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Puoi?

Saper dire di no è assai difficile.

Per mia figlia di diciotto mesi invece sembra facilissimo. “Didi vuoi bene a mamma?”- NO. E mi abbraccia. “Hai sete?” – NO. Poi però si sgola un bicchiere pieno d’acqua. Il suo continuo rifiutare deriva dalle mie restrizioni: non fare questo, non fare quello, no il coltello, no in piedi sul cavallino, non si mette in bocca, no, no,no...con un lavaggio del cervello simile, sfido chiunque a riuscire a dire di sì!

E, invece, essere accondiscendenti sembra paradossalmente creare meno problemi (agli altri), mentre in realtà te ne può creare parecchi. Si dice di sì per fare un favore, perchè rifiutare sembra scortese e implica una conseguenza come il dispiacere di qualcuno. Alla domanda: “Puoi?”, siamo subito messi di fronte ad un bivio.

La settimana scorsa parlavo del mio ritardo cronico. O meglio, del fatto che risulto essere in ritardo a causa degli altri. Il problema sta alla base: se io fossi riuscita a rifiutare la richiesta di un favore che mi faceva perdere come minimo mezz’ora sulla tabella di marcia, non avrei rubato del tempo al mio appuntamento. E invece, per poter fare tutto e compiacere il soggetto della richiesta ho detto “sì”. Quella risposta mi è costata parecchio in termini di affanno e ovviamente il mio solito messaggio “arrivo con mezz’ora di ritardo, scusa”.

Dire no costa fatica e si rischia di passare per rozzi, antipatici e anche svogliati. Invece è sintomo di maturità, responsabilità, coerenza e fermezza. Certo che è brutto sentirselo dire, ma dovrebbe fare del bene, ad ambo le parti. Primo perchè non si deve mai dare niente per scontato, secondo, ti ritrovi nella condizione di dover fare a meno di aiuti esterni e cavartela da solo, il che significa fare di necessità virtù.

E’ vero che non tutti i casi sono uguali, ma pensateci bene: quando vi viene chiesto qualcosa, si tratta sempre di un potenziale favore. A seconda della gravità poi subentra anche la supplica “per piacere, non ce la faccio proprio, non ho proprio idea di come fare”. Lo so perchè capita anche a me di chiederli. Come a tutti. Però un conto è avere effettivamente bisogno, un conto è approfittarne.

Io faccio parte di quella categoria che se può dare una mano, la porge sempre, anche a costo di perderci. Ma sono fatta così: mi piacerebbe vedere tutti contenti, anche se è praticamente impossibile. Il discorso è molto più ampio, voi cosa ne pensate? Scrivetemi i vostri commenti. Potete?

Non accetto un NO come risposta.

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Lieta Armonia

Nel mio cuore, non ho mai festeggiato il Natale.

Per me la sera più importante è sempre stata la Vigilia. Il 25, the morning later, tutto si è già concluso.

Don Mario, il nostro parroco, ha sempre organizzato delle rappresentazioni teatrali per questi grandi eventi, e io, ovviamente, ho sempre partecipato (l’attrice nascosta in me non poteva non venire fuori in queste occasioni!). Per tanti anni ho fatto prima l’angioletto, poi la pastorella…finchè non c’è stata la svolta: la Madonna! Alterando l’immaginario comune dell’iconografia cristiana, aveva scelto me, povera bimba color cioccolato come interprete della madre di Gesù:  ditemi se non era avanti!

Alle proteste degli altri bambini, “ma la Madonna nera non si è mai vista!!! -invidiosi-“, qualche mio sostenitore rispondeva, “ad Oropa sì!”; Don Mario, lapidario, non faceva ulteriori discussioni: “Siamo tutti uguali agli occhi del Signore. E’ solo l’uomo nella sua condizione di peccatore che vede le differenze”. Stop. Chiuse tutte le polemiche. GRAZIE DON.

Oltre a questa clamorosa assunzione di responsabilità, avrei dovuto anche cantare. Altro sogno che diveniva realtà…Mi ricordo ancora il brano: “Lieta armonia, nel gaudio del mio spirito si espande l’anima mia, magnifica al Signor, Lui solo è grande, Lui solo è grandeee”. E così fu. Voce tremolante, senza musica, un assolo da Zecchino D’oro, ma almeno lì, non ho steccato.

