corinne noca

Riusciremo a sopravvivere?

Questo titolo, che era in bozza da 4 anni, originariamente era così “Riusciremmo a sopravvivere?”

Sono stata indecisa diverse settimane prima di tornare qui su thermorninglater visto che è passato quasi un anno dall’ultima volta e speravo di poterlo fare in una situazione decisamente migliore di quella che stiamo vivendo.

Ricordo ancora cosa volevo scrivere, ma ho deciso di modificarlo perchè capita nel momento in cui questa domanda ce la stiamo facendo, bene o male, tutti.

Riusciremo a sopravvivere?

Ho letto tanti articoli, messaggi, post, pensieri di amici (e non solo) su quello che il corona virus ci ha tolto improvvisamente dall’oggi al domani e sulla reazione all’isolamento forzato. Teorie complottistiche, vaccini e farmaci esistenti che non vengono dati, gente che se ne infischia del #iorestoacasa e continua a gironzolare per il paese o per la città, fottendosene clamorosamente delle possibili e probabili conseguenze che un gesto del genere possono produrre.

Ammetto che, un mese fa, io sono stata tra quelli che minimizzavano questa epidemia ( perchè era così allora), mi sembrava eccessivo il panico che i mezzi di comunicazione stavano suscitando e fomentando, e non ne capivo la ragione, quando in Africa esiste ancora l’Ebola, e si muore continuamente di tumore, Aids etc…

Poi qualcosa è successo. E’ intervenuto il Governo isolando delle province, considerate tra le più colpite, tra le quali quella in cui risiedo. E subito dopo ha esteso il provvedimento in tutta Italia. Il mio turning point è avvenuto lì. E anche la mia corsetta mattutina è diventata una cosa non strettamente necessaria, per il mio bene e per quello di chi mi circonda. Ho smesso ed ho iniziato ad avere paura.

Ora, io credo che ne usciremo, se ne esce sempre in qualche modo, e quindi sì, riusciremo a sopravvivere, ma la considerazione maggiore che ho fatto in questi giorni è legata alle persone.

Sì, quelle che fanno parte della nostra vita, della nostra quotidianità. Quelle che non possiamo fare a meno di sentire. Si dice sempre che i Veri Amici li vedi solo nel momento dei bisogno. Il bisogno adesso è collettivo, non è individuale: non stiamo male, perchè non abbiamo bisogno di qualcuno che ci accudisca o ci prenda per mano, ma abbiamo bisogno di ridere, di toccarci ( oh guarda improvvisamente), di prendere un caffè insieme, di piangere anche. E fateci caso: le persone che sentite di più sono quelle che volete nella vostra vita. Sono quelle che non vi abbandoneranno mai. Sono le persone del vostro cuore. Coloro che vi chiamano, che si interessano a voi, anche con un semplice messaggio, anche se non le sentite da anni, da mesi, sono quelle che vi pensano, alle quali pensate, che non volete perdere per nessuna ragione al mondo e che speriate stiano bene. E vi stupirete, perchè forse in mezzo a queste ce ne sono alcune inaspettate.

Con i social sembrerebbe tutto più facile: scriviamo, commentiamo, condividiamo e tutto è alla mercè di tutti, è come se tutti fossimo interessati a tutti e tutto, le distanze sembrano diventare relative. Poi però si tirano le somme, e si fa una selezione: le videochiamate, i semplici “come stai/state?” quanto fanno bene al cuore? Quanto ci fanno capire di essere importanti per qualcuno? Magari quel qualcuno che pensavamo non pensasse nemmeno a noi.

E’ tornato il momento dello stupore, dell’apprezzamento delle piccole cose, dei gesti, della voglia di avere rispetto per le relazioni che intrecciamo e che ci fanno stare bene. Perchè quando finirà tutto questo, che ammettiamolo, non è una tragedia stare a casa con mariti, mogli, figli, compagne, cani, gatti… avremo ritrovato noi stessi, facendo salti nel passato, o semplicemente ci saremo riavvicinati o allontanti ancora di più da chi sta a fianco a noi, ma in fondo sarà sempre positivo perchè avremo capito cosa vogliamo davvero. La vita, l’universo ci stanno dando una nuova chance.

