al momento giusto, ma non è sempre così evidente.Quando scelsi quella ragazza, non potevo sapere che fosse sordomuta e, probabilmente, anche lei si sarà sentita in difficoltà nel non potermi aiutare. Quindi oltre ad aver fatto una gaffe, ho pure creato ulteriori complessi.

Quell’episodio mi ha fatto ragionare sulla comunicazione non verbale e su quanto io sia ignorante a riguardo. Tendiamo a non approfondire certi argomenti fino a quando non ci colpiscono personalmente. Siamo spettatori passivi di ciò che succede attorno a noi: se siamo curiosi, ci informiamo, altrimenti ce ne dimentichiamo subito. Io non conosco il linguaggio dei segni perché non ne ho mai avuto bisogno. E’ così. Sono sicura che se avessi qualcheduno in famiglia a cui dovesse servire, farei di tutto per apprenderlo nel più breve tempo possibile. Come si suol dire, si fa di necessità virtù. Eppure è sbagliato. E me lo dico da sola. La pigrizia, ma soprattutto la non necessità fanno sì  che, per me, questo tipo di comunicazione sia lontana e totalmente sconosciuta. Perché non tendiamo ad anticipare le cose? Per noi stessi, non per gli altri! Perché fino a quando non veniamo toccati dai problemi, non ci preoccupiamo di pensare già a risolverli, o per lo meno a provarci? Siamo vittime di una società che ci fa vivere nell’apparente normalità che ci circonda. C’è una forma di egoismo alla base: finché capita agli altri, e non a noi, va tutto bene. Non pensiamo mai che qualcosa di “diverso” possa investirci. Ma quando ne siamo colpiti, è una catastrofe. Iniziamo a  studiare, approfondire, cercare di capire, diventiamo noi i dotti: per non incappare in altre figuracce o semplicemente perché SI DEVE, ci informiamo e impariamo.

Ma non è solo colpa nostra.

Non sarebbe forse più giusto insegnare i linguaggi alternativi, come la LIS, già dalle scuole elementari, insieme alla lingua straniera, come fanno nei paesi scandinavi dove c’è un corso obbligatorio alle elementari? Perché non viene inserita come materia di studio? Io posso anche essere tenuta a non sapere dell’esistenza di essa, ma la scuola, lo stato dovrebbe mettermi di fronte a questa alternativa. Non è che se non la si usa, vada a male come il pesce. Al massimo rimane una cosa in più che sappiamo fare, cosa ci sarebbe di così sconvolgente? Apprenderemmo un modo di comunicare con i non udenti, loro non avrebbero più nessun limite di comunicazione, potremmo capirci e interagire, ma cosa più importante, non si creerebbe emarginazione. Invece, come al solito, non essendoci alcun interesse economico alla base di questo tipo di pensiero, non viene nemmeno preso in considerazione.

Qualche mese fa, un’amica che ha un figlio sordo mi ha invitata su facebook a firmare una petizione che chiede al Parlamento italiano il riconoscimento ufficiale della LIS, come avviene in 44 paesi del mondo (tra i quali Iran, U.S.A., Cina, Spagna e Francia).

Amici di The Morning Later, vi invito a fare come me e a firmare questa petizione:

https://www.change.org/p/io-segno-la-lis-ma-lo-stato-italiano-non-riconosce-la-mia-lingua-iosegno

Pensate al futuro: se mai capitasse alle nuove generazioni di chiedere informazioni a qualcuno e rendersi conto che è sordo, avrà una valida alternativa per evitare quella figuraccia.

Io segno, voi?

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3 thoughts on “Il segno di una figuraccia

  1. Cristina ha detto:

    Io firmo!eccome se firmo!ho insegnato durante gli anni universitari a due ragazze sordomute all Università di Torino come loro Tutor e grazie a quest esperienza ho avuto la possibilità di imparare la LIS!!

    Liked by 1 persona

  2. Voglio riportare qui il commento che ho ricevuto su FB da un’amica, mi sembra giusto e lo utilizzo come ERRATA CORRIGE.
    Io ho studiato. Lingua dei segni. Lingua, non linguaggio. te lo dico perché molti pensano sia un linguaggio senza sapere che invece è una lingua a tutti gli effetti con regole grammaticali e tutto il resto. Lingua molto difficile per altro…E sordi. Non ” non udenti” o ” sordo muti” semplicemente sordi. Sono sordi ma possono parlare se vogliono…E’ una lingua bellissima, che usa il corpo, le espressioni, la mimica facciale e corporale e le ingloba nella grammatica. quando l’ ho scoperta, ho scoperto un nuovo modo di esprimermi che mi piaceva molto di più del mio…A Cossato c’è una scuola conosciuta in tutta italia che fin dalla scuola materna permette a sordi e udenti di imparare insieme. Ci sono interpreti nelle classi e anche ore di insegnamento di lingua dei segni. Bellissimo progetto che arriva fino alle superiori. Fino a quando ci saranno i soldi si farà. Ogni anno e’ una incognita, perché,appunto, l ‘ Italia e’ uno dei pochi Paesi al Mondo in cui questa lingua non è riconosciuta. Come al solito, del resto, in Italia dobbiamo farci riconoscere! Scusa la lungaggine…ma con il tuo articolo hai sfiorato la sorda che c’ e’ in me.

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