Ogni recita natalizia veniva interpretata alla vigilia di Natale alle 21, seguita dalla Messa, velocissima, che terminava alle 22.30. Quello era il momento che aspettavo. Non la Mezzanotte, no, ma il rientro a casa per aprire i regali. Prima di rientrare però andavamo a casa della mia prozia a mangiare il panettone con la crema di mascarpone, scambiarci i doni e farci gli auguri. Abbiamo mantenuto questa tradizione finchè non è mancata zia Irene qualche anno fa. Nel salottino di quella casa c’erano un camino e un vecchio lampadario. Io mi divertivo a saltare per cercare di toccarlo: ho passato anni a farlo, finchè non sono cresciuta e il gioco, ahimè, si è esaurito. Sono ricordi bellissimi.Arrivati a casa, con una foga pazzesca  aprivo i regali: da più piccolina li avevo già sbirciati tutti, si sa la curiosità è femmina; poi, crescendo, ho capito che sarebbe stato più bello mantenere la sorpresa e così cercai di trattenermi. Aperti i regali, con gioia e felicità andavo a dormire serena.

Adesso che ho la mia famiglia, continuo a vivere con un po’ di nostalgia il momento della Vigilia: Don Mario è invecchiato e le recite non le fa più; a casa della zia non è rimasta che sua figlia, e per quanto io adori i regali, non ho più il senso dell’attesa che avevo da bambina, forse perchè allora era imposto dai miei genitori, adesso invece sono io ad imporlo, a mio marito e alla bambina, che con 18 mesi ancora non sa bene cosa le sta capitando attorno.

Tutte le feste comandate portano un po’ di malinconia, per me è sempre stato così: si pensa all’infanzia, perchè si sa, il Natale è la festa dei bambini. Il ricordo delle mie vigilie lo dedico a mia zia Irene e a quel lampadario che mi ha accompagnata per anni facendomi ricordare il momento che vivevo.

E anche se non salto più per poterlo toccare, nel mio cuore continuerò a farlo.

Buon Natale a tutti voi!

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Il dilemma dell’anniversario

Io mi sono sposata due volte. Con la stessa persona. Pensavo di non arrivare a sposarmi neanche la prima, alla soglia dei trent’anni piangevo e mi deprimevo perchè non sapevo chi avrei mai potuto incontrare, e alla fine, ho anche fatto il bis.

Per lo Stato italiano, Fabri ed io siamo sposati da due anni oggi: 22/12/2012. All’interno della nostra fede c’è questa data.  Quindi dovremmo “festeggiare” due anni di matrimonio, o 41bis come lo chiama lui, in questa giornata.

Il 12/07/2014 invece ci siamo sposati davanti a Dio e abbiamo battezzato la nostra piccola.

Ora, secondo voi, che data dovremmo “santificare”?

Due anni fa, la sua proposta di matrimonio fu una mattina di novembre in cui mi svegliai, già incinta di Maddalena, e gli dissi “Ho sognato che ci sposavamo”. “Pensavo proprio a questo. Vorrei che tutto fosse in regola prima dell’arrivo della piccola, e a me gli anni dispari portano sfiga”. “Cioè, quindi mi stai chiedendo di sposarti?”- “Ma si, dai non ripetermelo proprio così, ho solo fatto una proposta!”…Scusa se sono anni che l’aspetto!!!! Ma, ma se a te portano sfiga gli anni dispari e la bambina nasce a maggio, dimmi quando dovremmo sposarci, entro la fine dell’anno in corso? -“Sì.”. Facciamo le pubblicazioni, ci sposiamo solo tra di noi e via. Eh no, però io mi sposo per la prima volta, per me è importante, non faremo magari la mega festa, ma organizziamola come si deve. “Senti, regolarizziamo tutto, così dovesse mai succedermi qualcosa, siete tutelate, e poi con calma organizziamo il matrimonio dei tuoi sogni, con la bimba che magari ci porta le fedi”.

E così fu. Abbiamo organizzato il nostro primo matrimonio in un mese, siamo andati in Comune, scelto la data, chiamato le persone più vicine che volevamo avere quel giorno, e fatto il pranzo dal mio amico Matteo, colui che ci ha salvati entrambi. Grazie Teo.

