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Sogni

Chi mi conosce lo sa, la malinconia e la nostalgia per il passato mi accompagnano da sempre, forse perché ho vissuto un’infanzia ed un’adolescenza invidiabile, con l’affetto dei miei genitori e il divertimento con gli amici di sempre o forse perché sono semplicemente fatta così. La spensieratezza, il vivere alla giornata senza pensare troppo al futuro, i primi battiti del cuore, i sogni…

Sono una blue girl ( forse utilizzare woman è meglio ormai) da sempre, e con il passare degli anni, sempre di più. Non dovrei fossilizzarmi sul passato, perché perdo di vista ciò che di buono mi passa davanti, ma alla fine è solo un passaggio dolce, l’importante è non rimanerci ancorati.

Ascolto in treno “Un’estate italiana” di Gianna Nannini ed Edoardo Bennato e subito mi tuffo indietro di 28 anni:

“Arriva un brivido e ti trascina via

E scioglie in un abbraccio la follia

Notti magiche inseguendo un gol

E negli occhi tuoi, voglia di vincere (…)

Quel sogno che comincia da bambino

E che ti porta sempre più lontano…”

Proprio ora che sono finiti i Mondiali di calcio senza l’Italia. Strano.

Inseguire i propri sogni, qualunque essi siano, ti porta a metterti in moto, ad affrontare percorsi a volte in salita, a volte in discesa che ti mettono alla prova.

Credo non ci sia mai nulla di semplice e di facile, ma il desiderio, la caparbietà e la costanza fanno più di qualsiasi altra cosa.

Pensate bene alla sostanza e alla natura dei sogni: quelli veri, quelli che riteniamo importanti, quelli che vogliamo davvero realizzare meritano ascolto, e se partono da dentro hanno una spinta irrefrenabile.

Io non parlo di quelli che passano dal giorno alla notte, io parlo di quelli che ti penetrano nel sangue, nel cervello, nelle ossa e che ogni giorno fanno parte di te. Quelli che ti ronzano in testa, che ti dicono: fallo, fallo, fallo.

L’uomo è ciò che è perché ha la possibilità di realizzare realmente quello che pensa ( quando lo fa bene visto che a volte tende s distruggere) ma se non parte dalle viscere, il motore non va.

Stare inermi ed avere dei sogni è controproducente: si rischia di cadere nel proprio vittimismo, nel non affrontare la vita con le sue molteplici difficoltà. E si sa, queste, per quanto odiose, ci aiutano sempre a crescere, ad andare oltre, a trovare punti di vista diversi, o semplicemente ad aggirare gli ostacoli stessi.

Ho conosciuto alcune persone che hanno finalizzato i propri sogni senza sapere da quale punto partire, e non parlo di cose prettamente impossibili, o meglio improbabili, come vincere la lotteria Italia, ma ad esempio il semplice desiderio di andare in Spagna e visitarla ( sono le condizioni che fanno la differenza non la semplicità del desiderio); diventare assistente di volo, diventare miliardario a trent’anni con un duro lavoro; conoscere il proprio idolo; trovare il lavoro per cui si è studiato ed appassionarsene; vivere un’intensa storia d’amore con la persona scelta…

Non ci sono sogni di seria A o di serie B, esistono gli obiettivi, le passioni, i desideri, le necessità che alla fine si desiderano realizzare.

E non è detto che sia solo uno. Possono essere diversi, piccoli, grandi, semplici, complicati, difficili… ma provarci è la vera sfida.

Non esiste resa senza combattimento.

Perché ormai lo sapete, è il mio motto da sempre, se insisti e persisti, raggiungi e conquisti.

E voi, combattete o avete combattuto per i vostri sogni ( se li avevate)?

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Portafortuna

Tanti anni fa ricevetti in dono un rosario di colore nero.

Sono molto legata a questo oggetto perchè era appartenuto ad una delle zie più care che io abbia mai avuto: la prima sorella di mia mamma, Angelique. Io non ho nè fratelli nè sorelle, ho trascorso le estati della mia infanzia in vacanza in Belgio. Forse non tutti sanno che la Repubblica Democratica del Congo (o ex Zaire) è stato colonizzato dai belgi (ex Congo Belga infatti) e dopo l’indipendenza i rapporti con questo Stato non si sono mai interrotti. Le classi benestanti, o coloro che potevano permetterselo, mandavano i figli a studiare a Bruxelles, perchè potessero avere un’educazione europea e consolidata. I miei cugini hanno avuto questa fortuna: dopo le superiori si trasferirono li per studiare all’università.

