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Donne

In italiano, nasciamo tutte signore. Almeno etimologicamente parlando. La parola donna infatti deriva, per assimilazione consonantica, dal latino dŏmna, forma sincopata del latino classico domĭna, e significa appunto “signora” ( è vero che è scritto su Wikipedia, ma ho avuto, nel primo biennio del liceo, una professoressa di latino che per quanto fosse “feroce” e indimenticabile, mi ha dato delle basi così solide della lingua, che ricordo ancora a distanza di vent’anni). Poi che lo siamo veramente, è un altro paio di maniche.

In francese, invece, ci chiamano romanticamente femmes…per loro, indipendentemente da COME siamo, saremo sempre geneticamente femmine, con quell’accezione un po’ sensuale che la lingua si porta dietro. Que dire…magnifique!

Per i nostri cugini spagnoli siamo mujeres,  come per i portoghesi mulheres…  sembra quasi che non esistano le singles nella semantica di queste lingue, deriviamo dalla parola moglie…di chi non si sa, ma linguisticamente possiamo pensare di esserlo. Magari con Banderas, toh che si è separato dopo dieci anni dalla Melanie e si è scoperto essere il migliore amico di Rosita ( la gallina). Inzupposo.

Gli inglesi, grandi semplificatori, ci ricordano che deriviamo dall’uomo (sarà vero?) con woman, mentre i tedeschi, che potevano sembrare i più “cattivi”, ci chiamano Frauen (plurare di Frau che tradotto significa signora). Non paragoniamoci alla Rottermaier che era signorina, Fraulein.

La nostra forza è quindi molteplice: siamo una ma siamo tante, diverse, distinte con caratteristiche comuni che cerchiamo di definire con il nostro carattere. Amiche, nemiche con pregi e difetti, a volte sappiamo essere solidali come Madre Teresa, altre invece invidiose come la Regina Cattiva di Biancaneve. Se solo fossimo capaci di amarci per quello che siamo, per come siamo e per quello che facciamo. L’invidia è davvero tutta femminile. Le peggiori pugnalate, soprattutto sul lavoro, le ho prese da donne.

Oggi è l’8 marzo. Universalmente veniamo festeggiate. Sembriamo unite e solidali in questo giorno, ma io vorrei che lo fossimo sempre. Parliamo sempre di quanto facciamo, di ciò che rappresentiamo e di cosa significa essere Donna. Bene, allora dimostriamolo. E non andando una sera all’anno a festeggiare, ma dandoci la mano, tutti i giorni, sempre. Non si può andare d’accordo con tutti, certamente, ma non facciamoci del male, con parole taglienti o con gesti plateali. Accettiamo i nostri limiti, facendo risaltare le nostri doti, i nostri piccoli talenti. Perché ognuna di noi ne detiene almeno uno. Può essere difficile capire quale sia, per questo invidiamo chi sembra averlo trovato.

Oggi è l’8 marzo: guardiamoci dentro e rispettiamoci. Solo così diventeremo donne, o dominae. Ah sì, Signore.

 

 

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Obiettivi

Per tanti anni ho sempre sentito questa parola: obiettivi.

Ognuno di noi, in ogni fase della sua vita ne possiede alcuni: diplomarsi, laurearsi, trovare un lavoro, metter su famiglia, fare figli. Non tutti abbiamo gli stessi, con alcuni possiamo condividerli, con altri no, giustamente. Quello del lavoro però ne cova altrettanti in seno, dandoti l’illusione che, una volta raggiunti, tu abbia dimostrato le tue capacità grazie alle gratifiche, più o meno economiche, ricevute. Certo, se uno opera in campo “commerciale”, il risvolto economico sembra essere l’unica leva che da il risultato migliore ottenibile, anche se, e lo so per esperienza, ciò che soddisfa di più, alla fine, è il rapporto umano, quello che si crea con le persone. Tutto si può dire, ma io sono convinta che certe relazioni che si creano tra persone, anche sconosciute, siano più appaganti.

Per anni mi sono occupata del cosiddetto Customer Care: in aereo, in hotel, online. Ho avuto le mie ricompense una volta raggiunta la meta ambita, ma ciò che mi porto dietro sono i messaggi di ringraziamento e fiducia ricevuti da molti clienti . Sarà il mio animo, tendente alla continua ricerca di risoluzionare problemi (problem solving) o il fatto di voler semplificare certe situazioni, ma io mi sento soddisfatta e appagata quando qualcuno, che ho in qualche modo aiutato, mi ringrazia.