Il problema sarà tornare alla normalità, se così possiamo chiamarla. Dovremo mettere in pratica quello che ci siamo detti per settimane, forse mesi, ricominceremo più assiduamente a fare quello che facevamo prima, forse – e dico forse- gustandolo un po’ di più, anche se l’essere umano si dimentica troppo in fretta, forse per protezione, del disagio e della sofferenza vissuta quando può tornare nella condizione privilegiata che aveva prima.

Ma io rimango fiduciosa e positiva e con questo post voglio ringraziare tutti coloro che hanno e avranno sempre un pensiero per me e per la mia famiglia: vi voglio bene e sappiate che anche voi avete un posto speciale in prima fila. Nel mio cuore.

#iorestoacasa

Standard
blog, corinne noca, the morning later

I AM WHAT I AM

La settimana scorsa, l’azienda per la quale lavoro, Slam, ha festeggiato i suoi primi 40 anni di attività organizzando un evento che ha interessato la città che le ha dato i natali: Genova.

Cos’ha fatto? Dal 20 al 26 maggio ha dato l’opportunità a tutte le persone che passavano da Palazzo Ducale di farsi fotografare da Settimio Benedusi ( se non sapete chi è, googlatelo, lo trovate subito!).

L’evento in realtà è stato più articolato ma per questo vi rimando a leggere sul sito ufficiale la descrizione: non sarebbe fair da parte mia incensare e celebrare la manifestazione, anche se lo meriterebbe senza ombra di dubbio, ma non è questo lo scopo di questo post.

La premessa era d’obbligo per poter contestualizzare tutto ciò che ho deciso di condividere in questo spazio virtuale che a volte sembra dimenticato, ma che è sempre nel mio cuore.

Sono stata travolta da un’emozione indescrivibile e, a prima vista, irrazionale e senza senso.

Siamo abituati a farci scattare foto, a metterci in posa per un selfie, a mostrare -cercare- il lato più bello che abbiamo, con sorrisi veri, finti, facce plastiche, supergnocche, superserie, professionali, ridicole… per avere un mi piace, un like, un consenso senza il quale ci sentiremmo come? Meno amati? Meno apprezzati? Sembra che senza di essi non saremmo persone migliori. Siamo tutti vittime inconsapevoli ma coscienti di questo sistema sociale virtuale che ci prende – e al quale diamo- il nostro tempo, perdendo il senso della realtà.

Quest’ultima è quella che mi ha investita nel momento in cui mi sono vista nella foto scattata da Benedusi.

Cosa vedo? Me stessa. Tramortita dal mio riflesso.

E finalmente capisco perché il mio cuore ha iniziato a battere all’impazzata quando mi sono messa di fronte a lui.

Ci siamo presentati, stretti la mano come ha fatto con tutti, scambiato due parole sulla mia origine, uno sguardo fugace negli occhi per poi catapultarmi dritta di fronte al suo obiettivo. E lì, in quegli attimi ho sentito che stava catturando qualcosa che non avevo mai mostrato a nessuno. E dentro di me si stava scatenando una ribellione di sentimenti contrastanti, un mix fatto di paure, speranze e timide emozioni.

Ho molte foto di me, sono stata immortalata quasi sempre da superfiga, a volte la foto era più bella della realtà, ma il risultato doveva essere quello, piacermi, piacere, avere un bel ricordo… le emozioni che ho lasciato fuoriuscire sono sempre state legate ad una parte solare di me, quella che esprimo tutti i giorni, o cerco di fare, ridendo e sdrammatizzando il più possibile ( quando non ho l’ormone del ciclo impazzito!).

