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Speranze

L’altra sera su Rai Storia ho visto un pezzo dell’intervento di Fabiola Gianotti pronunciato il 7 novembre nel salone dei Corazzieri del Quirinale, durante il secondo incontro con gli studenti italiani sul tema L’Europa della scienza.

Premetto che di meccanica quantistica non ci capisco niente, ma sono rimasta comunque inebriata dalla spiegazione del Bosone di Higgs che questo orgoglio nazionale, futura prima donna direttore del Cern di Ginevra, ha dato di fronte al presidente della Repubblica e a dei semplici ragazzi di un liceo scientifico.

Nell’ascoltarla, ho guardato mia figlia e ho pensato al futuro. Ho pensato a cosa vorrei per lei e cosa mai diventerà.

Ogni genitore vorrebbe il meglio per i propri figli: se potesse decidere per loro sarebbe perfetto. Invece, per fortuna, ognuno di loro ha le proprie inclinazioni, i propri desideri, le proprie passioni che dovranno maturare e pian piano scoprire. Noi genitori dovremo, prima di assecondarli, cercare di capire in cosa sono portati e guidarli, aiutarli. Penso che questa sarà la cosa più difficile da fare. Oggi la vedo così, piccola e indifesa, ma con un carattere forte già sviluppato e una testardaggine peggiore di quella di un adulto. In cuor mio sento che andrà lontano, che diventerà Qualcuno. O forse sono solo le speranze di una mamma in erba che ha ancora tutto da imparare. Solo ora, mi rendo conto dei pensieri e delle paure che aveva mia mamma quando ero bambina. Prima ero figlia e la capivo fino ad un certo punto, anche se i miei non si possono lamentare visto che non ho mai avuto grilli per la testa, studiavo, ascoltavo e obbedivo. Sono cresciuta con la paura di deluderli e questo mi ha sempre spinto a comportarmi bene e a cercare di ottenere il massimo dai miei sforzi. In passato, pensando a quando sarei stata io madre, ero certa di non dovermi preoccupare se i miei figli fossero stati come me. In realtà, questo non lo sai finché non lo vivi e in ogni caso, la preoccupazione è sempre lì, in agguato.

Mi auguro che lei possa fare quello che desidera, che si realizzi e che scopra dentro di sé quel talento che tutti noi abbiamo ma che raramente riusciamo a far emergere.

Mi auguro di riuscire a impartirle i valori con i quali sono cresciuta io.

Mi auguro di non limitarla nella sua libertà e di insegnarle ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Mi auguro di essere una buona mamma.

Mi auguro che lei sappia apprezzarmi e volermi bene.

Mi auguro che un domani, rileggendo tutto questo, io possa essere fiera del lavoro che avremo fatto. Che diventi una scienziata o sia una semplice spazzina, quello che conta è che lei sia felice. Questa è la mia unica speranza.

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Nasciamo e moriamo.

Nasciamo e moriamo.

Ognuno di noi nell’arco della propria vita ha purtroppo perso qualcuno di caro, che  sia stato un genitore od un amico. Si tratta sempre di un vuoto che rimane incolmabile e di una sofferenza interiore che ci consuma a poco a poco se non riusciamo a farcene una ragione. Si fa veramente fatica a parlare della morte, eppure anche questa fa parte della Vita e pare esserne l’unica certezza.

Veniamo messi al mondo e accuditi, cresciamo e iniziamo a camminare da soli. Cerchiamo uno scopo, un obiettivo e facciamo in modo di raggiungerlo. A volte va bene, a volte va male. Se non ci sono grossi ostacoli o intoppi possiamo anche ambire all’età pensionabile (non alla pensione eh…) che ormai sta coincidendo con la fine del ciclo della nostra vita. Nessuno ci insegna a morire. Nessuno ci dice che atteggiamento dovremmo avere nei confronti della morte, sappiamo solo che accadrà, non sappiamo quando, non sappiamo come dovremmo reagire, e non sappiamo in che modo. Oltre chiaramente a non sapere PERCHE’. Sappiamo però che può far male, che può essere dolorosa e tendenzialmente le diamo una connotazione palesemente negativa. Ci strappa via dalla terra che abbiamo calpestato, dove abbiamo vissuto e coltivato sogni, speranze, VITA. Ci toglie dalla vista chi più amiamo. E incolpiamo Dio o chi per Lui per averci fatto subire questo torto.  E ci sentiamo dire, “la vita va avanti”, quando siamo in preda al dolore più acuto, più forte, quello che parte dalle radici del cuore e arriva fino al cervello, rimuovendo ogni nostro paletto razionale. E se ci riusciamo, piangiamo lacrime inconsolabili.

