corinne noca

La stranezza della gentilezza

E’ così.

Non siamo più abituati ad essere trattati bene dagli sconosciuti.

Qualche giorno fa incontro Federica, la mia testimone di nozze, a pranzo. Abitando distanti l’una dall’altra, io in Piemonte, lei in Lombardia, ci siamo ripromesse di incontrarci una volta al mese a metà strada per trascorrere un po’ di tempo assieme. Decidiamo così di passare la pausa pranzo in un bar, nei pressi di Cologno Monzese,  al Fashion Cafè.

Il nome potrebbe far ricordare i tipici locali milanesi, Old Fashion, Hollywood, Colonial Cafè…in realtà è un bar/ristorante senza grosse aspettative, posizionato in un contesto alquanto industriale (vicino alla sede degli Studi Mediaset), con un piccolo dehor estivo. Essendo a gennaio, chiaramente, entriamo.

La cameriera ci accoglie con estrema gentilezza e sorridente: già qui c’è qualcosa di strano. Ci chiede se siamo in due e ci fa scegliere il posto tra due tavolini disponibili, vicino ad una vetrata. C’era parecchia gente: possono dire di tutto a noi italiani, ma quando è ora di mangiare, anche solo un panino, riempiamo i locali. Il cibo sì che fa girare l’economia. Fede ed io ci sediamo e la ragazza prontamente ci spiattella il menù del giorno; entrambe siamo perennemente a dieta, perciò saltiamo a piè pari i carboidrati dei primi e passiamo ai secondi. Tra una tagliata di pollo e un arrosto di vitello, io scelgo quest’ultimo. La cameriera però mi ferma e mi dice: “L’ho visto prima mentre lo facevano, non te lo consiglio perchè c’è molto grasso, poi non so, vedi tu”. Quindi già mi ha presa per una che sta attenta alla linea ( in realtà non è per questo, a me non è mai piaciuto il grasso nella carne e l’avrei evitato per quello). Seguo il monito e opto per il pollo con insalata mista. Quando ci porta i piatti, mi dice nuovamente:”Se vuoi però te la porto una fetta  da assaggiare”. Che gentile! Pensiamo entrambe.

Mentre facciamo andare le ganasce, che Fabri aveva avvertito di imbullonarci essendo donne di TV (!!!), la simpatica cameriera torna da noi con un piattino di fette d’ananas e un piattino di bomboloni al cioccolato e crema dicendoci: “Questo lo offre la casa”.

A questo punto Fede mi guarda e mi dice: “Cori, non è che ci ha scambiate per qualcuno di famoso?”. Lei bionda, io mora, dico: “Le veline!”.

“Cori, siamo un po’ vecchiotte per esserlo”. E io: ” Quelle storiche!”. Ci ridiamo su, sconvolte da una gentilezza mai riscontrata in un bar qualsiasi durante la pausa pranzo.

Quest’illusione è durata il tempo di un paio di minuti: notiamo l’altro cameriere lasciare gli stessi piattini ad altri tavoli. “Ah ecco, lo stanno dando a tutti, non solo a noi!”.

Voi pensate quanto ci siamo stranite ad essere state trattate così bene in un contesto dove non era nemmeno indispensabile: siamo talmente abituati a essere “dei comuni clienti” che un trattamento educato e gentile ci stupisce. Eppure la gentilezza è una qualità che sta diventando rara in questi tempi; tutti presi dal lavoro, dal tempo, dalla velocità, dai propri problemi, che è facile dimenticarsi dei buoni sentimenti. Manifestarli poi, secondo me, ci farebbe anche stare bene. Io cerco di esserlo sempre, anche quando non ne posso più,  ma in fondo non è colpa di chi incontriamo per caso se la giornata è nata storta o si è rivelata tale. Le cose possono cambiare con la semplicità di un gesto o di una parola.

Se fossimo meno egoisti, forse la stranezza della gentilezza non sarebbe più tale, e questo post non avrebbe senso di esistere. Essere gentili dovrebbe essere una cosa comune, non una chimera.