In Africa è d’uso comune che i fratelli maggiori si prendano cura di quelli più piccoli, un po’ per un senso di responsabilità, un po’ per aiutare la famiglia. Zia Angelique così si prese cura di mia madre, che crebbe con lei e con i suoi figli ( ne ha avuti 8). Pertanto per me, è stata più che una zia, una sorta di nonna, e chiaramente l’amore che mia madre provava per lei era sicuramente più forte rispetto a quello per gli altri fratelli. D’altronde, non è solo il “sangue” che lega, ma sono le esperienze delle vita che ci legano alle persone, indipendentemente dal fatto che siano o meno “parenti”.

Mia zia è mancata quasi vent’anni fa, ma il suo ricordo è sempre vivo dentro me. Una delle ultime volte che andai a Bruxelles, con lei ancora viva, mi regalò il suo rosario e mi disse di conservarlo con cura e di avere fede, perchè è quella che ti aiuta nei momenti di difficoltà. Sarà che è un ricordo, sarà perchè da bambini certe parole fanno più effetto, l’ho conservato con estrema cura, tanto da farlo diventare un oggetto portafortuna.

Ogni volta che mi trovavo di fronte a degli avvenimenti o situazioni importanti che avrebbero potuto cambiare il corso degli eventi della mia vita, me lo portavo dietro. Dall’esame di maturità a quelli dell’università, visite mediche, scelte di lavoro a cui tenevo: c’è sempre stato. Quando non lo portavo, per non diventarne schiava, mi dicevo che “sarebbe andata come il destino avrebbe voluto”, ma per mia scelta, mai per dimenticanza.

Gli oggetti assumono il valore che vogliamo dar loro: per me questa collanina con le perline nere e il viso della Madonna ha un valore inestimabile, affettivo e anche romantico se vogliamo.C’è stato un tempo in cui associavo ad esso anche una spilla d’oro sempre di mia zia…ma era diventata più un rafforzativo e ad un certo punto mi sono sentita “esagerata”, così l’ho lasciata da parte.

Forse è solo una questione di influenzabilità, oppure il nostro cervello ci fa vedere cose che non sono e noi creiamo concatenazioni causa effetto per giustificare l’andamento di determinati episodi. Non ne ho mai abusato, mi sono solo sentita “protetta” e non mi ha mai tradita. Se le cose non andavano, beh, la colpa o la causa, a quel punto, è sempre del destino. Probabilmente questi atteggiamenti sono ricordi ancestrali, Fabri li chiamerebbe “roba da tribù, Bantù”, io la chiamo semplicemente “scaramanzia”.

Un po’ come l’oroscopo: se non lo leggi non succede nulla, ma quando lo fai…sei facilmente suggestionabile.

Come sempre, gli devo una citazione “non credete, verificate”!

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Il potere delle chat

Vi siete conosciuti su Internet?

Internet= chat line, chat line= hot line.

Da quando sto con Fabri, mi capita spesso che mi facciano questa domanda, soprattutto persone già adulte che non hanno troppa voglia di pensare e che vedono il binomio “ragazza di colore giovane, uomo maturo uguale Santo Domingo,Brasile, nightclub o chat”. Anche no. Con tutto il rispetto per le dominicane, brasiliane o caraibiche in generale, io non sono ragazza d’importazione, semmai c’ha pensato mio padre ai tempi, andando però a scegliersela in loco quando questo luogo comune non era così comune e per questo una vera e propria rarità.

Da quando ho più o meno diciott’anni, succede che se sono in giro con mio padre, carpisco lo sguardo da “ilSolitovecchioConlaGiovane”  (soprattutto dalle commesse al supermercato) e per evitare malintesi trovo una scusa per chiamare “papà” a voce alta -“passami la busta che ritiro la spesa”- e improvvisamente lo sguardo cambia; in giro con zio Giulio, idem. Una volta a pranzo con dei suoi amici, lui mi ha presentato come la figlia di suo cugino, quindi sua cugina, ( per me era zio perchè più o meno coetaneo di mio padre): i tal signori non ci credevano e ho dovuto tirar fuori la carta d’identità – e meno male che avevamo lo stesso cognome- per far capire la parentela. Ma vi pare? In più a zio Giulio piaceva molto far pensare il contrario di quello che era, e giocava sull’ignoranza delle persone. Quando gli avevano chiesto chi ero lui aveva risposto: “Un vecchio caprone libidinoso come me non può che portare in giro sua cugina”. Non avevano avuto coraggio di replicare se non con un “seee”, probabilmente pensando che non capissi l’italiano. Ma perchè l’ignoranza galoppa così? Ma poi, anche se fosse stato, quale sarebbe stato il problema?…

La questione si ripete con Fabri, che non è un VCL (Vecchio Caprone Libidinoso) ma che è più grande di me: sentendomi parlare bene italiano ( lo parlo bene?), quando non viene fuori la nostra differenza d’età ( dieci anni, che tra l’altro Fabri porta benissimo <3) , viene fuori il discorso della provenienza ( io di Roasio, lui di Trino, come si è fatto a conoscersi?), e spunta subito la parola “chat”.

