corinne noca

Il tatuaggio del destino

IN ADOLESCENZA NON SONO MAI STATA UN’AMANTE DEI TATUAGGI. Ero un po’ una mosca bianca (!!) perchè di solito queste passioni nascono proprio in quel periodo, quando si cerca di diventare grandi e si hanno dei pensieri, degli atteggiamenti che sono più tipici della spavalderia che della maturità, in effetti. Le mie amiche da quel punto di vista erano molto più “trendy”, io preferivo avere le mie convinzioni e da quel punto di vista non mi lasciavo molto condizionare.

L’ANNO DELLA LAUREA, LA SVOLTA. A 24 anni mi viene voglia di farmi un tatuaggio. Piccolo, non troppo appariscente con un significato che potesse ricordarmi un bel periodo della mia vita. Dovendo restare inciso sulla mia pelle in eterno, non avrei mai voluto stancarmi. Così, scelsi degli ideogrammi cinesi che composti creavano la parola DESTINO.

Ora, io non so il cinese e mi sono quindi affidata sia al fato che al mio tatuatore di fiducia ( che ho giusto conosciuto in quell’occasione insieme a Sara, la mia amica che invece si è fatta fare  una farfalla – non quella di Belen eh…): avrebbe potuto scrivermi qualsiasi cosa, non l’avrei mai saputo se non indagando, così ho preferito la beata ignoranza. Occhio non vede, cuore non duole . In quel periodo, un servizio al telegiornale parlava dei rischi relativi alla mancanza di igiene di certi centri e ai falsi significati impropriamente attribuiti a simboli orientali…era venuto fuori che una ragazza era convinta di essersi fatta scrivere “amore per la vita” quando in realtà aveva scoperto di “essere una grandissima ZOCCOLA”. Perfetto.

Ho passato anni a chiedermi se avessi fatto bene a scrivere quella parola in una lingua diversa: sono sempre stata attratta dalla lingue orientali, dalla simbologia degli ideogrammi e dai suoni ad essi associati; non fosse che non si smette mai di studiare ed imparare una lingua di questo tipo e ci voglia una costanza che ahimè non ho, l’avrei forse iniziata a studiare. Fatto sta che il tatoo mi piaceva assai, non lo notavo più di tanto, non mi aveva fatto alcun male e in cuor mio speravo di non trovarmi mai di fronte a qualcuno che conoscesse il cinese per avere la tentazione di chiederne il significato.

Credo in una forza più grande di noi che ha già deciso tutto, credo in Dio e nel Fato. Io sono per il “niente accade per caso”: noi abbiamo l’illusione di essere fautori del nostro destino, apparentemente scegliamo e decidiamo quello che riteniamo più giusto perchè abbiamo una ragione che ci permette di farlo, ma alla fine penso che tutto sia già  stato “definito”.  Un libero arbitrio un po’ pilotato.

Ovviamente il destino giocò la sua carta. Due volte.

Una sera in pizzeria, qualche anno più tardi, conobbi una ragazza che studiava lingue orientali a Torino: il mio fidanzato di allora mi disse di farle vedere il mio bellissimo e affettuosissimo tatoo per verificare che significasse esattamente ciò che avevo chiesto anni prima. La ragazza scrutò la mia caviglia non così fine, pronunciò due suoni incomprensibili e sentenziò: “sono due ideogrammi in cinese che indicano la parola destino”. Quella dimostrazione sarebbe potuta bastarmi, invece arrivò ancora una seconda occasione. Per inciso: non è che non mi fidassi della ingegnosissima studentessa universitaria, che aveva tutto il mio rispetto, ma di fronte alla delegazione di cinesi ospiti per mesi nell’hotel in cui ho lavorato per anni, non potevo esimermi. Loro si trovano a Savigliano per lavorare sui treni ALSTOM dell’alta velocità, il loro soggiorno non sarebbe stato breve e io DOVEVO esserne certa.

Durante la loro permanenza presi di nuovo il coraggio a due mani e chiesi a quello più simpatico di tradurre la mia caviglia….pronunciò gli stessi suoni onomatopeici che avevo già sentito, mi guardò e ridendo mi disse: “ahaha, but why did you choose this woLd?” .

IL CUORE SI FERMO’ PER QUALCHE SECONDO. Gli chiesi impaurita a quale woLd si riferisse e lui mi rispose ( di nuovo ridendo): “destiny”.

