corinne, corinne noca, lettura, parola, pensiero, Senza categoria

Segreti e bugie

Può un segreto essere considerato una bugia? Omettere un dettaglio, una considerazione, un fatto e’ sinonimo di menzogna?

Quando andavo all’università frequentavo corsi di letteratura inglese e mi ricordo, come fosse ieri, di una tesina che l’allora prof. ci aveva dato da consegnare all’esame come integrazione alla frequenza. L’esame istituzionale, così si chiamavano allora gli esami semestrali prima della riforma universitaria (nuovo ordinamento), verteva su un romanzo di Jane Smiley, A Thousand Acres, (1991) da cui hanno poi tratto un film nel 1997, Segreti. 

Ma cosa c’entra un romanzo contemporaneo con la letteratura inglese? Beh, il romanzo in se era una sorta di remake del King Lear di Shakespeare e il corso riguardava chiaramente le analogie e somiglianze in chiave contemporanea della tragedia shakespeariana. Ognuno di noi doveva trovare un argomento della trama significativo e tradurlo in una tesina argomentativa.

Credo che sia uno dei corsi che ricordo di piu’ in assoluto. Io avevo analizzato uno dei temi principali, un segreto che una delle protagoniste aveva custodito per se, e da questo segreto era partito il mio filo conduttore.

Possono i segreti essere considerati delle bugie? Se qualcuno ci fa una confidenza e ci chiede di non comunicarlo ad altri questo nostro atteggiamento e’ chiaramente leale nei confronti di chi ci ha chiesto di tenere la bocca chiusa. Ma se ci capita di dover omettere davanti a qualcun altro quella stessa confidenza , nei confronti di questa persona noi come ci consideriamo? Falsi? Bugiardi? O sempre leali?

In un’amicizia la lealta’ e la correttezza sono caratteristiche basilari e fondamentali, non ci sogneremmo mai di tradire la fiducia che ci e’ stata riposta da un amico. Ma non solo in un’amicizia, in generale questo discorso dovrebbe valere  in tutti i rapporti con le persone, che siano lavorative o affettive. Bisognerebbe essere sempre leali. Ma non sempre capita.

Bugie bianche e bugie nere. Le bugie bianche sono quelle che noi consideriamo prive di conseguenze, del tutto innocenti, quelle che evitiamo di dire per paura di disturbare o ferire l’altro, con la  totale volontà di non creare problemi. Quelle nere sono quelle che ci preservano dai danni che noi stessi abbiamo causato e di cui non vogliamo prendere responsabilità. Di solito quest’ultime sono quelle più pericolose. Ma davvero dobbiamo trovare un’alibi per le bugie? Distinguerle in bianche e nere? In fondo alla fine una bugia, che sia bianca o nera, sempre tale resta.

Ma perche’ si mente? Siamo spinti dall’insicurezza? Abbiamo paura? Qual e’ il motivo per cui ogni tanto ci capita di mentire? E come ci sentiamo dopo averla detta? Fin da quando siamo bambini ci dicono di non dire le bugie, “altrimenti ti cresce il naso come Pinocchio”. Inevitabilmente almeno una volta nella vita a chiunque è capitato. Argomento scottante quello delle bugie, abbiamo tutti paura ad ammettere che ci capita di dirle perchè ne andrebbe della nostra credibilità…allora chiedo, quando vi è capitato di dire una bugia, come ve  la siete giustificati a voi stessi?

Pensate anche ai sentimenti:  le bugie non sono solo quelle che si dicono, sono soprattutto quelle che si pensano e che si negano a se stessi. Forse le peggiori.

Pensateci. E mi raccomando. Non mentite…le bugie hanno le gambe corte.

Standard
lettura

Non potevo non pensarti…

Accanto alle sensazioni olfattive che rievocano ricordi apparentemente sopiti nel nostro subconscio, ci metto anche le stimolazioni visive e uditive. Con assoluta certezza Posso affermare che ogni volta che sento una canzone di Biagio Antonacci, mi viene in mente la mia amica Patty. Ogni volta che sento Riccardo Cocciante mi viene in mente una delle sue canzoni più famose, Margherita, e, di conseguenza, mia madre che all’età di 6 o 7 anni me l’ha fatta ascoltare più e più volte con le cuffie perchè le scrivessi il testo …

Io non posso stare fermo, con le mani nelle mani, tante cose devo fare prima che venga domani…

..eh…cade giusto a pennello! Ricordi, associazione d’idee, pensieri. Il filo conduttore di questa mia prima settimana virtuale è proprio questo, l’associazione di idee.

