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I AM WHAT I AM

La settimana scorsa, l’azienda per la quale lavoro, Slam, ha festeggiato i suoi primi 40 anni di attività organizzando un evento che ha interessato la città che le ha dato i natali: Genova.

Cos’ha fatto? Dal 20 al 26 maggio ha dato l’opportunità a tutte le persone che passavano da Palazzo Ducale di farsi fotografare da Settimio Benedusi ( se non sapete chi è, googlatelo, lo trovate subito!).

L’evento in realtà è stato più articolato ma per questo vi rimando a leggere sul sito ufficiale la descrizione: non sarebbe fair da parte mia incensare e celebrare la manifestazione, anche se lo meriterebbe senza ombra di dubbio, ma non è questo lo scopo di questo post.

La premessa era d’obbligo per poter contestualizzare tutto ciò che ho deciso di condividere in questo spazio virtuale che a volte sembra dimenticato, ma che è sempre nel mio cuore.

Sono stata travolta da un’emozione indescrivibile e, a prima vista, irrazionale e senza senso.

Siamo abituati a farci scattare foto, a metterci in posa per un selfie, a mostrare -cercare- il lato più bello che abbiamo, con sorrisi veri, finti, facce plastiche, supergnocche, superserie, professionali, ridicole… per avere un mi piace, un like, un consenso senza il quale ci sentiremmo come? Meno amati? Meno apprezzati? Sembra che senza di essi non saremmo persone migliori. Siamo tutti vittime inconsapevoli ma coscienti di questo sistema sociale virtuale che ci prende – e al quale diamo- il nostro tempo, perdendo il senso della realtà.

Quest’ultima è quella che mi ha investita nel momento in cui mi sono vista nella foto scattata da Benedusi.

Cosa vedo? Me stessa. Tramortita dal mio riflesso.

E finalmente capisco perché il mio cuore ha iniziato a battere all’impazzata quando mi sono messa di fronte a lui.

Ci siamo presentati, stretti la mano come ha fatto con tutti, scambiato due parole sulla mia origine, uno sguardo fugace negli occhi per poi catapultarmi dritta di fronte al suo obiettivo. E lì, in quegli attimi ho sentito che stava catturando qualcosa che non avevo mai mostrato a nessuno. E dentro di me si stava scatenando una ribellione di sentimenti contrastanti, un mix fatto di paure, speranze e timide emozioni.

Ho molte foto di me, sono stata immortalata quasi sempre da superfiga, a volte la foto era più bella della realtà, ma il risultato doveva essere quello, piacermi, piacere, avere un bel ricordo… le emozioni che ho lasciato fuoriuscire sono sempre state legate ad una parte solare di me, quella che esprimo tutti i giorni, o cerco di fare, ridendo e sdrammatizzando il più possibile ( quando non ho l’ormone del ciclo impazzito!).

Questa volta ciò che è stato catturato non è mai stato mostrato: lo struggimento che convive con me da diversi anni, quel moto interiore alla perenne ricerca di realizzazione umana che non si è ancora sopita, l’ho visto dentro ai miei occhi, in questo ritratto.

Mi sono vista donna, non più ragazza.

Ho visto le mie fragilità, le mie debolezze, lasciando il fianco scoperto.

E quella malinconia nostalgica che si riversa costantemente nei ricordi del passato che non mi abbandonerà mai.

Ho visto questo e altro ancora.

Il realismo degli scatti di Benedusi può far paura. Ma è una paura che incoraggia ad essere coraggiosi nell’essere se stessi, nella libertà di scelta nell’esserlo. Per noi stessi in prima persona, più che per gli altri. Cosa alquanto difficile.

Se un fotografo riesce a far emergere l’essenza di te, ha compiuto il suo lavoro.

Chiamatela sensibilità, chiamatela empatia, quella connessione che si è stabilita l’ho sentita subito e questo è il risultato.

E non ho più niente da dire, se non:

Grazie.

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Sogni

Chi mi conosce lo sa, la malinconia e la nostalgia per il passato mi accompagnano da sempre, forse perché ho vissuto un’infanzia ed un’adolescenza invidiabile, con l’affetto dei miei genitori e il divertimento con gli amici di sempre o forse perché sono semplicemente fatta così. La spensieratezza, il vivere alla giornata senza pensare troppo al futuro, i primi battiti del cuore, i sogni…

Sono una blue girl ( forse utilizzare woman è meglio ormai) da sempre, e con il passare degli anni, sempre di più. Non dovrei fossilizzarmi sul passato, perché perdo di vista ciò che di buono mi passa davanti, ma alla fine è solo un passaggio dolce, l’importante è non rimanerci ancorati.

