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10 in Amore

Il mio primo post dell’anno sembra iniziare con l’Amore, non se ne parla mai troppo, mai abbastanza…invece no! Il titolo nasconde una tematica a me cara…

10 in Amore è un famoso film degli anni ’60 con Clarke Gable e Doris Day.

Se non l’avete mai visto, guardatelo. Fabri lo chiama il ‘filmon’, e non ha tutti i torti: le commedie americane di una volta, quelle in bianco e nero, tra gli anni 50 e 60, erano decisamente avanti per l’epoca e sorprendentemente attuali, oltre ad essere fatte BENE.

La vicenda di svolge a New York con un Clarke Gable brillante ed ironico, nel ruolo di un caporedattore di un importante quotidiano, e una carismatica Doris Day nelle vesti di una docente universitaria di giornalismo. I due non si conoscono: Jim Gannon (Clarke Gable), invitato a tenere il discorso inaugurale del corso di giornalismo presso l’università, rifiuta spedendo a Erica Stone (Doris Day) una lettera priva di tatto (pensando che il docente fosse un uomo) in cui spiega le sue motivazione. Essendo lui privo di istruzione e giornalista cresciuto con l’istruzione sul campo, è ostile a qualsiasi forma teorica e soprattutto a chi ostenti una laurea come titolo per la qualifica di buon giornalista. Persuaso dal direttore, partecipa alla lezione di Erica con l’intento di scusarsi con la donna, ma è costretto ad ascoltare la replica della stessa che lo dipinge ai suoi studenti con parole sprezzanti. Decide così di vendicarsi facendosi passare per un nuovo allievo che naturalmente si rivela di grandi qualità…e chiaramente scattano l’interesse, l’ammirazione e l’attrazione.

Non vado avanti perchè non voglio togliervi la suspence… tutto da ridere. Ammetto il mio scetticismo iniziale legato più alla figura di Clarke Gable che al film stesso:  l’ho sempre legato al ruolo di Rhett Butler in Via col Vento, così serio e affascinante con quel baffetto da uomo tutto d’un pezzo, non me lo sarei mai aspettato in una versione più “soft”. Invece mi sono dovuta ricredere: brillante, ironico ed espressivo, poteva anche esserci solo lui. Tutti pensano che recitare nei drammi sia più difficile, invece io ritengo che “far ridere” porti ad uno sforzo molto più impegnativo per gli attori, infatti non tutti sono tagliati per questo ruolo, e pochi riescono a farli entrambi: solo i grandi.

I dialoghi sono freschi, moderni, leggeri e privi di artifizi, non ci sono termini scurrili e scorrono in maniera così fluida che nemmeno ti rendi conto del tempo che sta trascorrendo. Per capire se un attore recita bene devi togliere l’audio: se capisci cosa pensa, cosa sta dicendo senza sentirlo, ha vinto. Clarke Gable non sembrava nemmeno stesse recitando (se non fosse per quei baci cinematografici casti e puri che mai in Amore sono esistiti). Vedevo le sue facce e ridevo come una matta. Inutile dirlo, bravissimo.

Il film è stato girato nel 1958,  ma il tema toccato è modernissimo: vale più un pezzo di carta intriso di teoria o anni di esperienza sul campo? Un problema che sembra dilagare ai giorni nostri: si studia, si va all’università, ci si laurea e poi non si trova un lavoro perchè non si ha esperienza. Non si studia, s’inizia presto a lavorare, ma difficilmente si può ambire a ruoli “alti” perchè non si ha un documento che attesti la propria cultura. Adesso, anche per fare il postino ti chiedono la laurea. E poi, quando hai sia l’uno che l’altro, capita che ti dicano “sei troppo titolata”. Non va mai bene niente.

La risposta, forse scontata, ci viene proposta alla fine: nè bianco, nè nero, ma il grigio che ne deriva. Un connubio perfetto.

Buon anno Amici!

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Lieta Armonia

Nel mio cuore, non ho mai festeggiato il Natale.

Per me la sera più importante è sempre stata la Vigilia. Il 25, the morning later, tutto si è già concluso.