IL CUORE RIPRESE A BATTERE. Andata! Dopo più di dieci anni, oggi mi guardo la caviglia destra e sono sempre felice di avere quei due simboletti: li guardo con affetto e con quel pizzico di nostalgia che lega il cuore al passato, e non me ne pento. Ma ciò di cui sono immensamente contenta è di non essere ( almeno per i cinesi) una grandissima zoccola.

Amen.

 

 

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corinne noca

Fama e notorietà.

Una sera di tanti anni fa, in vacanza in Liguria, incontrai Irene Grandi.

Non potrò mai dimenticarmi quel momento: in attesa di una coppia di amici ( quello de Profumo di un’amicizia, nda) passeggiavamo sul lungo mare di Finale, finchè, giunti ad una piazzetta la vediamo scendere da una Mercedes blu con il suo chitarrista di fiducia. La seguivo fin dai suoi esordi a Sanremo nelle nuove proposte e mi è sempre piaciuta, sia per la sua voce e le sue canzoni,  che hanno accompagnato molti momenti divertenti della mia adolescenza ( “Bum Bum” sarà sempre associata alla mia prima gita sulla neve al liceo), sia come persona. Ci avviciniamo con calma per appurare che fosse realmente lei, attorno non c’era praticamente nessuno e non appena ci troviamo ad una distanza consona io chiedo a lui, il suo chitarrista: “E’ Irene Grandi?”. Quasi impaurito mi fa cenno di no con la testa e lei mi guarda dritto negli occhi,senza un minimo interesse, senza un sorriso e ancor peggio senza nemmeno salutare. Praticamente irriconoscibile, forse per la stanchezza del viaggio, o non so che altro, se ne va voltandomi le spalle e lasciandomi lì, immobile come un baccalà.

Inutile dire che ci rimasi male. Avevo davanti a me una cantante che ammiravo e che seguivo da anni, magari non era la mia preferita, ma sicuramente era una di quelle per la quale avevo investito anche dei soldi per acquistarne i cd…Da allora, non ne ho mai più comprato uno. E non vale il discorso “sarà stata scazzata, stanca o altro”, no. Io mi sono avvicinata in punta di piedi, quasi con timore, e mi sarebbe bastata una stretta di mano nel dirle quanto l’ammiravo e quanto era brava.

Forse sarò stata esagerata, ma la delusione e l’amarezza per quel gesto e per quel comportamento mi hanno lasciato un segno per anni: ogni volta che mi si presentava l’occasione di conoscere o fare amicizia con qualcuno di noto, ho sempre avuto timore di dargli fastidio. Quando volavo, o quando ero in hotel le occasioni di incontrare i vips di casa nostra si sono sprecate, con alcuni ho scambiato due parole, con altri sono anche diventata amica, ma non ho mai, ripeto mai, chiesto nulla; sono sempre rimasta sulle mie, mai una foto, mai un autografo. Inconsciamente non volevo più sentirmi fessa come in quella piazzetta di Finale, e volontariamente capivo che questi personaggi erano già stressati e pressati da uno stuolo di fans incalliti e impazziti che avrebbero fatto di tutto pur di stare con loro e avere un attimo di notorietà. Quando ho incontrato Jordi Coll nella hall degli studi di Verissimo, mi sono avvicinata perchè sapevo che lui era a conoscenza di chi fossi, che avevo curato il suo blog e che gli stavo facendo un po’ di promozione gratuita ( per pura passione e senza alcun interesse). E’ stato in qualche modo più semplice chiedergli alcune cose, come scattare una foto insieme o un selfie e, in seguito, a Valencia, gli autografi per le fans che me l’avevano richiesto ( anche lì però non l’ho fatto per tutte perchè non volevo rompergli le scatole…)

Fama e notorietà. Due punti d’arrivo che possono, a volte, suscitare manie di grandezza e onnipotenza. E queste ultime capitano il più delle volte a chi l’ha ricevuta per caso, a chi non ha sudato sette camicie per conquistarla, ma si è trovato buttato lì per un incomprensibile caso della vita: perchè chi ha sudato, il più delle volte conosce l’umiltà e sa a chi dover dire grazie.