Ora, io non ho nulla contro le chat: il mio ex fidanzato l’avevo conosciuto su yahoo per puro caso, non era nemmeno un gruppo di incontri, ma allora, nonostante io fossi di Vercelli e lui di Cuneo, nessuno lo chiedeva; la cosa era talmente rara che entrambi facevamo fatica ad ammetterlo, visti tutti i pregiudizi su di essa.

Oggi con i social networks tante anime sole sono riuscite a trovare un compagno o una compagna, e da un lato questa cosa è anche positiva: internet non porta solo alienazione, ma da la possibilità di socializzare anche a chi non è avvezzo, nella vita reale, alla socialità, per diversi motivi quali timidezza, aspetto fisico o simili. Ed il punto è proprio questo, si trova di tutto, soprattutto finzione perchè il rischio forte e comune, è quello di incontrare dall’altra parte persone diverse da quelle che sono in realtà. Questo aspetto di Internet mi ha sempre fatto paura e continua a farmelo nonostante io ci lavori costantemente: quando conobbi il mio ex, mi spacciai per chi non ero. Non sapevo con chi stessi parlando e non volevo avesse nessun dettaglio di me: ero diventata una ragazza di Firenze che studiava giurisprudenza, stop. Lui invece, mi era sembrato onesto, ad ogni mia domanda diceva cose che potevano essere reali, raccontate con disinvoltura e immediatezza. Ma la mia è stata una sensazione, non avevo nessun elemento per poter capire che fosse realmente così, avrebbe potuto mentire anche lui. Alla fine, sono stata fortunata, non era diverso da come si era presentato e aveva detto sempre la verità.

Oggi, non lo farei più: non perchè sia andata male, no, ma perchè sono cambiati i tempi rispetto a 14 anni fa; io sono più grande e più consapevole mentre quando si è giovani si è sempre animati da uno spirito un po’ incosciente e avventuriero, oggi sto più coi piedi per terra. Forse parlo così perchè non sono sola, dovrei mettermi nei panni di chi lo è, di chi è alla ricerca di compagnia, ma credo che avrei comunque un po’ di timore. Se ne sentono così tante in giro.

Diciamoci pure la verità: i social networks più popolari (escludendo linkedin) sono nati con lo scopo di conoscere ragazze e ragazzi, questo è il punto. Alla base c’è sempre la volontà di scambiarsi qualche cosa, i più ingenui pensano all’amicizia, i più “romantici” alla dolce metà,i più “sgamati” al sesso. E’ così.

Il potere delle chat non è altro che l’assoluta esigenza dell’uomo di duplicarsi e di non stare solo.

E comunque io non ho conosciuto Fabri in chat: quando mi ha chiesto l’amicizia su facebook l’ho rifiutato.

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Sognando New York

Non so quanti di voi siano già andati a New York o desiderino farlo, ma per me è sempre stato un sogno. Per circa dieci anni, ho tentato di raggiungerla senza esserci mai riuscita, pur facendo la hostess. Destino beffardo o no, prima in Lauda, poi in Alitalia, io gli States li vedevo col binocolo.

Sono sempre stata affascinata da questa metropoli, un po’ per l’immaginario comune trasmessoci dalle serie televisive, da Friends a Sex and the city, un po’ perché ha sempre rappresentato il “yes you can”. Almeno una volta nella vita ci sarei voluta andare, ma sembrava che il destino si fosse accanito contro questa mia idea. Nel 2001, a 21 anni, non ho avuto il coraggio di abbandonare il mio fidanzatino di allora andando un anno negli USA a fare la ragazza alla pari. In più, s’era messo pure Bin Laden con l’11 settembre. Quando si calmarono le acque, cercai di organizzare una cinque giorni a New York, con due amiche, Laura ed Elena: al momento della prenotazione entrambe si accorsero di avere il passaporto scaduto. Le tempistiche si allungarono e persi “l’attimo”. Finalmente, nel 2009, ci sarei dovuta andare in viaggio di nozze: se il matrimonio non si è celebrato, figuratevi la luna di miele.

A quel punto, rinunciai. Ogni volta che mi proponevo di andarci, succedeva qualcosa che me lo impediva. Considerandomi una fatalista, a New York, come al vestito rosso, diedi un valore particolare: ci sarei andata, ma non l’avrei dovuto decidere io, almeno la prima volta. Qualcun altro avrebbe dovuto scegliere per me.