E’ stato uno dei giorni più strani della mia vita: diventavo moglie per la prima volta in un turbinio di emozioni contrastanti ( tre giorni prima aveva appena perso la mia migliore amica, dopo aver parlato con lei del matrimonio e del mio abito di nozze) e sebbene pensassi -inizialmente- che era solo una formalità, quando salii le scale per raggiungere la sala consigliare, le lacrime iniziarono a scendermi come una fontana. A dire il vero io piango sempre, anche in Chiesa, nonostante cercassi di trattenermi tremavo come una foglia e piangevo lacrime incontenibili. Marco, il marito di Fede, la mia testimone, nonchè il mio autista quest’estate mentre mi portava in chiesa, mi chiese: “sei più emozionata adesso o quando ti sei sposata due anni fa?”. Ha risposto mio padre: “ma noooo, figurati cosa vuoi che sia?!”. Ma come cosa vuoi che sia!!!! Marco ora te lo dico, ero emozionata alla stessa maniera.

Non è la data che decreta la nascita di un rapporto, ma la nascita di un Amore attraverso le sue difficoltà, le sue rose con le spine e le sue margherite. E questo Amore solo il tempo lo sancisce e lo fortifica.

Buon anniversario Fabri, oggi e sempre.

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Ritardo cronico

Puntualità.

Ci sono persone puntuali e persone ritardatarie.

Io non vorrei far parte delle seconde, ma,il più delle volte, mi capita sempre qualcosa che mi fa perdere tempo. Sempre. Il sillogismo che ne deriva è quindi:  Corinne è perennemente in ritardo.

Anche questa cosa, insieme alla logorrea, l’ho ereditata da mio padre, con un’unica differenza: io non voglio arrivare tardi, io mi preparo in anticipo, faccio tutto quello che devo fare, ma, all’ultimo momento,  o mi chiama uno, o ne incontro un altro e non riesco a tagliare. In più non sono nemmeno una di quelle che sta ore in bagno davanti allo specchio a mettersi a posto; in un minuto mi trucco, in un minuto mi vesto ( se mi sento in forma, se no è un dramma), e in venti minuti metto a posto il nido sopra la testa ( i miei capelli). Quando avevo le extensions era molto più facile, e molto più veloce…ma sì, complichiamoci ancora l’esistenza.

Mio marito mi accusa sempre di avere un ritardo cronico, poi da quando è nata la bambina, su questa cosa ci ricama proprio, ma mica si occupa di vestirla, cambiarla, metterla a posto o altro….quando dobbiamo uscire, lui si alza, va in bagno, si fa la sua bella doccetta calda,  la barba quando è in vena, si mette a posto i capelli, si veste in un minuto per poi dirmi: “sei pronta?”. Ma pronta cosa???  Devo ringraziare Peppa pig se riesco a farmi la doccia (quella maialina rosa ipnotizza la piccola cinque minuti a puntata) ma non prima che lui l’abbia finita, altrimenti sentirei  un sonoro “Cooooooooooooo, l’acquaaaaaaaaaaaaaa!!!”. Quindi, rivado in cucina, faccio il caffè, apro le finestre in camera per far girare l’aria,  e guardando la maialina rosa in TV, aspetto che lui finisca i suoi doveri. “Sbrigati che se no arriviamo in ritardo, come al solito”. Ecco. La colpa sarebbe mia. Mi sale un nervoso che non vi dico: anch’io avrei avuto piacere a prepararmi con calma, e invece no! Tutto di fretta, tanto la colpa ricade sempre su di me. E comunque, la piccola nana, quando sa che dobbiamo uscire, produce i suoi rifiuti corporei proprio mentre sto per chiudere la porta di casa. Vuoi non cambiarla?

Ok, è vero, sto dando colpa alla bambina. In effetti non è causa sua. L’errore sta nella fretta che abbiamo sempre. Non siamo in grado di prendere la vita con calma. Siamo inseguiti dai minuti che passano inesorabili, non riusciamo ad assaporarci lo scorrere del tempo, anzi, li rincorriamo col fiatone con la scusa di poter fare tante cose più possibili quante ne servono per ottimizzare la giornata. Ma dove sta scritto?