Don Mario, il nostro parroco, ha sempre organizzato delle rappresentazioni teatrali per questi grandi eventi, e io, ovviamente, ho sempre partecipato (l’attrice nascosta in me non poteva non venire fuori in queste occasioni!). Per tanti anni ho fatto prima l’angioletto, poi la pastorella…finchè non c’è stata la svolta: la Madonna! Alterando l’immaginario comune dell’iconografia cristiana, aveva scelto me, povera bimba color cioccolato come interprete della madre di Gesù:  ditemi se non era avanti!

Alle proteste degli altri bambini, “ma la Madonna nera non si è mai vista!!! -invidiosi-“, qualche mio sostenitore rispondeva, “ad Oropa sì!”; Don Mario, lapidario, non faceva ulteriori discussioni: “Siamo tutti uguali agli occhi del Signore. E’ solo l’uomo nella sua condizione di peccatore che vede le differenze”. Stop. Chiuse tutte le polemiche. GRAZIE DON.

Oltre a questa clamorosa assunzione di responsabilità, avrei dovuto anche cantare. Altro sogno che diveniva realtà…Mi ricordo ancora il brano: “Lieta armonia, nel gaudio del mio spirito si espande l’anima mia, magnifica al Signor, Lui solo è grande, Lui solo è grandeee”. E così fu. Voce tremolante, senza musica, un assolo da Zecchino D’oro, ma almeno lì, non ho steccato.

Ogni recita natalizia veniva interpretata alla vigilia di Natale alle 21, seguita dalla Messa, velocissima, che terminava alle 22.30. Quello era il momento che aspettavo. Non la Mezzanotte, no, ma il rientro a casa per aprire i regali. Prima di rientrare però andavamo a casa della mia prozia a mangiare il panettone con la crema di mascarpone, scambiarci i doni e farci gli auguri. Abbiamo mantenuto questa tradizione finchè non è mancata zia Irene qualche anno fa. Nel salottino di quella casa c’erano un camino e un vecchio lampadario. Io mi divertivo a saltare per cercare di toccarlo: ho passato anni a farlo, finchè non sono cresciuta e il gioco, ahimè, si è esaurito. Sono ricordi bellissimi.Arrivati a casa, con una foga pazzesca  aprivo i regali: da più piccolina li avevo già sbirciati tutti, si sa la curiosità è femmina; poi, crescendo, ho capito che sarebbe stato più bello mantenere la sorpresa e così cercai di trattenermi. Aperti i regali, con gioia e felicità andavo a dormire serena.

Adesso che ho la mia famiglia, continuo a vivere con un po’ di nostalgia il momento della Vigilia: Don Mario è invecchiato e le recite non le fa più; a casa della zia non è rimasta che sua figlia, e per quanto io adori i regali, non ho più il senso dell’attesa che avevo da bambina, forse perchè allora era imposto dai miei genitori, adesso invece sono io ad imporlo, a mio marito e alla bambina, che con 18 mesi ancora non sa bene cosa le sta capitando attorno.

Tutte le feste comandate portano un po’ di malinconia, per me è sempre stato così: si pensa all’infanzia, perchè si sa, il Natale è la festa dei bambini. Il ricordo delle mie vigilie lo dedico a mia zia Irene e a quel lampadario che mi ha accompagnata per anni facendomi ricordare il momento che vivevo.

E anche se non salto più per poterlo toccare, nel mio cuore continuerò a farlo.

Buon Natale a tutti voi!

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Ti amerò per sempre…forse

Voglio parlare dell’Amore. Quanto si è detto, quanto si è fatto e quanto si continua a dire su questa parola che è il cuore della nostra vita.

CUORE

Cuore e amore. Nell’organo più importante del nostro corpo pare risiedano i sentimenti, le emozioni, la vita. Il battito accelerato del nostro cuore ci fa capire che “qualcosa non va”, in maniera inspiegabile e irrazionale. Tutti, dalla notte dei tempi, hanno provato a dare un significato all’amore. La scienza ha scritto innumerevoli trattati; anche Piero Angela (Ti amerò per Sempre). Eppure, nonostante tutte le spiegazioni di questo mondo, continuiamo ad esserne schiavi.