Non potevo non pensarti… e scriverti non appena l’hanno inquadrato! Ho sentito quella canzone e mi sei subito venuta in mente! Ieri sera ho ricevuto un uozz (whatsapp) da un’amica durante la visione di una serie televisiva che mi appassiona: “Immagino cosa stai guardando!!!!!”. Non ha sbagliato, stavo proprio guardando quello a cui faceva riferimento…e no, non ve lo dico, e’ un segreto…tanto chi mi conosce lo sa! Ed è qui che sta il punto: quanto ci/si conoscono le persone che ci stanno accanto? Come si misura la conoscenza?

Dopo quel primo messaggio si sono susseguite una serie di battute che mi hanno fatto sorridere e mentre ridevo, pensavo che certe cose non cambiano mai. Per fortuna. Poche certezze, alcune difficilmente mutano. E dovrebbero essere quelle che fanno da contorno alla nostra esistenza. Le stesse che devono superare la prova del tempo, delle discussioni, delle divergenze. E quando si superano si sale sul podio. Quel podio che ci permette di dire esattamente quello che pensiamo, di sapere esattamente come comportarci con quella o quell’altra persona, di sapere quali tasti toccare per sentir suonare una determinata melodia o per evitare associazioni di note imperfette….effettivamente il pianoforte, con l’apprendimento dei suoi bianchi e dei suoi neri,  potrebbe rendere l’idea del “come si misura la conoscenza”.

Quando ho iniziato a suonare il piano avevo 9 anni. Mi hanno sempre detto che appena nata ero mani e piedi ( che bell’immagine!) e crescendo la frase storica è stata “dovresti suonare il piano, hai le mani da pianista”. Mia mamma si è lasciata abbindolare e mi ha iscritta ad un corso di pianoforte. Ho resistito 5 anni. Mi piaceva ma facevo sempre le stesse cose, mi sembrava di non andare mai avanti. Solfeggio, scala, una mano, poi due mani, scala di do, scala di fa… non andavo avanti perchè non m’impegnavo come avrei dovuto. Dovevo studiare, ripetere gli esercizi più e più volte finchè non mi venivano perfettamente…ci voleva del tempo, mentre io invece, una volta imparato a leggere le note volevo già saper improvvisare! Certo, che presuntuosa. Diedi la colpa al professore dicendo che mi faceva fare sempre le stesse cose e convinsi mia madre che preferivo giocare a pallavolo. Lei no. Io sì. Vinsi io e  così fu. Imparare a suonare il pianoforte richiede anni. Il discorso è questo: per conoscere e sapere c’è bisogno di tempo, di apprendimento, di volontà. Sempre. Le intuizioni o le sensazioni sono piccoli misteri irrazionali del nostro io, che a volte ci aiutano a volte no, ma non possiamo farvi sempre affidamento. La conoscenza dell’altro è frequentazione, ascolto, pazienza, sensibilità. La ripetizione del legame causa/effetto: se mi comporto così, reagisce così, se invece faccio cosà forse è meglio…tutti ragionamenti che si fanno quando s’inizia a conoscere bene qualcuno.

Durante l’adolescenza è più difficile conoscere qualcuno nel vero significato della parola. C’è più tendenza a lasciarselo alle spalle dopo uno scontro o una differenza d’opinione. Si è più volubili: è più semplice cambiare idea e anche persone. Per questo man mano che cresciamo diventiamo più saggi e più volitivi ( a volte, dipende poi dal carattere). Io ad esempio non so se sono diventata più saggia o meno, però sono cambiata nella considerazione del rapporto con gli altri. Una volta cercavo sempre l’approvazione di tutti: dai miei amici ai miei genitori, non volevo deludere nessuno.Un’ arma a doppio taglio il cui rischio è quello di privarsi del proprio benessere. Adesso invece sono molto più selettiva: decido di investire il mio tempo se c’è uno scambio e se c’è volontà. In caso contrario, evito. Non voglio sprecarlo, la vita nel suo andare avanti non risparmia nessuno e mi sta insegnando che il tempo va goduto a pieno nella sua scorrevolezza e nel rispetto di esso stesso.

La misura della conoscenza può quindi essere il tempo senza misura.

The Morning Later è la scelta di condividere frammenti del mio tempo. Con voi.

Standard
ansia, aspettativa, corinne, corinne noca, lettura, parola, pensiero

Ansia da prestazione o aspettativa?

