corinne noca

Credimi.

Mamma non sono stata io. Mamma non è colpa mia.

Credimi.

I bambini dicono spesso queste frasi, anche quando sono colpevoli. La tendenza a nascondersi per paura delle conseguenze è una cosa tipicamente infantile. Le bugie, l’ho già scritto, che siano mezze verità, taciti silenzi o menzogne vere e proprie, nascondono un disagio interiore che è difficile da analizzare a freddo. Il più delle volte si vuole scappare dalla responsabilità e la strada più facile è questa. Ma cosa dire, invece, quando si viene accusati ingiustamente e non si viene creduti?

I fatti di cronaca quotidiani ci fanno riflettere su questo tema: imputati che affermano di essere innocenti, prove inquinate dai cosiddetti esperti di settore, prove inconfutabili e sentenze di concorsi in omicidio senza reali colpevoli. In tutti questi casi c’è sempre una percentuale di insicurezza: diranno la verità o no? Ognuno di noi, in base a ciò che sente, legge, ascolta o semplice sensazione, si fa la propria idea di innocenza o colpevolezza. E la maggior parte delle volte, anche quando viene dimostrata la realtà dei fatti, la nostra opinione fatica ad accettarla se contraria all’imprinting iniziale.

Ribaltiamo il concetto su di noi: vi è mai capitato di dover dimostrare di non essere colpevoli ( in senso molto più stretto) di un fatto ( che, per carità, non dev’essere un omicidio!) e non essere creduti? Di dover insistere per far valere la vostra verità perché non avete convinto il vostro interlocutore?

A me sì. Diverse volte, e credetemi, è mortificante. Lo è quando vieni accusato ingiustamente sul lavoro, prendendoti la responsabilità di un altro, quando tu non ne hai colpa, ma lo è soprattutto quando è un tuo amico a non crederti e a causa della sua idea malsana, cambia atteggiamento nei tuoi confronti e non ti considera più. E ancora peggio, pensa che tu abbia agito in quel modo in maniera premeditata. Tu fai di tutto per essere ascoltato, esponi le tue ragioni ma niente. Il tuo interlocutore rimane sulle sue e non si smuove da lì. Cosa fai? Io ad un certo punto ho buttato la spugna. Si tende a perdere la forza a sostenere la propria verità. Questo è il fatto grave.

Se si è “innocenti” non bisogna smettere di gridarlo. Ma solo se lo si è davvero. E questo lo sappiamo solo noi.

E voi, cosa ne pensate? Vi è mai successo?

Standard
blog, corinne noca

Quello che ci accomuna.

Forse, una delle cose più imbarazzanti che ci può capitare fuori casa, è dover usufruire del bagno altrui. E non per fare pipì.

STORIA UNO

Capita che mi trovo a  Torino con mio zio. Andiamo in un bar a fare colazione. Ad un certo punto, dopo il caffé e la sigaretta (si poteva ancora fumare nei locali) mi dice: “Co’, vado in bagno”. In un attimo svanisce. Io sto lì a godermi la brioche con la mitica crema del sig. Ferrero appena sfornata e faccio finta di leggere “La Stampa”. Non sono mai stata un’amante dei quotidiani, quindi mi limitavo a sfogliare le pagine per darmi un tono. Credo di essere arrivata alla pagina finale e di essere anche tornata indietro…per almeno due volte. Poi devo aver anche chiesto un bicchiere d’acqua e sono uscita a vedere due vetrine. Lui permaneva in bagno.

Per la legge di Murphy, accade sempre il contrario di quello che non dovrebbe: mi scappa la pipì. Chiedo alla gentil barista se c’e un’ altra toilette e mi fa “no” con la testa. Vado a bussare e mio zio mi dice: ” Tutto a posto Co’, mai stato meglio”. Ecco, allora sbrigati.

Torno al tavolo e aspetto.

Dopo venti minuti, rispunta davanti a me “tutto goduto”.  Mi dice: “Bon, t’è a post? ‘Nduma che la giornata l’è longa” . (trad. Bon, sei a posto? Andiamo che la giornata è lunga). “‘Nduma???  Ma io devo fare pipì prima, se no scoppio”- “Fossi in te non mi addentrerei: Cò, a-i è ‘n’udur da bestia. Varda che l’è na turca, l’è mej che t va nen”. (Cò, c’è un odore da animale, guarda che è una turca, è meglio se non vai). Piccola parentesi: zio Giulio diceva sempre la verità, anche quando sembrava scherzasse. L’ho capito quel giorno di giugno.  Incurante del monito, mi dirigo verso il wc e lui mi dice: ” Non pensavo fossi cosi coraggiosa”, e si mette a ridere.

Tutta spavalda, apro la porta. Nello stesso istante, la richiudo. “N’udur da bestia”. Indimenticabile dopo 18 anni.

“Sei stata un fulmine!!” – “Non mi scappa più, mi è passata” – “Eh, ti capisco. Io non vedevo l’ora di uscire, ma è stata epocale”. Lo guardo un po’ schifata e lui, in stile molto British, mentre stiamo per uscire, lascia la mancia alla barista, dicendole: “Un segno di rispetto per chi andrà a pulire. Sono spiacente, non vorrei essere al suo posto”.

Sembrava una scena di Mr. Bean.

Non appena fuori, zio Giulio mi vede ancora con una faccia sconcertata e lapidario afferma: “Guarda che anche Sua Maestà la Regina d’Inghilterra si siede sul wc, e nemmeno lei caga violette!”.

Mi mancano molto le sue massime.

STORIA DUE

La settimana scorsa abbiamo avuto una coppia di amici a cena. Ad un certo punto, lui ci chiede se può usufruire della toilette. Il tempo trascorso tra l’andare e il tornare, ti fa capire l’entità della necessità. Quando torna, ci parla  con entusiasmo delle pagine relative al libro di psicologia trovato in bagno. Lo commentiamo e la cosa muore lì.

La serata è volata via in un batter d’occhio: li accompagniamo all’uscita e sento provenire dal bagno degli spifferi di aria fredda: entro e trovo le finestre spalancate. Aerare il locale prima di soggiornarvi. L’udur da bestia aveva colpito ancora. Ma non era una turca e ringraziando (dovendo io pulire) non c’era stato bisogno di nessuna mancia.