FOLLIA

L’amore è folle per definizione, tanto da arrivare anche a compiere gesti estremi. La schiavitù del nostro cuore ci porta a non ragionare più, ad andare “fuori di testa” . Se solo tutti potessimo studiare con la semplicità con la quale c’inventiamo cose quando siamo innamorati, saremmo tutti più colti (l’intelligenza ha un livello superiore) e sfrutteremo di più il nostro cervello.

LOVE STORY

In uno dei film più drammatici sull’amore, la protagonista, Jennifer Cavallari viene ricordata per la famosa frase: “Amare significa non dover mai dire mi dispiace”. L’amore vero, non dovrebbe ammettere dispiaceri, perché gli stessi presumono un danno, una delusione, un torto, un tradimento, una menzogna. Nel suo significato più puro, l’amore non lo prevede. Eppure per trovarlo spesso si soffre ( ricordate? per trovare il piacere bisogna passare attraverso la sofferenza) e il dispiacere è un passaggio a volte obbligatorio. Quando ci innamoriamo, o pensiamo di esserlo, soprattuto da giovani,  pensiamo ideologicamente di voler stare con l’altra persona tutta la vita, e di vivere in sua funzione, volendole ogni bene. Quando però ci scontriamo con la realtà dei fatti e la fase dell’innamoramento viene meno, abbiamo un’ immensa difficoltà a lasciare l’altro. Perchè? Perchè si è instaurato un rapporto di reciproca fiducia, si sono dette parole importanti, si è condivisa una parte di vita insieme, e l’altro diventa per noi il “porto sicuro”. Lasciare è difficile, più dell’esserlo. La paura poi di restare soli provoca un effetto yo yo devastante per entrambi. Se uno dei due non prova più gli stessi sentimenti, e sente che non ha più la volontà di percorrere lo stesso cammino insieme all’altro, dovrebbe essere sincero e dirlo. E invece, a causa della paura delle reazioni, della solitudine e della responsabilità, si temporeggia, perdendo molto tempo per se stessi, e in ugual modo, illudendo l’altro.

Zio Giulio un giorno mi disse “Un Cristo è meglio ammazzarlo subito che crocifiggerlo”; ricordati che “le strade sono fatte per camminare, non per sostare”. Nella semplicità di queste frasi, cercava di spronarmi a non avere paura delle mie azioni. Aveva capito che ero una di quelle che faticava a farla finita. Con l’altro eh.

Ce n’è voluto, ma alla fine ci sono riuscita. Con il passare degli anni e un medio bagaglio di esperienze s’inizia a diventare un po’ più saggi. E il “mi dispiace” in certi casi è necessario. per rendersi conto che non era Amore. E se ci troviamo a dirlo, allora forse stiamo ancora cercando Quello Vero, quello dei nostri sogni, quello che ci hanno fatto credere essere eterno. Mah. Con tutti questi mi dispiace, ti lascio, pensavo fosse amore invece era un calesse ho capito una cosa sola: di amore si vive, non se ne parla. Perchè quando inizi a farlo, mi dispiace ma è proprio un casino.

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L’effetto della musica: ricordi.

Da quando ho scritto il post sulla canzone di Gary Barlow non riesco a togliermela di mente. Sono anche andata a rileggerlo e alla fine ho ancora cliccato il video per ascoltare la canzone. Mi spiace, ma sento di dover dedicarci ancora un pensiero. Ho guardato e riguardato quel video più volte tanto da farmi generare un flusso di immagini e ricordi che si sono susseguiti velocemente. Ricordi belli, lontani e come sempre un po’ nostalgici  (come me d’altronde) verso un tempo spensierato con pochi pensieri verso il futuro.

Ho pensato in ordine prima a Marella e poi al canto.