E’ il rovescio della medaglia: metti in piazza il tuo talento, presunto o vero, ma in cambio ti viene richiesta la tua vita privata. Non sei più libero di fare esattamente ciò che facevi prima senza che un paparazzo o chi per lui ti fotografi, ti fermi per strada e chiunque ti riconosca ti chiama come se foste amici da una vita. Non ci sono più livelli e tu, persona nota, non puoi esimerti dal comportarti bene, perchè sì che hai talento, ma ti è stato riconosciuto dal seguito che hai avuto; e sono proprio loro, quelli che ti stressano e che arrivano a romperti le scatole che ti innalzano, ma che allo stesso tempo ti possono massacrare e far cadere giù dal palco. Ricordatelo.

Se ti viene dato rispetto, rispondi con esso, se ti viene data una mano stringila, se ti sputano addosso, voltati dall’altro lato, ma non rispondere a tutti allo stesso modo e soprattutto, con indifferenza. Essere famosi è un po’ come essere dei venditori: non ti puoi permettere di essere completamente te stesso perchè vendi la tua immagine e devi trattenerti dal mandare a quel paese potenziali clienti. E’ una dura realtà, mi spiace, ma c’è sempre chi sta peggio di te, no?

L’ho scritto non tanto tempo fa, bisogna essere gentili sempre, e non è una frase di rito, è la verità.

La fama e la notorietà dovrebbero viaggiare sullo stesso binario dell’educazione e dell’umanità. A volte però le prime due viaggiano per conto proprio: basta un episodio per farti cambiare idea su qualcuno.Quella sera in Liguria, non c’è stata nè gentilezza, nè educazione nè umanità. Solo indifferenza. E questo non lo scorderò mai.

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corinne noca

Giovedì grasso

Oggi è il giorno di massimo festeggiamento del Carnevale, quando ogni scherzo vale.

Io poco li sopporto. Non li ho mai tollerati gli scherzi di carnevale, e forse è per questo che non ho un bel ricordo di questo periodo. Dover divertirsi per forza, mettersi in maschera e fingere di essere qualcuno che non si è, un eroe, una principessa o il personaggio del momento mi ha sempre messo un po’ di tristezza.

“Che infanzia hai avuto Corinne per non amare il Carnevale?” Assolutamente normale. Anzi, se devo dirla tutta, probabilmente a scuola mi divertivo anche ( solo con il lancio dei coriandoli e delle stelle filanti eh), ma il ricordo che ho è più malinconico, di una festa che non fa parte del mio DNA. Per i bambini è sicuramente un momento goliardico, di festa, il mio punto di vista è quello che si è creato in adolescenza, quando, finita l’obbligatorietà sociale della scuola di vestirsi per la giornata, mi sono liberata di questo peso, e non vi ho mai più partecipato,se non da spettatrice comunque curiosa e amante della creatività, senza mai più mettermi in maschera

Ho avuto la possibilità di vivere il Carnevale di Nadal, in Brasile durante il periodo Lauda Air: ammetto che i colori, le luci, i carri, i costumi e l’allegria che si respirano lì sono imparagonabili rispetto ai nostri festeggiamenti, che sono sì belli e scenografici, ma secondo me vi manca qualcosa. In Brasile, tutti, vecchi, giovani, bambini, lo vivono per strada, è un momento di fortissima condivisione e comunione, sembra che si conoscano uno per uno, come in una grande famiglia,  e quei sorrisi che spiccano sui loro volti sono indimenticabili.

Sono stata anche a quello di Venezia e, sebbene sia tra i più antichi e famosi del mondo, non sono riuscita ad apprezzarlo come si dovrebbe. La laguna di per sè mi mette nostalgia e le maschere ( BELLISSIME) mi suscitano una sorta di paura per ciò che si nasconde sotto. E’  vero che mascherandosi, una volta, si poteva dar libero sfogo al proprio io, le classi sociali non avevano distinzioni e tutti erano “a pari livello”. Ma è pur sempre una realtà che travestendosi chiunque può commettere delle malefatte senza essere scoperto. Forse parlo così perchè non sono cresciuta in una città con una forte tradizione, come possono essere Ivrea, Viareggio o Venezia, appunto, ma la sensazione che provo è un misto tra ansia, paura e malinconia, una piccola depressione latente non manifestata. Non prendetemi per esagerata, cerco solo di spiegare come l’ho vissuta per anni.