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Portafortuna

Tanti anni fa ricevetti in dono un rosario di colore nero.

Sono molto legata a questo oggetto perchè era appartenuto ad una delle zie più care che io abbia mai avuto: la prima sorella di mia mamma, Angelique. Io non ho nè fratelli nè sorelle, ho trascorso le estati della mia infanzia in vacanza in Belgio. Forse non tutti sanno che la Repubblica Democratica del Congo (o ex Zaire) è stato colonizzato dai belgi (ex Congo Belga infatti) e dopo l’indipendenza i rapporti con questo Stato non si sono mai interrotti. Le classi benestanti, o coloro che potevano permetterselo, mandavano i figli a studiare a Bruxelles, perchè potessero avere un’educazione europea e consolidata. I miei cugini hanno avuto questa fortuna: dopo le superiori si trasferirono li per studiare all’università.

In Africa è d’uso comune che i fratelli maggiori si prendano cura di quelli più piccoli, un po’ per un senso di responsabilità, un po’ per aiutare la famiglia. Zia Angelique così si prese cura di mia madre, che crebbe con lei e con i suoi figli ( ne ha avuti 8). Pertanto per me, è stata più che una zia, una sorta di nonna, e chiaramente l’amore che mia madre provava per lei era sicuramente più forte rispetto a quello per gli altri fratelli. D’altronde, non è solo il “sangue” che lega, ma sono le esperienze delle vita che ci legano alle persone, indipendentemente dal fatto che siano o meno “parenti”.

Mia zia è mancata quasi vent’anni fa, ma il suo ricordo è sempre vivo dentro me. Una delle ultime volte che andai a Bruxelles, con lei ancora viva, mi regalò il suo rosario e mi disse di conservarlo con cura e di avere fede, perchè è quella che ti aiuta nei momenti di difficoltà. Sarà che è un ricordo, sarà perchè da bambini certe parole fanno più effetto, l’ho conservato con estrema cura, tanto da farlo diventare un oggetto portafortuna.

Ogni volta che mi trovavo di fronte a degli avvenimenti o situazioni importanti che avrebbero potuto cambiare il corso degli eventi della mia vita, me lo portavo dietro. Dall’esame di maturità a quelli dell’università, visite mediche, scelte di lavoro a cui tenevo: c’è sempre stato. Quando non lo portavo, per non diventarne schiava, mi dicevo che “sarebbe andata come il destino avrebbe voluto”, ma per mia scelta, mai per dimenticanza.

Gli oggetti assumono il valore che vogliamo dar loro: per me questa collanina con le perline nere e il viso della Madonna ha un valore inestimabile, affettivo e anche romantico se vogliamo.C’è stato un tempo in cui associavo ad esso anche una spilla d’oro sempre di mia zia…ma era diventata più un rafforzativo e ad un certo punto mi sono sentita “esagerata”, così l’ho lasciata da parte.

Forse è solo una questione di influenzabilità, oppure il nostro cervello ci fa vedere cose che non sono e noi creiamo concatenazioni causa effetto per giustificare l’andamento di determinati episodi. Non ne ho mai abusato, mi sono solo sentita “protetta” e non mi ha mai tradita. Se le cose non andavano, beh, la colpa o la causa, a quel punto, è sempre del destino. Probabilmente questi atteggiamenti sono ricordi ancestrali, Fabri li chiamerebbe “roba da tribù, Bantù”, io la chiamo semplicemente “scaramanzia”.

Un po’ come l’oroscopo: se non lo leggi non succede nulla, ma quando lo fai…sei facilmente suggestionabile.

Come sempre, gli devo una citazione “non credete, verificate”!

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Il potere delle chat

Vi siete conosciuti su Internet?

Internet= chat line, chat line= hot line.

Da quando sto con Fabri, mi capita spesso che mi facciano questa domanda, soprattutto persone già adulte che non hanno troppa voglia di pensare e che vedono il binomio “ragazza di colore giovane, uomo maturo uguale Santo Domingo,Brasile, nightclub o chat”. Anche no. Con tutto il rispetto per le dominicane, brasiliane o caraibiche in generale, io non sono ragazza d’importazione, semmai c’ha pensato mio padre ai tempi, andando però a scegliersela in loco quando questo luogo comune non era così comune e per questo una vera e propria rarità.