Questa volta ciò che è stato catturato non è mai stato mostrato: lo struggimento che convive con me da diversi anni, quel moto interiore alla perenne ricerca di realizzazione umana che non si è ancora sopita, l’ho visto dentro ai miei occhi, in questo ritratto.

Mi sono vista donna, non più ragazza.

Ho visto le mie fragilità, le mie debolezze, lasciando il fianco scoperto.

E quella malinconia nostalgica che si riversa costantemente nei ricordi del passato che non mi abbandonerà mai.

Ho visto questo e altro ancora.

Il realismo degli scatti di Benedusi può far paura. Ma è una paura che incoraggia ad essere coraggiosi nell’essere se stessi, nella libertà di scelta nell’esserlo. Per noi stessi in prima persona, più che per gli altri. Cosa alquanto difficile.

Se un fotografo riesce a far emergere l’essenza di te, ha compiuto il suo lavoro.

Chiamatela sensibilità, chiamatela empatia, quella connessione che si è stabilita l’ho sentita subito e questo è il risultato.

E non ho più niente da dire, se non:

Grazie.

Standard
corinne noca

And Everything in Between

My mind is blowing

my legs won’t hold me

no time to wonder what’s left for me

So I’ll put my cards on the shelves tonight…

from Shelves, Marella Motta

 

Più di  4 anni fa ho parlato di Marella in questo post L’effetto della musica: ricordi. 

Quando ho iniziato a scrivere questo blog, sono partita dai ricordi: ero in maternità e dormivo poco. Mi capitava di rituffarmi nel passato a pensare alle cose che mi erano successe nella mia breve esistenza o semplicemente a ciò che mi era accaduto il giorno prima. Così facendo, collegavo ad un evento particolare le mie emozioni, le mie sensazioni in quel famoso stream of consciousness joyciano di cui parlo sempre.

Oggi, all’uscita del suo primo album ( si chiamano ancora così, o sono vintage io?) non potevo non scrivere nulla. E’ così. Possono passare mesi, anche anni senza dire nulla, poi succede qualcosa che ti fa venire la pelle d’oca e devi buttare fuori quello che hai dentro. Marella lo fa cantando, io scrivendo. Anche se non sono talentuosa e non lo faccio di mestiere.

Ho finito di ascoltare “And Everything in Between” di Marella Motta. L’uscita è stata preceduta dal singolo  Angry.

Non sono una critica musicale, non voglio esserlo, non sono un’appasionata con un vasto repertorio da poter permettermi di dire, fare, baciare, lettera o testamento…ma ascolto. Mi piace, quando sono felice, quando sono triste. Canto – male- in macchina, sotto la doccia, con mia figlia. E lei l’ascolto da sempre. Quando eravamo “giovanissime” e piene di buone speranze al liceo, con la sua chitarra attraeva tutti, anche se cantava a bassa voce perchè all’inizio era un po’ timida. Ma la prima volta che l’ho sentita, “che voce!”.

E oggi, subito dopo aver ascoltato il brano numero 5, Shelves, tutto in inglese, mi sono venuti i brividi. Gliel’ho scritto subito. Non importa se avrà successo o meno ( io glielo auguro di tutto cuore, perchè se lo merita), ma ha fatto quello che ha desiderato, quello che ha sognato e che forse pensava non succedesse mai. Ha preso il suo tempo, e con la precisione che la contraddistingue, è venuta fuori con la sua voce meravigliosa, piena, delicata, nera per trasmettere ciò che ha dentro. Che fusione.

A me fa impressione. Sì, perchè mi esalto quando qualcuno che conosco è capace di dimostrare ciò che vale. E ha il coraggio di farlo. Osa. Non ci sono limiti, siamo noi a metterceli quando non sono gli altri. Volere è potere: in questo ho sempre creduto.