Anni fa, durante la mia prima vacanza in Kenya coi miei genitori vidi nella missione dove mio padre lavorava una scena che è rimasta impressa nella mia memoria. Anche mia madre se la ricorda ancora: c’erano quattro o cinque neri che dovevano spostare una decina di tubi di plastica. Tanto per farvi capire, un tubo sarebbe stato spostato senza fatica da una persona. Lì, erano in cinque che ne trasportavano uno. Lo tiravano su e subito dopo lo riappoggiavano giù. In quel lasso di tempo, si fermavano per asciugarsi il sudore. Mia madre li guardava sbalordita. “Ma così facendo non finiranno mai!Ma perché non ne prendono uno a testa e si velocizzano?Ma come si fa a lavorare così?!”. Il parroco missionario che abitava in quella prefettura, le rispose semplicemente che non vi è alcuna fretta nel compiere quel lavoro. Quei ragazzi si prendono il tempo che ci vuole e se lo godono. E’ mia madre che sbaglia a pensare “all’occidentale”: questo suo modo di vedere le cose le crea ansia, e quindi stress. In Africa lo stress da orologio non si sa cosa sia. “Take it easy”, le dice.

La mia natura ancestrale probabilmente mi porta in quella direzione, anche se professionalmente parlando, gli unici ritardi che ho fatto sono stati a causa di trenitalia o della metro milanese. Nella mia vita privata, prima dell’avvento di Didi, sapevo con chi potermi permettere un ritardo e con chi no. E in fondo ci giocavo anche un po’.

La puntualità è un segno di rispetto. Se si è deciso un orario, va onorato. Ed è buona educazione avvisare se si ritarda, anche solo per cinque minuti.

Io avviso sempre, voi?

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Quello che ci accomuna.

Forse, una delle cose più imbarazzanti che ci può capitare fuori casa, è dover usufruire del bagno altrui. E non per fare pipì.

STORIA UNO

Capita che mi trovo a  Torino con mio zio. Andiamo in un bar a fare colazione. Ad un certo punto, dopo il caffé e la sigaretta (si poteva ancora fumare nei locali) mi dice: “Co’, vado in bagno”. In un attimo svanisce. Io sto lì a godermi la brioche con la mitica crema del sig. Ferrero appena sfornata e faccio finta di leggere “La Stampa”. Non sono mai stata un’amante dei quotidiani, quindi mi limitavo a sfogliare le pagine per darmi un tono. Credo di essere arrivata alla pagina finale e di essere anche tornata indietro…per almeno due volte. Poi devo aver anche chiesto un bicchiere d’acqua e sono uscita a vedere due vetrine. Lui permaneva in bagno.

Per la legge di Murphy, accade sempre il contrario di quello che non dovrebbe: mi scappa la pipì. Chiedo alla gentil barista se c’e un’ altra toilette e mi fa “no” con la testa. Vado a bussare e mio zio mi dice: ” Tutto a posto Co’, mai stato meglio”. Ecco, allora sbrigati.

Torno al tavolo e aspetto.

Dopo venti minuti, rispunta davanti a me “tutto goduto”.  Mi dice: “Bon, t’è a post? ‘Nduma che la giornata l’è longa” . (trad. Bon, sei a posto? Andiamo che la giornata è lunga). “‘Nduma???  Ma io devo fare pipì prima, se no scoppio”- “Fossi in te non mi addentrerei: Cò, a-i è ‘n’udur da bestia. Varda che l’è na turca, l’è mej che t va nen”. (Cò, c’è un odore da animale, guarda che è una turca, è meglio se non vai). Piccola parentesi: zio Giulio diceva sempre la verità, anche quando sembrava scherzasse. L’ho capito quel giorno di giugno.  Incurante del monito, mi dirigo verso il wc e lui mi dice: ” Non pensavo fossi cosi coraggiosa”, e si mette a ridere.

Tutta spavalda, apro la porta. Nello stesso istante, la richiudo. “N’udur da bestia”. Indimenticabile dopo 18 anni.

“Sei stata un fulmine!!” – “Non mi scappa più, mi è passata” – “Eh, ti capisco. Io non vedevo l’ora di uscire, ma è stata epocale”. Lo guardo un po’ schifata e lui, in stile molto British, mentre stiamo per uscire, lascia la mancia alla barista, dicendole: “Un segno di rispetto per chi andrà a pulire. Sono spiacente, non vorrei essere al suo posto”.

Sembrava una scena di Mr. Bean.