Non si tratta di gentilezza, si tratta di gratificazione, che è differente. La prima dovrebbe essere una qualità insita in ognuno di noi, come l’educazione, la seconda dovrebbe esserne una conseguenza, legata, più che altro, ad un senso di viva soddisfazione per ciò che si è svolto. Erroneamente speriamo di riceverla da chi sta sopra di noi, invece dovremmo imparare a carpirla da cosa facciamo, per non essere dipendenti di un’aspettativa che il più delle volte non arriva

La gratificazione è ciò che ci spinge ad andare avanti, a perseverare negli obiettivi, sia quelli che ci siamo prefissati noi, sia quelli che ci sono stati imposti. La differenza sta nel fatto che per i primi, siamo noi stessi a sentirci appagati, considerando la fatica e lo sforzo fatti per andare avanti anche quando l’umore ti butta a terra; mentre per i secondi viviamo nell’attesa delle parole confortanti dei nostri capi, che a volte possono arrivare in maniera meccanica, altre invece non essere addirittura pronunciate. Ed è da qui che nascono i problemi.
Alla ricerca di quell’approvazione non comunicata, cadiamo nello sconforto più totale, pensando di non meritarcela e di non avere le capacità per emergere.

Quanto è importante voi avere dei traguardi ed essere in grado di raggiungerli? Da cosa traete forza: dalle vostra mere capacità o dalla ricerca di consenso e approvazione? E la gratificazione: è una questione puramente materiale o morale?

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Portafortuna

Tanti anni fa ricevetti in dono un rosario di colore nero.

Sono molto legata a questo oggetto perchè era appartenuto ad una delle zie più care che io abbia mai avuto: la prima sorella di mia mamma, Angelique. Io non ho nè fratelli nè sorelle, ho trascorso le estati della mia infanzia in vacanza in Belgio. Forse non tutti sanno che la Repubblica Democratica del Congo (o ex Zaire) è stato colonizzato dai belgi (ex Congo Belga infatti) e dopo l’indipendenza i rapporti con questo Stato non si sono mai interrotti. Le classi benestanti, o coloro che potevano permetterselo, mandavano i figli a studiare a Bruxelles, perchè potessero avere un’educazione europea e consolidata. I miei cugini hanno avuto questa fortuna: dopo le superiori si trasferirono li per studiare all’università.

In Africa è d’uso comune che i fratelli maggiori si prendano cura di quelli più piccoli, un po’ per un senso di responsabilità, un po’ per aiutare la famiglia. Zia Angelique così si prese cura di mia madre, che crebbe con lei e con i suoi figli ( ne ha avuti 8). Pertanto per me, è stata più che una zia, una sorta di nonna, e chiaramente l’amore che mia madre provava per lei era sicuramente più forte rispetto a quello per gli altri fratelli. D’altronde, non è solo il “sangue” che lega, ma sono le esperienze delle vita che ci legano alle persone, indipendentemente dal fatto che siano o meno “parenti”.

Mia zia è mancata quasi vent’anni fa, ma il suo ricordo è sempre vivo dentro me. Una delle ultime volte che andai a Bruxelles, con lei ancora viva, mi regalò il suo rosario e mi disse di conservarlo con cura e di avere fede, perchè è quella che ti aiuta nei momenti di difficoltà. Sarà che è un ricordo, sarà perchè da bambini certe parole fanno più effetto, l’ho conservato con estrema cura, tanto da farlo diventare un oggetto portafortuna.

Ogni volta che mi trovavo di fronte a degli avvenimenti o situazioni importanti che avrebbero potuto cambiare il corso degli eventi della mia vita, me lo portavo dietro. Dall’esame di maturità a quelli dell’università, visite mediche, scelte di lavoro a cui tenevo: c’è sempre stato. Quando non lo portavo, per non diventarne schiava, mi dicevo che “sarebbe andata come il destino avrebbe voluto”, ma per mia scelta, mai per dimenticanza.

Gli oggetti assumono il valore che vogliamo dar loro: per me questa collanina con le perline nere e il viso della Madonna ha un valore inestimabile, affettivo e anche romantico se vogliamo.C’è stato un tempo in cui associavo ad esso anche una spilla d’oro sempre di mia zia…ma era diventata più un rafforzativo e ad un certo punto mi sono sentita “esagerata”, così l’ho lasciata da parte.