Da quando ho più o meno diciott’anni, succede che se sono in giro con mio padre, carpisco lo sguardo da “ilSolitovecchioConlaGiovane”  (soprattutto dalle commesse al supermercato) e per evitare malintesi trovo una scusa per chiamare “papà” a voce alta -“passami la busta che ritiro la spesa”- e improvvisamente lo sguardo cambia; in giro con zio Giulio, idem. Una volta a pranzo con dei suoi amici, lui mi ha presentato come la figlia di suo cugino, quindi sua cugina, ( per me era zio perchè più o meno coetaneo di mio padre): i tal signori non ci credevano e ho dovuto tirar fuori la carta d’identità – e meno male che avevamo lo stesso cognome- per far capire la parentela. Ma vi pare? In più a zio Giulio piaceva molto far pensare il contrario di quello che era, e giocava sull’ignoranza delle persone. Quando gli avevano chiesto chi ero lui aveva risposto: “Un vecchio caprone libidinoso come me non può che portare in giro sua cugina”. Non avevano avuto coraggio di replicare se non con un “seee”, probabilmente pensando che non capissi l’italiano. Ma perchè l’ignoranza galoppa così? Ma poi, anche se fosse stato, quale sarebbe stato il problema?…

La questione si ripete con Fabri, che non è un VCL (Vecchio Caprone Libidinoso) ma che è più grande di me: sentendomi parlare bene italiano ( lo parlo bene?), quando non viene fuori la nostra differenza d’età ( dieci anni, che tra l’altro Fabri porta benissimo <3) , viene fuori il discorso della provenienza ( io di Roasio, lui di Trino, come si è fatto a conoscersi?), e spunta subito la parola “chat”.

Ora, io non ho nulla contro le chat: il mio ex fidanzato l’avevo conosciuto su yahoo per puro caso, non era nemmeno un gruppo di incontri, ma allora, nonostante io fossi di Vercelli e lui di Cuneo, nessuno lo chiedeva; la cosa era talmente rara che entrambi facevamo fatica ad ammetterlo, visti tutti i pregiudizi su di essa.

Oggi con i social networks tante anime sole sono riuscite a trovare un compagno o una compagna, e da un lato questa cosa è anche positiva: internet non porta solo alienazione, ma da la possibilità di socializzare anche a chi non è avvezzo, nella vita reale, alla socialità, per diversi motivi quali timidezza, aspetto fisico o simili. Ed il punto è proprio questo, si trova di tutto, soprattutto finzione perchè il rischio forte e comune, è quello di incontrare dall’altra parte persone diverse da quelle che sono in realtà. Questo aspetto di Internet mi ha sempre fatto paura e continua a farmelo nonostante io ci lavori costantemente: quando conobbi il mio ex, mi spacciai per chi non ero. Non sapevo con chi stessi parlando e non volevo avesse nessun dettaglio di me: ero diventata una ragazza di Firenze che studiava giurisprudenza, stop. Lui invece, mi era sembrato onesto, ad ogni mia domanda diceva cose che potevano essere reali, raccontate con disinvoltura e immediatezza. Ma la mia è stata una sensazione, non avevo nessun elemento per poter capire che fosse realmente così, avrebbe potuto mentire anche lui. Alla fine, sono stata fortunata, non era diverso da come si era presentato e aveva detto sempre la verità.

Oggi, non lo farei più: non perchè sia andata male, no, ma perchè sono cambiati i tempi rispetto a 14 anni fa; io sono più grande e più consapevole mentre quando si è giovani si è sempre animati da uno spirito un po’ incosciente e avventuriero, oggi sto più coi piedi per terra. Forse parlo così perchè non sono sola, dovrei mettermi nei panni di chi lo è, di chi è alla ricerca di compagnia, ma credo che avrei comunque un po’ di timore. Se ne sentono così tante in giro.