La Natura è cinica, a volte crudele, e stranamente non è opera dell’uomo, che di solito è un distruttore… La Natura compie il suo ciclo e vince sempre, su tutto.E allora per quale motivo non cambiamo atteggiamento nei confronti di questo scheletro incappucciato di nero che viene a prenderci con la falce senza un vero motivo apparente?

Il problema è che noi viviamo pensando di non andarcene mai. Non accettiamo la sofferenza. Vorremmo vivere di solo piacere. E lo sappiamo. Ci riteniamo invincibili, eterni, soprattutto quando siamo più giovani. Abbiamo meno anni e non pensiamo alla parola fine, visto che siamo appena all’inizio. Eppure può succedere. Le persone più care che ho perso finora sono state tutte vittime della stessa malattia. Quella Malattia, quella parola che fa paura solo a pensarla e a nominarla: il CANCRO. Giovani e Vecchi. Una malattia che improvvisamente si manifesta nel corpo di una persona e che si cerca di debellare, di eliminare. E la persona in questione ci deve convivere. Deve convivere con il suo peggior nemico di sempre. Quello che potrebbe portarla alla conclusione forse anticipata dei suoi giorni. Anticipata rispetto alla prospettiva di vita che abbiamo, perchè in fondo alla conclusione ci si deve arrivare. E continuiamo a non accettarlo. Lo sappiamo ma non lo accettiamo.E cosa facciamo? Ci affidiamo alla scienza per farci curare, per debellare il male, per debellare la malattia. In un’intervista Tiziano Terzani definisce la malattia come il prodotto del nostro modo di vivere, il risultato di quello che vediamo, di quello che mangiamo, dei mestieri assurdi che facciamo e che ci frustrano. Quando gli è stato diagnosticato il tumore, Terzani lo racconta così “Uno? Ne ho vari, di qua e di là, ci convivo. Ma la cosa curiosa è che siamo una cosa sola, sarebbe stupido pensare che loro ammazzano me e io ammazzo loro, ce ne andremo insieme.” Secondo lui (che ha affrontato diversi percorsi per tentare la guarigione finché  ha deciso di ritirarsi e viverla da solo nella sua baita nell’Appenino Tosco-Emiliano) il primo passo verso una forma di guarigione ( guarigione, non cura) è ISOLARSI. Ci sono momenti nella vita in cui certe cose si affrontano da soli. Non si può essere in compagnia a soffrire della sofferenza di chi ti guarda. Ecco. Questa frase mi ha colpita. Pensatela al contrario: accanto a chi sta male si cerca di essere forti, di non far vedere quanto si soffra per evitargli altri pensieri. Ma gli occhi parlano e dicono ciò che si vuole nascondere. Noi non accettiamo che la nostra vita porti in sé sofferenza. E non appena ci ammaliamo, da un semplice raffreddore a qualcosa di più serio, ci imbottiamo di pastiglie, medicine che ci danno sollievo, che ci “guariscono”. Ma non c’è piacere senza sofferenza. E non c’è sofferenza senza piacere. E’ una questione di equilibrio, di armonia degli opposti.

Io mi sono resa conto della caducità della vita quando mia madre si è ammalata di cuore. L’ho sempre vista come una donna indistruttibile. Grande lavoratrice, forte e coraggiosa, con un caratteraccio da Ariete, ma buona e generosa. Quando mi hanno detto dieci anni fa, “serve un trapianto” mi è caduto il mondo addosso. Ho realizzato che poteva andare incontro alla morte. E abbiamo fatto tutto quello che c’era da fare, consapevoli che da un momento all’altro le poteva accadere qualcosa. Non ero preparata e ho lottato contro tutta la mia emotività per infonderle coraggio e speranza e non piangerle mai davanti. Lei ha trascorso questi ultimi anni abbastanza bene, tra pastiglie che le hanno letteralmente salvato la vita e visite a destra e a manca. E oggi siamo ancora qui, in lista d’attesa. Ma nè io, nè mio padre sapremmo affrontare con lei questo discorso. E’ come fosse un tabù. Fa paura. “Se non vuoi morire, prendi le medicine” tuoniamo ogni volta per la sua scarsa costanza verso il farmaco. “Tanto prima o poi devo morire”. La sua risposta. E finisce lì.

Non siamo eterni. E mi viene da dire: per fortuna! Se lo fossimo, immaginereste la noia mortale? Terzani nelle sue riflessioni sulla vita la prende con ironia: “se fossimo eterni immaginatevi  un mondo pieno di nonni, bisnonni, trisavoli, bisogna sfoltire un po’,suvvia…”. Bisogna saper accettare la morte come parte della vita.