Con fatica, caparbietà, passione, e sicuramente c’è anche scoraggiamento, tristezza, fatica lungo il percorso, ma vincono i pensieri positivi. E sì, il successo arriva con il riconoscimento ufficiale, forse non si mira a quello, perchè se arriva, di solito non te lo aspetti, ma l’affetto che ti circonda, ti avvolgerà sempre e sarà quello a sostenerti nei momenti più difficili.

Mare, complimenti davvero. Te lo meriti, con tutto il cuore.

E voi che mi avete letto, se non la conoscete, andate qui: And Everything In Between

Ascoltatela. Non ve ne pentirete.

 

 

 

 

 

Standard
corinne noca

L’influenza della verità

Dire la verità.

Ognuno di noi è detentore di informazioni che possono influenzare la vita delle altre persone e questo, nel corso del tempo, può diventare grave. Diventiamo noi padroni della vita degli altri e nascondere ciò che sappiamo può avere conseguenze devastanti.

Ho iniziato a scrivere questo post più di un anno fa. Poi mi sono fermata. L’ho ripreso in mano, ho scritto due righe e mi sono rifermata.

Questa notte, complice la mia dolce amica insonnia, ho deciso di riprenderlo  in mano.

In uno dei miei primi post avevo parlato delle bugie, di quelle bianche, di quelle nere, di cosa rappresenti “nascondere” od “omettere” delle cose che si sanno. In un certo senso è tutto collegato, ma cosa significa realmente “dire la verità”?

Etica, morale, senso del dovere, onestà, responsabilità, purezza, coscienza…sapere, conoscere la verità di una persona, di un evento, di un fatto da un lato ti rende consapevole della responsabilità del sapere, dall’altro ti mette alla prova. Perché la verità assoluta, oggettiva, esiste quando c’è una corrispondenza con la realtà e soprattutto quando, in senso molto stretto, esiste la menzogna.

Un tema scottante. Ognuno di noi è a conoscenza di poche, tante verità: ci si può sentire liberi di esprimerle se queste non creano danni perenni a terzi, oppure si possono evitare, si tengono per sé, perché non vale la pena dover rovinare la vita di qualcuno. Come se essere sinceri equivalesse a fare del male. Ma è così? Può essere.

La verità fa male, si dice. Motivo? Davanti ad essa ci sono un castello di silenzi, omissioni, bugie che sono state costruite o per salvarsi o per salvaguardare. Non voglio fare esempi estremi, ma pensiamo per un attimo ad un avvocato che deve difendere una persona che ha commesso un omicidio. Si dice che per difenderlo debba sapere la verità. Gli altri non lo sapranno mai, a meno che non lo ammetta direttamente, ma fino a che punto si può riuscire a mentire?

Dire la verità sembra essere diventato un lusso: siamo tutti trasparenti? Diciamo sempre quello che sappiamo, pensiamo, conosciamo? Interpretiamo davvero in maniera corretta la visione delle cose o ci sono mille sfaccettature? La mia verità può essere la stessa di un’altra persona? Perchè ci spaventa così tanto affrontarla?

Perchè è parte dei nostri sentimenti, del nostro Io, del nostro vissuto, di ciò che siamo. E non siamo tutti uguali. Sentiamo, capiamo e percepiamo cose diverse. Abbiamo gradi di sensibilità differenti, siamo più o meno cinici, siamo buoni, siamo cattivi, siamo doppi…desideriamo piacere, a volte…e per farlo o non abbiamo timore di come siamo, e siamo perciò sicuri di noi stessi, oppure, in preda a dubbi e perplessità derivanti dalla nostra esperienza di vita o familiare, “omettiamo” alcune parti di noi che prima o poi però vengono fuori e chiederanno di essere mostrate.

Autenticità. Realtà. Sincerità. Ognuno di noi si faccia un esame in coscienza:. in quale percentuale lo siamo VERamente?

Standard
corinne noca

Folla o follia?

Scenario:

Genova, autobus cittadino ore 8.35.

Esco dalla stazione di Piazza Principe e salgo sul mio solito autobus che apparentemente sembra non avere molta gente su.