Ora,  se cagare è così naturale e ci accomuna tutti, perché ci vergogniamo così tanto? In fondo è un bisogno fisiologico, no? Come si spiega la paura della figura (di merda)  fuori dalle mura domestiche? Perché, come direbbe Del Piero, fare plin plin non ci crea lo stesso timore? Semplice. I bisogni solidi lasciano la scia del nostro passaggio e potremmo essere ricordati più per quello che per altro. Se lasciassimo qualche goccia di Chanel nr 5 forse saremmo meno imbarazzati. Invece no, il tanfo che riusciamo ad emanare, grandi e piccini (soprattutto) è letale.

Come diceva zio Giulio, questa produzione corporea è ciò che ci accomuna tutti, teste coronate e non. Regina Elisabetta compresa. L’unica differenza è che, in questo caso, lei non ha l’udur. Lei ha lo smell.

THE END

Standard
blog, pensiero, the morning later

Speranze

L’altra sera su Rai Storia ho visto un pezzo dell’intervento di Fabiola Gianotti pronunciato il 7 novembre nel salone dei Corazzieri del Quirinale, durante il secondo incontro con gli studenti italiani sul tema L’Europa della scienza.

Premetto che di meccanica quantistica non ci capisco niente, ma sono rimasta comunque inebriata dalla spiegazione del Bosone di Higgs che questo orgoglio nazionale, futura prima donna direttore del Cern di Ginevra, ha dato di fronte al presidente della Repubblica e a dei semplici ragazzi di un liceo scientifico.

Nell’ascoltarla, ho guardato mia figlia e ho pensato al futuro. Ho pensato a cosa vorrei per lei e cosa mai diventerà.

Ogni genitore vorrebbe il meglio per i propri figli: se potesse decidere per loro sarebbe perfetto. Invece, per fortuna, ognuno di loro ha le proprie inclinazioni, i propri desideri, le proprie passioni che dovranno maturare e pian piano scoprire. Noi genitori dovremo, prima di assecondarli, cercare di capire in cosa sono portati e guidarli, aiutarli. Penso che questa sarà la cosa più difficile da fare. Oggi la vedo così, piccola e indifesa, ma con un carattere forte già sviluppato e una testardaggine peggiore di quella di un adulto. In cuor mio sento che andrà lontano, che diventerà Qualcuno. O forse sono solo le speranze di una mamma in erba che ha ancora tutto da imparare. Solo ora, mi rendo conto dei pensieri e delle paure che aveva mia mamma quando ero bambina. Prima ero figlia e la capivo fino ad un certo punto, anche se i miei non si possono lamentare visto che non ho mai avuto grilli per la testa, studiavo, ascoltavo e obbedivo. Sono cresciuta con la paura di deluderli e questo mi ha sempre spinto a comportarmi bene e a cercare di ottenere il massimo dai miei sforzi. In passato, pensando a quando sarei stata io madre, ero certa di non dovermi preoccupare se i miei figli fossero stati come me. In realtà, questo non lo sai finché non lo vivi e in ogni caso, la preoccupazione è sempre lì, in agguato.

Mi auguro che lei possa fare quello che desidera, che si realizzi e che scopra dentro di sé quel talento che tutti noi abbiamo ma che raramente riusciamo a far emergere.

Mi auguro di riuscire a impartirle i valori con i quali sono cresciuta io.

Mi auguro di non limitarla nella sua libertà e di insegnarle ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Mi auguro di essere una buona mamma.

Mi auguro che lei sappia apprezzarmi e volermi bene.

Mi auguro che un domani, rileggendo tutto questo, io possa essere fiera del lavoro che avremo fatto. Che diventi una scienziata o sia una semplice spazzina, quello che conta è che lei sia felice. Questa è la mia unica speranza.

Standard
blog, corinne noca, Dieta, the morning later

L’ago della bilancia

È tempo di feste. Il Natale, con la Pasqua, porta sempre qualcosa in più nella vita delle persone: i chili! Io, non so voi, ma la mia personale lotta con l’ago della bilancia la faccio risalire a tempi immemori, probabilmente già dalla pancia di mia mamma. Lei che è sempre stata magrissima, quando è rimasta incinta, ha messo su 25 chili. Va bene che poteva essere sottopeso e quindi aver aggiunto quei 5 chiletti in più, ma gli altri 20?? Portava forse in grembo una che il cibo non l’avrebbe mai schifato nel corso degli anni? Sí, è così.

Ci sono persone che se mangiano più del dovuto o sgarrano, mettono su subito qualche etto, altre che possono scrofanarsi tutto e non prendere un grammo. Ovviamente io appartengo alla prima categoria. Poi, mio marito, che me ne dice continuamente, afferma che la mia conformazione è così, i “neri han tutti le ossa più grosse e quindi più pesanti”. Mah. Io non sono di questo avviso. Con lui  è uno scontro continuo a causa del fisico e del peso. Non mi era bastata mia mamma, durante l’adolescenza, no, pure il marito. Ah, benedetti Arieti.

Il problema è che sono golosissima: toglietemi tutto, ma non i dolci. Soprattutto il cioccolato. La Nutella, poi…propongo un Sig. Michele Ferrero santo subito: lei sarà il mio idolo per tutta la vita, mi creda. A casa la Nutella la comprava papà, goloso quanto me. Solito DNA. Poi, sapendo che mi piaceva, ha iniziato anche mamma. Purtroppo non sono mai stata in grado di dosarmi. Se aprivo un bicchiere o un barattolo, ero capace di finirlo tutto in quel momento. A cucchiaiate, coi grissini, coi TUC (l’accoppiata dolce/salato fantastica), a volte anche con qualche biscotto, fagocitavo questa magnifica crema come un pac-man. Il problema, allora, diventava negare di averla mangiata e quindi dimostrare che il barattolo non era finito. Non c’era via di scampo: eravamo tre in casa, tra cui mio padre, che di certo non se la mangiava in un giorno, mia madre che non ha mai toccato i dolci fino a quando non li ha scoperti con il primo problema di cuore, dieci anni dopo. Probabilmente si sarà detta che era meglio godersi le dolcezze della vita che le amarezze. Perciò l’unica indiziata non potevo che essere io. Ma come nascondere la pietra dello scandalo? Semplice: ricoprire dall’interno le pareti del vasetto con la Nutella che avanzava, facendolo sembrare sempre pieno. Che astuzia. C’avete mai pensato? In questo modo, passavano anche dei giorni e nessuno se ne accorgeva.  Per un po’ mi è andata bene. Quando mia madre mi scoprì, chiaramente oltre alla Nutella, finì tutto, anche l’acquisto. La crema di nocciole più famosa d’Italia divenne un premio da meritare in grandi, grandissime occasioni. Cioè MAI.