Marella. Marella è una ragazza, mia compaesana, che conosco praticamente da sempre. Abbiamo frequentato le stesse scuole, ma essendo più giovane di un anno non abbiamo mai frequentato la stessa classe. Marella mi ha provocato tre associazioni di idee. Numero 1. Era una fan dei Take That (Mare so che se leggerai questo post un po’ mi odierai per aver svelato questa cosa, ma hai un’attenuante: eri giovane!). Lei non lo sa, ma se ho iniziato a chiedermi chi fossero è perchè lei, su quel famoso pulmino delle medie, ne parlava. Numero 2: Abbiamo frequentato lo stesso liceo e di nuovo stesso tragitto, casa-scuola, scuola-casa. Abbiamo preso lo stesso pullman per almeno 3 anni. All’una, usciti da scuola, ci ritrovavamo alla fermata (300 metri dal liceo) per tornare a casa. C’era un bar, il “Fante di Cuori”. Dopo tutta la mattina a scuola, esci che hai un certo languorino…e cosa fai? Vuoi non stuzzicare o bere qualcosa al bar durante l’attesa? uno snack, due patatine, un the freddo, una coca-cola…un qualsiasi appetizer che ti riempia quel buchino nello stomaco prima che diventi una voragine. Ecco. La parola d’ordine era “Mare mi presti 500 Lire?”, “Mare hai mica 1000 Lire?”.  (Sì, c’erano le lire…). Ah scusate, era la MIA parola d’ordine. Una santa. Mi ha sopportato per anni. Almeno fino ai 18. Un investimento senza guadagno. Forse in perdita. Con l’avvento della patente il Fante di cuori non l’ho più visto. Questo sketch con Marella era diventato una sorta di gioco: nonostante sapessi che all’una potevo aver voglia di mangiare qualcosina, non avevo mai soldi a sufficienza, mi mancavano perennemente delle monetine, che fossero 200/500 lire quando andava bene, e lei usciva di casa sapendo già che me le avrebbe prestate. Io poi non osavo più chiederle niente. Mi vergognavo da morire, ma lei mi guardava e mi diceva “Cò vuoi qualcosa?”  già entrando al bar. Se le dicevo di no, lei usciva comunque con qualcosa e un “offro io”!!!! et voilà, il circolo vizioso riprendeva…che grande! Mi viene da sorridere al pensiero. E anche un po’ di vergogna in realtà, ma andava davvero così. Il tutto era spontaneo e naturale, non c’era nessun tipo di premeditazione, tanto meno un secondo fine. Anche perchè alla fine, essendo dei prestiti era mio dovere restituirle tutto. Così a fine anno tiravo una riga, come si suol dire, e le restituivo ciò che le dovevo. O almeno ci speravo. Il problema è che nessuna delle due era a conoscenza dell’ammontare totale. Nè io nè lei ce lo siamo mai segnate. Ho fatto una stima, posso averle dato di più come di meno, io non lo sapevo e lei nemmeno. Negli anni a venire, nonostante non ci siamo più frequentate, siamo rimaste in contatto. In questo ringrazio Facebook. Nel frattempo, si è laureata, è diventata una cantante ed anche mamma. E quest’estate ha cantato al mio matrimonio. Associazione numero 3.

Canto. Ascoltare una voce, piena, profonda, bella, in grado di emozionare è sublime. E ancora più bello è fermarsi a contemplarla e magari cantare con lei (o lui). Se rinascessi vorrei avere quella voce. La voce del talento, quella che ti porta a non renderti conto di avere un’ugola d’oro ma che ti fa godere ogni volta che vibra e scaturisce un suono. Da bambina organizzavo con la figlia di amici, dei piccoli siparietti durante i quali cantavamo le sigle dei cartoni animati e i “grandi” ci davano poi la monetina per l’ascolto. Elemosinavamo via, anche se eravamo convinte della nostra bravura. Saper cantare è meraviglioso. In qualunque momento puoi tirar fuori la tua voce e unire chi ti sta vicino. Far cantare o ballare allo stesso tempo. Cosa c’è di più poderoso? Anche se non ho una bella voce, sono un po’ intonata e mi piace cantare. La mia migliore amica, per il suo matrimonio, aveva incaricato la pianista del  nostro gruppo di amiche, Arianna, di suonare e scegliere i pezzi, mentre Laura ed io dovevamo cantare. Arianna avrebbe sia cantato con noi sia accompagnato al piano, suo marito invece al sax. Quel sabato mattina Arianna  si è svegliata senza voce. “Ragazze dovrete cantare senza di me”. Nessun problema. Cosa ci vuole? Tanto è solo Baglioni.  Il buon vecchio Claudio. Immaginatevi due di quelle emoticons con la faccia da urlo di Munch…ecco, quelle eravamo Laura ed io. E’ stato indimenticabile. Davanti a tutti. E qui termina il mio flusso di pensieri.