Ora che non tocca più a me, devo vestire mia figlia. Questa mattina si è trasformata in fata turchina. Non avendo ancora due anni, non mi ha chiesto nulla ( non parla), quindi la scelta l’ho affrontata io: tra biancaneve e la fata di Pinocchio, ho scelto la seconda, ma solo per una questione pratica, avendo il primo un gonnellone con stecche e cerchio alla base, ho preferito evitare il disastro. Mio marito mi ha chiesto se c’era un costume da carrarmato che forse le si addiceva di più, vista la sua vivacità…Nell’acquistarlo, sapevo che il cappellino a punta non sarebbe stato a lei gradito: odia qualsiasi cosa tu le metta in testa; nonostante le urla della disperazione, gliel’ho infilato e lei ha smesso di piangere.

Mi ha fatto un po’ tenerezza, inconsapevole di ciò che le stavo facendo e senza la possibilità di potersi esprimere in merito.Però magari le piace, o le piacerà. Se così non fosse, sapremo che anche l’orticaria per il Carnevale è un carattere ereditario.

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corinne noca

Paura di volare

Erano quasi due anni che non prendevo più un aereo.

Più di una settimana fa, Fabri ed io ci siamo presi una pausa dalla quotidianità e abbiamo trascorso un week end a Valencia. Con la scusa di voler vedere uno spettacolo teatrale in cui c’era un attore a me caro, abbiamo (ho) organizzato questa trasferta, che è andata molto bene e che ci ha permesso di cambiare aria per qualche giorno e trascorrere del tempo insieme ( ogni tanto fa bene alla coppia!).

Per la prima volta in vita mia ho provato una sensazione che non avevo mai sperimentato: la paura di volare.

Io, che ho preso il mio primo aereo a 20 giorni di vita e ho fatto l’assistente di volo per più di due anni, non mi sentivo a mio agio in quel tubo di latta low cost che per tanti anni mi ha fatto scorrazzare in tutti e cinque i continenti. Questa sensazione però non era dovuta al “non capire come fa un aereo a volare”, cosa che mi è stata spiegata molto bene e che mi ha fatto passare l’esame per avere il brevetto dall’ENAC, ma era legata  ad una questione più semplice: la bambina che avevo lasciato a casa.

Per questo fine settimana fatidico, abbiamo inaugurato i nonni babysitter per tre notti  senza la presenza di nessuno di noi due.

Nel mio cervello si sono insinuati pensieri catastrofici.

La mente umana può diventare un contenitore di pensieri negativi accumulati e dimenticati che improvvisamente fuoriescono quando meno te lo aspetti: lo scoperchi come il vaso di Pandora e non sai più cosa fare per contenerli. E non serve sapere che l’aereo vola grazie alla portanza, ai movimenti dei flaps e dei slats, alla velocità costante  o alla densità dell’aria, che diminuisce con l’aumentare della quota di volo, chi se ne frega della spiegazione scientifica: se va giù, va giù e la bambina non la vedo più!

Essendo stata abituata a sentire certi rumori, all’inizio non ci ho fatto tanto caso, poi una volta arrivata in quota ho iniziato a udire i classici suoni delle chiamate tra cabina e cockpit e il film è partito: questo è un aereo low cost, le manutenzioni le avranno fatte? I motori sono a posto? Il comandante o il primo ufficiale sapranno fare un ammaraggio? Ma se finiamo in mare come facciamo? Avranno mangiato cose diverse in cabina? Non è che poi se si sente male uno, sta male anche l’altro?

Tutto così.

La mia visione è stata apocalittica con tanto di tachicardia.

Alla fine, seduta in mezzo a due marcantoni ( mio marito e il mio vicino che era bello grosso pure lui)  ho deciso di appoggiare la testa sulla spalla del mio consorte, e dormire per cercare di stare tranquilla, almeno per le due ore di volo.

Una volta atterrati, ho baciato il mio rosario portafortuna  e non c’ho più pensato…finchè non è stato il momento di tornare.

Siamo arrivati in aeroporto molto prima dell’assegnazione del gate d’imbarco così ho consigliato a Fabri di passare già al metal detector e di essere poi cosí liberi di girare nell’area duty free senza dover fare inutili code. Qui, mi fermano: prima perchè non avevo creato solo due buste trasparenti con creme, cremette, profumini, poi perchè avevo dimenticato una crema mani in borsa. In Italia non ci hanno nemmeno distribuito le buste trasparenti e il beauty è rimasto così come l’avevo preparato a casa. Quando la rimetto a posto, vedo che il mio rosario nero si è sgranato, o meglio, si è staccata una perlina. Tragedia. Lo interpreto come un segno del destino. Prima fermata al metal detector, poi il rosario. Fabri intuisce il mio dispiacere e mi rasserena ,”lo mettiamo a posto a casa, dai non è successo niente”. Eh, speriamo.