Forse è solo una questione di influenzabilità, oppure il nostro cervello ci fa vedere cose che non sono e noi creiamo concatenazioni causa effetto per giustificare l’andamento di determinati episodi. Non ne ho mai abusato, mi sono solo sentita “protetta” e non mi ha mai tradita. Se le cose non andavano, beh, la colpa o la causa, a quel punto, è sempre del destino. Probabilmente questi atteggiamenti sono ricordi ancestrali, Fabri li chiamerebbe “roba da tribù, Bantù”, io la chiamo semplicemente “scaramanzia”.

Un po’ come l’oroscopo: se non lo leggi non succede nulla, ma quando lo fai…sei facilmente suggestionabile.

Come sempre, gli devo una citazione “non credete, verificate”!

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Il potere delle chat

Vi siete conosciuti su Internet?

Internet= chat line, chat line= hot line.

Da quando sto con Fabri, mi capita spesso che mi facciano questa domanda, soprattutto persone già adulte che non hanno troppa voglia di pensare e che vedono il binomio “ragazza di colore giovane, uomo maturo uguale Santo Domingo,Brasile, nightclub o chat”. Anche no. Con tutto il rispetto per le dominicane, brasiliane o caraibiche in generale, io non sono ragazza d’importazione, semmai c’ha pensato mio padre ai tempi, andando però a scegliersela in loco quando questo luogo comune non era così comune e per questo una vera e propria rarità.

Da quando ho più o meno diciott’anni, succede che se sono in giro con mio padre, carpisco lo sguardo da “ilSolitovecchioConlaGiovane”  (soprattutto dalle commesse al supermercato) e per evitare malintesi trovo una scusa per chiamare “papà” a voce alta -“passami la busta che ritiro la spesa”- e improvvisamente lo sguardo cambia; in giro con zio Giulio, idem. Una volta a pranzo con dei suoi amici, lui mi ha presentato come la figlia di suo cugino, quindi sua cugina, ( per me era zio perchè più o meno coetaneo di mio padre): i tal signori non ci credevano e ho dovuto tirar fuori la carta d’identità – e meno male che avevamo lo stesso cognome- per far capire la parentela. Ma vi pare? In più a zio Giulio piaceva molto far pensare il contrario di quello che era, e giocava sull’ignoranza delle persone. Quando gli avevano chiesto chi ero lui aveva risposto: “Un vecchio caprone libidinoso come me non può che portare in giro sua cugina”. Non avevano avuto coraggio di replicare se non con un “seee”, probabilmente pensando che non capissi l’italiano. Ma perchè l’ignoranza galoppa così? Ma poi, anche se fosse stato, quale sarebbe stato il problema?…

La questione si ripete con Fabri, che non è un VCL (Vecchio Caprone Libidinoso) ma che è più grande di me: sentendomi parlare bene italiano ( lo parlo bene?), quando non viene fuori la nostra differenza d’età ( dieci anni, che tra l’altro Fabri porta benissimo <3) , viene fuori il discorso della provenienza ( io di Roasio, lui di Trino, come si è fatto a conoscersi?), e spunta subito la parola “chat”.

Ora, io non ho nulla contro le chat: il mio ex fidanzato l’avevo conosciuto su yahoo per puro caso, non era nemmeno un gruppo di incontri, ma allora, nonostante io fossi di Vercelli e lui di Cuneo, nessuno lo chiedeva; la cosa era talmente rara che entrambi facevamo fatica ad ammetterlo, visti tutti i pregiudizi su di essa.

Oggi con i social networks tante anime sole sono riuscite a trovare un compagno o una compagna, e da un lato questa cosa è anche positiva: internet non porta solo alienazione, ma da la possibilità di socializzare anche a chi non è avvezzo, nella vita reale, alla socialità, per diversi motivi quali timidezza, aspetto fisico o simili. Ed il punto è proprio questo, si trova di tutto, soprattutto finzione perchè il rischio forte e comune, è quello di incontrare dall’altra parte persone diverse da quelle che sono in realtà. Questo aspetto di Internet mi ha sempre fatto paura e continua a farmelo nonostante io ci lavori costantemente: quando conobbi il mio ex, mi spacciai per chi non ero. Non sapevo con chi stessi parlando e non volevo avesse nessun dettaglio di me: ero diventata una ragazza di Firenze che studiava giurisprudenza, stop. Lui invece, mi era sembrato onesto, ad ogni mia domanda diceva cose che potevano essere reali, raccontate con disinvoltura e immediatezza. Ma la mia è stata una sensazione, non avevo nessun elemento per poter capire che fosse realmente così, avrebbe potuto mentire anche lui. Alla fine, sono stata fortunata, non era diverso da come si era presentato e aveva detto sempre la verità.

