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I AM WHAT I AM

La settimana scorsa, l’azienda per la quale lavoro, Slam, ha festeggiato i suoi primi 40 anni di attività organizzando un evento che ha interessato la città che le ha dato i natali: Genova.

Cos’ha fatto? Dal 20 al 26 maggio ha dato l’opportunità a tutte le persone che passavano da Palazzo Ducale di farsi fotografare da Settimio Benedusi ( se non sapete chi è, googlatelo, lo trovate subito!).

L’evento in realtà è stato più articolato ma per questo vi rimando a leggere sul sito ufficiale la descrizione: non sarebbe fair da parte mia incensare e celebrare la manifestazione, anche se lo meriterebbe senza ombra di dubbio, ma non è questo lo scopo di questo post.

La premessa era d’obbligo per poter contestualizzare tutto ciò che ho deciso di condividere in questo spazio virtuale che a volte sembra dimenticato, ma che è sempre nel mio cuore.

Sono stata travolta da un’emozione indescrivibile e, a prima vista, irrazionale e senza senso.

Siamo abituati a farci scattare foto, a metterci in posa per un selfie, a mostrare -cercare- il lato più bello che abbiamo, con sorrisi veri, finti, facce plastiche, supergnocche, superserie, professionali, ridicole… per avere un mi piace, un like, un consenso senza il quale ci sentiremmo come? Meno amati? Meno apprezzati? Sembra che senza di essi non saremmo persone migliori. Siamo tutti vittime inconsapevoli ma coscienti di questo sistema sociale virtuale che ci prende – e al quale diamo- il nostro tempo, perdendo il senso della realtà.

Quest’ultima è quella che mi ha investita nel momento in cui mi sono vista nella foto scattata da Benedusi.

Cosa vedo? Me stessa. Tramortita dal mio riflesso.

E finalmente capisco perché il mio cuore ha iniziato a battere all’impazzata quando mi sono messa di fronte a lui.

Ci siamo presentati, stretti la mano come ha fatto con tutti, scambiato due parole sulla mia origine, uno sguardo fugace negli occhi per poi catapultarmi dritta di fronte al suo obiettivo. E lì, in quegli attimi ho sentito che stava catturando qualcosa che non avevo mai mostrato a nessuno. E dentro di me si stava scatenando una ribellione di sentimenti contrastanti, un mix fatto di paure, speranze e timide emozioni.

Ho molte foto di me, sono stata immortalata quasi sempre da superfiga, a volte la foto era più bella della realtà, ma il risultato doveva essere quello, piacermi, piacere, avere un bel ricordo… le emozioni che ho lasciato fuoriuscire sono sempre state legate ad una parte solare di me, quella che esprimo tutti i giorni, o cerco di fare, ridendo e sdrammatizzando il più possibile ( quando non ho l’ormone del ciclo impazzito!).

Questa volta ciò che è stato catturato non è mai stato mostrato: lo struggimento che convive con me da diversi anni, quel moto interiore alla perenne ricerca di realizzazione umana che non si è ancora sopita, l’ho visto dentro ai miei occhi, in questo ritratto.

Mi sono vista donna, non più ragazza.

Ho visto le mie fragilità, le mie debolezze, lasciando il fianco scoperto.

E quella malinconia nostalgica che si riversa costantemente nei ricordi del passato che non mi abbandonerà mai.

Ho visto questo e altro ancora.

Il realismo degli scatti di Benedusi può far paura. Ma è una paura che incoraggia ad essere coraggiosi nell’essere se stessi, nella libertà di scelta nell’esserlo. Per noi stessi in prima persona, più che per gli altri. Cosa alquanto difficile.

Se un fotografo riesce a far emergere l’essenza di te, ha compiuto il suo lavoro.

Chiamatela sensibilità, chiamatela empatia, quella connessione che si è stabilita l’ho sentita subito e questo è il risultato.

E non ho più niente da dire, se non:

Grazie.

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3 risposte a "I AM WHAT I AM"

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