corinne noca

Oscar

In Indocina  conosco Nicole (ho già parlato di lei in Sul Mekong come sul Po, se volete farvi un’idea).

Sei anni fa, complici le promesse fatte durante quel viaggio che ne aveva suggellato l’amicizia, parto alla volta di Toronto, la sua città.

Non volevo far passare troppo tempo dall’ultima volta che ci eravamo viste a Bangkok perché mi ero trovata davvero bene e Nicole è una di quelle ragazze che sprizzano allegria da tutti i pori. Una di quelle persone che solo a vederle ti mettono di buon umore.

E questo non può che essere un pregio.

All’epoca dei fatti, Nicole viveva da sola e sognava il grande Amore. Insegnava sociologia all’università, dava lezioni di aerobica in palestra, era (ed è ancora) una ragazza molto attiva. Ne combina una più che Bertoldo, ma riesce sempre a sfangarla.

Durante la mia week of fun come l’ha definita lei, ho conosciuto il suo ambiente, la sua palestra, la sua famiglia, le sue amiche, il suo mondo. Appena arrivata mi ha portata ad un battesimo ebraico: ho assistito alla circoncisione di un bimbo che piangeva come un disperato, poverino. E lei mi ha detto “Come primo impatto con il Canada non è male. Avrei preferito portarti ad un matrimonio ma mi avevano invitato qui e nell’arco dei prossimi mesi, a meno che io non trovi Lui, o Lui non trovi me, non ci saranno matrimoni, ahimè”. I presupposti perchè la mia vacanza sarebbe stata una di quelle divertenti, c’erano tutti.

Un giorno veniamo invitate da sua zia e dalla sua compagna a pranzo. Ovviamente, in ritardo, saliamo in macchina e al primo semaforo lei prende il cellulare per avvisare le zie che saremmo arrivate da lì a breve. La scena si svolge così:

ferme in carreggiata con il semaforo rosso.

Nicole non fa in tempo a prendere il telefono in mano che sbuca fuori la Usain Bolt dei poliziotti. Nera. La razza peggiore ( detto da me…). Tutore della legge, donna e pure reduce dalla schiavitù. Obiettivamente, Nicole non aveva speranze sulla carta. La poliziotta le fa cenno di accostare al marciapiede e Nicole, coi finestrini ancora chiusi, parte con la sceneggiata. Io la guardo con occhi sbalorditi e lei disperata mi dice ” Non posso farmi togliere altri punti sulla patente, non ne ho più, devo guidare, non posso stare senza macchina e non posso chiamare ancora una volta mio padre”. Sembrava la classica scena da commedia alla napoletana. Io le chiedo, ingenuamente da italiana, come direbbe Zalone, perchè quel super donnone con la divisa le avrebbe dovuto toglierle i punti  e lei mi spiega che -giustamente- non è che perchè sei fermo al semaforo puoi parlare con il cellulare, devi accostare, spegnere il motore e chiamare.  Aaaaaaaaaaaaaa siii, ora capisco, succede anche noi??! 

La poliziotta le fa tirare giù il finestrino e le chiede libretto e patente. Lei glieli porge quasi piangendo. Inizia con un “I’m really sorry bu-u-ut..”… “m-m- mi scusi davvero, ma non sto bene. Mi hanno chiamato con urgenza le mie zie, dovevamo andare a pranzo lì, ma una si è sentita male e volevo accertarmi di come stava prima di arrivare, non ho pensato che stavo infrangendo le regole, mi scuso, mi scuso di cuore!”.  Tutto questo condito da lacrime che sgorgavano sulle gote come Brooke Logan quando scopre che il figlio che aspetta non è di Ridge, ma probabilmente, di Eric, o forse di Thorne, o magari di Deacon, no credo Bill Spencer. Non aveva usato nessun trucco. Io sono passata dallo stupore alle risa che cercavo di trattenere. La police woman si dimostra meno stronza di quanto potesse essere in realtà ( si vede che non aveva nessun conflitto irrisolto) e le raccomanda di non farlo più. Sembra capire il disagio che la malcapitata sta provando in quel momento.

Nicole ringrazia e al verde, ripartiamo. Mi guarda e mi dice “L’ho scampata, mio padre (avvocato penalista a Detroit) mi aveva già pagato delle multe, se prendevo anche questa ero fottuta letteralmente e chissà quando avrei rivisto la patente”. Io sono sconvolta dalla recitazione perfetta e credibile e le faccio un applauso di quelli sentiti. Mi sarei inchinata o avrei fatto una standing ovation, ma ero seduta in macchina.

Per anni ci siamo lamentati chiedendo e pregando che Leo vincesse un Oscar ( che alla fine ha vinto). Nella vita di tutti giorni c’è chi lo merita di più. E non si vede.

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