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Una campionessa mancata

Gli  sport mi sono sempre piaciuti, soprattutto quelli di squadra. Come in tutto il mondo, nel mio paesello di tremila anime ovviamente non manca il campo da calcio, sport che regna sovrano ovunque, come la coca-cola: lo trovi anche nel villaggio più sperduto in Africa. Probabilmente perché una palla si può fare con qualunque cosa, e il gesto di calciare viene naturale a chiunque. Fatto sta che se uno volesse giocare seriamente, anche senza emergere, una possibilità con questo sport la può trovare sempre. Con tutti gli altri, invece, un po’ meno. Io, se ho iniziato ad appassionarmi alla pallavolo, devo ringraziare i cartoni giapponesi della mia infanzia: Mimì Ayuara prima e Mila Azuki poi. Mimì è stato il mio esempio per tutti gli anni delle elementari: volevo diventare come lei. Chi come me la conosce, sa che si allenava con le catene per rafforzare i polsi: ebbene, io la imitai. Presi la catena che chiude il cancello di casa dei miei per allenarmi in ricezione, usando sia delle palle appallottolate di carta sia plastica, per poi colpirle contro il muro di casa. Negli anni a venire sono sempre stata scarsa in ricezione, ringrazio l’avvento del ruolo del libero che mi ha salvata tante volte, ma mi sa che quegli allenamenti con Mimì sono stati inutili, anche se in cuor mio ero davvero convinta che sarei diventata come lei!

Ho sempre voluto giocare in una squadra, ma non sapevo dove andare.

La mia prima squadra fu quella scolastica alle medie: dovendo partecipare al torneo interscolastico abbiamo avuto il coraggio di affrontarlo e lì c’è stato il mio esordio come ala. Di tacchino. Scoordinata e fuori tempo. Ricordo ancora chiaramente il mio salto nel vuoto: mi è stata alzata una palla e sono saltata un’ora prima colpendo il vuoto. Memorabile. Una figura di merda epocale. Ci sono voluti anni per dimenticarlo, ma la colpa non era mia: nessuno mi aveva mai spiegato come si facesse a schiacciare, tanto meno fare l’ala. Naturalmente, il capro espiatorio non poteva che essere l’allenatore, ossia la nostra prof. di educazione fisica.

Dimenticata l’esperienza alle medie, mi rifeci al liceo. Una mia compagna giocava seriamente ed era veramente brava, così nelle ore di educazione fisica, se capitava di giocare a volley, cercavo di apprendere il più possibile da lei. Ma quel tocco, quella leggerezza nel palleggiare, nonostante gli anni successivi di allenamento, non sono mai riuscita ad averlo. I fondamentali s’imparano da bambini, se ti viene data un’impostazione corretta, ti rimane per tutta la vita. Purtroppo io sono arrivata tardi. Ad ogni modo, grazie alla mia compagna di banco sono riuscita ad entrare nella squadra del suo paese, in un campionato CSI, senza lode e senza infamia, ma almeno ho iniziato a fare pratica e concepire la pallavolo seriamente. Avendo questo problema coi fondamentali, ero totalmente inaffidabile. Quindi la giusta conseguenza non poteva che essere una: panchina! Ragazzi, il ruolo in panca per quanto ti dicano tutti gli allenatori che sia fondamentale per l’incitamento della squadra e tu venga considerato come la “soluzione” ai problemi, è mortificante. Ho iniziato a capire Del Piero quando non lo facevano giocare. E pare che ancora adesso che gioca in India, la solfa non sia cambiata. L’unica cosa che ci differenzia è che lui era un campione ed io no. Capitava sempre che invitavi i tuoi a vederti giocare, anche solo un set, e tu te ne stavi seduta in tuta a gridare “dai ragazze”. Ma dai sto cavolo! “Mister fammi entrare”, vorresti dire. E chi se ne frega se non ricevi bene, o se palleggi maluccio: entrare in campo significa avere la fiducia del tuo capo, poter dimostrare chi sei e capire soprattutto i tuoi limiti. Se non hai doti. Non ero cosi scarsa, avevo solo bisogno di qualcuno che credesse in me e mi facesse fare un allenamento diverso per recuperare il gap degli anni infantili. Mimì e le catene purtroppo non erano bastate. Atleticamente correvo e avevo una buona elevazione. Il resto, per carità. Diciamo che più che Mimì, ero più simile a Mila. O meglio, ci speravo anche sta volta.

Sono andata avanti così per tre anni, finché non mi ha contattata una mia amica, nonché ex compagna di quella squadra delle medie, Samantha.

“Co’,vieni a giocare con me a Gattinara, la squadra è bella e seria, dai che ci divertiamo”.  Proviamo. Essendo anche più vicina a casa, andai. Nel mentre avevo preso la patente, quindi chiedere a mia mamma di portarmi agli allenamenti non era più una tortura. L’allenatore sembrava poterci credere, ma di nuovo,  l’incubo panca tornò a farsi vivo. Non c’era tempo, il mister voleva vincere, la squadra delle veterane pure. Non bastava essere la “nera” della squadra, che, scambiata per l’acquisto straniero,  è sempre forte. Nen mi (non io).

Dopo un campionato di prima divisione in panchina ( e in sordina) finalmente, arrivò chi credette in me. Un nuovo allenatore che creò con il capitano della mia nuova squadra un nuovo gruppo. Mi ricordo ancora adesso tutti gli allenamenti specifici che mi aveva fatto fare. Ricezione e palleggio, in primis. In più, da ala, passai al ruolo di centrale. Una buonissima elevazione. Iniziai sì in panchina, ma impegnandomi con costanza e migliorando, finalmente, riuscii a guadagnarmi il mio posto in squadra. Prima un set, poi due, poi quanti ne servivano. In un anno, abbiamo vinto tutte le partite in prima divisione. Ci siamo guadagnate la serie D. Io ero migliorata davvero, e c’era una grande passione che mi spingeva. Anche quando vacillava, le mie compagne e il mister mi risollevavano. Questo è stato il concetto di squadra che mi ha accompagnata sempre.

Quando finalmente potevo avere la possibilità di emergere, dopo tre anni, volai via. La vita da hostess mi stava aspettando. Mi dispiacque moltissimo.

In cuor mio sono convinta che sarei potuta diventare qualcuno. Lasciatemi quell’illusione. Una campionessa mancata. L’importante è crederci.

 

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4 thoughts on “Una campionessa mancata

  1. Cristina ha detto:

    La pallavolo!penso fosse una passione che ci accomunava…la Sam su tutte eravate troppo brave e decise..a me piaceva ma mi sn sempre considerata una schiappa!mai giocato se nn a casa!

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