Diciamoci pure la verità: i social networks più popolari (escludendo linkedin) sono nati con lo scopo di conoscere ragazze e ragazzi, questo è il punto. Alla base c’è sempre la volontà di scambiarsi qualche cosa, i più ingenui pensano all’amicizia, i più “romantici” alla dolce metà,i più “sgamati” al sesso. E’ così.

Il potere delle chat non è altro che l’assoluta esigenza dell’uomo di duplicarsi e di non stare solo.

E comunque io non ho conosciuto Fabri in chat: quando mi ha chiesto l’amicizia su facebook l’ho rifiutato.

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corinne noca

Prendersi degli spazi (con sensi di colpa)

Ragazzi, mi dovete scusare: dall’inizio dell’anno non sono riuscita a tenere fede alla pubblicazione quotidiana, e porgo le mie scuse verso tutti coloro che ogni mattina hanno aspettato il mio post invano. La stanchezza e il lavoro hanno prevalso, e per evitare di scrivere inutilità o cose così, tanto per, ho preferito tacere, creando forse anche un po’ di attesa…Non vi abbandono suvvia!

Ecco, il punto è questo: la stanchezza. Da quando sono diventata mamma, circa due anni, non mi sono mai presa uno stop. Il mio periodo di maternità è praticamente durato tre mesi perché ho ripreso quasi subito, poi l’organizzazione del matrimonio e naturalmente imparare a conoscere quell’esseretto che ci ha cambiato la vita, ma che è molto impegnativo, mi hanno portato a dover correre costantemente, senza mai fermarmi. Dopo un po’ che corri però, hai bisogno di fare  uno stop – Sono un po’ stanchino, diceva Forrest Gump. Come per tutti coloro che hanno figli per la prima volta, le priorità cambiano, e quello che prima avresti fatto per te, adesso lo fai per lui/lei o in sua funzione. Sebbene io non mi consideri una mamma chioccia, è normale che io mi preoccupi per lei quando non ci sono ( starà bene, cosa fa, mia suocera ce la fa a guardarla, chissà Fabri…e così via…) e mi sento in colpa per essere distante. Andando via per lavoro, questo sentimento si manifesta, ma non è uguale a quando si prende del tempo per se stessi. Per carattere, non sono solita chiedere: quando ci siamo sposati, volontariamente abbiamo deciso di non fare il viaggio di nozze per non lasciarla ai nonni una settimana, sarebbe stato troppo impegnativo per loro. O veniva con noi, o niente. La piccola peste, però, non è la classica bambina che se ne sta ferma, immobile come una bambola, no no, lei è una gemelli dalla nascita: curiosa, permalosa, testarda. E ovviamente inizia anche a diventare un po’ capricciosa. La vacanza non sarebbe stata tale, e invece che tornare rilassati, saremmo tornati stremati, ne sono sicura. Non era il caso. Abbiamo così deciso che avremmo fatto un viaggio vero e proprio con lei, non appena sarebbe stata in grado di capire e ascoltare.

Ora, si presenta l’occasione di fare un week end fuori, in Spagna.Per un attimo ho pensato di portarla con noi, ma ho dovuto essere realista: in questa trasferta dovremmo andare a teatro, vi immaginate una bimba di 20 mesi vivace che sta seduta un’ora e mezza a vedere un musical a teatro in spagnolo? Impossibile. Da qui però, sono partiti i sensi di colpa. Ho iniziato a guardare i voli e a organizzare la mini trasferta considerando solo una notte fuori, per poter rientrare prima e non stare troppo lontani da lei, il mio vecchio spirito da assistente di volo in questi casi torna fuori, tutto è fattibile in poco tempo. Ma di certo non è rilassante. Giustamente mio marito, che ha un po’ più di senso pratico, mi dice “per una volta che andiamo, almeno facciamo due notti e ci rilassiamo, dobbiamo correre anche lì?”. Non ha tutti i torti, in fondo sono solo tre giorni. Non ho ancora prenotato e già mi dispiace.

