corinne noca

Rancori

Passiamo la vita ad arrabbiarci, a prendercela per delle inutili futilità, affronti indimenticabili, discussioni che ci portano, a volte, a chiudere rapporti o allontanarci da persone che hanno fatto parte della nostra quotidianità.

Pensiamo di non essere capiti, e anche se proviamo a confrontarci, civilmente, riteniamo di aver sbagliato opinione sull’altro: invece di affrontare le cose, con quel tocco di leggerezza che non guasterebbe, magari sorvolando, le ingabbiamo sul fondo del cuore per mesi, a volte anni finché quel sentimento, chiamato rancore, non viene meno.

Il rancore può rimanere costante, ma con il tempo sedimenta nel profondo. Non lo si dimentica ( anche se dipende sempre dalla causa scatenante), rimane lì, latente.

Quando si crea abbastanza polvere su di esso, ci si rende conto che non è servito a nulla se non ad allontanare persone a cui abbiamo voluto bene e con le quali potrebbe essere difficile ricominciare. La cosa più razionale da fare dovrebbe essere quella di cercare di comprendere che non sempre si può e si riesce ad essere d’accordo su tutto, o che semplicemente siamo umani e possiamo sbagliare. Noi non siamo nessuno per giudicare, possiamo viaggiare sullo stesso binario o meno, ma compreso questo, se teniamo davvero alle  persone con cui affrontiamo certi discorsi dovremmo andare oltre, considerando il fatto che non possiamo – e nemmeno vogliamo- essere uguali.

Perché poi un bel giorno succede che ricevi una chiamata e ti dicono che quella persona, quella con cui tu hai condiviso molti momenti belli -e brutti- della tua vita, forse rischi di non vederla più, o forse non c’è proprio più.  E tu, rimani fermo e inebetito perché ti rendi conto di non aver avuto più modo, per orgoglio o per semplice coerenza di pensiero, di scambiare una sola parola con lei (o lui) e probabilmente non lo potrai più fare.

Sono una persona che non ama discutere. Mi hanno sempre rimproverato, in passato, ai tempi del liceo, di essere una che non si schierava perchè troppo comodo cercare di essere amici di tutti. Può darsi che allora in parte fosse vero,  ma ingenuamente pensavo che non valesse la pena discutere sempre su chi aveva torto o ragione, tanto le cose non cambiavano. Oggi invece, se c’è da schierarsi, mi schiero, sicuramente, se devo dire quello che penso, lo faccio, ma sempre con quel timore recondito di cercare di non ferire, perchè di base non vorrei mai fare del male.  Se c’è da discutere ( non litigare eh), come spesso capita, in famiglia, lo faccio  ma sempre per cavolate. Però non amo andare a dormire con conflitti irrisolti. Perché non so cosa può accadere il giorno dopo.

Ognuno di noi ha una cerchia di affetti che ritiene tali e che preserva da tutto, ma ognuno di noi, una volta nella vita, ha trovato persone con cui ha provato ad instaurare rapporti di amicizia, e dopo anni magari si è accorto di non riuscire ad avere la stessa linea di pensiero. Ma ciò non significa rinnegare ciò che è stato, anzi, significa crescere e rendersi conto che non ci si può più prendere per mano senza lasciarla andare, ma si può mantenere un rapporto di rispetto reciproco misto a pura cordialità, in “onore” a ciò che siamo stati, in passato.

Pensateci bene quando litigate o discutete con un vostro caro e vi sentite male: non lasciate che il tempo ingrandisca quel piccolo divario che si è creato. Un domani potreste pentirvi di non aver fatto nulla per diminuirlo.

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corinne noca

Oscar

In Indocina  conosco Nicole (ho già parlato di lei in Sul Mekong come sul Po, se volete farvi un’idea).

Sei anni fa, complici le promesse fatte durante quel viaggio che ne aveva suggellato l’amicizia, parto alla volta di Toronto, la sua città.

Non volevo far passare troppo tempo dall’ultima volta che ci eravamo viste a Bangkok perché mi ero trovata davvero bene e Nicole è una di quelle ragazze che sprizzano allegria da tutti i pori. Una di quelle persone che solo a vederle ti mettono di buon umore.

E questo non può che essere un pregio.

All’epoca dei fatti, Nicole viveva da sola e sognava il grande Amore. Insegnava sociologia all’università, dava lezioni di aerobica in palestra, era (ed è ancora) una ragazza molto attiva. Ne combina una più che Bertoldo, ma riesce sempre a sfangarla.

Durante la mia week of fun come l’ha definita lei, ho conosciuto il suo ambiente, la sua palestra, la sua famiglia, le sue amiche, il suo mondo. Appena arrivata mi ha portata ad un battesimo ebraico: ho assistito alla circoncisione di un bimbo che piangeva come un disperato, poverino. E lei mi ha detto “Come primo impatto con il Canada non è male. Avrei preferito portarti ad un matrimonio ma mi avevano invitato qui e nell’arco dei prossimi mesi, a meno che io non trovi Lui, o Lui non trovi me, non ci saranno matrimoni, ahimè”. I presupposti perchè la mia vacanza sarebbe stata una di quelle divertenti, c’erano tutti.

Un giorno veniamo invitate da sua zia e dalla sua compagna a pranzo. Ovviamente, in ritardo, saliamo in macchina e al primo semaforo lei prende il cellulare per avvisare le zie che saremmo arrivate da lì a breve. La scena si svolge così:

ferme in carreggiata con il semaforo rosso.