Mia madre ce l’aveva col fisico. Lei, che aveva sfilato per la moglie del presidente Mobutu, non poteva concepire una figlia “cosciona”, almeno a 14 anni. E così via: “Co’ stai attenta qui, Co’ stai attenta lì, Co’ il sedere, Co’ vuoi diventare come le mamà in Africa…”…e quindi, sono cresciuta con sta cantilena e col complesso del sedere grosso. Non sono mai stata una ragazza “slim”, alla Olivia di Braccio di ferro, per dire; mi sono sempre reputata normale, ma il complesso del “culo grosso” ce l’ho ancora oggi, che non è propriamente “piccolino”. Mettevo maglioni più grandi di me pur di nasconderlo. (A riguardare alcune foto d’epoca mi viene da piangere: “In che stato ci conciavamo???!”. La moda degli anni ’80 e ’90 credo sia stata una delle più brutte in assoluto, tra spalline, pantaloni a vita alta, maglioni oversize…per carità! ).
Tornando a noi, alla fine sta lotta verso il modello proposto e propinato in televisione ( e da mia mamma) ha preso il sopravvento: ho cominciato a fare jogging, poi palestra con i vari step, aerobica, aerobox, spinning e chi più ne ha più ne metta. Solo grazie alla pallavolo e agli allenamenti sono riuscita a tenermi più o meno in forma costante per diversi anni . Ne avevo anche 15 in meno di adesso, e si sa, le calorie a vent’anni si bruciano anche stando seduti…

Quando ho smesso di giocare sono iniziate le grane. Non avendo più fatto nulla per due/tre anni, ho vissuto di rendita durante il volo. Atterrata definitivamente, i chili lievitavano come l’impasto per la pizza. Dovevo far qualcosa. Così, iniziò l’era Jane Fonda. Eh si, esercizi a casa. Grande Jane. Avevo comprato due videocassette all’Esselunga in lingua originale, quindi mi sorbivo due tranches da 45 minuti della sig.ra Fonda in inglese che diceva “squeeze when you come up” quando era ora di fare gli squat. Mi ammazzava ogni volta. Davanti alla TV come quelle americane che fanno esercizi mangiando un club sandwich, seguivo il corso e mi ritrovavo a parlarle: “Basta Jane, basta!” e lei invece andava avanti cantando incurante con le sue due collaboratrici (facendo prima gli squat, poi gli slanci laterali con le gambe): “I’m in the Army now, I’m in the Army now”. Un incubo. L’allenamento dei Marines personalizzato a casa. Delle sudate…e ogni volta che lo facevo, dicevo tra me e me: “se stavolta li perdo, giuro che non li riprendo più, basta!”.

Sì, magari. Uno yo yo continuo.

Insieme agli esercizi, ho provato anche tutte le diete possibili e immaginabili: Weight Watchers, Montignac, la dieta del minestrone, la Dukan, la Messegue. Tutte. Chiedetemi e vi saprò raccontare la storia di ognuna di queste.

Sono passati più di dieci anni da allora, nel mentre ho anche partorito un anno e mezzo fa. Ho poco da prendere in giro mia madre: di chili, io ne ho messi su venti. Credo. Ad un certo punto mi sono rifiutata di salire sulla bilancia. Anche dalla ginecologa trovavo scuse del tipo “ho fatto colazione, al mattino quando mi alzo peso meno”, risposta della dottoressa: “una colazione da un chilo??”. Forse anche mia figlia farà parte della categoria “mangio e ingrasso”, o forse no. Glielo auguro.

Quella è stata la lotta più dura, ma ce l’ho fatta. E senza Dukan nè altro, se non costanza, volontà e continua attività fisica. Allattavo, mi alzavo ogni mattina alle 6 e facevo dai 20 ai 60 minuti di cyclette a seconda di quanto tempo riusciva a dormire la piccola. L’obiettivo era perderli. Avevo consultato una nutrizionista per gli ultimi quattro chili che faticavo a buttar giù perché avevo capito che dovevo avere un metodo. La dieta non è sacrificio, non è togliersi chissà cosa per un periodo di tempo. È uno stile di vita, è saper mangiare bene, nutrirsi quando è necessario, concedendosi il giusto piacere. Quando si capisce questo, vuol dire che si sta già intraprendendo il cammino giusto.

Ebbene, buttai giù tutti quei chili.

Per un po’ , è andata bene. Oltre al peso acquisito durante la gravidanza, ne persi ancora altro ( ma per quello devo ringraziare la vivacità di mia figlia…).

Quest’estate mi sono risposata ed ero esattamente come avrei voluto essere. Giusto il tempo di un’estate e della prova costume che non ho indossato, visto l’autunno piovoso anticipato a luglio ed agosto. Ho già ripreso tre chili che non vogliono andare via. Si sono attaccati alla mia pancia e ai fianchi. E non oso immaginare come sarà dopo Natale. Il jeans che non si chiude più, la prova allo specchio, la prova costume…uno stress che continua da 25 anni…

E’ inutile, io questa lotta non la vincerò mai, ma sapete cosa vi dico? L’importante è stare bene con se stessi, chilo più, chilo meno, perciò chissenefrega: W la Nutella e buone feste!

😉

 

Standard
blog, corinne noca, the morning later

Una campionessa mancata

Gli  sport mi sono sempre piaciuti, soprattutto quelli di squadra. Come in tutto il mondo, nel mio paesello di tremila anime ovviamente non manca il campo da calcio, sport che regna sovrano ovunque, come la coca-cola: lo trovi anche nel villaggio più sperduto in Africa. Probabilmente perché una palla si può fare con qualunque cosa, e il gesto di calciare viene naturale a chiunque. Fatto sta che se uno volesse giocare seriamente, anche senza emergere, una possibilità con questo sport la può trovare sempre. Con tutti gli altri, invece, un po’ meno. Io, se ho iniziato ad appassionarmi alla pallavolo, devo ringraziare i cartoni giapponesi della mia infanzia: Mimì Ayuara prima e Mila Azuki poi. Mimì è stato il mio esempio per tutti gli anni delle elementari: volevo diventare come lei. Chi come me la conosce, sa che si allenava con le catene per rafforzare i polsi: ebbene, io la imitai. Presi la catena che chiude il cancello di casa dei miei per allenarmi in ricezione, usando sia delle palle appallottolate di carta sia plastica, per poi colpirle contro il muro di casa. Negli anni a venire sono sempre stata scarsa in ricezione, ringrazio l’avvento del ruolo del libero che mi ha salvata tante volte, ma mi sa che quegli allenamenti con Mimì sono stati inutili, anche se in cuor mio ero davvero convinta che sarei diventata come lei!