Un po’ invidio quelle coppie che senza problemi lasciano i figli ai nonni anche per settimane e se ne vanno a fare un viaggio lontano: non voglio dire che se ne freghino, ma sicuramente sanno gestire bene i sentimenti e i loro spazi. Alla fine credo che anche ai bambini faccia bene staccarsi un po’ dai genitori, per loro questo è un modo per capirsi, esplorare, conoscere, un piccola indipendenza, e in ogni caso sono attorniati dall’amore dei nonni.

Mentre scrivo mi rendo conto che cerco di autoconvincermi, ma intanto lo so: passerò quei tre giorni cercando di stare bene, ma con il pensiero verso casa alla piccola nana.

Ditemi cosa ne pensate, questo è un argomento che mi tocca da vicino…per quanto uno sia libero o meno di testa, la responsabilità verso i figli è un qualcosa di innato e incancellabile…per sempre.

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corinne noca

Uomini & Donne.

Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere. Siamo diversi.

Ma non è questo il post in cui parlo delle differenze tra i due sessi; sì, esattamente, Uomini&Donne non ha bisogno di spiegazioni, chiunque in Italia conosce questo binomio per quello che è: il programma di Maria De Filippi. Non storcete il naso, perché sono sicura che tutti voi, anche solo una volta, l’avete visto, che fosse la prima edizione, molto più seria di quella che va in onda oggi, o che fosse il trono Over contro quello classico, sapete di cosa parlo.

Le esperienze durante la mia fase “volatile” non si sono ancora esaurite: oggi vi racconto di quando andai a Cinecittà per assistere alla registrazione di alcune puntate di uno dei programmi più criticati e seguiti a casa nostra. Succede che a bordo salgono un vecchio tronista, Alessandro Genova, e la sua “scelta”, reduci dalla classica vacanza a Sharm di fine programma. Con loro ci sono anche il regista delle esterne, che li stava riprendendo e due cameramen. Conoscevo di vista Alessandro perchè, oltre ad essere di Alba (CN), aveva fatto per qualche anno il poliziotto a Vercelli, e non passando inosservato, mi era capitato, da universitaria, di averlo visto un paio di volte. Essendo entrambi piemontesi, azzardo qualche battuta in dialetto, creando un certo stupore (un po’ come sentire James Senese parlare in napoletano) e così, durante l’attesa del solito ritardo, iniziamo a chiacchierare tutti insieme ( il volo era praticamente vuoto). Io faccio finta di niente,  non dico di averlo visto in TV, finché il regista raccontandomi del lavoro mi dice: “eh sì, siamo andati a registrare le esterne al mare”, e io, da classica “babba”, gli rispondo: “ah sì, a Sharm!”, lasciando chiaramente intendere di non essere una profana…In quelle due ore, ebbi modo di fare qualche domanda, forse più curiosità tanto da riuscire a strappare un invito a presenziare dal vivo a Uomini e Donne con eventuali accompagnatori/trici al seguito.

E così fu. Portai due miei amici maschi che non vedevano l’ora, forse più di me, di conoscere lei, la più grande di tutti: Maria. Partimmo per Roma fermandoci due giorni e registrammo un paio di puntate: all’epoca c’erano Luca Dorigo e la sua interminabile storia con Amalia, che io ho ben ben criticato con gesti plateali registrati su VHS a casa da mia mamma. Era il lontano 2006, una vera e propria tamarra.

Purtroppo Maria non l’abbiamo conosciuta: lei era solita entrare in studio un minuto prima della registrazione e uscire quasi un minuto prima del “nero”. Si siede sugli scalini e, da lì in avanti, ha tutta la mia ammirazione. E’ esattamente come potete vedere da casa: il pubblico,che ci crede veramente in quello che dice e che fa, le parla continuamente addosso, sbraita e a seconda dei personaggi, inveisce in maniera plateale: “Maria ma hai sentito, Maria ma che sta a dì, Maria qui, Maria lì, Maria quella è falsa, vuole solo le telecamere…”; se non arriva a casa esaurita la povera Maria, poco ci manca. Altro che La Sanguinaria, sono gli altri che cercano di stroncarla. Lei è troppo forte, chapeu.