Ascolto in treno “Un’estate italiana” di Gianna Nannini ed Edoardo Bennato e subito mi tuffo indietro di 28 anni:

“Arriva un brivido e ti trascina via

E scioglie in un abbraccio la follia

Notti magiche inseguendo un gol

E negli occhi tuoi, voglia di vincere (…)

Quel sogno che comincia da bambino

E che ti porta sempre più lontano…”

Proprio ora che sono finiti i Mondiali di calcio senza l’Italia. Strano.

Inseguire i propri sogni, qualunque essi siano, ti porta a metterti in moto, ad affrontare percorsi a volte in salita, a volte in discesa che ti mettono alla prova.

Credo non ci sia mai nulla di semplice e di facile, ma il desiderio, la caparbietà e la costanza fanno più di qualsiasi altra cosa.

Pensate bene alla sostanza e alla natura dei sogni: quelli veri, quelli che riteniamo importanti, quelli che vogliamo davvero realizzare meritano ascolto, e se partono da dentro hanno una spinta irrefrenabile.

Io non parlo di quelli che passano dal giorno alla notte, io parlo di quelli che ti penetrano nel sangue, nel cervello, nelle ossa e che ogni giorno fanno parte di te. Quelli che ti ronzano in testa, che ti dicono: fallo, fallo, fallo.

L’uomo è ciò che è perché ha la possibilità di realizzare realmente quello che pensa ( quando lo fa bene visto che a volte tende s distruggere) ma se non parte dalle viscere, il motore non va.

Stare inermi ed avere dei sogni è controproducente: si rischia di cadere nel proprio vittimismo, nel non affrontare la vita con le sue molteplici difficoltà. E si sa, queste, per quanto odiose, ci aiutano sempre a crescere, ad andare oltre, a trovare punti di vista diversi, o semplicemente ad aggirare gli ostacoli stessi.

Ho conosciuto alcune persone che hanno finalizzato i propri sogni senza sapere da quale punto partire, e non parlo di cose prettamente impossibili, o meglio improbabili, come vincere la lotteria Italia, ma ad esempio il semplice desiderio di andare in Spagna e visitarla ( sono le condizioni che fanno la differenza non la semplicità del desiderio); diventare assistente di volo, diventare miliardario a trent’anni con un duro lavoro; conoscere il proprio idolo; trovare il lavoro per cui si è studiato ed appassionarsene; vivere un’intensa storia d’amore con la persona scelta…

Non ci sono sogni di seria A o di serie B, esistono gli obiettivi, le passioni, i desideri, le necessità che alla fine si desiderano realizzare.

E non è detto che sia solo uno. Possono essere diversi, piccoli, grandi, semplici, complicati, difficili… ma provarci è la vera sfida.

Non esiste resa senza combattimento.

Perché ormai lo sapete, è il mio motto da sempre, se insisti e persisti, raggiungi e conquisti.

E voi, combattete o avete combattuto per i vostri sogni ( se li avevate)?

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Donne

In italiano, nasciamo tutte signore. Almeno etimologicamente parlando. La parola donna infatti deriva, per assimilazione consonantica, dal latino dŏmna, forma sincopata del latino classico domĭna, e significa appunto “signora” ( è vero che è scritto su Wikipedia, ma ho avuto, nel primo biennio del liceo, una professoressa di latino che per quanto fosse “feroce” e indimenticabile, mi ha dato delle basi così solide della lingua, che ricordo ancora a distanza di vent’anni). Poi che lo siamo veramente, è un altro paio di maniche.

In francese, invece, ci chiamano romanticamente femmes…per loro, indipendentemente da COME siamo, saremo sempre geneticamente femmine, con quell’accezione un po’ sensuale che la lingua si porta dietro. Que dire…magnifique!

Per i nostri cugini spagnoli siamo mujeres,  come per i portoghesi mulheres…  sembra quasi che non esistano le singles nella semantica di queste lingue, deriviamo dalla parola moglie…di chi non si sa, ma linguisticamente possiamo pensare di esserlo. Magari con Banderas, toh che si è separato dopo dieci anni dalla Melanie e si è scoperto essere il migliore amico di Rosita ( la gallina). Inzupposo.