Ho sempre voluto giocare in una squadra, ma non sapevo dove andare.

La mia prima squadra fu quella scolastica alle medie: dovendo partecipare al torneo interscolastico abbiamo avuto il coraggio di affrontarlo e lì c’è stato il mio esordio come ala. Di tacchino. Scoordinata e fuori tempo. Ricordo ancora chiaramente il mio salto nel vuoto: mi è stata alzata una palla e sono saltata un’ora prima colpendo il vuoto. Memorabile. Una figura di merda epocale. Ci sono voluti anni per dimenticarlo, ma la colpa non era mia: nessuno mi aveva mai spiegato come si facesse a schiacciare, tanto meno fare l’ala. Naturalmente, il capro espiatorio non poteva che essere l’allenatore, ossia la nostra prof. di educazione fisica.

Dimenticata l’esperienza alle medie, mi rifeci al liceo. Una mia compagna giocava seriamente ed era veramente brava, così nelle ore di educazione fisica, se capitava di giocare a volley, cercavo di apprendere il più possibile da lei. Ma quel tocco, quella leggerezza nel palleggiare, nonostante gli anni successivi di allenamento, non sono mai riuscita ad averlo. I fondamentali s’imparano da bambini, se ti viene data un’impostazione corretta, ti rimane per tutta la vita. Purtroppo io sono arrivata tardi. Ad ogni modo, grazie alla mia compagna di banco sono riuscita ad entrare nella squadra del suo paese, in un campionato CSI, senza lode e senza infamia, ma almeno ho iniziato a fare pratica e concepire la pallavolo seriamente. Avendo questo problema coi fondamentali, ero totalmente inaffidabile. Quindi la giusta conseguenza non poteva che essere una: panchina! Ragazzi, il ruolo in panca per quanto ti dicano tutti gli allenatori che sia fondamentale per l’incitamento della squadra e tu venga considerato come la “soluzione” ai problemi, è mortificante. Ho iniziato a capire Del Piero quando non lo facevano giocare. E pare che ancora adesso che gioca in India, la solfa non sia cambiata. L’unica cosa che ci differenzia è che lui era un campione ed io no. Capitava sempre che invitavi i tuoi a vederti giocare, anche solo un set, e tu te ne stavi seduta in tuta a gridare “dai ragazze”. Ma dai sto cavolo! “Mister fammi entrare”, vorresti dire. E chi se ne frega se non ricevi bene, o se palleggi maluccio: entrare in campo significa avere la fiducia del tuo capo, poter dimostrare chi sei e capire soprattutto i tuoi limiti. Se non hai doti. Non ero cosi scarsa, avevo solo bisogno di qualcuno che credesse in me e mi facesse fare un allenamento diverso per recuperare il gap degli anni infantili. Mimì e le catene purtroppo non erano bastate. Atleticamente correvo e avevo una buona elevazione. Il resto, per carità. Diciamo che più che Mimì, ero più simile a Mila. O meglio, ci speravo anche sta volta.

Sono andata avanti così per tre anni, finché non mi ha contattata una mia amica, nonché ex compagna di quella squadra delle medie, Samantha.

“Co’,vieni a giocare con me a Gattinara, la squadra è bella e seria, dai che ci divertiamo”.  Proviamo. Essendo anche più vicina a casa, andai. Nel mentre avevo preso la patente, quindi chiedere a mia mamma di portarmi agli allenamenti non era più una tortura. L’allenatore sembrava poterci credere, ma di nuovo,  l’incubo panca tornò a farsi vivo. Non c’era tempo, il mister voleva vincere, la squadra delle veterane pure. Non bastava essere la “nera” della squadra, che, scambiata per l’acquisto straniero,  è sempre forte. Nen mi (non io).

Dopo un campionato di prima divisione in panchina ( e in sordina) finalmente, arrivò chi credette in me. Un nuovo allenatore che creò con il capitano della mia nuova squadra un nuovo gruppo. Mi ricordo ancora adesso tutti gli allenamenti specifici che mi aveva fatto fare. Ricezione e palleggio, in primis. In più, da ala, passai al ruolo di centrale. Una buonissima elevazione. Iniziai sì in panchina, ma impegnandomi con costanza e migliorando, finalmente, riuscii a guadagnarmi il mio posto in squadra. Prima un set, poi due, poi quanti ne servivano. In un anno, abbiamo vinto tutte le partite in prima divisione. Ci siamo guadagnate la serie D. Io ero migliorata davvero, e c’era una grande passione che mi spingeva. Anche quando vacillava, le mie compagne e il mister mi risollevavano. Questo è stato il concetto di squadra che mi ha accompagnata sempre.

Quando finalmente potevo avere la possibilità di emergere, dopo tre anni, volai via. La vita da hostess mi stava aspettando. Mi dispiacque moltissimo.

In cuor mio sono convinta che sarei potuta diventare qualcuno. Lasciatemi quell’illusione. Una campionessa mancata. L’importante è crederci.

 

Standard
blog, corinne noca, parola, the morning later

Il segno di una figuraccia

Non appena arrivata a Londra, l’anno della signora Maria, mi dirigo verso la metro. Completamente imbambolata e con la classica insicurezza tipica della principiante, prima di sbagliare direzione, chiedo conferma ad una ragazza che vedo in attesa. “Excuse me, is this train going to London city?”. Silenzio. Forse non mi ero espressa bene (d’altronde non avevo passato l’esame di lettorato inglese…). Riprovo: “Sorry, can you help me? Is this line directed to London City?”. La poverina iniziò a farmi dei gesti e a mugugnare, senza parlare. Era sordomuta. E io avrei voluto esserlo in quel momento. Tra tutte le persone che c’erano a Heathrow ad aspettare la  metro, io ho fermato l’unica che non avrei dovuto. Per la serie: paese che vai, figura che  fai. Non era nemmeno un’ora che avevo posato i miei “piedini” sul suolo inglese, che già volevo sprofondare  e sparire. Volevo scusarmi,  ma non conoscevo il linguaggio dei segni.  E non lo conosco ancora.