E di nuovo, devo ringraziare l’uomo del monte: mio marito.

Sdraiato sul divano una sera di  gennaio mi dice: “Basta, io voglio andare ad Honolulu!”.  Però, un po’ più lontano no?! Iniziai a guardare i voli e ogni volta che ne trovavo uno che andava bene c’era uno scalo di diverse ore a New York. Fabri colse la mia sofferenza interiore e mi disse: “Senti, approfittiamo dello scalo e inseriamo qualche giorno a New York”. GRAZIE.

Atterrare al JFK e mettere piede sul suolo americano è stato l’avverarsi di un sogno. Il sogno americano. Il mio per lo meno. Se l’idea di andarci non era stata mia, l’organizzazione sì. Avevo concentrato tutto ciò che avrei voluto vedere in tre giorni, calcolando  ed ottimizzando i tempi, prendendo la metropolitana e sapendo esattamente come e dove andare. Avevo programmato i tempi di attesa in aeroporto, ipotizzato l’arrivo in hotel e dove saremmo andati a mangiare. Lo ammetto, avevo previsto tutto e non volevo perdere nessun minuto. E chiaramente, avremmo fatto tutto rigorosamente a piedi o al massimo con la metro.

Purtroppo, non avevo fatto i conti con l’ernia lombare di mio marito (allora ancora fidanzato), che aveva deciso di venire anche lei con noi. La terza incomoda. Non poteva filare tutto liscio.

Abbiamo percorso tutta Manhattan a piedi, da Central Park a Battery Park, il molo per imbarcarsi verso la Statua della libertà. Andata e ritorno. Io ero come una bambina al luna park. Fabri mi ha odiata. Ancora oggi, raccontando di quel viaggio, dice che sono stata una sadica a fargli tutta Manhattan a piedi. Vi dico solo che davanti al ponte di Verrazzano lui mi ha fatto credere che fosse quello di Brooklyn: “Lo vedi, è lì? Adesso andiamo…”. C’ha provato, ma durò il tempo di uno sguardo verso quello vero. Poverino, stava patendo le pene dell’inferno: ebbi pietà ed evitammo di percorrerlo. Per quanto gli stesse piacendo visitare la città e scoprirla, la sua amica ernia non lo mollava; in più, non vedeva l’ora di godersi le Hawaii di Magnum P.I. godendosi una settimana di puro riposo.  Io invece volevo andare, visitare, guardare tutto: Tiffany (fatto), Central Park ( fatto), MOMA ( fatto), Statua Libertà ed Ellis Island (fatto), ponte di Brooklyn (visto), Broadway e un musical (Priscilla La Regina del deserto), Harlem e il gospel (fatto tutto). Oltre allo shopping.

New York è stata molto più di quanto mi aspettassi: ci si dimentica spesso che è una città sul mare; ci si aspetta un cielo plumbeo come in una qualsiasi altra metropoli, invece non è così. Il cielo è azzurro, l’aria di marzo è pungente e fresca, gli spazi sono enormi, i marciapiedi ampissimi e non si ha mai la sensazione di caos. Tutto sembra ordinato: passeggiare in Central Park, nel polmone verde di New York, non ti fa sentire il rumore del traffico o pensare di essere in una città di otto milioni di abitanti.

A volte quando ti aspetti molto da qualcuno o qualcosa, rischi di rimanerne deluso: la grande mela non l’ha fatto, anzi. Mi ha strappato la promessa di tornarci. Questa volta però con la mia amica Fede per i nostri 40 anni. Fabri mi ha detto che mi toglie la carta di credito. Io spero di non avere l’ernia.

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La gomma di George

Vi è mai capitato di aprire la porta di casa e trovarvi di fronte George Clooney? Beh, ad una ragazzina delle superiori, in provincia di Cuneo, successe veramente qualche anno fa.