Facciamo passare il tempo nell’area d’attesa…l’aeroporto di Valencia non è molto grande e l’area duty free è praticamente pari al soggiorno di casa mia. Quindi anche la carta shopping degli ultimi souvenirs era da scartare. Non ci resta che andare a mangiare.

Finalmente dai monitor compare il gate: ci mettiamo in fila e mio marito mi dice che è inutile stare ad aspettare in coda, tanto si deve entrare tutti. Considerata la coda, deduco che l’aereo è pieno, e per una volta lo seguo, con un po’ di titubanza. Gli ribadisco che  è meglio mettersi in fila, perchè salendo per ultimi il rischio è quello di vedersi mettere il bagaglio in stiva per mancanza di spazio a bordo.

Lui mi prende in giro ma alla fine mi da retta, rimanendo comunque tra gli ultimi. Mentre siamo in coda passa un’assistente di terra e ci da i tags per le valigie: “Non c’è posto a bordo, per gli ultimi passeggeri il bagaglio va in stiva”. Ecco. Quindi, arriviamo a Bergamo e dobbiamo anche aspettare i bagagli. Tra l’altro, la simpatica signora della “rampa” dice a Fabri di infilare la sua valigia nell’apposito “controllo misure” ryanair, tanto per non farsi mancare niente, rischiamo questi 50Euro da pagare per il fuori misura. Fortunatamente il bagaglio passa e il pericolo scampa.

Saliamo a bordo ma non ci sediamo vicino: quando ho prenotato i biglietti online, i posti del ritorno che ci sono stati assegnati erano lontani uno dall’altro, lui in testa, io in coda. Bene, nel cadere giù, non l’avrei nemmeno avuto al mio fianco. Chiedo alla hostess se una volta finito l’imbarco avremmo potuto spostarci e lei, gentilmente, mi dice che non ci sono problemi, e infatti, una volta che siamo tutti seduti, si precipita in testa a prelevarlo e poi cerca una che poteva essere sua moglie. Non me. Di lui si ricordava, di me no. Amen.

Dopo tutte queste vicissitudini, mi riaddormento sulla solita spalla del mio marcantonio e mi sveglio a Bergamo.

Apocalisse scampata. Incubo finito.

 

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corinne noca

L’ormone maledetto

“Tu non mi capisci, tu manipoli il mio cervello con le tue idee, perchè non vuoi che io sia in grado di ragionare con la mia testa!Io non so più come vestirmi a causa tua, non ti piace mai niente, non ho più il mio stile, non ho più il mio gusto, basta!”

O_O

La voce è rotta da un pianto che non vuole uscire. Vedo tutto nero. Nessuno mi capisce. Lui, non mi capisce.

-_-

La colpa non è mia, e questa volta, come tutte le altre in questo periodo del mese, non è nemmeno sua. La causa di questi momenti nevrotici è soltanto una: l’ormone impazzito del ciclo mestruale.

Ogni mese sembro poterla scampare, e invece, preciso come un orologio svizzero si manifesta più prepotente che mai, creando un subbuglio di emozioni negative e contrastanti che mi fanno vedere il bicchiere sempre mezzo vuoto ( a volte addirittura rotto). Vi giuro che una volta non era così. Non ho mai avuto la cosiddetta sindrome premestruale, e quando sentivo parlarne mi chiedevo come fosse possibile. Gli unici allarmi erano il classico mal di schiena, o qualche volta un rigonfiamento pettorale invidiabile perfino da Carmen Di Pietro prima che le scoppiasse una protesi in aereo ( sempre che le sia successo). Il mio umore non subiva nessuna influenza, almeno, io non mi sono mai lamentata, e chi stava vicino a me non ha mai avuto nulla da dire.

Coi trent’anni le cose sono un po’ cambiate, ma ancora non me ne rendevo conto.