Il mio sogno però, non era salire sul trono o andare a corteggiare, per carità! Io avrei voluto sedermi al fianco del tronista, che sarebbe dovuto essere un mio amico, al posto di Tina o Karina Cascella, nella veste dell’amica confidente che gli avrebbe dato i consigli. TOP!

C’è mancato poco!

Qualche anno dopo questa comparsata, la sorella di un mio caro amico d’infanzia, manda le foto del fratello, a sua insaputa, alla redazione, che lo chiama! E Lui chiama me… La telefonata è andata più o meno così:

“Cò, mi hanno chiamato dalla redazione di U&D, cosa faccio? Io faccio lo spavaldo, ma alla fine sono timido”.

“Ti hanno chiamato???Vaiiii!!! cos’hai da fare??Non stai nemmeno lavorando, approfittane, se hai bisogno io ci sono!”

“Sì, va bene, ma mi accompagni?”.

“Certo, volentieri, quando?”.

“Domani!”.

O_o

Ecco. Mi sarei sparata un colpo. Lui mi chiama un mercoledì qualunque e mi chiede di accompagnarlo a Roma il giorno dopo. Vanno bene i sogni di gloria, ma mollare il lavoro proprio così, dall’oggi al domani, non è nella mia indole, non l’avrei mai fatto.

“No, xxx, non ce la faccio, non posso prendere un giorno di ferie così all’improvviso, fosse stato per la prossima settimana sì, ma così su due piedi non ci riesco.”

“Co, da solo non vado, non me la sento, piuttosto rinuncio”.

Ho cercato di insistere dicendogli che la volta successiva sarei andata con lui, ma che non doveva farsi scappare quest’opportunità, magari non gli cambiava niente, ma almeno provarci, non aveva nulla da perdere.

Lui però, per quanto fosse cinico in quel periodo e in una fase della sua vita in cui non sapeva davvero dove sbatter la testa, non cedette, facendosi sopraffare dalla sua indole, in fondo timida.

Mi è dispiaciuto per lui, ma ammetto di esserlo stato più per me: il mio sogno di gloria di sedermi al posto di Tina è durato il tempo di una telefonata, cinque minuti.

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corinne noca

La speranza della comunità.

Per diversi anni, Fabri ha prestato servizio di volontariato in una Comunità di Minori. Bambini e ragazzi strappati da contesti familiari inesistenti o ancor peggio, dalla strada, forse salvati momentaneamente da una vita troppo ingiusta che non si sono scelti, ma che si sono trovati a dover vivere. Il mio avvicinamento a questa realtà è stata una conseguenza naturale: prima dando qualche ripetizione d’inglese ad alcuni di loro, poi inserendomi come volontaria ogni giovedì sera. Il nostro ruolo era quello di creare una sorta di contatto “esterno” coi ragazzi, ascoltandoli senza giudicare, aiutandoli senza nascondersi e sostenendoli consigliandoli. Gli educatori, prima di entrare in comunità, ci “ragguagliavano” su eventuali situazioni di disagio createsi all’interno della stessa e se poi ci fossimo accorti di qualcosa, avremmo dovuto segnalarlo.Questa cosa ha creato non pochi disagi, sia a me che a Fabri poichè significava, in un qualche modo, tradire la fiducia. Loro vedevano in noi dei potenziali amici, confidenti, e a volte davano per scontato il fatto che potessimo sapere la loro storia; in realtà, a nessun volontario è mai stato raccontato il pregresso di ciascun ragazzo, più per una sorta di “politica aziendale” che di segretezza: non essendone a conoscenza, è più facile far ricomporre dei pezzi di un puzzle perduto o non finito, attraverso il nostro aiuto, comunicando anche delle semplici banalità.Inoltre, ignari del loro passato, non siamo vittima di eventuali pregiudizi.