Le figuracce, che nascono per puro caso, per disattenzione o semplice ignoranza, creano sempre dei precedenti che ci dovrebbero aiutare a non farle più. Per evitarle, occorrerebbe stare zitti al momento giusto, ma non è sempre così evidente.Quando scelsi quella ragazza, non potevo sapere che fosse sordomuta e, probabilmente, anche lei si sarà sentita in difficoltà nel non potermi aiutare. Quindi oltre ad aver fatto una gaffe, ho pure creato ulteriori complessi.

Quell’episodio mi ha fatto ragionare sulla comunicazione non verbale e su quanto io sia ignorante a riguardo. Tendiamo a non approfondire certi argomenti fino a quando non ci colpiscono personalmente. Siamo spettatori passivi di ciò che succede attorno a noi: se siamo curiosi, ci informiamo, altrimenti ce ne dimentichiamo subito. Io non conosco il linguaggio dei segni perché non ne ho mai avuto bisogno. E’ così. Sono sicura che se avessi qualcheduno in famiglia a cui dovesse servire, farei di tutto per apprenderlo nel più breve tempo possibile. Come si suol dire, si fa di necessità virtù. Eppure è sbagliato. E me lo dico da sola. La pigrizia, ma soprattutto la non necessità fanno sì  che, per me, questo tipo di comunicazione sia lontana e totalmente sconosciuta. Perché non tendiamo ad anticipare le cose? Per noi stessi, non per gli altri! Perché fino a quando non veniamo toccati dai problemi, non ci preoccupiamo di pensare già a risolverli, o per lo meno a provarci? Siamo vittime di una società che ci fa vivere nell’apparente normalità che ci circonda. C’è una forma di egoismo alla base: finché capita agli altri, e non a noi, va tutto bene. Non pensiamo mai che qualcosa di “diverso” possa investirci. Ma quando ne siamo colpiti, è una catastrofe. Iniziamo a  studiare, approfondire, cercare di capire, diventiamo noi i dotti: per non incappare in altre figuracce o semplicemente perché SI DEVE, ci informiamo e impariamo.

Ma non è solo colpa nostra.

Non sarebbe forse più giusto insegnare i linguaggi alternativi, come la LIS, già dalle scuole elementari, insieme alla lingua straniera, come fanno nei paesi scandinavi dove c’è un corso obbligatorio alle elementari? Perché non viene inserita come materia di studio? Io posso anche essere tenuta a non sapere dell’esistenza di essa, ma la scuola, lo stato dovrebbe mettermi di fronte a questa alternativa. Non è che se non la si usa, vada a male come il pesce. Al massimo rimane una cosa in più che sappiamo fare, cosa ci sarebbe di così sconvolgente? Apprenderemmo un modo di comunicare con i non udenti, loro non avrebbero più nessun limite di comunicazione, potremmo capirci e interagire, ma cosa più importante, non si creerebbe emarginazione. Invece, come al solito, non essendoci alcun interesse economico alla base di questo tipo di pensiero, non viene nemmeno preso in considerazione.

Qualche mese fa, un’amica che ha un figlio sordo mi ha invitata su facebook a firmare una petizione che chiede al Parlamento italiano il riconoscimento ufficiale della LIS, come avviene in 44 paesi del mondo (tra i quali Iran, U.S.A., Cina, Spagna e Francia).

Amici di The Morning Later, vi invito a fare come me e a firmare questa petizione:

https://www.change.org/p/io-segno-la-lis-ma-lo-stato-italiano-non-riconosce-la-mia-lingua-iosegno

Pensate al futuro: se mai capitasse alle nuove generazioni di chiedere informazioni a qualcuno e rendersi conto che è sordo, avrà una valida alternativa per evitare quella figuraccia.

Io segno, voi?

Standard
blog, corinne noca, the morning later

Ci conosciamo da sempre

Tutti noi abbiamo degli amici. Uno solo, due, tre…e secondo me, al di là di ciò che dicono le statistiche, non c’è un numero unico che possa essere considerato valido. Si è soliti dire che di amici veri ce ne siano pochi nella vita delle persone e che si possano considerare tali solo se si supera la prova del tempo. Il tempo porta con se un bagaglio di fatti, avvenimenti, situazioni che si sono potuti condividere con gli amici e in ugual modo, periodi che sono stati testimoni di nuovi rapporti, rotture o ricostruzioni dopo eventuali silenzi.

Quelli che io chiamo AMICI, lo sono davvero: tra questi ne annovero sia di lunga data, che recenti. Ma non è detto che, per il semplice fatto che ne conosco qualcuno da più tempo, io li consideri più fraterni di altri o viceversa. E’ la qualità che fa la differenza. E non è che uno sia migliore dell’altro; con ciascuno ho un rapporto diverso, che ho costruito a seconda della persona, del suo carattere e del suo atteggiamento nei miei confronti. Spesso si tende a confondere l’amicizia con la sola confidenza, ma non credo che svelare il proprio intimo sia una cosa fondamentale. L’intimità nasce quando ci sono dei pensieri che ci tormentano e abbiamo bisogno di rivelarli per avere un consiglio o semplicemente per essere ascoltati. Però non è solo questo che ne innalza il grado: è la  sincerità che sta alla base della reciprocità dell’affetto, della stima e della considerazione verso l’altro. Questo fa la differenza. Io posso anche non confidarmi, per svariati motivi, perché sono introversa, chiusa o non ne ho voglia. Chi mi conosce e mi capisce sa che c’è qualcosa, e non è necessario che sappia precisamente cosa sia: è comunque disposto a darmi il suo appoggio incondizionato, fosse anche solo con una parola o con un abbraccio, se presente.