Non appena fuori, zio Giulio mi vede ancora con una faccia sconcertata e lapidario afferma: “Guarda che anche Sua Maestà la Regina d’Inghilterra si siede sul wc, e nemmeno lei caga violette!”.

Mi mancano molto le sue massime.

STORIA DUE

La settimana scorsa abbiamo avuto una coppia di amici a cena. Ad un certo punto, lui ci chiede se può usufruire della toilette. Il tempo trascorso tra l’andare e il tornare, ti fa capire l’entità della necessità. Quando torna, ci parla  con entusiasmo delle pagine relative al libro di psicologia trovato in bagno. Lo commentiamo e la cosa muore lì.

La serata è volata via in un batter d’occhio: li accompagniamo all’uscita e sento provenire dal bagno degli spifferi di aria fredda: entro e trovo le finestre spalancate. Aerare il locale prima di soggiornarvi. L’udur da bestia aveva colpito ancora. Ma non era una turca e ringraziando (dovendo io pulire) non c’era stato bisogno di nessuna mancia.

Ora,  se cagare è così naturale e ci accomuna tutti, perché ci vergogniamo così tanto? In fondo è un bisogno fisiologico, no? Come si spiega la paura della figura (di merda)  fuori dalle mura domestiche? Perché, come direbbe Del Piero, fare plin plin non ci crea lo stesso timore? Semplice. I bisogni solidi lasciano la scia del nostro passaggio e potremmo essere ricordati più per quello che per altro. Se lasciassimo qualche goccia di Chanel nr 5 forse saremmo meno imbarazzati. Invece no, il tanfo che riusciamo ad emanare, grandi e piccini (soprattutto) è letale.

Come diceva zio Giulio, questa produzione corporea è ciò che ci accomuna tutti, teste coronate e non. Regina Elisabetta compresa. L’unica differenza è che, in questo caso, lei non ha l’udur. Lei ha lo smell.

THE END

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Speranze

L’altra sera su Rai Storia ho visto un pezzo dell’intervento di Fabiola Gianotti pronunciato il 7 novembre nel salone dei Corazzieri del Quirinale, durante il secondo incontro con gli studenti italiani sul tema L’Europa della scienza.

Premetto che di meccanica quantistica non ci capisco niente, ma sono rimasta comunque inebriata dalla spiegazione del Bosone di Higgs che questo orgoglio nazionale, futura prima donna direttore del Cern di Ginevra, ha dato di fronte al presidente della Repubblica e a dei semplici ragazzi di un liceo scientifico.

Nell’ascoltarla, ho guardato mia figlia e ho pensato al futuro. Ho pensato a cosa vorrei per lei e cosa mai diventerà.

Ogni genitore vorrebbe il meglio per i propri figli: se potesse decidere per loro sarebbe perfetto. Invece, per fortuna, ognuno di loro ha le proprie inclinazioni, i propri desideri, le proprie passioni che dovranno maturare e pian piano scoprire. Noi genitori dovremo, prima di assecondarli, cercare di capire in cosa sono portati e guidarli, aiutarli. Penso che questa sarà la cosa più difficile da fare. Oggi la vedo così, piccola e indifesa, ma con un carattere forte già sviluppato e una testardaggine peggiore di quella di un adulto. In cuor mio sento che andrà lontano, che diventerà Qualcuno. O forse sono solo le speranze di una mamma in erba che ha ancora tutto da imparare. Solo ora, mi rendo conto dei pensieri e delle paure che aveva mia mamma quando ero bambina. Prima ero figlia e la capivo fino ad un certo punto, anche se i miei non si possono lamentare visto che non ho mai avuto grilli per la testa, studiavo, ascoltavo e obbedivo. Sono cresciuta con la paura di deluderli e questo mi ha sempre spinto a comportarmi bene e a cercare di ottenere il massimo dai miei sforzi. In passato, pensando a quando sarei stata io madre, ero certa di non dovermi preoccupare se i miei figli fossero stati come me. In realtà, questo non lo sai finché non lo vivi e in ogni caso, la preoccupazione è sempre lì, in agguato.

Mi auguro che lei possa fare quello che desidera, che si realizzi e che scopra dentro di sé quel talento che tutti noi abbiamo ma che raramente riusciamo a far emergere.

Mi auguro di riuscire a impartirle i valori con i quali sono cresciuta io.