In due fermate si riempie in un maniera tale che non riesco nemmeno a togliermi lo zaino dalle spalle per lasciare un pochino di spazio tra la mia schiena e quella del vicino. Ci ritroviamo tutti schiacciati come sardine, non so come sia possibile: c’erano due autobus, con lo stesso numero, il mio – davanti- e quello dietro, vuoto. Dovevano evidentemente salire tutti sul primo.

In questo delirio, odo una donna parlare ad alta voce. Urlare. Forte. L’accento era straniero.

Non ho ben capito cosa fosse successo, ma lei, che improvvisamente si è materializzata davanti a me dal nulla, era a dir poco incazzata.

Descrizione della donna:

  1. Lineamenti africani ma morbidi ( doveva essere un mix di etnie, razze, provenienze varie),
  2. Media altezza
  3. Età indefinita tra 35-45 ( forse anche di più, i neri se li portano bene! 😉 )
  4. Capelli stile rasta alla Bob Marley color sabbia con una spilla da balia attaccata ad uno di essi
  5. Cappellino con visiera, occhiali da sole, giacca multicolor, jeans semi strappati.

Se fossimo stati a New York nessuno l’avrebbe notata. Diciamo che tutto sommato, anche senza gridare, sarebbe spiccata lo stesso.

“Non si deve permettere! No, io parlo quanto voglio e dico quello che penso. Ma cosa vuole? Certo che parlo italiano, le è anche andata male perché, dopo 28 anni qui, ho maturato anche una certa proprietà di linguaggio che probabilmente, a sentirla, lei nemmeno ha! Le è andata malissimo! Eh, no! no! no! Sono americana, ma stia zitta!”.

Ecco. Ora immaginate la distonia tra l’immagine e lo speech. Appena l’ho sentita parlare mi sono rimangiata l’idea che fosse una scappata di casa, abbiate pietà, a volte mi rendo conto che il primo impatto è da “abito che fa il monaco”. In questo caso, il dubbio che mi è sorto, prima delle considerazioni che farò,  era se la signora fosse lucida o ubriaca.

Era chiaro e palese, dove averla sentita, che qualche altra sardina sull’autobus l’avesse indispettita ( roba di spinte o chissà che altro), ma si sentiva solo lei. L’altra persona: non pervenuta.

Mentre straparlava, utilizzando anche una terminologia ricercata, ha incrociato il mio sguardo. Istintivamente le ho sorriso,  anche se la scena non era di mio gradimento (urlare nei posti pubblici, in situazioni già imbarazzanti e difficili non mi è mai piaciuto). In segno di solidarietà le ho anche fatto un cenno con la testa. Ho avuto la sensazione che avesse ragione. Nonostante tutto.

Ha continuato a parlare praticando anche il mio amato code switching – mix tra italiano e inglese americano inserendo qualche fuck, fuckoff a colorire l’irreprensibile monologo italiano.

Lo spazio vitale delle persone condiziona l’umore, è assodato. Meno spazio c’è, più  la nostra capacità di tollerare le persone attorno a noi diminuisce. Ci si sente oppressi e per questo autorizzati a reagire, a contestare, ad attaccare chi riteniamo apparentemente più debole e quindi artefice del nostro disagio. Un po’ come quando piove e si è in macchina. Le stesse persone che percorssono lo stesso tragitto ogni fottuto giorno, improvvisamente si paralizzano, come se non conoscessero la strada e non avessero mai guidato prima.  E tu che ti ritrovi in mezzo al “casino” non lo sopporti più e imprechi a destra e sinistra perchè sono tutti imbranati. Ma perchè? Cosa scatta dentro di noi in queste situazioni? E’ la folla che genera impazienza, delirio, pazzia…o siamo tutti semplicemente un po’ folli?

