corinne noca

Folla o follia?

Scenario:

Genova, autobus cittadino ore 8.35.

Esco dalla stazione di Piazza Principe e salgo sul mio solito autobus che apparentemente sembra non avere molta gente su.

In due fermate si riempie in un maniera tale che non riesco nemmeno a togliermi lo zaino dalle spalle per lasciare un pochino di spazio tra la mia schiena e quella del vicino. Ci ritroviamo tutti schiacciati come sardine, non so come sia possibile: c’erano due autobus, con lo stesso numero, il mio – davanti- e quello dietro, vuoto. Dovevano evidentemente salire tutti sul primo.

In questo delirio, odo una donna parlare ad alta voce. Urlare. Forte. L’accento era straniero.

Non ho ben capito cosa fosse successo, ma lei, che improvvisamente si è materializzata davanti a me dal nulla, era a dir poco incazzata.

Descrizione della donna:

  1. Lineamenti africani ma morbidi ( doveva essere un mix di etnie, razze, provenienze varie),
  2. Media altezza
  3. Età indefinita tra 35-45 ( forse anche di più, i neri se li portano bene! 😉 )
  4. Capelli stile rasta alla Bob Marley color sabbia con una spilla da balia attaccata ad uno di essi
  5. Cappellino con visiera, occhiali da sole, giacca multicolor, jeans semi strappati.

Se fossimo stati a New York nessuno l’avrebbe notata. Diciamo che tutto sommato, anche senza gridare, sarebbe spiccata lo stesso.

“Non si deve permettere! No, io parlo quanto voglio e dico quello che penso. Ma cosa vuole? Certo che parlo italiano, le è anche andata male perché, dopo 28 anni qui, ho maturato anche una certa proprietà di linguaggio che probabilmente, a sentirla, lei nemmeno ha! Le è andata malissimo! Eh, no! no! no! Sono americana, ma stia zitta!”.

Ecco. Ora immaginate la distonia tra l’immagine e lo speech. Appena l’ho sentita parlare mi sono rimangiata l’idea che fosse una scappata di casa, abbiate pietà, a volte mi rendo conto che il primo impatto è da “abito che fa il monaco”. In questo caso, il dubbio che mi è sorto, prima delle considerazioni che farò,  era se la signora fosse lucida o ubriaca.

Era chiaro e palese, dove averla sentita, che qualche altra sardina sull’autobus l’avesse indispettita ( roba di spinte o chissà che altro), ma si sentiva solo lei. L’altra persona: non pervenuta.

Mentre straparlava, utilizzando anche una terminologia ricercata, ha incrociato il mio sguardo. Istintivamente le ho sorriso,  anche se la scena non era di mio gradimento (urlare nei posti pubblici, in situazioni già imbarazzanti e difficili non mi è mai piaciuto). In segno di solidarietà le ho anche fatto un cenno con la testa. Ho avuto la sensazione che avesse ragione. Nonostante tutto.

Ha continuato a parlare praticando anche il mio amato code switching – mix tra italiano e inglese americano inserendo qualche fuck, fuckoff a colorire l’irreprensibile monologo italiano.

Lo spazio vitale delle persone condiziona l’umore, è assodato. Meno spazio c’è, più  la nostra capacità di tollerare le persone attorno a noi diminuisce. Ci si sente oppressi e per questo autorizzati a reagire, a contestare, ad attaccare chi riteniamo apparentemente più debole e quindi artefice del nostro disagio. Un po’ come quando piove e si è in macchina. Le stesse persone che percorssono lo stesso tragitto ogni fottuto giorno, improvvisamente si paralizzano, come se non conoscessero la strada e non avessero mai guidato prima.  E tu che ti ritrovi in mezzo al “casino” non lo sopporti più e imprechi a destra e sinistra perchè sono tutti imbranati. Ma perchè? Cosa scatta dentro di noi in queste situazioni? E’ la folla che genera impazienza, delirio, pazzia…o siamo tutti semplicemente un po’ folli?

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