corinne noca

I’m black, I’m proud

Ho una mamma della Repubblica Democratica del Congo ( ex Congo Belga, ex Zaire, ex tutto) e un padre Piemontese. Sono nata giù, ma cresciuta su (per intenderci), conosco, ahimè, poco dell’Africa anche se è nel sangue, nel cuore e nelle radici. Mia madre, sposa di un emigrato italiano, non è mai stata considerata un’immigrata nel paesello originario di famiglia, anche perchè per i primi anni vivevano entrambi in Africa… semmai, all’inizio, era la “straniera”, la “nera” (mai negra per carità), o la moglie del Dodo. All’epoca, e parlo della fine degli anni ’70, non si vedevano molti colori in giro, e quelli che c’erano, erano spesso identificati come “neri americani”.

Sono cresciuta vivendo con una madre molto forte caratterialmente, ormai lo sapete, che ha saputo ritagliarsi un posto di riguardo e rispetto nella comunità piccola di un paese di tremila anime di cui millecinquecento residenti in Africa.

Ho vissuto la sua evoluzione, e i suoi racconti di vita mi hanno insegnato cosa significhi, a volte, essere considerati diversi per il colore della pelle, senza però mai cadere nel patetico, nella commiserazione di se stessi o nel vittimismo. “Non è il colore che fa la differenza, ma come ti poni e ti confronti con le persone. Se qualcuno vuole farti del male dicendoti che sei nera o che altro, ridi, anzi digli che la tua pelle vale oro, che vanno al mare a prendere il sole per essere scuri, mentre tu hai la fortuna di non averne bisogno. Non piangere mai per questa cosa, mai”. Credo di aver tatuato questo frase dentro di me, ma posso dire di averla utilizzata pochissime volte in quasi 40 anni.

Quando era adolescente, mia madre indossava una maglietta con su scritto ” I’m black, I’m proud”, tanto aggiungere qualcosa in più al personaggio.

Non ho mai avuto problemi di razzismo, l’ho già scritto e detto in passato, non mi sono mai messa nella condizione di dire “mi hanno trattato così perchè sono cosà”, ma ora,  in questo momento storico/politico/sociale in cui sembra che il nostro Paese (l’Italia) stia tornando indietro invece di andare avanti, con la paura e la diffidenza nei confronti del diverso, sento forte l’esigenza di sottolineare che sono fiera di essere una donna di colore, mulatta, mezzosangue o negra. Chiamatemi come volete, rimango io, non mi tange.

Ieri ho assistito ad una scena in treno, sul solito Torino-Milano che aveva dell’assurdo.

Un ragazzo originario dell’Africa subsahariana stava compostamente mangiando al suo posto le patatine del Mcdonald. Ora, sappiamo tutti che l’odore di fritto della catena di Ray Kroc ( grande imprenditore e grande ladro) può essere fastidioso e intenso, ma vi posso assicurare che ieri, nonostante trenitalia avesse deciso di non accendere l’aria condizionata ( o forse non funzionava? strano), non si sentiva nulla. Ed il vagone era pieno.

Seduta di fronte a lui c’era una signora (se così si può chiamare) sulla sessantina, con la mascherina alla bocca che si spostava disperatamente da un sedile ad un altro con fare infastidito e sbuffando svariate volte.

Ad un certo punto, dal nulla, si odono delle urla. Lei, inizia ad inveire contro il ragazzo in maniera furente. Parole inconcepibili, indescrivibili ed irripetibili, emesse con estremo odio. Frasi che non trovavano alcun senso logico se non quello del razzismo e della cattiveria a prescindere. Lei, in piedi, gli puntava il dito in faccia cercando uno scontro fisico che non avveniva, continuando a provocarlo dicendogli che puzzava e che doveva tornarsene al suo paese.

Non era vero. Quella che puzzava era lei.

Ma chi avrebbe potuto resistere ad un attacco così? Ci siamo alzati tutti in piedi per osservare e capire di più.