Gli inglesi, grandi semplificatori, ci ricordano che deriviamo dall’uomo (sarà vero?) con woman, mentre i tedeschi, che potevano sembrare i più “cattivi”, ci chiamano Frauen (plurare di Frau che tradotto significa signora). Non paragoniamoci alla Rottermaier che era signorina, Fraulein.

La nostra forza è quindi molteplice: siamo una ma siamo tante, diverse, distinte con caratteristiche comuni che cerchiamo di definire con il nostro carattere. Amiche, nemiche con pregi e difetti, a volte sappiamo essere solidali come Madre Teresa, altre invece invidiose come la Regina Cattiva di Biancaneve. Se solo fossimo capaci di amarci per quello che siamo, per come siamo e per quello che facciamo. L’invidia è davvero tutta femminile. Le peggiori pugnalate, soprattutto sul lavoro, le ho prese da donne.

Oggi è l’8 marzo. Universalmente veniamo festeggiate. Sembriamo unite e solidali in questo giorno, ma io vorrei che lo fossimo sempre. Parliamo sempre di quanto facciamo, di ciò che rappresentiamo e di cosa significa essere Donna. Bene, allora dimostriamolo. E non andando una sera all’anno a festeggiare, ma dandoci la mano, tutti i giorni, sempre. Non si può andare d’accordo con tutti, certamente, ma non facciamoci del male, con parole taglienti o con gesti plateali. Accettiamo i nostri limiti, facendo risaltare le nostri doti, i nostri piccoli talenti. Perché ognuna di noi ne detiene almeno uno. Può essere difficile capire quale sia, per questo invidiamo chi sembra averlo trovato.

Oggi è l’8 marzo: guardiamoci dentro e rispettiamoci. Solo così diventeremo donne, o dominae. Ah sì, Signore.

 

 

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Obiettivi

Per tanti anni ho sempre sentito questa parola: obiettivi.

Ognuno di noi, in ogni fase della sua vita ne possiede alcuni: diplomarsi, laurearsi, trovare un lavoro, metter su famiglia, fare figli. Non tutti abbiamo gli stessi, con alcuni possiamo condividerli, con altri no, giustamente. Quello del lavoro però ne cova altrettanti in seno, dandoti l’illusione che, una volta raggiunti, tu abbia dimostrato le tue capacità grazie alle gratifiche, più o meno economiche, ricevute. Certo, se uno opera in campo “commerciale”, il risvolto economico sembra essere l’unica leva che da il risultato migliore ottenibile, anche se, e lo so per esperienza, ciò che soddisfa di più, alla fine, è il rapporto umano, quello che si crea con le persone. Tutto si può dire, ma io sono convinta che certe relazioni che si creano tra persone, anche sconosciute, siano più appaganti.

Per anni mi sono occupata del cosiddetto Customer Care: in aereo, in hotel, online. Ho avuto le mie ricompense una volta raggiunta la meta ambita, ma ciò che mi porto dietro sono i messaggi di ringraziamento e fiducia ricevuti da molti clienti . Sarà il mio animo, tendente alla continua ricerca di risoluzionare problemi (problem solving) o il fatto di voler semplificare certe situazioni, ma io mi sento soddisfatta e appagata quando qualcuno, che ho in qualche modo aiutato, mi ringrazia.

Non si tratta di gentilezza, si tratta di gratificazione, che è differente. La prima dovrebbe essere una qualità insita in ognuno di noi, come l’educazione, la seconda dovrebbe esserne una conseguenza, legata, più che altro, ad un senso di viva soddisfazione per ciò che si è svolto. Erroneamente speriamo di riceverla da chi sta sopra di noi, invece dovremmo imparare a carpirla da cosa facciamo, per non essere dipendenti di un’aspettativa che il più delle volte non arriva

La gratificazione è ciò che ci spinge ad andare avanti, a perseverare negli obiettivi, sia quelli che ci siamo prefissati noi, sia quelli che ci sono stati imposti. La differenza sta nel fatto che per i primi, siamo noi stessi a sentirci appagati, considerando la fatica e lo sforzo fatti per andare avanti anche quando l’umore ti butta a terra; mentre per i secondi viviamo nell’attesa delle parole confortanti dei nostri capi, che a volte possono arrivare in maniera meccanica, altre invece non essere addirittura pronunciate. Ed è da qui che nascono i problemi.
Alla ricerca di quell’approvazione non comunicata, cadiamo nello sconforto più totale, pensando di non meritarcela e di non avere le capacità per emergere.