Il problema in queste comunità è il futuro. Una volta raggiunta la maggior età, i ragazzi tornano alle famiglie d’origine, se va meglio scattano dei programmi, chiamati over 18, per quelli più “bravi” e con più possibilità, oppure qualcheduno può andare in affido. Dipende dai casi, non tutti chiaramente sono uguali.

Succede, ad un certo punto, qualche anno fa, che si aiuti uno di questi: sembra avere tutte le carte in regola per poter fare bene e avere un futuro. Sembra studiare, apparentemente educatissimo, e molto gentile. L’ultimo anno di superiori lo passa per il rotto della cuffia, e già qui i presupposti non sono i migliori, ma si sa, non è detto che chi vada male al liceo poi vada male anche all’università…

Il ragazzo si ritrova a vivere in un contesto dove ha libertà, è senza controllo, deve imparare ad autogestirsi, ma ha vitto,alloggio, università e auto pagata. Una bella opportunità per rifarsi da un’infanzia difficile, e dopo 8 anni di Comunità.

Tradisce la fiducia di chi gli ha dato sostegno: non studia, non passa nemmeno un esame all’università ( sempre che abbia tentato di darlo) e dopo un anno si ritira. A questo punto la cosa ideale sarebbe cercarsi un lavoro, qualsiasi, per iniziare a farsi le ossa, diciamo. Niente. E la scusa non è la crisi, perchè a 20 anni potresti essere disposto a fare tutto pur di imparare, se hai buona volontà e impegno ti puoi adeguare, poi, forse, dopo la tua gavetta, potrai scegliere, se ti verrà concesso. Non si trova nulla e frattanto vaneggia: pensa a fare il corriere ( ha preso la patente un anno prima), poi a fare il modello ( è alto un metro e una mano) per finire con il centometrista (continua ad essere un metro e una mano).  Ma la cosa peggiore, oltre che più grave, è che sottrae del denaro a chi l’ha aiutato, pensando di farla franca e reiterando più volte il furto. Nessuno l’ha mai accusato senza prove. E’ stato tradito da un amico dall’anima coscienziosa, vittima di un silenzio soffocante, che il traditore aveva cercato di coinvolgere nel suo peccato.

Con questo, brucia tutte le sue ultime possibilità di salvezza e redenzione. E così, anche chi aveva cercato di aiutarlo, si è trovato costretto a riportarlo a casa,  lì, dove non è persona ben accolta, tanto meno gradita.

Ecco. Questa è una delle storie andate a finire male.

Poi però ci sono altri casi: un ragazzo tunisino arrivato clandestinamente che non parlava nemmeno l’italiano, viene aiutato in e dalla comunità. Lui si è dimostrato subito volenteroso dandosi fare, ha iniziato a fare l’apprendista da un meccanico, e con tutta la sua buona volontà si è fatto uomo. Posato, lavoratore senza troppi grilli per la testa. Ora che è fuori, sa vivere da solo. Forse perchè lui non è stato strappato da una famiglia, ma è venuto a cercare un futuro migliore.

Le persone possono cambiare, o nascono già deviate? Quanta influenza può avere l’ambiente? Se, il ragazzo di cui sopra, quello deludente, non fosse mai andato in comunità, e non avesse trascorso questi anni lontano da casa sua, sarebbe arrivato allo stesso punto di oggi? Forse sì. Magari in maniera peggiore, ma non si può sapere. Però mi chiedo: è giusto che la mano dell’uomo influenzi il corso di un destino già segnato, o è meglio fare come in natura, lasciar sopravvivere il più forte?

Le comunità e tutte le istituzioni sociali hanno un fine nobile e filantropico: aiutare. O almeno nascono per quello scopo. Ma chi non vuole essere aiutato deve essere davvero obbligato a sottostare a delle regole, che appena potrà, infrangerà? In più, questo aiuto è legato all’età: fino a diciott’anni stanno come in una campana di vetro , protetti dal passato a vivere un presente. Ma dopo?

La questione è molto delicata e difficile, i casi sono davvero tanti, ma quando fai di tutto per aiutare qualcuno, che ne ha davvero bisogno e il risultato è negativo, beh qualche domanda te la poni. Ti metti in gioco perchè credi in quella persona, e il risultato è che non viene nemmeno compreso lo sforzo che è stato fatto.