Lavoravo in un albergo nella provincia Granda e una mattina arrivò un collega a raccontarmi ciò che era accaduto in una cascina non tanto distante da dove eravamo; il caro vecchio George, in moto per un giro enogastronomico per le Langhe, buca… Eh sì, capita anche a lui. Si guarda attorno e non vede nessuno. Nella Langa più desolata l’unico punto di ristoro (e riparazione) pare essere un cascinotto visto in lontananza. Smonta dalla sua due ruote e la spinge ( mi piace pensarlo cosi: che spinge la moto e arriva sudato e col fiatone, come in un film che si rispetti). Ovviamente nel cascinale il campanello non c’è, lavorano tutti fuori, tra l’aia, il cortile, l’orto e i campi. Il padrone di casa si vede arrivare sto pezzo d’uomo e, senza sapere chi sia (beata ignoranza) lo aiuta. What else? Lo invita anche a pranzo. E il caro dr. Ross accetta di buon grado. In fondo era in tour enogastronomico, cosa poteva capitargli meglio di un vero pranzo langarolo? La figlia dei padroni di casa. La poverina, ignara di ciò che stava accadendo, arriva a casa da scuola. Eta’, 15 anni. Apre la porta, si toglie lo zaino, va in cucina e rimane ammutolita. I genitori la guardano interdetti e la riprendono perchè non ha salutato. “Ma voi sapete chi è lui??”. “Poverino, si è bucata la gomma della moto e ci ha chiesto aiuto, abbiamo fatto che dargli da disnà (pranzo in piemontese, ndr)”, dice la madre. George sorride e le dice “Nespresso?”. Estasi.

Quando volavo mi è capitato di incontrare sulle tratte Milano-Roma/Roma-Milano ( detta in gergo “navetta”) alcuni tra i Vips di casa nostra. D’altronde facendo 4/5 tratte al giorno le probabilità diventano anche più alte. Ho sempre sperato di “portare” a bordo Brad Pitt, possibilmente senza la Jolie, ma negli USA, a parte un pit stop a Miami, non ci sono mai stata da AV ( assistente di volo).  Essendo alle prime armi e dovendo mostrarmi professionale ( in fondo volavo per la nostra compagnia di bandiera) il mio comportamento doveva essere irreprensibile, ed effettivamente devo dire che non sono mai andata oltre il “posso aiutarla?”, “dolce o salato?”, “caffè, the?”. Tranne una volta.

Natale 2005. Ho la fortuna di non volare e di trascorrere il Natale a casa coi miei. Il giorno dopo, S.Stefano, avrei dovuto fare un Milano-Roma, Roma-Milano, Milano-Catania e passare la notte a Catania. Quella notte sogno che sul primo Milano-Roma sarebbe salita Michelle Hunziker. Credo che il sogno fosse stato veicolato inconsciamente dal mio ex fidanzato che la adorava e che ogni volta mi chiedeva se l’avessi incontrata a bordo. Quel Natale, parlandone lui mi disse “se la incontri chiamami e passamela al telefono!”.

La incontrai.

Su quel volo, alle 11 del mattino, c’erano tutti i vips possibili e immaginabili. Avevano cancellato (guarda un po’) il volo delle 9 inglobandolo al mio, perciò oltre ai vips, mi sono beccata anche gli isterismi collettivi per il ritardo e il volo precedente cancellato. Oltre ai bagagli extra che non entravano nelle cappelliere. Sì, effettivamente certe cose non mi mancano. Ricordo ancora che salirono Bruno Vespa e consorte, Benedetta Parodi e Caressa coi pupi, Antonella Ruggiero, Anna Kanakis e ultima…Michelle Hunziker. Ero in piedi nell’area mediana dell’MD80 e quando mi passa davanti, oltre al classico “Buongiorno, benvenuta a bordo” , non mi trattengo e le dico “non ci posso credere, ho sognato che prendeva questo volo!”. E lei, bellissima e sorridente come appare in TV, si volta e mi dice “Davvero? dopo la prego, me lo deve raccontare!”. Ero in panne. Dovevo lavorare, ma volevo anche chiacchierare con lei, raccontarle cosa mi era successo, magari davanti ad un buon caffè ( che non era quello di bordo). Non avrei tirato fuori il libro di Luca Bianchini che stavo leggendo allora, Eros- Lo giuro, biografia accreditata del mio idolo di sempre, nonché ex marito della Hunziker. No, no quello no, anche se sarebbe potuto essere l’unico pezzo di carta su cui farmi fare l’autografo. Non era il caso in effetti. Partiamo. Io mi allaccio sullo strapuntino in coda e Michelle accompagnata da Emanuela Ferrari, sua personal manager allora, è seduta nell’ultima fila, proprio davanti a me. Prima di partire mi chiede se l’aereo è sicuro perché lei ha paura di volare e poi mi dice “si ricordi di raccontarmi il sogno!”.

Inutile dire che quel volo, durato 50 minuti, ma partito con un’ora di ritardo, è stato un delirio. Su e giù col carrello, aereo pieno, richieste a destra e sinistra. Non è stato proprio il volo ideale. Però, arrivata in coda, al momento di servire da bere racconto il sogno a Michelle. Lei sorride e mi dice, “dai, appena atterrati a Roma chiamiamo il tuo ragazzo”. Siamo atterrati 2 ore dopo l’orario previsto (tra ritardi e slot vari). La Hunziker, in quel periodo, stava recitando a teatro in “Tutti insieme appassionatamente” e doveva presentarsi di corsa lì. Non c’era tempo per nulla. La aiutai a prendere i bagagli dalle cappelliere, la ringraziai per il pensiero e lei ringraziò me, dicendomi di scriverle via mail, che se fosse riuscita, magari avremmo fatto una sorpresa al mio ex.