Quanto è importante voi avere dei traguardi ed essere in grado di raggiungerli? Da cosa traete forza: dalle vostra mere capacità o dalla ricerca di consenso e approvazione? E la gratificazione: è una questione puramente materiale o morale?

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Portafortuna

Tanti anni fa ricevetti in dono un rosario di colore nero.

Sono molto legata a questo oggetto perchè era appartenuto ad una delle zie più care che io abbia mai avuto: la prima sorella di mia mamma, Angelique. Io non ho nè fratelli nè sorelle, ho trascorso le estati della mia infanzia in vacanza in Belgio. Forse non tutti sanno che la Repubblica Democratica del Congo (o ex Zaire) è stato colonizzato dai belgi (ex Congo Belga infatti) e dopo l’indipendenza i rapporti con questo Stato non si sono mai interrotti. Le classi benestanti, o coloro che potevano permetterselo, mandavano i figli a studiare a Bruxelles, perchè potessero avere un’educazione europea e consolidata. I miei cugini hanno avuto questa fortuna: dopo le superiori si trasferirono li per studiare all’università.

In Africa è d’uso comune che i fratelli maggiori si prendano cura di quelli più piccoli, un po’ per un senso di responsabilità, un po’ per aiutare la famiglia. Zia Angelique così si prese cura di mia madre, che crebbe con lei e con i suoi figli ( ne ha avuti 8). Pertanto per me, è stata più che una zia, una sorta di nonna, e chiaramente l’amore che mia madre provava per lei era sicuramente più forte rispetto a quello per gli altri fratelli. D’altronde, non è solo il “sangue” che lega, ma sono le esperienze delle vita che ci legano alle persone, indipendentemente dal fatto che siano o meno “parenti”.

Mia zia è mancata quasi vent’anni fa, ma il suo ricordo è sempre vivo dentro me. Una delle ultime volte che andai a Bruxelles, con lei ancora viva, mi regalò il suo rosario e mi disse di conservarlo con cura e di avere fede, perchè è quella che ti aiuta nei momenti di difficoltà. Sarà che è un ricordo, sarà perchè da bambini certe parole fanno più effetto, l’ho conservato con estrema cura, tanto da farlo diventare un oggetto portafortuna.

Ogni volta che mi trovavo di fronte a degli avvenimenti o situazioni importanti che avrebbero potuto cambiare il corso degli eventi della mia vita, me lo portavo dietro. Dall’esame di maturità a quelli dell’università, visite mediche, scelte di lavoro a cui tenevo: c’è sempre stato. Quando non lo portavo, per non diventarne schiava, mi dicevo che “sarebbe andata come il destino avrebbe voluto”, ma per mia scelta, mai per dimenticanza.

Gli oggetti assumono il valore che vogliamo dar loro: per me questa collanina con le perline nere e il viso della Madonna ha un valore inestimabile, affettivo e anche romantico se vogliamo.C’è stato un tempo in cui associavo ad esso anche una spilla d’oro sempre di mia zia…ma era diventata più un rafforzativo e ad un certo punto mi sono sentita “esagerata”, così l’ho lasciata da parte.

Forse è solo una questione di influenzabilità, oppure il nostro cervello ci fa vedere cose che non sono e noi creiamo concatenazioni causa effetto per giustificare l’andamento di determinati episodi. Non ne ho mai abusato, mi sono solo sentita “protetta” e non mi ha mai tradita. Se le cose non andavano, beh, la colpa o la causa, a quel punto, è sempre del destino. Probabilmente questi atteggiamenti sono ricordi ancestrali, Fabri li chiamerebbe “roba da tribù, Bantù”, io la chiamo semplicemente “scaramanzia”.

Un po’ come l’oroscopo: se non lo leggi non succede nulla, ma quando lo fai…sei facilmente suggestionabile.

Come sempre, gli devo una citazione “non credete, verificate”!

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Il potere delle chat

Vi siete conosciuti su Internet?

Internet= chat line, chat line= hot line.