Ieri sono andata a dormire pensando a cosa scrivere questa mattina. Per la prima volta. E per la prima volta ho vissuto l’ansia da prestazione. Ho preso la mia moleskine (rigorosamente con copertina morbida nera ed elastico) e ho abbozzato dei temi. Sì, l’ho fatto. Ma l’ho fatto perchè mi è già capitato di non ricordarmi da un secondo all’altro cosa devo dire. Un pensiero istantaneo e pouff! svanito! In dialetto piemontese si dice “perdere”. Ecco, perdo. Una volta mi ricordavo tutto, giuro. Mi ricordavo anche i giorni esatti in cui capitavano certi fatti. Personali eh. Non ero ai livelli di Virna, una mia amica che se le chiedi “quando è avvenuto il fatto di Avetrana?”, “quando è stata la tua gita in prima elementare?” ti risponde con il timer. Giorno, data e ora. Esatta. No, no  a quei livelli non c’è competizione. Però sì, non perdevo un compleanno, le ricorrenze, nulla. Adesso invece è come se non fossi mai passata di lì. E così ho scritto i temi.

The Morning Later , cioè stamattina, nel riprendere gli appunti non ero convinta. Ho scritto il titolo del post. Doveva essere “La figlia di papà”, risultato di una serie di pensieri che mi sono messa a fare dopo aver letto una bellissima mail di mio padre in merito a questa mia nuova iniziativa. Una piccola gratificazione che volevo premiare. Quando ho iniziato a scrivere però, mi sono accorta di star perdendo ( continuo a perdere…) la naturalezza dei miei pensieri. Sì, perchè mi sembrava di sapere già cosa dovevo scrivere, come in un tema. Invece no! Ho deciso di scrivere in questo spazio virtuale, raggiungibile da tutti e da nessuno, i pensieri derivati dal giorno precedente o dal ricordo di un evento. Lasciar galleggiare la mentre finchè non arriva a riva.  Non è necessario che io scriva degli appunti o dei temi, la semplicità e la freschezza devono emergere sole. Più elaboro prima e più perdo il flusso delle mille parole che porto con me. E così nello scrivere l’incipit di un altro titolo sono andata avanti.

Sono stata anch’io vittima dell’aspettativa. Il pensiero che anche solo una persona stesse aspettando di leggere il mio post mi ha destabilizzata. Ma l’ha fatto perchè non mi aspettavo che potesse piacere, o semplicemente che potesse avere un sèguito! Se da un lato c’è stata un’iniezione di fiducia, dall’altro c’è stato il timore di deludere. E se non piace? E se non scrivo niente di interessante? E se smette di seguirmi? Troppi se, troppi pensieri fanno perdere la bussola. Io non scrivo per qualcuno, scrivo qui perchè mi piace farlo. E se quel qualcuno mi segue, mi incita, mi stimola ben venga! Ma se non mi segue, mi critica o smorza il mio entusiasmo, beh, pazienza. Non ho aspettative. Non avendole non dovrei avere nemmeno l’ansia da prestazione.

E invece nella vita reale non è così. Siamo tutti, nel bene e nel male, proiettati al risultato di un’ operazione. Che questa sia amorosa, sociale, lavorativa, poco cambia. Aspettiamo. Un bacio, un regalo, una chiamata, la promozione. E nella maggior parte dei casi , ciò che ci aspettiamo è sempre diverso da quello che realmente succede, no? “Questo è un lavoro dove si aspetta sempre qualcosa”. Ricordo ancora come fosse ieri, il nostro istruttore di Technics in Lauda Air. Tra la spiegazione di un flap e l’altro, pressurizzazione e depressurizzazione in cabina, sento ancora le sue parole. “Aspettare il briefing, aspettare la navetta che vi porta in aeroporto, aspettare di salire a bordo, aspettare che le operazioni di rifornimento terminino,aspettare il de-icing, aspettare la salita dei passeggeri, aspettare lo slot…” e così via. Aspettare. Attendere. Prendere tempo. Rimandare. Rinviare. Temporeggiare. Procrastinare. Tutti sinonimi di un’unica azione e del sinonimo più forte: FERMARSI.

In questa vita dove c’è un tempo che s’inabissa senza che noi riusciamo nemmeno a prendere fiato, fermarsi può volerl dire rendersi conto di ciò che ci circonda e farci riflettere su ciò che siamo, su ciò che vogliamo o desideriamo, sul come, sul perchè.

Allora mi fermo. E aspetto. Ok, lo ammetto, ha vinto l’aspettativa.

Standard