Standard
corinne noca

I’m black, I’m proud

Ho una mamma della Repubblica Democratica del Congo ( ex Congo Belga, ex Zaire, ex tutto) e un padre Piemontese. Sono nata giù, ma cresciuta su (per intenderci), conosco, ahimè, poco dell’Africa anche se è nel sangue, nel cuore e nelle radici. Mia madre, sposa di un emigrato italiano, non è mai stata considerata un’immigrata nel paesello originario di famiglia, anche perchè per i primi anni vivevano entrambi in Africa… semmai, all’inizio, era la “straniera”, la “nera” (mai negra per carità), o la moglie del Dodo. All’epoca, e parlo della fine degli anni ’70, non si vedevano molti colori in giro, e quelli che c’erano, erano spesso identificati come “neri americani”.

Sono cresciuta vivendo con una madre molto forte caratterialmente, ormai lo sapete, che ha saputo ritagliarsi un posto di riguardo e rispetto nella comunità piccola di un paese di tremila anime di cui millecinquecento residenti in Africa.

Ho vissuto la sua evoluzione, e i suoi racconti di vita mi hanno insegnato cosa significhi, a volte, essere considerati diversi per il colore della pelle, senza però mai cadere nel patetico, nella commiserazione di se stessi o nel vittimismo. “Non è il colore che fa la differenza, ma come ti poni e ti confronti con le persone. Se qualcuno vuole farti del male dicendoti che sei nera o che altro, ridi, anzi digli che la tua pelle vale oro, che vanno al mare a prendere il sole per essere scuri, mentre tu hai la fortuna di non averne bisogno. Non piangere mai per questa cosa, mai”. Credo di aver tatuato questo frase dentro di me, ma posso dire di averla utilizzata pochissime volte in quasi 40 anni.

Quando era adolescente, mia madre indossava una maglietta con su scritto ” I’m black, I’m proud”, tanto aggiungere qualcosa in più al personaggio.

Non ho mai avuto problemi di razzismo, l’ho già scritto e detto in passato, non mi sono mai messa nella condizione di dire “mi hanno trattato così perchè sono cosà”, ma ora,  in questo momento storico/politico/sociale in cui sembra che il nostro Paese (l’Italia) stia tornando indietro invece di andare avanti, con la paura e la diffidenza nei confronti del diverso, sento forte l’esigenza di sottolineare che sono fiera di essere una donna di colore, mulatta, mezzosangue o negra. Chiamatemi come volete, rimango io, non mi tange.

Ieri ho assistito ad una scena in treno, sul solito Torino-Milano che aveva dell’assurdo.

Un ragazzo originario dell’Africa subsahariana stava compostamente mangiando al suo posto le patatine del Mcdonald. Ora, sappiamo tutti che l’odore di fritto della catena di Ray Kroc ( grande imprenditore e grande ladro) può essere fastidioso e intenso, ma vi posso assicurare che ieri, nonostante trenitalia avesse deciso di non accendere l’aria condizionata ( o forse non funzionava? strano), non si sentiva nulla. Ed il vagone era pieno.

Seduta di fronte a lui c’era una signora (se così si può chiamare) sulla sessantina, con la mascherina alla bocca che si spostava disperatamente da un sedile ad un altro con fare infastidito e sbuffando svariate volte.

Ad un certo punto, dal nulla, si odono delle urla. Lei, inizia ad inveire contro il ragazzo in maniera furente. Parole inconcepibili, indescrivibili ed irripetibili, emesse con estremo odio. Frasi che non trovavano alcun senso logico se non quello del razzismo e della cattiveria a prescindere. Lei, in piedi, gli puntava il dito in faccia cercando uno scontro fisico che non avveniva, continuando a provocarlo dicendogli che puzzava e che doveva tornarsene al suo paese.

Non era vero. Quella che puzzava era lei.

Ma chi avrebbe potuto resistere ad un attacco così? Ci siamo alzati tutti in piedi per osservare e capire di più.