Le avevo poi scritto e molto gentilmente mi rispose che a causa degli impegni lavorativi e familiari non sarebbe riuscita, ma ci era vicina (per quel matrimonio mai avvenuto) e ci mandava un grosso sorriso.

Sono passati quasi 10 anni e ricordo ancora il sorriso e la gentilezza di questa ragazza, oltre allo stupore sul mio sogno. Tra tutti quelli che ho incontrato e conosciuto è stata l’unica, in quei pochi minuti in cui le nostre vite si sono incrociate, ad essere umile (ammettendo la paura di volare) e umana.

Grazie Michelle per essere stata così come sei. Ti perdono per non aver organizzato quella sorpresa al mio ex, però se vuoi adesso puoi rimediare. Mio marito fa una panissa speciale, se tu e Tomaso volete unirvi, siamo nel Monferrato. Non c’è bisogno che buchiate la gomma come George. Vi apriamo lo stesso!

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Nasciamo e moriamo.

Nasciamo e moriamo.

Ognuno di noi nell’arco della propria vita ha purtroppo perso qualcuno di caro, che  sia stato un genitore od un amico. Si tratta sempre di un vuoto che rimane incolmabile e di una sofferenza interiore che ci consuma a poco a poco se non riusciamo a farcene una ragione. Si fa veramente fatica a parlare della morte, eppure anche questa fa parte della Vita e pare esserne l’unica certezza.

Veniamo messi al mondo e accuditi, cresciamo e iniziamo a camminare da soli. Cerchiamo uno scopo, un obiettivo e facciamo in modo di raggiungerlo. A volte va bene, a volte va male. Se non ci sono grossi ostacoli o intoppi possiamo anche ambire all’età pensionabile (non alla pensione eh…) che ormai sta coincidendo con la fine del ciclo della nostra vita. Nessuno ci insegna a morire. Nessuno ci dice che atteggiamento dovremmo avere nei confronti della morte, sappiamo solo che accadrà, non sappiamo quando, non sappiamo come dovremmo reagire, e non sappiamo in che modo. Oltre chiaramente a non sapere PERCHE’. Sappiamo però che può far male, che può essere dolorosa e tendenzialmente le diamo una connotazione palesemente negativa. Ci strappa via dalla terra che abbiamo calpestato, dove abbiamo vissuto e coltivato sogni, speranze, VITA. Ci toglie dalla vista chi più amiamo. E incolpiamo Dio o chi per Lui per averci fatto subire questo torto.  E ci sentiamo dire, “la vita va avanti”, quando siamo in preda al dolore più acuto, più forte, quello che parte dalle radici del cuore e arriva fino al cervello, rimuovendo ogni nostro paletto razionale. E se ci riusciamo, piangiamo lacrime inconsolabili.

La Natura è cinica, a volte crudele, e stranamente non è opera dell’uomo, che di solito è un distruttore… La Natura compie il suo ciclo e vince sempre, su tutto.E allora per quale motivo non cambiamo atteggiamento nei confronti di questo scheletro incappucciato di nero che viene a prenderci con la falce senza un vero motivo apparente?