Da quando sto con Fabri, mi capita spesso che mi facciano questa domanda, soprattutto persone già adulte che non hanno troppa voglia di pensare e che vedono il binomio “ragazza di colore giovane, uomo maturo uguale Santo Domingo,Brasile, nightclub o chat”. Anche no. Con tutto il rispetto per le dominicane, brasiliane o caraibiche in generale, io non sono ragazza d’importazione, semmai c’ha pensato mio padre ai tempi, andando però a scegliersela in loco quando questo luogo comune non era così comune e per questo una vera e propria rarità.

Da quando ho più o meno diciott’anni, succede che se sono in giro con mio padre, carpisco lo sguardo da “ilSolitovecchioConlaGiovane”  (soprattutto dalle commesse al supermercato) e per evitare malintesi trovo una scusa per chiamare “papà” a voce alta -“passami la busta che ritiro la spesa”- e improvvisamente lo sguardo cambia; in giro con zio Giulio, idem. Una volta a pranzo con dei suoi amici, lui mi ha presentato come la figlia di suo cugino, quindi sua cugina, ( per me era zio perchè più o meno coetaneo di mio padre): i tal signori non ci credevano e ho dovuto tirar fuori la carta d’identità – e meno male che avevamo lo stesso cognome- per far capire la parentela. Ma vi pare? In più a zio Giulio piaceva molto far pensare il contrario di quello che era, e giocava sull’ignoranza delle persone. Quando gli avevano chiesto chi ero lui aveva risposto: “Un vecchio caprone libidinoso come me non può che portare in giro sua cugina”. Non avevano avuto coraggio di replicare se non con un “seee”, probabilmente pensando che non capissi l’italiano. Ma perchè l’ignoranza galoppa così? Ma poi, anche se fosse stato, quale sarebbe stato il problema?…

La questione si ripete con Fabri, che non è un VCL (Vecchio Caprone Libidinoso) ma che è più grande di me: sentendomi parlare bene italiano ( lo parlo bene?), quando non viene fuori la nostra differenza d’età ( dieci anni, che tra l’altro Fabri porta benissimo <3) , viene fuori il discorso della provenienza ( io di Roasio, lui di Trino, come si è fatto a conoscersi?), e spunta subito la parola “chat”.

Ora, io non ho nulla contro le chat: il mio ex fidanzato l’avevo conosciuto su yahoo per puro caso, non era nemmeno un gruppo di incontri, ma allora, nonostante io fossi di Vercelli e lui di Cuneo, nessuno lo chiedeva; la cosa era talmente rara che entrambi facevamo fatica ad ammetterlo, visti tutti i pregiudizi su di essa.

Oggi con i social networks tante anime sole sono riuscite a trovare un compagno o una compagna, e da un lato questa cosa è anche positiva: internet non porta solo alienazione, ma da la possibilità di socializzare anche a chi non è avvezzo, nella vita reale, alla socialità, per diversi motivi quali timidezza, aspetto fisico o simili. Ed il punto è proprio questo, si trova di tutto, soprattutto finzione perchè il rischio forte e comune, è quello di incontrare dall’altra parte persone diverse da quelle che sono in realtà. Questo aspetto di Internet mi ha sempre fatto paura e continua a farmelo nonostante io ci lavori costantemente: quando conobbi il mio ex, mi spacciai per chi non ero. Non sapevo con chi stessi parlando e non volevo avesse nessun dettaglio di me: ero diventata una ragazza di Firenze che studiava giurisprudenza, stop. Lui invece, mi era sembrato onesto, ad ogni mia domanda diceva cose che potevano essere reali, raccontate con disinvoltura e immediatezza. Ma la mia è stata una sensazione, non avevo nessun elemento per poter capire che fosse realmente così, avrebbe potuto mentire anche lui. Alla fine, sono stata fortunata, non era diverso da come si era presentato e aveva detto sempre la verità.

Oggi, non lo farei più: non perchè sia andata male, no, ma perchè sono cambiati i tempi rispetto a 14 anni fa; io sono più grande e più consapevole mentre quando si è giovani si è sempre animati da uno spirito un po’ incosciente e avventuriero, oggi sto più coi piedi per terra. Forse parlo così perchè non sono sola, dovrei mettermi nei panni di chi lo è, di chi è alla ricerca di compagnia, ma credo che avrei comunque un po’ di timore. Se ne sentono così tante in giro.