L’amicizia con una delle mie più grandi amiche è nata vent’anni fa da un’antipatia reciproca, provocata da un’amore adolescenziale in comune (tra l’altro, questo amore è stato anche l’unico, visto che poi è diventato suo marito: in fondo non aveva tutti i torti a volerlo con le unghie e con i denti). Mi ricordo che una volta mi chiese anche se volevo del cianuro al posto del the, così da farmi fuori subito (pensate un po’ quanto mi amava!).  E ovviamente, tutto questo, in maniera diretta. Superato quel momento, lei ( che quando voleva, poteva essere una grandissima stronza a causa del suo caratteraccio da Ariete indomabile) iniziò volontariamente un rapporto con me, prima ricominciando a salutarmi ( “come mai mi saluti?” – “hai cambiato fratello”-ridendo…), poi, iniziando a condividere pensieri relativi a determinati atteggiamenti che ci davano fastidio nelle persone. Tra donne s’inizia sempre criticando qualcuno…

E’ stata un’amicizia GRANDE, INTENSA, VERA: siamo state distanti per anni, essendosi trasferita in un altro continente, ma abbiamo saputo reciprocamente stare in sintonia, capirci senza sentirci, esserci al momento giusto e litigare quando era il caso.  Abbiamo condiviso   i momenti più belli della nostra adolescenza, e tanto altro ancora dopo. Lei non aveva peli sulla lingua, né mezzi termini per affrontare le situazioni. Era decisa e coerente. E sapeva cosa voleva. Il più bel regalo di Natale che mi ha fatto è stato spronarmi a riprendere in mano la mia vita quando stavo per compiere uno dei più grossi errori che avrei mai potuto fare. E vi assicuro che in quel momento lei aveva ben altro a cui pensare, altro che i miei futili problemi di cuore. Ma era così.

Suo marito, quell’effimero amore adolescenziale, anzi, meglio definirlo “cotta”, mi conosce invece da quando sono nata. Quando non ti ricordi come hai conosciuto qualcuno è perché lo conosci da sempre, un ricordo rinchiuso in uno di quei cassetti della memoria infantili che difficilmente riesci ad aprire, in quanto troppo lontani. Ma che grado di conoscenza abbiamo in realtà? Nonostante 34 anni di vita, Ale ed io non abbiamo mai avuto un vero rapporto di “scambio”. Entrambi sapevamo di poter contare l’uno sull’altra, se volevamo dirci qualcosa lo facevamo attraverso Jenny, ma se avessimo avuto bisogno di parlare, ridere o scherzare…uhm, no, non ci sarebbe venuto in mente di farlo. Sua moglie era la mia migliore amica: ciò che sia lui che io sappiamo l’uno dell’altra è anche grazie a lei. Lei mi parlava di lui, e, con lui, parlava di me. Così come faccio io con Fabri. Normalissimo.

Ho scelto di parlare di Ale, nonostante le sue paure, perché rappresenta il cuore di questo post: l’amicizia e il tempo.

Questo post è iniziato con l’idea che il tempo sia il metro che possa misurare il grado e la forza di un’amicizia. Da quando Jenny ci ha lasciati, Ale ha iniziato a comunicare con me, scrivendo e parlando, come non aveva fatto prima. E’ vero che mi sono messa a sua disposizione, ma penso sempre che se qualcuno non vuole farlo, non lo fa. Ci sentiamo spesso, grazie agli skype, ai whatsapp e ai facebook, ridiamo e scherziamo per la maggior parte delle volte, e affrontiamo anche molti argomenti seri, come la famiglia, i bambini, il futuro: tutto quello che rappresenta la nostra visione della vita, ciò che ci fa stare bene e male allo stesso tempo, le nostre preoccupazioni, le nostre paure, le nostre aspirazioni. Io credo di essere abbastanza obiettiva e critica  nei suoi confronti, così come lui lo è con me. Lui sa che può dirmi tutto ciò che gli passa per la mente perché non lo giudico. Gli do consigli, ma non lo metto sulla forca. Il nostro legame si è evoluto: da semplice riflesso è diventato un rapporto fraterno.  La sorpresa è che siamo più amici adesso rispetto a prima; è come se in quel puzzle incompleto, che avevamo iniziato a creare anni fa quando frequentavamo la stessa compagnia, iniziassero ad incastrarsi pezzi che erano lì, sotto i nostri occhi, ma che non si riuscivano a scorgere perché affannati e presi dalla vita quotidiana e dalla non necessità di scambio. Abbiamo iniziato a conoscerci davvero, scoprendo di essere anche molto simili  e sapendo anticipare eventuali problemi che ci affliggono.

Alla fine non esiste una regola che dice “X anni=amicizia”. Posso chiamare Ale Amico solo ora, nonostante ci conosciamo da sempre.

Standard
blog, corinne noca, the morning later

Vi racconto mio marito

Il vestito rosso a Lui non è mai piaciuto. In realtà il rosso è uno di quei colori che non ama. Io sì. Lui è più per i colori tenui, “pastellati” come li definisce: il beige, l’ocra, il sabbia, il bianco…i colori coloniali per intenderci. Lui è per le linee classiche, semplici, senza rouches, senza fronzoli, quelle che delineano la figura di una persona. Lui  è per Armani. Non è per i voulant, voulanin. A me non dispiacciono se non sono troppo esagerati. Lui ha sempre qualcosa da dire sul mio abbigliamento, sulle mie scarpe, sulle mie borse, sui miei capelli. Lui mi ha salvata. Lui è un grandissimo rompipalle, ma senza di lui non saprei cosa fare.

Vi racconto mio marito, Fabrizio.

Un uomo bellissimo. Biondo e brizzolato (ha mille colori in testa), occhi azzurri, un metro ottanta per ottanta chili (così mi aveva detto quando c’eravamo conosciuti, ma secondo me, aveva qualche chilo in più) apparentemente molto serio. Apparentemente perchè quando lo conosci, ti rendi conto che fa morire dal ridere. Educato, con un italiano perfetto, Fabrizio è un uomo d’altri tempi. Un uomo. Già definirlo così oggi ci fa capire come siamo messi a livello di fauna maschile.

Non è stato un colpo di fulmine, ma quando l’ho conosciuto e ho iniziato a frequentarlo avevo capito che sarebbe stato il padre dei miei figli. Sensazioni. Sesto senso. Chiamatelo come volete. Lui no. Mica lo sapeva. E probabilmente manco ci sperava. Era talmente ferito e deluso dalle donne, che viveva giorno per giorno cercando di prendere quello di buono che veniva dal rapporto, con cautela e saggezza. Io, che ero alla soglia dei trent’anni, con tutte le amiche sposate con figli etc mi vedevo già una zitella inacidita, e come sempre capita in noi donne, non avendo nemmeno più quindici anni, cercavo di fargli capire che ero quella giusta. E in mente mi rimbombava la frase di un mio vecchio amico sulle donne passate i 30: “30+1? Spacciate…”. Non li avevo ancora, ma ci stavo arrivando.  Insomma, un uomo così, lo dovevo acchiappare al volo e non mollarlo più. Si fanno sempre i conti senza l’oste. Lui non è mica stato così facile da acchiappare. Reduce dal reparto grandi ustionati, aveva la speranza giusta ma non si voleva più fidare del cuore, mettendoci sempre quel tocco di razionalità che gli avrebbe permesso di non fare ulteriori errori. D’altronde, se io stavo arrivando al tre davanti allo zero, lui aveva passato di tre i quaranta (non mi ero mai accorta che il numero tre si ripete così…io sono anche nata il 23, mentre Fabri il 3…mi sa che lo giocherò al lotto!…tre volte!) e aveva la giusta maturità per non perpetrare un rapporto che avrebbe potuto considerare inutile. E così anche lui, con il tempo che c’è voluto, c’ha creduto e mi ha salvata dal 30+1.