Il problema è che noi viviamo pensando di non andarcene mai. Non accettiamo la sofferenza. Vorremmo vivere di solo piacere. E lo sappiamo. Ci riteniamo invincibili, eterni, soprattutto quando siamo più giovani. Abbiamo meno anni e non pensiamo alla parola fine, visto che siamo appena all’inizio. Eppure può succedere. Le persone più care che ho perso finora sono state tutte vittime della stessa malattia. Quella Malattia, quella parola che fa paura solo a pensarla e a nominarla: il CANCRO. Giovani e Vecchi. Una malattia che improvvisamente si manifesta nel corpo di una persona e che si cerca di debellare, di eliminare. E la persona in questione ci deve convivere. Deve convivere con il suo peggior nemico di sempre. Quello che potrebbe portarla alla conclusione forse anticipata dei suoi giorni. Anticipata rispetto alla prospettiva di vita che abbiamo, perchè in fondo alla conclusione ci si deve arrivare. E continuiamo a non accettarlo. Lo sappiamo ma non lo accettiamo.E cosa facciamo? Ci affidiamo alla scienza per farci curare, per debellare il male, per debellare la malattia. In un’intervista Tiziano Terzani definisce la malattia come il prodotto del nostro modo di vivere, il risultato di quello che vediamo, di quello che mangiamo, dei mestieri assurdi che facciamo e che ci frustrano. Quando gli è stato diagnosticato il tumore, Terzani lo racconta così “Uno? Ne ho vari, di qua e di là, ci convivo. Ma la cosa curiosa è che siamo una cosa sola, sarebbe stupido pensare che loro ammazzano me e io ammazzo loro, ce ne andremo insieme.” Secondo lui (che ha affrontato diversi percorsi per tentare la guarigione finché  ha deciso di ritirarsi e viverla da solo nella sua baita nell’Appenino Tosco-Emiliano) il primo passo verso una forma di guarigione ( guarigione, non cura) è ISOLARSI. Ci sono momenti nella vita in cui certe cose si affrontano da soli. Non si può essere in compagnia a soffrire della sofferenza di chi ti guarda. Ecco. Questa frase mi ha colpita. Pensatela al contrario: accanto a chi sta male si cerca di essere forti, di non far vedere quanto si soffra per evitargli altri pensieri. Ma gli occhi parlano e dicono ciò che si vuole nascondere. Noi non accettiamo che la nostra vita porti in sé sofferenza. E non appena ci ammaliamo, da un semplice raffreddore a qualcosa di più serio, ci imbottiamo di pastiglie, medicine che ci danno sollievo, che ci “guariscono”. Ma non c’è piacere senza sofferenza. E non c’è sofferenza senza piacere. E’ una questione di equilibrio, di armonia degli opposti.

Io mi sono resa conto della caducità della vita quando mia madre si è ammalata di cuore. L’ho sempre vista come una donna indistruttibile. Grande lavoratrice, forte e coraggiosa, con un caratteraccio da Ariete, ma buona e generosa. Quando mi hanno detto dieci anni fa, “serve un trapianto” mi è caduto il mondo addosso. Ho realizzato che poteva andare incontro alla morte. E abbiamo fatto tutto quello che c’era da fare, consapevoli che da un momento all’altro le poteva accadere qualcosa. Non ero preparata e ho lottato contro tutta la mia emotività per infonderle coraggio e speranza e non piangerle mai davanti. Lei ha trascorso questi ultimi anni abbastanza bene, tra pastiglie che le hanno letteralmente salvato la vita e visite a destra e a manca. E oggi siamo ancora qui, in lista d’attesa. Ma nè io, nè mio padre sapremmo affrontare con lei questo discorso. E’ come fosse un tabù. Fa paura. “Se non vuoi morire, prendi le medicine” tuoniamo ogni volta per la sua scarsa costanza verso il farmaco. “Tanto prima o poi devo morire”. La sua risposta. E finisce lì.

Non siamo eterni. E mi viene da dire: per fortuna! Se lo fossimo, immaginereste la noia mortale? Terzani nelle sue riflessioni sulla vita la prende con ironia: “se fossimo eterni immaginatevi  un mondo pieno di nonni, bisnonni, trisavoli, bisogna sfoltire un po’,suvvia…”. Bisogna saper accettare la morte come parte della vita.

E’ difficile. Non siamo abituati a pensare ad essa, se non quando ne siamo investiti di riflesso. Ma ogni tanto credo faccia bene farlo, ci da consapevolezza. La consapevolezza di come condurre la nostra esistenza per saper guarire dalla paura della morte, dopo averne tuttavia tentato la cura.

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L’effetto della musica: ricordi.

Da quando ho scritto il post sulla canzone di Gary Barlow non riesco a togliermela di mente. Sono anche andata a rileggerlo e alla fine ho ancora cliccato il video per ascoltare la canzone. Mi spiace, ma sento di dover dedicarci ancora un pensiero. Ho guardato e riguardato quel video più volte tanto da farmi generare un flusso di immagini e ricordi che si sono susseguiti velocemente. Ricordi belli, lontani e come sempre un po’ nostalgici  (come me d’altronde) verso un tempo spensierato con pochi pensieri verso il futuro.

Ho pensato in ordine prima a Marella e poi al canto.