Estenuato, il ragazzo si alza (due metri di altezza e rasta lunghi e puliti) e le risponde di essere sposato con un’italiana e di avere un figlio italianissimo -come me per altro- e che non si doveva permettere di aggredirlo cosìm, visto che non stava facendo nulla di male e non importunava nessuno. Ma lei nulla, sorda, sbraitava. Lo odiava, ce l’aveva con lui. Se avesse potuto ammazzarlo, lo avrebbe fatto.

La scena aveva un non so che di surreale. Mi sono sentita di intervenire a difesa del ragazzo, si stava compiendo un’ingiustizia verbale davanti ai miei occhi, per nulla, così le ho chiesto se avesse reagito così anche con un bianco, visto che credo che almeno una volta nella vita sia capitato a qualcuno di  mangiare in treno, un panino, della frutta o le patatine del McDonald.

Lei mi ha guardata, quasi con lo stesso sguardo di sfida, rispondendomi che lui doveva tornare a casa sua, che a Milano sarebbe stato in prigione e che se fosse stato per lei avrebbe anche buttato la chiave della cella, doveva marcire lì.

Dopo venti minuti di sproloqui, se n’è andata, lasciando finalmente la nostra carrozza con grande sollievo di tutti. Lui, che le ha comunque risposto a tono, è riucito a mantenere la calma. Non parlava un italiano proprio corretto, ma nemmeno la signora, che tradiva nella sua isteria un accento dell’Est Europa. In pratica uno scontro tra immigrati agli antipodi.

Mi sono ancora alzata e ho detto al rasta boy che di fronte all’ignoranza e alla cattiveria non ci sono soluzioni migliori del silenzio, lui sì che si è dimostrato superiore a quella iena con il suo comportamento impeccabile. Certo, se fosse stato un uomo, mi chiedo, chissà come sarebbe andata a finire. Tutti i passeggeri però erano con lui, e questa risulta essere l’unica nota positiva.

Per la prima volta in vita mia, sto percependo un’atmosfera di odio e intolleranza pienamente manifestati, anche da chi, a propria volta, è considerato un “foreigner”.

A chi mi dice che si è trattato di demenza o della scenata di una pazza, potrei rispondere che sì, quella donna non aveva tutte le rotelle a posto ma sapeva benissimo quello che stava dicendo, poichè era più che intenzionale. Lei desiderava fortemente che il ragazzo la toccasse per avere una scusa per accusarlo. Il razzismo ha di per sé e in sè preconcetti e idee  che oltre ad essere scientificamente assurdi, non possono che appartenere a persone con seri disturbi intellettivi e piene di odio esacerbato maggiormente da situazioni concomitanti e legate, oggi più di ieri, agli immigrati africani, in primis . Se prima erano i terroni, poi gli albanesi, poi i marocchini, adesso sono i nigeriani, i senegalesi, etc… i cinesi, per quanto immigrati, hanno un trattamento diverso ma solo perchè non arrivano con il gommone, stanno zitti  e in fin dei conti si trovano un lavoro che fanno 24h/24h. Portano sempre via il lavoro agli italiani, ma in silenzio. Chi vuol capire capisca.

Sinceramente non voglio parlare qui del fenomeno dell’immigrazione che è un problema molto serio e va gestito e considerato come tale, senza troppi falsi moralismi. No, io voglio parlare di educazione, di civiltà, di umanità, dei valori che dovrebbero stare a monte di quello o di quell’altro partito politico o degli interessi economici/finanziari di un Paese. Mi sembra che si stiano perdendo e questo mi fa paura. Sono scesa dal treno scossa. Ero emotivamente giù, perchè mi sono immedesimata in quel ragazzo, e ho pensato che avrei potuto trovarla io quella donna di fronte, magari vent’anni fa, tornando dalla fumetteria in via Melchiorre Gioia con i miei compagni di liceo e la busta di carta del Mc in mano (con relativi odori) come eravamo soliti fare.