Oggi, non lo farei più: non perchè sia andata male, no, ma perchè sono cambiati i tempi rispetto a 14 anni fa; io sono più grande e più consapevole mentre quando si è giovani si è sempre animati da uno spirito un po’ incosciente e avventuriero, oggi sto più coi piedi per terra. Forse parlo così perchè non sono sola, dovrei mettermi nei panni di chi lo è, di chi è alla ricerca di compagnia, ma credo che avrei comunque un po’ di timore. Se ne sentono così tante in giro.

Diciamoci pure la verità: i social networks più popolari (escludendo linkedin) sono nati con lo scopo di conoscere ragazze e ragazzi, questo è il punto. Alla base c’è sempre la volontà di scambiarsi qualche cosa, i più ingenui pensano all’amicizia, i più “romantici” alla dolce metà,i più “sgamati” al sesso. E’ così.

Il potere delle chat non è altro che l’assoluta esigenza dell’uomo di duplicarsi e di non stare solo.

E comunque io non ho conosciuto Fabri in chat: quando mi ha chiesto l’amicizia su facebook l’ho rifiutato.

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10 in Amore

Il mio primo post dell’anno sembra iniziare con l’Amore, non se ne parla mai troppo, mai abbastanza…invece no! Il titolo nasconde una tematica a me cara…

10 in Amore è un famoso film degli anni ’60 con Clarke Gable e Doris Day.

Se non l’avete mai visto, guardatelo. Fabri lo chiama il ‘filmon’, e non ha tutti i torti: le commedie americane di una volta, quelle in bianco e nero, tra gli anni 50 e 60, erano decisamente avanti per l’epoca e sorprendentemente attuali, oltre ad essere fatte BENE.

La vicenda di svolge a New York con un Clarke Gable brillante ed ironico, nel ruolo di un caporedattore di un importante quotidiano, e una carismatica Doris Day nelle vesti di una docente universitaria di giornalismo. I due non si conoscono: Jim Gannon (Clarke Gable), invitato a tenere il discorso inaugurale del corso di giornalismo presso l’università, rifiuta spedendo a Erica Stone (Doris Day) una lettera priva di tatto (pensando che il docente fosse un uomo) in cui spiega le sue motivazione. Essendo lui privo di istruzione e giornalista cresciuto con l’istruzione sul campo, è ostile a qualsiasi forma teorica e soprattutto a chi ostenti una laurea come titolo per la qualifica di buon giornalista. Persuaso dal direttore, partecipa alla lezione di Erica con l’intento di scusarsi con la donna, ma è costretto ad ascoltare la replica della stessa che lo dipinge ai suoi studenti con parole sprezzanti. Decide così di vendicarsi facendosi passare per un nuovo allievo che naturalmente si rivela di grandi qualità…e chiaramente scattano l’interesse, l’ammirazione e l’attrazione.

Non vado avanti perchè non voglio togliervi la suspence… tutto da ridere. Ammetto il mio scetticismo iniziale legato più alla figura di Clarke Gable che al film stesso:  l’ho sempre legato al ruolo di Rhett Butler in Via col Vento, così serio e affascinante con quel baffetto da uomo tutto d’un pezzo, non me lo sarei mai aspettato in una versione più “soft”. Invece mi sono dovuta ricredere: brillante, ironico ed espressivo, poteva anche esserci solo lui. Tutti pensano che recitare nei drammi sia più difficile, invece io ritengo che “far ridere” porti ad uno sforzo molto più impegnativo per gli attori, infatti non tutti sono tagliati per questo ruolo, e pochi riescono a farli entrambi: solo i grandi.