Ricapitolando: GaryBarlow/TakeThat/Marella/Liceo/oFantediCuori/Matrimonio.

E stecca finale al matrimonio di Jenny. Ripeto, indimenticabile.

Passo e chiudo.

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Segreti e bugie

Può un segreto essere considerato una bugia? Omettere un dettaglio, una considerazione, un fatto e’ sinonimo di menzogna?

Quando andavo all’università frequentavo corsi di letteratura inglese e mi ricordo, come fosse ieri, di una tesina che l’allora prof. ci aveva dato da consegnare all’esame come integrazione alla frequenza. L’esame istituzionale, così si chiamavano allora gli esami semestrali prima della riforma universitaria (nuovo ordinamento), verteva su un romanzo di Jane Smiley, A Thousand Acres, (1991) da cui hanno poi tratto un film nel 1997, Segreti. 

Ma cosa c’entra un romanzo contemporaneo con la letteratura inglese? Beh, il romanzo in se era una sorta di remake del King Lear di Shakespeare e il corso riguardava chiaramente le analogie e somiglianze in chiave contemporanea della tragedia shakespeariana. Ognuno di noi doveva trovare un argomento della trama significativo e tradurlo in una tesina argomentativa.

Credo che sia uno dei corsi che ricordo di piu’ in assoluto. Io avevo analizzato uno dei temi principali, un segreto che una delle protagoniste aveva custodito per se, e da questo segreto era partito il mio filo conduttore.

Possono i segreti essere considerati delle bugie? Se qualcuno ci fa una confidenza e ci chiede di non comunicarlo ad altri questo nostro atteggiamento e’ chiaramente leale nei confronti di chi ci ha chiesto di tenere la bocca chiusa. Ma se ci capita di dover omettere davanti a qualcun altro quella stessa confidenza , nei confronti di questa persona noi come ci consideriamo? Falsi? Bugiardi? O sempre leali?

In un’amicizia la lealta’ e la correttezza sono caratteristiche basilari e fondamentali, non ci sogneremmo mai di tradire la fiducia che ci e’ stata riposta da un amico. Ma non solo in un’amicizia, in generale questo discorso dovrebbe valere  in tutti i rapporti con le persone, che siano lavorative o affettive. Bisognerebbe essere sempre leali. Ma non sempre capita.

Bugie bianche e bugie nere. Le bugie bianche sono quelle che noi consideriamo prive di conseguenze, del tutto innocenti, quelle che evitiamo di dire per paura di disturbare o ferire l’altro, con la  totale volontà di non creare problemi. Quelle nere sono quelle che ci preservano dai danni che noi stessi abbiamo causato e di cui non vogliamo prendere responsabilità. Di solito quest’ultime sono quelle più pericolose. Ma davvero dobbiamo trovare un’alibi per le bugie? Distinguerle in bianche e nere? In fondo alla fine una bugia, che sia bianca o nera, sempre tale resta.

Ma perche’ si mente? Siamo spinti dall’insicurezza? Abbiamo paura? Qual e’ il motivo per cui ogni tanto ci capita di mentire? E come ci sentiamo dopo averla detta? Fin da quando siamo bambini ci dicono di non dire le bugie, “altrimenti ti cresce il naso come Pinocchio”. Inevitabilmente almeno una volta nella vita a chiunque è capitato. Argomento scottante quello delle bugie, abbiamo tutti paura ad ammettere che ci capita di dirle perchè ne andrebbe della nostra credibilità…allora chiedo, quando vi è capitato di dire una bugia, come ve  la siete giustificati a voi stessi?

Pensate anche ai sentimenti:  le bugie non sono solo quelle che si dicono, sono soprattutto quelle che si pensano e che si negano a se stessi. Forse le peggiori.

Pensateci. E mi raccomando. Non mentite…le bugie hanno le gambe corte.

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Ansia da prestazione o aspettativa?