E’ difficile. Non siamo abituati a pensare ad essa, se non quando ne siamo investiti di riflesso. Ma ogni tanto credo faccia bene farlo, ci da consapevolezza. La consapevolezza di come condurre la nostra esistenza per saper guarire dalla paura della morte, dopo averne tuttavia tentato la cura.

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L’effetto della musica: ricordi.

Da quando ho scritto il post sulla canzone di Gary Barlow non riesco a togliermela di mente. Sono anche andata a rileggerlo e alla fine ho ancora cliccato il video per ascoltare la canzone. Mi spiace, ma sento di dover dedicarci ancora un pensiero. Ho guardato e riguardato quel video più volte tanto da farmi generare un flusso di immagini e ricordi che si sono susseguiti velocemente. Ricordi belli, lontani e come sempre un po’ nostalgici  (come me d’altronde) verso un tempo spensierato con pochi pensieri verso il futuro.

Ho pensato in ordine prima a Marella e poi al canto.

Marella. Marella è una ragazza, mia compaesana, che conosco praticamente da sempre. Abbiamo frequentato le stesse scuole, ma essendo più giovane di un anno non abbiamo mai frequentato la stessa classe. Marella mi ha provocato tre associazioni di idee. Numero 1. Era una fan dei Take That (Mare so che se leggerai questo post un po’ mi odierai per aver svelato questa cosa, ma hai un’attenuante: eri giovane!). Lei non lo sa, ma se ho iniziato a chiedermi chi fossero è perchè lei, su quel famoso pulmino delle medie, ne parlava. Numero 2: Abbiamo frequentato lo stesso liceo e di nuovo stesso tragitto, casa-scuola, scuola-casa. Abbiamo preso lo stesso pullman per almeno 3 anni. All’una, usciti da scuola, ci ritrovavamo alla fermata (300 metri dal liceo) per tornare a casa. C’era un bar, il “Fante di Cuori”. Dopo tutta la mattina a scuola, esci che hai un certo languorino…e cosa fai? Vuoi non stuzzicare o bere qualcosa al bar durante l’attesa? uno snack, due patatine, un the freddo, una coca-cola…un qualsiasi appetizer che ti riempia quel buchino nello stomaco prima che diventi una voragine. Ecco. La parola d’ordine era “Mare mi presti 500 Lire?”, “Mare hai mica 1000 Lire?”.  (Sì, c’erano le lire…). Ah scusate, era la MIA parola d’ordine. Una santa. Mi ha sopportato per anni. Almeno fino ai 18. Un investimento senza guadagno. Forse in perdita. Con l’avvento della patente il Fante di cuori non l’ho più visto. Questo sketch con Marella era diventato una sorta di gioco: nonostante sapessi che all’una potevo aver voglia di mangiare qualcosina, non avevo mai soldi a sufficienza, mi mancavano perennemente delle monetine, che fossero 200/500 lire quando andava bene, e lei usciva di casa sapendo già che me le avrebbe prestate. Io poi non osavo più chiederle niente. Mi vergognavo da morire, ma lei mi guardava e mi diceva “Cò vuoi qualcosa?”  già entrando al bar. Se le dicevo di no, lei usciva comunque con qualcosa e un “offro io”!!!! et voilà, il circolo vizioso riprendeva…che grande! Mi viene da sorridere al pensiero. E anche un po’ di vergogna in realtà, ma andava davvero così. Il tutto era spontaneo e naturale, non c’era nessun tipo di premeditazione, tanto meno un secondo fine. Anche perchè alla fine, essendo dei prestiti era mio dovere restituirle tutto. Così a fine anno tiravo una riga, come si suol dire, e le restituivo ciò che le dovevo. O almeno ci speravo. Il problema è che nessuna delle due era a conoscenza dell’ammontare totale. Nè io nè lei ce lo siamo mai segnate. Ho fatto una stima, posso averle dato di più come di meno, io non lo sapevo e lei nemmeno. Negli anni a venire, nonostante non ci siamo più frequentate, siamo rimaste in contatto. In questo ringrazio Facebook. Nel frattempo, si è laureata, è diventata una cantante ed anche mamma. E quest’estate ha cantato al mio matrimonio. Associazione numero 3.