I dialoghi sono freschi, moderni, leggeri e privi di artifizi, non ci sono termini scurrili e scorrono in maniera così fluida che nemmeno ti rendi conto del tempo che sta trascorrendo. Per capire se un attore recita bene devi togliere l’audio: se capisci cosa pensa, cosa sta dicendo senza sentirlo, ha vinto. Clarke Gable non sembrava nemmeno stesse recitando (se non fosse per quei baci cinematografici casti e puri che mai in Amore sono esistiti). Vedevo le sue facce e ridevo come una matta. Inutile dirlo, bravissimo.

Il film è stato girato nel 1958,  ma il tema toccato è modernissimo: vale più un pezzo di carta intriso di teoria o anni di esperienza sul campo? Un problema che sembra dilagare ai giorni nostri: si studia, si va all’università, ci si laurea e poi non si trova un lavoro perchè non si ha esperienza. Non si studia, s’inizia presto a lavorare, ma difficilmente si può ambire a ruoli “alti” perchè non si ha un documento che attesti la propria cultura. Adesso, anche per fare il postino ti chiedono la laurea. E poi, quando hai sia l’uno che l’altro, capita che ti dicano “sei troppo titolata”. Non va mai bene niente.

La risposta, forse scontata, ci viene proposta alla fine: nè bianco, nè nero, ma il grigio che ne deriva. Un connubio perfetto.

Buon anno Amici!

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Artisti

Artista

Dalla Treccani:

 [dal lat. mediev. artista «maestro d’arte»]

1. Chi esercita una delle belle arti (spec. le arti figurative, o anche la musica e la poesia): gli a. del Rinascimento; gli a. della scuola romana. Come termine di classificazione professionale e dell’uso com., anche chi svolge attività nel campo dello spettacolo (teatro, cinema, ecc.): a. lirico; a. di varietà; gli a. della radio,della televisione; i camerini degli a.; ingresso riservato agli artisti. Il termine implica spesso un giudizio di valore ed è allora attribuito a chi nell’arte professata ha raggiunto l’eccellenza: è un vero a., un grande a., un a. di genio. Con riferimento alla poesia, è talora contrapposto a poeta, considerando come qualità proprie di questo la forza dell’ispirazione e del sentimento, l’altezza della fantasia, e attribuendo all’artista soprattutto virtuosismo e abilità tecnica. Per la facoltà degli a., o facoltà delle arti, nelle università medievali, v. arte, n. 1 a.

Quante volte si usa impropriamente questo termine? A forza di sentirlo nominare, anche da chi non lo è, sembra essere diventato un tormentone che identifica l’espressione manifestata concretamente, apparentemente “diversa”, di un qualunquista qualsiasi: una cagata pazzesca, diciamolo dai! E questi cialtroni che si spacciano per tali, trovano spazio in TV, autodefinendosi così senza indugio nè timore, ma soprattutto senza alcun rispetto per chi, artista lo è davvero.

E io non parlo solamente di quei volti noti, che tutti conosciamo, anticamente, storicamente…no, io mi riferisco a coloro che attraverso un’arte figurativa si esprimono e vivono di quel lavoro: nel loro anonimato ci mettono passione, cuore, amore e spesso e volentieri non vengono nemmeno considerati: gli artigiani.

Mi sono sempre piaciuti gli articoli unici, con un significato, quelli che hanno una storia, quelli che mi fanno ricordare…oggetti creati a mano, che a volte utilizziamo per una stagione, o quotidianamente se capita. Ogni volta che compivo un viaggio o semplicemente mi recavo in un posto dove non sarei più riuscita a tornare, ne acquistavo uno. Oggi, con la globalizzazione, tutto è sempre più accessibile, quei “manufatti” si possono trovare online, ma il gusto di acquistare la tal cosa nel tal posto, beh, quello non me lo leverà mai nessuno. Sono prodotti mantra, quelli che procurano emozioni non appena li vedi.

Dal Laos portai a casa dei foulards di seta fatti a mano dalle donne laotiane con i telai a terra ( in Laos esistono una dozzina di stili di tessitura, diffusi nelle diverse regioni): con i piedi lo sorreggevano e l’ordito era arrotolato su una canna di bambù e tenuto largo con un’altra canna; con la mani manifestavano un’abilità che solo anni di esperienza potevano aver contribuito a formare. Quei foulards racchiudono il tempo e la vita di quelle donne. Non c’è bisogno dell’etichetta MADE in LAOS: chi se ne intende, sa riconoscerlo.