Bello, buono, bravo, intelligente, creativo, curioso, sensibile, timido. Irascibile, permaloso (anche se non lo ammette), testardo, pignolo. Un perfezionista in ogni cosa che fa. Non siamo a livelli maniacali, ma di rompimento sì.

Non vi dico averlo in cucina. Lui è molto bravo: quando abbiamo iniziato a frequentarci mi aveva preparato una cena, imbandendo la tavola di ogni leccornia possibile immaginabile e il tutto fatto da lui. Fantastico. L’ha giusto fatto quella volta. Poi forse si è dimenticato. Mi chiedo ancora se l’ho sognato o se fosse stato reale. Avendo Gordon Ramsey a casa, ti verrebbe da dire, “che bello cucina lui”. Eh no. “Senti, io ho già passato la mia vita precedente a cucinare, vorrei arrivare a casa  e trovare la cena pronta il più delle volte”. Ecco, te pareva. Gli è andata bene che si è messo insieme ad un Leone, poco competitivo. Dovevo eccellere. Mi è sempre piaciuto cucinare, ma non ho mai avuto modo di applicarmi in passato, un po’ per il tempo, un po’ perché non c’era nessuno che lo pretendeva. Per assurdo cucinavo di più quando vivevo a casa con i miei genitori, quando sono andata a vivere da sola, mi sono impegnata poco. Però non mi è mai dispiaciuto. E così, la cucina è diventata una sfida. E sono diventata, diciamo “bravina” dai. Lo dovrebbe dire lui, ma secondo voi lo ammetterebbe? Io so già cosa risponderebbe alla domanda “La Cò cucina bene?”. “Uhm ma sì, adesso sì. Dopo il bollito secco e le lasagne crude, sì”. Non è che dice “Sì, sì è diventata brava”, no! Lui prima ti fa ricordare la cosa negativa, poi ti elogia. (La storia del bollito secco ve la racconterò un’altra volta, abbiate pietà).

Ma ha capito tutto. Ha capito che così facendo mi tiene sul filo del rasoio. Per domarmi deve punzecchiarmi, facendosi odiare e stimolando in me tutto ciò che può servire per sentirmi elogiata. Sono Leone, sono donna e sono anche un po’ vanitosa. Necessito di complimenti. Soprattutto dall’unico che me li dovrebbe fare e che usa il contagocce per farmeli!

“Ti rendi conto che passi la metà del tuo tempo a odiarmi? Ma ridi un po’!”. Mi dice.

Piantiamo di quelle litigate che sembra sempre che dobbiamo lasciarci da un momento all’altro. Poi, a me non passa in 5 minuti. A lui sì. Prima ti dice tutto quello che pensa, s’incazza e rigira tutto su di sè parlando sempre al plurale: “Voi non mi capite, ecco, etc…”. Come Ally McBeal. Ma voi chi? Siamo io e lui! Poi però ti guarda e ride. E io non posso fare a meno di ridere con lui e riappacificarmi. A volte.

E’ vero, passo metà del mio tempo a odiarlo. Ma lui non sa che è un odio pieno d’Amore.

T’a capì? 😉

Standard
blog, corinne noca, the morning later

Nigerian Pidgin English? Na so!

DOVE&QUANDO: treno interregionale Milano- Torino alcuni anni fa.

Sono in treno verso Torino con mia madre.

Nel nostro scompartimento, ci sono quattro o cinque ragazze nigeriane che, coi piedi sui sedili di fronte a loro come se il treno fosse di proprietà, ridono e parlano ad alta voce, nella loro lingua, di cose personali. Più che parlare, sbraitano. A me fanno ridere, a dire il vero. A mia madre no. Lei è infastidita da questo comportamento animalesco e, insofferente, dopo aver sbuffato un po’, mi dice a voce alta, in modo che possano sentire anche loro: “Non lamentiamoci se poi i bianchi pensano che i neri siano tutti maleducati e buzzurri! Guarda queste qui come sono conciate, una vergogna per la razza, poi ti vedono in giro e pensano che sei così. Maleducate!”. Io cerco di zittirla, dandole dei colpetti col gomito, lei invece continua. Io, poi, che non amo cercare grane, provo a stemperare la tensione con un sorriso di circostanza alquanto ebete. Ad un certo punto, una di queste inizia ad accusare un’altra di essere una bugiarda. La questione non poteva che essere economica. Parte una “bagarre” verbale senza fine. Io mi diverto come una matta perchè, nonostante non parlino inglese, capisco tutto quello che dicono: “A beg, make you no wex me!” , “Wetin? Na big wahala! You, you, you de chop money only for you!” “Ah, a!Comot!” “Na lie!!”. E così avanti.  (trad. Ti prego, non farmi arrabbiare! Cosa? E’ un grosso problema, tu, tu, ti sei mangiata i soldi solo per te! Ah, a, ma sparisci” Bugiarda!).

La lingua che queste due parlavano e che io comprendevo era il Nigerian Pidgin English (NPE).