L’apice l’ho raggiunto con la gravidanza. Ogni due per tre, con l’aumentare del peso, aumentava anche la follia del mio amico Ormons ma, visto che sono sempre stata una con la lacrima in tasca, non pensavo potesse dipendere da lui. Invece no: ogni litigio con Fabri era sempre più accentuato e il sentirsi incompresi era all’ordine del giorno. Ho iniziato a preoccuparmi seriamente, lui che mi prendeva in giro dicendo che erano loro, i compagni amici di Ormons, io che gli dicevo che non aveva rispetto per la mia condizione. Un bel giorno mi confronto con un’amica e ci capiamo al volo: lì mi rendo conto che Fabri aveva ragione. Sono stati momenti terribili da accettare, ma soprattutto ammettere che Lui non sbagliava: questo è stato lo scoglio più duro superare!

Con la nascita di Didi le cose sono migliorate, ma quei nove mesi mi hanno lasciato un amico compañero per almeno una settimana al mese.

E’ diventata una frase di rito “stai diventando un po’ troppo nervosa, quando rispondi male è perchè stanno per arrivare”. E come per magia…Ormons and co. arriva e sconvolge la mia apparente tranquillità. E lo fa sempre inaspettatamente;dovrei abituarmi, ma non lo concepisco, pertanto l’effetto sorpresa è assicurato. “Dovrebbero chiedere a me come mi sento in quei giorni!!!”, mi dice Fabri. “Sei esagerato!”. “Esagerato??? Tra pre-ciclo, ciclo e post ciclo, gli unici giorni in cui sei normale saranno quattro o cinque!”.

Ormone maledetto.

Ah, e visto che non sono nei giorni normali, mi tocca dargli ragione. Quando torno in me, ritratto.

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Obiettivi

Per tanti anni ho sempre sentito questa parola: obiettivi.

Ognuno di noi, in ogni fase della sua vita ne possiede alcuni: diplomarsi, laurearsi, trovare un lavoro, metter su famiglia, fare figli. Non tutti abbiamo gli stessi, con alcuni possiamo condividerli, con altri no, giustamente. Quello del lavoro però ne cova altrettanti in seno, dandoti l’illusione che, una volta raggiunti, tu abbia dimostrato le tue capacità grazie alle gratifiche, più o meno economiche, ricevute. Certo, se uno opera in campo “commerciale”, il risvolto economico sembra essere l’unica leva che da il risultato migliore ottenibile, anche se, e lo so per esperienza, ciò che soddisfa di più, alla fine, è il rapporto umano, quello che si crea con le persone. Tutto si può dire, ma io sono convinta che certe relazioni che si creano tra persone, anche sconosciute, siano più appaganti.

Per anni mi sono occupata del cosiddetto Customer Care: in aereo, in hotel, online. Ho avuto le mie ricompense una volta raggiunta la meta ambita, ma ciò che mi porto dietro sono i messaggi di ringraziamento e fiducia ricevuti da molti clienti . Sarà il mio animo, tendente alla continua ricerca di risoluzionare problemi (problem solving) o il fatto di voler semplificare certe situazioni, ma io mi sento soddisfatta e appagata quando qualcuno, che ho in qualche modo aiutato, mi ringrazia.

Non si tratta di gentilezza, si tratta di gratificazione, che è differente. La prima dovrebbe essere una qualità insita in ognuno di noi, come l’educazione, la seconda dovrebbe esserne una conseguenza, legata, più che altro, ad un senso di viva soddisfazione per ciò che si è svolto. Erroneamente speriamo di riceverla da chi sta sopra di noi, invece dovremmo imparare a carpirla da cosa facciamo, per non essere dipendenti di un’aspettativa che il più delle volte non arriva

La gratificazione è ciò che ci spinge ad andare avanti, a perseverare negli obiettivi, sia quelli che ci siamo prefissati noi, sia quelli che ci sono stati imposti. La differenza sta nel fatto che per i primi, siamo noi stessi a sentirci appagati, considerando la fatica e lo sforzo fatti per andare avanti anche quando l’umore ti butta a terra; mentre per i secondi viviamo nell’attesa delle parole confortanti dei nostri capi, che a volte possono arrivare in maniera meccanica, altre invece non essere addirittura pronunciate. Ed è da qui che nascono i problemi.
Alla ricerca di quell’approvazione non comunicata, cadiamo nello sconforto più totale, pensando di non meritarcela e di non avere le capacità per emergere.

Quanto è importante voi avere dei traguardi ed essere in grado di raggiungerli? Da cosa traete forza: dalle vostra mere capacità o dalla ricerca di consenso e approvazione? E la gratificazione: è una questione puramente materiale o morale?

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