Marella. Marella è una ragazza, mia compaesana, che conosco praticamente da sempre. Abbiamo frequentato le stesse scuole, ma essendo più giovane di un anno non abbiamo mai frequentato la stessa classe. Marella mi ha provocato tre associazioni di idee. Numero 1. Era una fan dei Take That (Mare so che se leggerai questo post un po’ mi odierai per aver svelato questa cosa, ma hai un’attenuante: eri giovane!). Lei non lo sa, ma se ho iniziato a chiedermi chi fossero è perchè lei, su quel famoso pulmino delle medie, ne parlava. Numero 2: Abbiamo frequentato lo stesso liceo e di nuovo stesso tragitto, casa-scuola, scuola-casa. Abbiamo preso lo stesso pullman per almeno 3 anni. All’una, usciti da scuola, ci ritrovavamo alla fermata (300 metri dal liceo) per tornare a casa. C’era un bar, il “Fante di Cuori”. Dopo tutta la mattina a scuola, esci che hai un certo languorino…e cosa fai? Vuoi non stuzzicare o bere qualcosa al bar durante l’attesa? uno snack, due patatine, un the freddo, una coca-cola…un qualsiasi appetizer che ti riempia quel buchino nello stomaco prima che diventi una voragine. Ecco. La parola d’ordine era “Mare mi presti 500 Lire?”, “Mare hai mica 1000 Lire?”.  (Sì, c’erano le lire…). Ah scusate, era la MIA parola d’ordine. Una santa. Mi ha sopportato per anni. Almeno fino ai 18. Un investimento senza guadagno. Forse in perdita. Con l’avvento della patente il Fante di cuori non l’ho più visto. Questo sketch con Marella era diventato una sorta di gioco: nonostante sapessi che all’una potevo aver voglia di mangiare qualcosina, non avevo mai soldi a sufficienza, mi mancavano perennemente delle monetine, che fossero 200/500 lire quando andava bene, e lei usciva di casa sapendo già che me le avrebbe prestate. Io poi non osavo più chiederle niente. Mi vergognavo da morire, ma lei mi guardava e mi diceva “Cò vuoi qualcosa?”  già entrando al bar. Se le dicevo di no, lei usciva comunque con qualcosa e un “offro io”!!!! et voilà, il circolo vizioso riprendeva…che grande! Mi viene da sorridere al pensiero. E anche un po’ di vergogna in realtà, ma andava davvero così. Il tutto era spontaneo e naturale, non c’era nessun tipo di premeditazione, tanto meno un secondo fine. Anche perchè alla fine, essendo dei prestiti era mio dovere restituirle tutto. Così a fine anno tiravo una riga, come si suol dire, e le restituivo ciò che le dovevo. O almeno ci speravo. Il problema è che nessuna delle due era a conoscenza dell’ammontare totale. Nè io nè lei ce lo siamo mai segnate. Ho fatto una stima, posso averle dato di più come di meno, io non lo sapevo e lei nemmeno. Negli anni a venire, nonostante non ci siamo più frequentate, siamo rimaste in contatto. In questo ringrazio Facebook. Nel frattempo, si è laureata, è diventata una cantante ed anche mamma. E quest’estate ha cantato al mio matrimonio. Associazione numero 3.

Canto. Ascoltare una voce, piena, profonda, bella, in grado di emozionare è sublime. E ancora più bello è fermarsi a contemplarla e magari cantare con lei (o lui). Se rinascessi vorrei avere quella voce. La voce del talento, quella che ti porta a non renderti conto di avere un’ugola d’oro ma che ti fa godere ogni volta che vibra e scaturisce un suono. Da bambina organizzavo con la figlia di amici, dei piccoli siparietti durante i quali cantavamo le sigle dei cartoni animati e i “grandi” ci davano poi la monetina per l’ascolto. Elemosinavamo via, anche se eravamo convinte della nostra bravura. Saper cantare è meraviglioso. In qualunque momento puoi tirar fuori la tua voce e unire chi ti sta vicino. Far cantare o ballare allo stesso tempo. Cosa c’è di più poderoso? Anche se non ho una bella voce, sono un po’ intonata e mi piace cantare. La mia migliore amica, per il suo matrimonio, aveva incaricato la pianista del  nostro gruppo di amiche, Arianna, di suonare e scegliere i pezzi, mentre Laura ed io dovevamo cantare. Arianna avrebbe sia cantato con noi sia accompagnato al piano, suo marito invece al sax. Quel sabato mattina Arianna  si è svegliata senza voce. “Ragazze dovrete cantare senza di me”. Nessun problema. Cosa ci vuole? Tanto è solo Baglioni.  Il buon vecchio Claudio. Immaginatevi due di quelle emoticons con la faccia da urlo di Munch…ecco, quelle eravamo Laura ed io. E’ stato indimenticabile. Davanti a tutti. E qui termina il mio flusso di pensieri.

Ricapitolando: GaryBarlow/TakeThat/Marella/Liceo/oFantediCuori/Matrimonio.

E stecca finale al matrimonio di Jenny. Ripeto, indimenticabile.

Passo e chiudo.

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