Ora, non so quanti di voi abbiano mai sentito parlare di pidgin, perciò vi illumino (d’immenso!).  I linguisti usano questo termine per etichettare quelle varietà di discorsi che si sviluppano quando i parlanti di due o più lingue diverse, senza una prima lingua comune, vengono a contatto con l’altro e hanno bisogno di comunicare (ad. esempio un britannico e un nigeriano di etnia Igbo, che lingua parlano? Tra i due, non essendoci una lingua in comune conosciuta, nasce un pidgin). Lo sviluppo di questi “nuovi linguaggi” è causato dalla necessità urgente di comunicazione tra persone che parlano lingue diverse – una crisi comunicativa linguistica è alla base della creazione di  un pidgin. Quando questo inizia ad essere utilizzato in casa e i bambini crescono parlandolo come prima lingua, si evolve in una lingua vera e propria e diventa noto come ‘creolo’. In passato, i pidgin e i creoli erano spesso indicati con espressioni peggiorative di un inglese stentato: Bastard Portuguese, French Negro, Broken English, etc… tutti termini che indicano chiaramente una mancanza di rispetto per questi idiomi. L’ignoranza l’è una bruta bestia. Alcuni pidgin sono stati chiamati « lingue commerciali », « lingue franche » o « lingue veicolari » e sono chiaramente sorti in seguito al contatto tra le persone che cercavano di fare affari l’uno con l’altro, senza avere una lingua in comune. In questi casi ciò che si sviluppa non sono varietà o dialetti delle lingue madri dei relatori, ma nuove lingue, la cui grammatica (fonetica, morfologia, sintassi, ecc) differisce fondamentalmente dalle lingue dalle quali sono state formate. Tutti i pidgin sono linguaggi lessicalmente derivati da altre lingue, ma sono strutturalmente semplificate, specialmente nella loro morfologia. I Pidgin mostrano una serie di caratteristiche:
1) non hanno parlanti per i quali il pidgin è considerata la loro prima lingua (lingua madre)
2) sono oggetto di apprendimento delle lingue
3) hanno norme strutturali
4) sono utilizzati da due o più gruppi
5)di solito sono incomprensibili ai parlanti delle lingue da cui ne deriva il lessico.

Un’altra curiosità è l’etimologia della parola ‘pidgin‘: si dice, ma non si è certi, che derivi dalla pronuncia cinese della parola inglese ‘business’ e dalla trascrizione del termine pidgeon (piccione).

Ne esistono di vari tipi: quello caraibico, quello oceanico, quello africano,… Quello che le gentil donne parlavano sul treno era quello specifico del West Africa, in particolare della Nigeria, da lì Nigerian Pidgin English.Se capisco il NPE è grazie a quegli amici “africani” che, vivendo in Nigeria la maggior parte dell’anno, quando tornavano in Italia, tra di loro, parlavano questo idioma. La conoscenza di una lingua comune fa stringere dei legami e crea gruppi. Se tu conosci la lingua, entri a far parte del mondo dell’altro.

In quel momento, sul treno io ero parte passiva di una discussione che era accesa per i più, ma che per me era essenzialmente colorita e divertente a causa della lingua, delle movenze e dei gesti. Mia madre si alzò dal suo posto e cambiò scompartimento, io rimasi lì a ridere. Le due, interrompendo lo spettacolo per un minuto, si voltarono a guardarmi. Una delle due mi disse: “Na lie, you no pidgin?” (Non è vero, capisci il pidgin?), e io, sempre col mio sorriso da ebete, risposi: “Nigerian Pidgin English? Na sooo!” (L’inglese pidgin nigeriano? E’ così!).

Le due si misero a ridere e io raggiunsi mia madre nell’altro scompartimento. Potevano continuare a discutere, tranquillamente.

Standard
blog, corinne noca

Lettera per voi

Cari amici di The Morning Later:

dal mio primo post ad oggi è già trascorso un mese. Più di trenta articoli scritti con il cuore, la testa e l’anima per raccontarvi pezzi di me. Non avrei mai pensato di riuscirci, sono sincera. Il lavoro, la casa, la famiglia occupano gran parte del mio tempo, come ad ognuno di voi del resto. Sono contenta perchè grazie a voi continuo ad essere stimolata a raccontare, a scrivere, a ritagliarmi quel piccolo spazio che è solo mio ma che riesco poi a condividere con voi in 5 minuti di lettura giornaliera. Per me è un piccolo traguardo, davvero.

Nei fine settimana mi capita di rileggere i vecchi post, soprattutto i primi per vedere da dove sono partita e, oltre a trovare ogni volta qualche errore di battitura od ortografico (perdonatemi, sono sviste o mancate riletture accurate), mi rendo conto di aver cambiato stile nello scrivere, e di aver dato un taglio più “smiling”. La scrittura rappresenta ciò che siamo, a seconda dei momenti che viviamo: in base a come stiamo, alle giornate che passiamo o ai momenti che trascorriamo, la scrittura assorbe il nostro spirito. Ecco perchè cambia. Chi mi ha letto dal primo giorno si è reso conto di questo cambiamento.  E questo, nell’arco di poco tempo, un mese soltanto. Il progetto è iniziato perchè ero malinconica e nostalgica. Avevo bisogno di sfogare quella tristezza che i ricordi e le persone del nostro passato lasciano nel cuore e l’unico modo, per eventualmente non piangere (sono una un po’ emotiva), è stato questo. Da adolescente, tenevo un diario mio o scrivevo lettere e subito dopo stavo meglio. Migliorando il mio umore, sono cambiati anche i racconti e i pensieri legati ad esso… L’occhio è diventato più “ironico”.

Attraverso le fotografie, che imposto come principali per ciascun post, rigorosamente in bianco e nero, cerco di catapultarmi in quell’immagine che sta nel mio cuore, ancor prima della mia mente, dando un imprinting che possa rimanere tale.

Non voglio dire che non scriverò più seriamente o cercherò sempre di far ridere, no, anzi. La serietà che è in me viene quasi sempre fuori anche da episodi che apparentemente sembrano ilari, ma che nascondono temi profondi, degni di nota o di riflessione. Non c’è nulla che non possa portare a “pensare”. Posso iniziare un post con l’idea di far ridere e concluderlo con un’altra. Dipende.

Il pezzo sul colore della pelle è nato dalla lettura di un post sul razzismo,” Stupire” è nato da una conversazione con il mio migliore amico…e così via…tutti mi state ispirando e tutti fate parte di questo progetto. Ecco perchè The Morning Later non è solo mio, ma anche vostro: sentitevi coinvolti, in pensieri, parole, opere ed omissioni.  La parola è quanto di più bello abbiamo: usiamola per comunicare e per farci sentire, per aiutare o per farci aiutare, per amare e non per odiare. Impariamo ad usarla come si deve perchè siamo fortunati a poterla padroneggiare.

E non abbiate timore.

Non sono qui per giudicare, ma per cercare un confronto. E mi sono stupita perchè ho ricevuto commenti da persone che non sentivo da anni, ma che hanno fatto parte della mia vita. Questo mi fa immensamente piacere.

Sarò sempre lieta di ricevere e di commentare tutto con voi, per costruire insieme The Morning Later.

Grazie per la fiducia.

Standard