corinne noca

La speranza della comunità.

Per diversi anni, Fabri ha prestato servizio di volontariato in una Comunità di Minori. Bambini e ragazzi strappati da contesti familiari inesistenti o ancor peggio, dalla strada, forse salvati momentaneamente da una vita troppo ingiusta che non si sono scelti, ma che si sono trovati a dover vivere. Il mio avvicinamento a questa realtà è stata una conseguenza naturale: prima dando qualche ripetizione d’inglese ad alcuni di loro, poi inserendomi come volontaria ogni giovedì sera. Il nostro ruolo era quello di creare una sorta di contatto “esterno” coi ragazzi, ascoltandoli senza giudicare, aiutandoli senza nascondersi e sostenendoli consigliandoli. Gli educatori, prima di entrare in comunità, ci “ragguagliavano” su eventuali situazioni di disagio createsi all’interno della stessa e se poi ci fossimo accorti di qualcosa, avremmo dovuto segnalarlo.Questa cosa ha creato non pochi disagi, sia a me che a Fabri poichè significava, in un qualche modo, tradire la fiducia. Loro vedevano in noi dei potenziali amici, confidenti, e a volte davano per scontato il fatto che potessimo sapere la loro storia; in realtà, a nessun volontario è mai stato raccontato il pregresso di ciascun ragazzo, più per una sorta di “politica aziendale” che di segretezza: non essendone a conoscenza, è più facile far ricomporre dei pezzi di un puzzle perduto o non finito, attraverso il nostro aiuto, comunicando anche delle semplici banalità.Inoltre, ignari del loro passato, non siamo vittima di eventuali pregiudizi.

Il problema in queste comunità è il futuro. Una volta raggiunta la maggior età, i ragazzi tornano alle famiglie d’origine, se va meglio scattano dei programmi, chiamati over 18, per quelli più “bravi” e con più possibilità, oppure qualcheduno può andare in affido. Dipende dai casi, non tutti chiaramente sono uguali.

Succede, ad un certo punto, qualche anno fa, che si aiuti uno di questi: sembra avere tutte le carte in regola per poter fare bene e avere un futuro. Sembra studiare, apparentemente educatissimo, e molto gentile. L’ultimo anno di superiori lo passa per il rotto della cuffia, e già qui i presupposti non sono i migliori, ma si sa, non è detto che chi vada male al liceo poi vada male anche all’università…

Il ragazzo si ritrova a vivere in un contesto dove ha libertà, è senza controllo, deve imparare ad autogestirsi, ma ha vitto,alloggio, università e auto pagata. Una bella opportunità per rifarsi da un’infanzia difficile, e dopo 8 anni di Comunità.

Tradisce la fiducia di chi gli ha dato sostegno: non studia, non passa nemmeno un esame all’università ( sempre che abbia tentato di darlo) e dopo un anno si ritira. A questo punto la cosa ideale sarebbe cercarsi un lavoro, qualsiasi, per iniziare a farsi le ossa, diciamo. Niente. E la scusa non è la crisi, perchè a 20 anni potresti essere disposto a fare tutto pur di imparare, se hai buona volontà e impegno ti puoi adeguare, poi, forse, dopo la tua gavetta, potrai scegliere, se ti verrà concesso. Non si trova nulla e frattanto vaneggia: pensa a fare il corriere ( ha preso la patente un anno prima), poi a fare il modello ( è alto un metro e una mano) per finire con il centometrista (continua ad essere un metro e una mano).  Ma la cosa peggiore, oltre che più grave, è che sottrae del denaro a chi l’ha aiutato, pensando di farla franca e reiterando più volte il furto. Nessuno l’ha mai accusato senza prove. E’ stato tradito da un amico dall’anima coscienziosa, vittima di un silenzio soffocante, che il traditore aveva cercato di coinvolgere nel suo peccato.

Con questo, brucia tutte le sue ultime possibilità di salvezza e redenzione. E così, anche chi aveva cercato di aiutarlo, si è trovato costretto a riportarlo a casa,  lì, dove non è persona ben accolta, tanto meno gradita.

Ecco. Questa è una delle storie andate a finire male.

Poi però ci sono altri casi: un ragazzo tunisino arrivato clandestinamente che non parlava nemmeno l’italiano, viene aiutato in e dalla comunità. Lui si è dimostrato subito volenteroso dandosi fare, ha iniziato a fare l’apprendista da un meccanico, e con tutta la sua buona volontà si è fatto uomo. Posato, lavoratore senza troppi grilli per la testa. Ora che è fuori, sa vivere da solo. Forse perchè lui non è stato strappato da una famiglia, ma è venuto a cercare un futuro migliore.

Le persone possono cambiare, o nascono già deviate? Quanta influenza può avere l’ambiente? Se, il ragazzo di cui sopra, quello deludente, non fosse mai andato in comunità, e non avesse trascorso questi anni lontano da casa sua, sarebbe arrivato allo stesso punto di oggi? Forse sì. Magari in maniera peggiore, ma non si può sapere. Però mi chiedo: è giusto che la mano dell’uomo influenzi il corso di un destino già segnato, o è meglio fare come in natura, lasciar sopravvivere il più forte?

Le comunità e tutte le istituzioni sociali hanno un fine nobile e filantropico: aiutare. O almeno nascono per quello scopo. Ma chi non vuole essere aiutato deve essere davvero obbligato a sottostare a delle regole, che appena potrà, infrangerà? In più, questo aiuto è legato all’età: fino a diciott’anni stanno come in una campana di vetro , protetti dal passato a vivere un presente. Ma dopo?

La questione è molto delicata e difficile, i casi sono davvero tanti, ma quando fai di tutto per aiutare qualcuno, che ne ha davvero bisogno e il risultato è negativo, beh qualche domanda te la poni. Ti metti in gioco perchè credi in quella persona, e il risultato è che non viene nemmeno compreso lo sforzo che è stato fatto.

La conclusione è che il cuore di chi lo fa va oltre, essendo buono, non si lascia reprimere dalla delusione del passato, perché la mano riesce sempre a tenderla, nella speranza di un futuro migliore.

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2 thoughts on “La speranza della comunità.

  1. cri ha detto:

    un argomento che mi tocca da vicino essendo io stata per un periodo educatrice di comunità minori…dove cercavo di essere un amica pe quie ragazzi che con le loro storie mi sono entrati nel cuore e mai se ne andravvo finchè avrò vita eper chè mi ha fatto crescere..mi ha fatto maturare.. mi han fatto diventare una donna migliore…ero più un amica per loro che un educatrice perchè anche io ho avuto un infanzia fatta di alti e bassi come sai Cò,,,e nello stesso momento mi mettevo nei panni di alcune mamme….Grazie pe questo articolo Cò…

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