Estenuato, il ragazzo si alza (due metri di altezza e rasta lunghi e puliti) e le risponde di essere sposato con un’italiana e di avere un figlio italianissimo -come me per altro- e che non si doveva permettere di aggredirlo cosìm, visto che non stava facendo nulla di male e non importunava nessuno. Ma lei nulla, sorda, sbraitava. Lo odiava, ce l’aveva con lui. Se avesse potuto ammazzarlo, lo avrebbe fatto.

La scena aveva un non so che di surreale. Mi sono sentita di intervenire a difesa del ragazzo, si stava compiendo un’ingiustizia verbale davanti ai miei occhi, per nulla, così le ho chiesto se avesse reagito così anche con un bianco, visto che credo che almeno una volta nella vita sia capitato a qualcuno di  mangiare in treno, un panino, della frutta o le patatine del McDonald.

Lei mi ha guardata, quasi con lo stesso sguardo di sfida, rispondendomi che lui doveva tornare a casa sua, che a Milano sarebbe stato in prigione e che se fosse stato per lei avrebbe anche buttato la chiave della cella, doveva marcire lì.

Dopo venti minuti di sproloqui, se n’è andata, lasciando finalmente la nostra carrozza con grande sollievo di tutti. Lui, che le ha comunque risposto a tono, è riucito a mantenere la calma. Non parlava un italiano proprio corretto, ma nemmeno la signora, che tradiva nella sua isteria un accento dell’Est Europa. In pratica uno scontro tra immigrati agli antipodi.

Mi sono ancora alzata e ho detto al rasta boy che di fronte all’ignoranza e alla cattiveria non ci sono soluzioni migliori del silenzio, lui sì che si è dimostrato superiore a quella iena con il suo comportamento impeccabile. Certo, se fosse stato un uomo, mi chiedo, chissà come sarebbe andata a finire. Tutti i passeggeri però erano con lui, e questa risulta essere l’unica nota positiva.

Per la prima volta in vita mia, sto percependo un’atmosfera di odio e intolleranza pienamente manifestati, anche da chi, a propria volta, è considerato un “foreigner”.

A chi mi dice che si è trattato di demenza o della scenata di una pazza, potrei rispondere che sì, quella donna non aveva tutte le rotelle a posto ma sapeva benissimo quello che stava dicendo, poichè era più che intenzionale. Lei desiderava fortemente che il ragazzo la toccasse per avere una scusa per accusarlo. Il razzismo ha di per sé e in sè preconcetti e idee  che oltre ad essere scientificamente assurdi, non possono che appartenere a persone con seri disturbi intellettivi e piene di odio esacerbato maggiormente da situazioni concomitanti e legate, oggi più di ieri, agli immigrati africani, in primis . Se prima erano i terroni, poi gli albanesi, poi i marocchini, adesso sono i nigeriani, i senegalesi, etc… i cinesi, per quanto immigrati, hanno un trattamento diverso ma solo perchè non arrivano con il gommone, stanno zitti  e in fin dei conti si trovano un lavoro che fanno 24h/24h. Portano sempre via il lavoro agli italiani, ma in silenzio. Chi vuol capire capisca.

Sinceramente non voglio parlare qui del fenomeno dell’immigrazione che è un problema molto serio e va gestito e considerato come tale, senza troppi falsi moralismi. No, io voglio parlare di educazione, di civiltà, di umanità, dei valori che dovrebbero stare a monte di quello o di quell’altro partito politico o degli interessi economici/finanziari di un Paese. Mi sembra che si stiano perdendo e questo mi fa paura. Sono scesa dal treno scossa. Ero emotivamente giù, perchè mi sono immedesimata in quel ragazzo, e ho pensato che avrei potuto trovarla io quella donna di fronte, magari vent’anni fa, tornando dalla fumetteria in via Melchiorre Gioia con i miei compagni di liceo e la busta di carta del Mc in mano (con relativi odori) come eravamo soliti fare.

I tempi saranno anche cambiati, ma secondo me sono cambiate di più le persone. In un mondo dove la globalizzazione impera, hai voglia ad urlare “I’m black, I’m proud” : qui forse è il caso di gridare “Si Salvi chi può”.

 

 

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