La conclusione è che il cuore di chi lo fa va oltre, essendo buono, non si lascia reprimere dalla delusione del passato, perché la mano riesce sempre a tenderla, nella speranza di un futuro migliore.

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Salame di cioccolato.

Dopo essermi sincerata che la mia amica Sara avesse cucinato le lenticchie per il cenone di Capodanno, ci siamo preparati per raggiungerli. L’ultimo giorno del 2014 ha visto una puntualità da parte della nostra famiglia, totalmente anomala. Sarà stata la fine di un’era e l’inizio di una nuova epoca? Siamo riusciti a fare tutto quello che dovevamo: far dormire la bambina due orette, prepararmi finalmente con tutta calma senza dover correre, mettere a posto casa ( non mi piace mai uscire lasciandola in disordine…), passare da mia suocera a prendere le lasagne che gentilmente ci ha fatto, salutare i miei al paesello e arrivare finalmente da Sara e Umberto.

A causa di una defezione dell’ultimo minuto, ci siamo ritrovati in tre coppie con pargoli al seguito, invece che quattro. La serata è trascorsa davvero piacevolmente, era da tanto che non passavo del tempo a parlare del più e del meno, e non solo di figli ( anche se chiaramente è un discorso che va per la maggiore essendo tutte “neo mamme”) con le mie amiche e siamo stati tutti davvero bene.

Ora, mentre gli uomini parlavano di calcio, motori, lavoro o che altro, bevendosi anche 5 bottiglie di vino, viene fuori che il marito di un’amica comune pare essere superdotato. E figurarsi se non si cadeva lì. Il bello è che non è stato nemmeno fatto apposta, chiacchierando viene nominato misterover30cm e  Fabri si gira improvvisamente verso noi donne, probabilmente ascoltando per inerzia, e scarica il LA: “Ma chi, lo stallone?!”. Fait. Les jeux son fait.

Ci sono argomenti che legano sempre tutti, anche gli sconosciuti. Quelli un po’ più seri, tipo il ritardo del treno, del bus o dell’aereo, le malattie dei bambini, gli ospedali…di solito sono sempre lamentele; e poi, quelli considerati un po’ più osè, o tabù…di cui solitamente si parla quando si è in confidenza: la cacca, il tradimento e, ovviamente, il pene. Di solito di quest’ultimo, per assurdo, ne parlano più le donne che gli uomini, anche perchè loro si mettono sempre in competizione quindi, guardano e tacciono.

Per tutta la serata, i commenti e le battutine si sono sprecati … causando anche un certo stupore “ma come fai a saperlo?”. Certo, perchè la news l’ho data io. E non fraintendetemi, non ho mai avuto niente a che fare con Super Stallone, ma di riflesso un’altra cara amica aveva ricevuto questa confidenza e visto che era una cara amica, giustamente l’ha spiattellato a tutti. Roba di dieci anni fa, ma si sa,  il tempo non cancella mai certi ricordi, figurarsi le misure.

E ha proprio ragione Ruggero dei Timidi quando canta:

“Le donne del mio tempo si sono emancipate, non sono sprovvedute, son più spregiudicate; Gli piace riunirsi insieme per parlare di cose che noi maschi non possiamo immaginare; Ne parlan giù al bar se nessuno le ascolta, lo dicon chiaramente senza c’era una volta, lo dicono alle feste vestite di pigiama, le donne sono così o le si odia o le si ama: Parlano di scarpe, parlano d’amore, parlano di vacanze, parlano di cuore, e parlan di Groupon, parlan di ingredienti, e parlan di cerette, parlan di assorbenti, e se l’argomento a mancare viene, le donne parlan di lunghezza del pene”

Questo argomento ci ha accompagnati  fino al 2015, sì perchè naturalmente siamo arrivati anche al dessert che avevo preparato con tanto amore: un salame di cioccolato che neanche a farlo apposta ricordava vagamente una forma fallica.

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