Mi auguro di non limitarla nella sua libertà e di insegnarle ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Mi auguro di essere una buona mamma.

Mi auguro che lei sappia apprezzarmi e volermi bene.

Mi auguro che un domani, rileggendo tutto questo, io possa essere fiera del lavoro che avremo fatto. Che diventi una scienziata o sia una semplice spazzina, quello che conta è che lei sia felice. Questa è la mia unica speranza.

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L’ago della bilancia

È tempo di feste. Il Natale, con la Pasqua, porta sempre qualcosa in più nella vita delle persone: i chili! Io, non so voi, ma la mia personale lotta con l’ago della bilancia la faccio risalire a tempi immemori, probabilmente già dalla pancia di mia mamma. Lei che è sempre stata magrissima, quando è rimasta incinta, ha messo su 25 chili. Va bene che poteva essere sottopeso e quindi aver aggiunto quei 5 chiletti in più, ma gli altri 20?? Portava forse in grembo una che il cibo non l’avrebbe mai schifato nel corso degli anni? Sí, è così.

Ci sono persone che se mangiano più del dovuto o sgarrano, mettono su subito qualche etto, altre che possono scrofanarsi tutto e non prendere un grammo. Ovviamente io appartengo alla prima categoria. Poi, mio marito, che me ne dice continuamente, afferma che la mia conformazione è così, i “neri han tutti le ossa più grosse e quindi più pesanti”. Mah. Io non sono di questo avviso. Con lui  è uno scontro continuo a causa del fisico e del peso. Non mi era bastata mia mamma, durante l’adolescenza, no, pure il marito. Ah, benedetti Arieti.

Il problema è che sono golosissima: toglietemi tutto, ma non i dolci. Soprattutto il cioccolato. La Nutella, poi…propongo un Sig. Michele Ferrero santo subito: lei sarà il mio idolo per tutta la vita, mi creda. A casa la Nutella la comprava papà, goloso quanto me. Solito DNA. Poi, sapendo che mi piaceva, ha iniziato anche mamma. Purtroppo non sono mai stata in grado di dosarmi. Se aprivo un bicchiere o un barattolo, ero capace di finirlo tutto in quel momento. A cucchiaiate, coi grissini, coi TUC (l’accoppiata dolce/salato fantastica), a volte anche con qualche biscotto, fagocitavo questa magnifica crema come un pac-man. Il problema, allora, diventava negare di averla mangiata e quindi dimostrare che il barattolo non era finito. Non c’era via di scampo: eravamo tre in casa, tra cui mio padre, che di certo non se la mangiava in un giorno, mia madre che non ha mai toccato i dolci fino a quando non li ha scoperti con il primo problema di cuore, dieci anni dopo. Probabilmente si sarà detta che era meglio godersi le dolcezze della vita che le amarezze. Perciò l’unica indiziata non potevo che essere io. Ma come nascondere la pietra dello scandalo? Semplice: ricoprire dall’interno le pareti del vasetto con la Nutella che avanzava, facendolo sembrare sempre pieno. Che astuzia. C’avete mai pensato? In questo modo, passavano anche dei giorni e nessuno se ne accorgeva.  Per un po’ mi è andata bene. Quando mia madre mi scoprì, chiaramente oltre alla Nutella, finì tutto, anche l’acquisto. La crema di nocciole più famosa d’Italia divenne un premio da meritare in grandi, grandissime occasioni. Cioè MAI.

Mia madre ce l’aveva col fisico. Lei, che aveva sfilato per la moglie del presidente Mobutu, non poteva concepire una figlia “cosciona”, almeno a 14 anni. E così via: “Co’ stai attenta qui, Co’ stai attenta lì, Co’ il sedere, Co’ vuoi diventare come le mamà in Africa…”…e quindi, sono cresciuta con sta cantilena e col complesso del sedere grosso. Non sono mai stata una ragazza “slim”, alla Olivia di Braccio di ferro, per dire; mi sono sempre reputata normale, ma il complesso del “culo grosso” ce l’ho ancora oggi, che non è propriamente “piccolino”. Mettevo maglioni più grandi di me pur di nasconderlo. (A riguardare alcune foto d’epoca mi viene da piangere: “In che stato ci conciavamo???!”. La moda degli anni ’80 e ’90 credo sia stata una delle più brutte in assoluto, tra spalline, pantaloni a vita alta, maglioni oversize…per carità! ).
Tornando a noi, alla fine sta lotta verso il modello proposto e propinato in televisione ( e da mia mamma) ha preso il sopravvento: ho cominciato a fare jogging, poi palestra con i vari step, aerobica, aerobox, spinning e chi più ne ha più ne metta. Solo grazie alla pallavolo e agli allenamenti sono riuscita a tenermi più o meno in forma costante per diversi anni . Ne avevo anche 15 in meno di adesso, e si sa, le calorie a vent’anni si bruciano anche stando seduti…