Di solito non si fa, ma io non sono un’agenzia pubblicitaria, non sono vincolata da nessun contributo pertanto scrivo e consiglio ciò che secondo me è valido. Natale è passato, sarebbe stato opportuno, forse, scrivere questo post prima, ma il world wide web è talmente vasto che non lo reputo un limite…ci sono due ragazze che io stimo tantissimo. La prima, conosciuta tanti anni fa in vacanza studio a Dublino, ha disegnato gli orecchini per il mio matrimonio: Fery. Sara è un’artista fatta e finita, professionale, attenta e precisa. Ha saputo cogliere esattamente ciò che le ho richiesto, dopo aver studiato assieme la forma del pendente, mi ha fatto alcune proposte ed è stata velocissima, stando nel mio budget. Bresciana.

La seconda, è Margherita. L’ho conosciuta da poco per una passione che abbiamo in comune (è sempre un Segreto non fatemelo dire…), ma ho potuto ammirare le sue creazioni. Passione, calore e amore pervadono i suoi oggetti. Dalle sue realizzazioni si può percepire il sentimento con il quale l’ha composto. Siciliana.

Per PAR CONDICIO ho messo sia il NORD che il SUD, perchè non si dica che sono razzista. 😉

Questo mio post, vuole essere un inno ai piccoli artigiani, coloro che inseguendo un sogno lo hanno fatto diventare un lavoro, non senza difficoltà, ma con la perseveranza e la costanza che tutti i sogni devono avere per essere realizzati.

Questi per me sono artisti. Non uccidiamoli. Alimentiamoli.

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Puoi?

Saper dire di no è assai difficile.

Per mia figlia di diciotto mesi invece sembra facilissimo. “Didi vuoi bene a mamma?”- NO. E mi abbraccia. “Hai sete?” – NO. Poi però si sgola un bicchiere pieno d’acqua. Il suo continuo rifiutare deriva dalle mie restrizioni: non fare questo, non fare quello, no il coltello, no in piedi sul cavallino, non si mette in bocca, no, no,no...con un lavaggio del cervello simile, sfido chiunque a riuscire a dire di sì!

E, invece, essere accondiscendenti sembra paradossalmente creare meno problemi (agli altri), mentre in realtà te ne può creare parecchi. Si dice di sì per fare un favore, perchè rifiutare sembra scortese e implica una conseguenza come il dispiacere di qualcuno. Alla domanda: “Puoi?”, siamo subito messi di fronte ad un bivio.

La settimana scorsa parlavo del mio ritardo cronico. O meglio, del fatto che risulto essere in ritardo a causa degli altri. Il problema sta alla base: se io fossi riuscita a rifiutare la richiesta di un favore che mi faceva perdere come minimo mezz’ora sulla tabella di marcia, non avrei rubato del tempo al mio appuntamento. E invece, per poter fare tutto e compiacere il soggetto della richiesta ho detto “sì”. Quella risposta mi è costata parecchio in termini di affanno e ovviamente il mio solito messaggio “arrivo con mezz’ora di ritardo, scusa”.

Dire no costa fatica e si rischia di passare per rozzi, antipatici e anche svogliati. Invece è sintomo di maturità, responsabilità, coerenza e fermezza. Certo che è brutto sentirselo dire, ma dovrebbe fare del bene, ad ambo le parti. Primo perchè non si deve mai dare niente per scontato, secondo, ti ritrovi nella condizione di dover fare a meno di aiuti esterni e cavartela da solo, il che significa fare di necessità virtù.

E’ vero che non tutti i casi sono uguali, ma pensateci bene: quando vi viene chiesto qualcosa, si tratta sempre di un potenziale favore. A seconda della gravità poi subentra anche la supplica “per piacere, non ce la faccio proprio, non ho proprio idea di come fare”. Lo so perchè capita anche a me di chiederli. Come a tutti. Però un conto è avere effettivamente bisogno, un conto è approfittarne.

Io faccio parte di quella categoria che se può dare una mano, la porge sempre, anche a costo di perderci. Ma sono fatta così: mi piacerebbe vedere tutti contenti, anche se è praticamente impossibile. Il discorso è molto più ampio, voi cosa ne pensate? Scrivetemi i vostri commenti. Potete?

Non accetto un NO come risposta.

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