I tempi saranno anche cambiati, ma secondo me sono cambiate di più le persone. In un mondo dove la globalizzazione impera, hai voglia ad urlare “I’m black, I’m proud” : qui forse è il caso di gridare “Si Salvi chi può”.

 

 

Standard
blog, corinne noca, lettura, the morning later

Sogni

Chi mi conosce lo sa, la malinconia e la nostalgia per il passato mi accompagnano da sempre, forse perché ho vissuto un’infanzia ed un’adolescenza invidiabile, con l’affetto dei miei genitori e il divertimento con gli amici di sempre o forse perché sono semplicemente fatta così. La spensieratezza, il vivere alla giornata senza pensare troppo al futuro, i primi battiti del cuore, i sogni…

Sono una blue girl ( forse utilizzare woman è meglio ormai) da sempre, e con il passare degli anni, sempre di più. Non dovrei fossilizzarmi sul passato, perché perdo di vista ciò che di buono mi passa davanti, ma alla fine è solo un passaggio dolce, l’importante è non rimanerci ancorati.

Ascolto in treno “Un’estate italiana” di Gianna Nannini ed Edoardo Bennato e subito mi tuffo indietro di 28 anni:

“Arriva un brivido e ti trascina via

E scioglie in un abbraccio la follia

Notti magiche inseguendo un gol

E negli occhi tuoi, voglia di vincere (…)

Quel sogno che comincia da bambino

E che ti porta sempre più lontano…”

Proprio ora che sono finiti i Mondiali di calcio senza l’Italia. Strano.

Inseguire i propri sogni, qualunque essi siano, ti porta a metterti in moto, ad affrontare percorsi a volte in salita, a volte in discesa che ti mettono alla prova.

Credo non ci sia mai nulla di semplice e di facile, ma il desiderio, la caparbietà e la costanza fanno più di qualsiasi altra cosa.

Pensate bene alla sostanza e alla natura dei sogni: quelli veri, quelli che riteniamo importanti, quelli che vogliamo davvero realizzare meritano ascolto, e se partono da dentro hanno una spinta irrefrenabile.

Io non parlo di quelli che passano dal giorno alla notte, io parlo di quelli che ti penetrano nel sangue, nel cervello, nelle ossa e che ogni giorno fanno parte di te. Quelli che ti ronzano in testa, che ti dicono: fallo, fallo, fallo.

L’uomo è ciò che è perché ha la possibilità di realizzare realmente quello che pensa ( quando lo fa bene visto che a volte tende s distruggere) ma se non parte dalle viscere, il motore non va.

Stare inermi ed avere dei sogni è controproducente: si rischia di cadere nel proprio vittimismo, nel non affrontare la vita con le sue molteplici difficoltà. E si sa, queste, per quanto odiose, ci aiutano sempre a crescere, ad andare oltre, a trovare punti di vista diversi, o semplicemente ad aggirare gli ostacoli stessi.

Ho conosciuto alcune persone che hanno finalizzato i propri sogni senza sapere da quale punto partire, e non parlo di cose prettamente impossibili, o meglio improbabili, come vincere la lotteria Italia, ma ad esempio il semplice desiderio di andare in Spagna e visitarla ( sono le condizioni che fanno la differenza non la semplicità del desiderio); diventare assistente di volo, diventare miliardario a trent’anni con un duro lavoro; conoscere il proprio idolo; trovare il lavoro per cui si è studiato ed appassionarsene; vivere un’intensa storia d’amore con la persona scelta…

Non ci sono sogni di seria A o di serie B, esistono gli obiettivi, le passioni, i desideri, le necessità che alla fine si desiderano realizzare.

E non è detto che sia solo uno. Possono essere diversi, piccoli, grandi, semplici, complicati, difficili… ma provarci è la vera sfida.

Non esiste resa senza combattimento.

Perché ormai lo sapete, è il mio motto da sempre, se insisti e persisti, raggiungi e conquisti.

E voi, combattete o avete combattuto per i vostri sogni ( se li avevate)?

Standard