Ieri sono andata a dormire pensando a cosa scrivere questa mattina. Per la prima volta. E per la prima volta ho vissuto l’ansia da prestazione. Ho preso la mia moleskine (rigorosamente con copertina morbida nera ed elastico) e ho abbozzato dei temi. Sì, l’ho fatto. Ma l’ho fatto perchè mi è già capitato di non ricordarmi da un secondo all’altro cosa devo dire. Un pensiero istantaneo e pouff! svanito! In dialetto piemontese si dice “perdere”. Ecco, perdo. Una volta mi ricordavo tutto, giuro. Mi ricordavo anche i giorni esatti in cui capitavano certi fatti. Personali eh. Non ero ai livelli di Virna, una mia amica che se le chiedi “quando è avvenuto il fatto di Avetrana?”, “quando è stata la tua gita in prima elementare?” ti risponde con il timer. Giorno, data e ora. Esatta. No, no  a quei livelli non c’è competizione. Però sì, non perdevo un compleanno, le ricorrenze, nulla. Adesso invece è come se non fossi mai passata di lì. E così ho scritto i temi.

The Morning Later , cioè stamattina, nel riprendere gli appunti non ero convinta. Ho scritto il titolo del post. Doveva essere “La figlia di papà”, risultato di una serie di pensieri che mi sono messa a fare dopo aver letto una bellissima mail di mio padre in merito a questa mia nuova iniziativa. Una piccola gratificazione che volevo premiare. Quando ho iniziato a scrivere però, mi sono accorta di star perdendo ( continuo a perdere…) la naturalezza dei miei pensieri. Sì, perchè mi sembrava di sapere già cosa dovevo scrivere, come in un tema. Invece no! Ho deciso di scrivere in questo spazio virtuale, raggiungibile da tutti e da nessuno, i pensieri derivati dal giorno precedente o dal ricordo di un evento. Lasciar galleggiare la mentre finchè non arriva a riva.  Non è necessario che io scriva degli appunti o dei temi, la semplicità e la freschezza devono emergere sole. Più elaboro prima e più perdo il flusso delle mille parole che porto con me. E così nello scrivere l’incipit di un altro titolo sono andata avanti.

Sono stata anch’io vittima dell’aspettativa. Il pensiero che anche solo una persona stesse aspettando di leggere il mio post mi ha destabilizzata. Ma l’ha fatto perchè non mi aspettavo che potesse piacere, o semplicemente che potesse avere un sèguito! Se da un lato c’è stata un’iniezione di fiducia, dall’altro c’è stato il timore di deludere. E se non piace? E se non scrivo niente di interessante? E se smette di seguirmi? Troppi se, troppi pensieri fanno perdere la bussola. Io non scrivo per qualcuno, scrivo qui perchè mi piace farlo. E se quel qualcuno mi segue, mi incita, mi stimola ben venga! Ma se non mi segue, mi critica o smorza il mio entusiasmo, beh, pazienza. Non ho aspettative. Non avendole non dovrei avere nemmeno l’ansia da prestazione.

E invece nella vita reale non è così. Siamo tutti, nel bene e nel male, proiettati al risultato di un’ operazione. Che questa sia amorosa, sociale, lavorativa, poco cambia. Aspettiamo. Un bacio, un regalo, una chiamata, la promozione. E nella maggior parte dei casi , ciò che ci aspettiamo è sempre diverso da quello che realmente succede, no? “Questo è un lavoro dove si aspetta sempre qualcosa”. Ricordo ancora come fosse ieri, il nostro istruttore di Technics in Lauda Air. Tra la spiegazione di un flap e l’altro, pressurizzazione e depressurizzazione in cabina, sento ancora le sue parole. “Aspettare il briefing, aspettare la navetta che vi porta in aeroporto, aspettare di salire a bordo, aspettare che le operazioni di rifornimento terminino,aspettare il de-icing, aspettare la salita dei passeggeri, aspettare lo slot…” e così via. Aspettare. Attendere. Prendere tempo. Rimandare. Rinviare. Temporeggiare. Procrastinare. Tutti sinonimi di un’unica azione e del sinonimo più forte: FERMARSI.

In questa vita dove c’è un tempo che s’inabissa senza che noi riusciamo nemmeno a prendere fiato, fermarsi può volerl dire rendersi conto di ciò che ci circonda e farci riflettere su ciò che siamo, su ciò che vogliamo o desideriamo, sul come, sul perchè.

Allora mi fermo. E aspetto. Ok, lo ammetto, ha vinto l’aspettativa.

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