Diciamoci pure la verità: i social networks più popolari (escludendo linkedin) sono nati con lo scopo di conoscere ragazze e ragazzi, questo è il punto. Alla base c’è sempre la volontà di scambiarsi qualche cosa, i più ingenui pensano all’amicizia, i più “romantici” alla dolce metà,i più “sgamati” al sesso. E’ così.

Il potere delle chat non è altro che l’assoluta esigenza dell’uomo di duplicarsi e di non stare solo.

E comunque io non ho conosciuto Fabri in chat: quando mi ha chiesto l’amicizia su facebook l’ho rifiutato.

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10 in Amore

Il mio primo post dell’anno sembra iniziare con l’Amore, non se ne parla mai troppo, mai abbastanza…invece no! Il titolo nasconde una tematica a me cara…

10 in Amore è un famoso film degli anni ’60 con Clarke Gable e Doris Day.

Se non l’avete mai visto, guardatelo. Fabri lo chiama il ‘filmon’, e non ha tutti i torti: le commedie americane di una volta, quelle in bianco e nero, tra gli anni 50 e 60, erano decisamente avanti per l’epoca e sorprendentemente attuali, oltre ad essere fatte BENE.

La vicenda di svolge a New York con un Clarke Gable brillante ed ironico, nel ruolo di un caporedattore di un importante quotidiano, e una carismatica Doris Day nelle vesti di una docente universitaria di giornalismo. I due non si conoscono: Jim Gannon (Clarke Gable), invitato a tenere il discorso inaugurale del corso di giornalismo presso l’università, rifiuta spedendo a Erica Stone (Doris Day) una lettera priva di tatto (pensando che il docente fosse un uomo) in cui spiega le sue motivazione. Essendo lui privo di istruzione e giornalista cresciuto con l’istruzione sul campo, è ostile a qualsiasi forma teorica e soprattutto a chi ostenti una laurea come titolo per la qualifica di buon giornalista. Persuaso dal direttore, partecipa alla lezione di Erica con l’intento di scusarsi con la donna, ma è costretto ad ascoltare la replica della stessa che lo dipinge ai suoi studenti con parole sprezzanti. Decide così di vendicarsi facendosi passare per un nuovo allievo che naturalmente si rivela di grandi qualità…e chiaramente scattano l’interesse, l’ammirazione e l’attrazione.

Non vado avanti perchè non voglio togliervi la suspence… tutto da ridere. Ammetto il mio scetticismo iniziale legato più alla figura di Clarke Gable che al film stesso:  l’ho sempre legato al ruolo di Rhett Butler in Via col Vento, così serio e affascinante con quel baffetto da uomo tutto d’un pezzo, non me lo sarei mai aspettato in una versione più “soft”. Invece mi sono dovuta ricredere: brillante, ironico ed espressivo, poteva anche esserci solo lui. Tutti pensano che recitare nei drammi sia più difficile, invece io ritengo che “far ridere” porti ad uno sforzo molto più impegnativo per gli attori, infatti non tutti sono tagliati per questo ruolo, e pochi riescono a farli entrambi: solo i grandi.

I dialoghi sono freschi, moderni, leggeri e privi di artifizi, non ci sono termini scurrili e scorrono in maniera così fluida che nemmeno ti rendi conto del tempo che sta trascorrendo. Per capire se un attore recita bene devi togliere l’audio: se capisci cosa pensa, cosa sta dicendo senza sentirlo, ha vinto. Clarke Gable non sembrava nemmeno stesse recitando (se non fosse per quei baci cinematografici casti e puri che mai in Amore sono esistiti). Vedevo le sue facce e ridevo come una matta. Inutile dirlo, bravissimo.

Il film è stato girato nel 1958,  ma il tema toccato è modernissimo: vale più un pezzo di carta intriso di teoria o anni di esperienza sul campo? Un problema che sembra dilagare ai giorni nostri: si studia, si va all’università, ci si laurea e poi non si trova un lavoro perchè non si ha esperienza. Non si studia, s’inizia presto a lavorare, ma difficilmente si può ambire a ruoli “alti” perchè non si ha un documento che attesti la propria cultura. Adesso, anche per fare il postino ti chiedono la laurea. E poi, quando hai sia l’uno che l’altro, capita che ti dicano “sei troppo titolata”. Non va mai bene niente.

La risposta, forse scontata, ci viene proposta alla fine: nè bianco, nè nero, ma il grigio che ne deriva. Un connubio perfetto.

Buon anno Amici!

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