Nicole non fa in tempo a prendere il telefono in mano che sbuca fuori la Usain Bolt dei poliziotti. Nera. La razza peggiore ( detto da me…). Tutore della legge, donna e pure reduce dalla schiavitù. Obiettivamente, Nicole non aveva speranze sulla carta. La poliziotta le fa cenno di accostare al marciapiede e Nicole, coi finestrini ancora chiusi, parte con la sceneggiata. Io la guardo con occhi sbalorditi e lei disperata mi dice ” Non posso farmi togliere altri punti sulla patente, non ne ho più, devo guidare, non posso stare senza macchina e non posso chiamare ancora una volta mio padre”. Sembrava la classica scena da commedia alla napoletana. Io le chiedo, ingenuamente da italiana, come direbbe Zalone, perchè quel super donnone con la divisa le avrebbe dovuto toglierle i punti  e lei mi spiega che -giustamente- non è che perchè sei fermo al semaforo puoi parlare con il cellulare, devi accostare, spegnere il motore e chiamare.  Aaaaaaaaaaaaaa siii, ora capisco, succede anche noi??! 

La poliziotta le fa tirare giù il finestrino e le chiede libretto e patente. Lei glieli porge quasi piangendo. Inizia con un “I’m really sorry bu-u-ut..”… “m-m- mi scusi davvero, ma non sto bene. Mi hanno chiamato con urgenza le mie zie, dovevamo andare a pranzo lì, ma una si è sentita male e volevo accertarmi di come stava prima di arrivare, non ho pensato che stavo infrangendo le regole, mi scuso, mi scuso di cuore!”.  Tutto questo condito da lacrime che sgorgavano sulle gote come Brooke Logan quando scopre che il figlio che aspetta non è di Ridge, ma probabilmente, di Eric, o forse di Thorne, o magari di Deacon, no credo Bill Spencer. Non aveva usato nessun trucco. Io sono passata dallo stupore alle risa che cercavo di trattenere. La police woman si dimostra meno stronza di quanto potesse essere in realtà ( si vede che non aveva nessun conflitto irrisolto) e le raccomanda di non farlo più. Sembra capire il disagio che la malcapitata sta provando in quel momento.

Nicole ringrazia e al verde, ripartiamo. Mi guarda e mi dice “L’ho scampata, mio padre (avvocato penalista a Detroit) mi aveva già pagato delle multe, se prendevo anche questa ero fottuta letteralmente e chissà quando avrei rivisto la patente”. Io sono sconvolta dalla recitazione perfetta e credibile e le faccio un applauso di quelli sentiti. Mi sarei inchinata o avrei fatto una standing ovation, ma ero seduta in macchina.

Per anni ci siamo lamentati chiedendo e pregando che Leo vincesse un Oscar ( che alla fine ha vinto). Nella vita di tutti giorni c’è chi lo merita di più. E non si vede.

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blog, corinne noca

Donne

In italiano, nasciamo tutte signore. Almeno etimologicamente parlando. La parola donna infatti deriva, per assimilazione consonantica, dal latino dŏmna, forma sincopata del latino classico domĭna, e significa appunto “signora” ( è vero che è scritto su Wikipedia, ma ho avuto, nel primo biennio del liceo, una professoressa di latino che per quanto fosse “feroce” e indimenticabile, mi ha dato delle basi così solide della lingua, che ricordo ancora a distanza di vent’anni). Poi che lo siamo veramente, è un altro paio di maniche.

In francese, invece, ci chiamano romanticamente femmes…per loro, indipendentemente da COME siamo, saremo sempre geneticamente femmine, con quell’accezione un po’ sensuale che la lingua si porta dietro. Que dire…magnifique!

Per i nostri cugini spagnoli siamo mujeres,  come per i portoghesi mulheres…  sembra quasi che non esistano le singles nella semantica di queste lingue, deriviamo dalla parola moglie…di chi non si sa, ma linguisticamente possiamo pensare di esserlo. Magari con Banderas, toh che si è separato dopo dieci anni dalla Melanie e si è scoperto essere il migliore amico di Rosita ( la gallina). Inzupposo.

Gli inglesi, grandi semplificatori, ci ricordano che deriviamo dall’uomo (sarà vero?) con woman, mentre i tedeschi, che potevano sembrare i più “cattivi”, ci chiamano Frauen (plurare di Frau che tradotto significa signora). Non paragoniamoci alla Rottermaier che era signorina, Fraulein.

La nostra forza è quindi molteplice: siamo una ma siamo tante, diverse, distinte con caratteristiche comuni che cerchiamo di definire con il nostro carattere. Amiche, nemiche con pregi e difetti, a volte sappiamo essere solidali come Madre Teresa, altre invece invidiose come la Regina Cattiva di Biancaneve. Se solo fossimo capaci di amarci per quello che siamo, per come siamo e per quello che facciamo. L’invidia è davvero tutta femminile. Le peggiori pugnalate, soprattutto sul lavoro, le ho prese da donne.

Oggi è l’8 marzo. Universalmente veniamo festeggiate. Sembriamo unite e solidali in questo giorno, ma io vorrei che lo fossimo sempre. Parliamo sempre di quanto facciamo, di ciò che rappresentiamo e di cosa significa essere Donna. Bene, allora dimostriamolo. E non andando una sera all’anno a festeggiare, ma dandoci la mano, tutti i giorni, sempre. Non si può andare d’accordo con tutti, certamente, ma non facciamoci del male, con parole taglienti o con gesti plateali. Accettiamo i nostri limiti, facendo risaltare le nostri doti, i nostri piccoli talenti. Perché ognuna di noi ne detiene almeno uno. Può essere difficile capire quale sia, per questo invidiamo chi sembra averlo trovato.

Oggi è l’8 marzo: guardiamoci dentro e rispettiamoci. Solo così diventeremo donne, o dominae. Ah sì, Signore.

 

 

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