Quando ho smesso di giocare sono iniziate le grane. Non avendo più fatto nulla per due/tre anni, ho vissuto di rendita durante il volo. Atterrata definitivamente, i chili lievitavano come l’impasto per la pizza. Dovevo far qualcosa. Così, iniziò l’era Jane Fonda. Eh si, esercizi a casa. Grande Jane. Avevo comprato due videocassette all’Esselunga in lingua originale, quindi mi sorbivo due tranches da 45 minuti della sig.ra Fonda in inglese che diceva “squeeze when you come up” quando era ora di fare gli squat. Mi ammazzava ogni volta. Davanti alla TV come quelle americane che fanno esercizi mangiando un club sandwich, seguivo il corso e mi ritrovavo a parlarle: “Basta Jane, basta!” e lei invece andava avanti cantando incurante con le sue due collaboratrici (facendo prima gli squat, poi gli slanci laterali con le gambe): “I’m in the Army now, I’m in the Army now”. Un incubo. L’allenamento dei Marines personalizzato a casa. Delle sudate…e ogni volta che lo facevo, dicevo tra me e me: “se stavolta li perdo, giuro che non li riprendo più, basta!”.

Sì, magari. Uno yo yo continuo.

Insieme agli esercizi, ho provato anche tutte le diete possibili e immaginabili: Weight Watchers, Montignac, la dieta del minestrone, la Dukan, la Messegue. Tutte. Chiedetemi e vi saprò raccontare la storia di ognuna di queste.

Sono passati più di dieci anni da allora, nel mentre ho anche partorito un anno e mezzo fa. Ho poco da prendere in giro mia madre: di chili, io ne ho messi su venti. Credo. Ad un certo punto mi sono rifiutata di salire sulla bilancia. Anche dalla ginecologa trovavo scuse del tipo “ho fatto colazione, al mattino quando mi alzo peso meno”, risposta della dottoressa: “una colazione da un chilo??”. Forse anche mia figlia farà parte della categoria “mangio e ingrasso”, o forse no. Glielo auguro.

Quella è stata la lotta più dura, ma ce l’ho fatta. E senza Dukan nè altro, se non costanza, volontà e continua attività fisica. Allattavo, mi alzavo ogni mattina alle 6 e facevo dai 20 ai 60 minuti di cyclette a seconda di quanto tempo riusciva a dormire la piccola. L’obiettivo era perderli. Avevo consultato una nutrizionista per gli ultimi quattro chili che faticavo a buttar giù perché avevo capito che dovevo avere un metodo. La dieta non è sacrificio, non è togliersi chissà cosa per un periodo di tempo. È uno stile di vita, è saper mangiare bene, nutrirsi quando è necessario, concedendosi il giusto piacere. Quando si capisce questo, vuol dire che si sta già intraprendendo il cammino giusto.

Ebbene, buttai giù tutti quei chili.

Per un po’ , è andata bene. Oltre al peso acquisito durante la gravidanza, ne persi ancora altro ( ma per quello devo ringraziare la vivacità di mia figlia…).

Quest’estate mi sono risposata ed ero esattamente come avrei voluto essere. Giusto il tempo di un’estate e della prova costume che non ho indossato, visto l’autunno piovoso anticipato a luglio ed agosto. Ho già ripreso tre chili che non vogliono andare via. Si sono attaccati alla mia pancia e ai fianchi. E non oso immaginare come sarà dopo Natale. Il jeans che non si chiude più, la prova allo specchio, la prova costume…uno stress che continua da 25 anni…

E’ inutile, io questa lotta non la vincerò mai, ma sapete cosa vi dico? L’importante è stare bene con se stessi, chilo più, chilo meno, perciò chissenefrega: W la Nutella e buone feste!

😉

 

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