Canto. Ascoltare una voce, piena, profonda, bella, in grado di emozionare è sublime. E ancora più bello è fermarsi a contemplarla e magari cantare con lei (o lui). Se rinascessi vorrei avere quella voce. La voce del talento, quella che ti porta a non renderti conto di avere un’ugola d’oro ma che ti fa godere ogni volta che vibra e scaturisce un suono. Da bambina organizzavo con la figlia di amici, dei piccoli siparietti durante i quali cantavamo le sigle dei cartoni animati e i “grandi” ci davano poi la monetina per l’ascolto. Elemosinavamo via, anche se eravamo convinte della nostra bravura. Saper cantare è meraviglioso. In qualunque momento puoi tirar fuori la tua voce e unire chi ti sta vicino. Far cantare o ballare allo stesso tempo. Cosa c’è di più poderoso? Anche se non ho una bella voce, sono un po’ intonata e mi piace cantare. La mia migliore amica, per il suo matrimonio, aveva incaricato la pianista del  nostro gruppo di amiche, Arianna, di suonare e scegliere i pezzi, mentre Laura ed io dovevamo cantare. Arianna avrebbe sia cantato con noi sia accompagnato al piano, suo marito invece al sax. Quel sabato mattina Arianna  si è svegliata senza voce. “Ragazze dovrete cantare senza di me”. Nessun problema. Cosa ci vuole? Tanto è solo Baglioni.  Il buon vecchio Claudio. Immaginatevi due di quelle emoticons con la faccia da urlo di Munch…ecco, quelle eravamo Laura ed io. E’ stato indimenticabile. Davanti a tutti. E qui termina il mio flusso di pensieri.

Ricapitolando: GaryBarlow/TakeThat/Marella/Liceo/oFantediCuori/Matrimonio.

E stecca finale al matrimonio di Jenny. Ripeto, indimenticabile.

Passo e chiudo.

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Segreti e bugie

Può un segreto essere considerato una bugia? Omettere un dettaglio, una considerazione, un fatto e’ sinonimo di menzogna?

Quando andavo all’università frequentavo corsi di letteratura inglese e mi ricordo, come fosse ieri, di una tesina che l’allora prof. ci aveva dato da consegnare all’esame come integrazione alla frequenza. L’esame istituzionale, così si chiamavano allora gli esami semestrali prima della riforma universitaria (nuovo ordinamento), verteva su un romanzo di Jane Smiley, A Thousand Acres, (1991) da cui hanno poi tratto un film nel 1997, Segreti. 

Ma cosa c’entra un romanzo contemporaneo con la letteratura inglese? Beh, il romanzo in se era una sorta di remake del King Lear di Shakespeare e il corso riguardava chiaramente le analogie e somiglianze in chiave contemporanea della tragedia shakespeariana. Ognuno di noi doveva trovare un argomento della trama significativo e tradurlo in una tesina argomentativa.

Credo che sia uno dei corsi che ricordo di piu’ in assoluto. Io avevo analizzato uno dei temi principali, un segreto che una delle protagoniste aveva custodito per se, e da questo segreto era partito il mio filo conduttore.

Possono i segreti essere considerati delle bugie? Se qualcuno ci fa una confidenza e ci chiede di non comunicarlo ad altri questo nostro atteggiamento e’ chiaramente leale nei confronti di chi ci ha chiesto di tenere la bocca chiusa. Ma se ci capita di dover omettere davanti a qualcun altro quella stessa confidenza , nei confronti di questa persona noi come ci consideriamo? Falsi? Bugiardi? O sempre leali?

In un’amicizia la lealta’ e la correttezza sono caratteristiche basilari e fondamentali, non ci sogneremmo mai di tradire la fiducia che ci e’ stata riposta da un amico. Ma non solo in un’amicizia, in generale questo discorso dovrebbe valere  in tutti i rapporti con le persone, che siano lavorative o affettive. Bisognerebbe essere sempre leali. Ma non sempre capita.

Bugie bianche e bugie nere. Le bugie bianche sono quelle che noi consideriamo prive di conseguenze, del tutto innocenti, quelle che evitiamo di dire per paura di disturbare o ferire l’altro, con la  totale volontà di non creare problemi. Quelle nere sono quelle che ci preservano dai danni che noi stessi abbiamo causato e di cui non vogliamo prendere responsabilità. Di solito quest’ultime sono quelle più pericolose. Ma davvero dobbiamo trovare un’alibi per le bugie? Distinguerle in bianche e nere? In fondo alla fine una bugia, che sia bianca o nera, sempre tale resta.

Ma perche’ si mente? Siamo spinti dall’insicurezza? Abbiamo paura? Qual e’ il motivo per cui ogni tanto ci capita di mentire? E come ci sentiamo dopo averla detta? Fin da quando siamo bambini ci dicono di non dire le bugie, “altrimenti ti cresce il naso come Pinocchio”. Inevitabilmente almeno una volta nella vita a chiunque è capitato. Argomento scottante quello delle bugie, abbiamo tutti paura ad ammettere che ci capita di dirle perchè ne andrebbe della nostra credibilità…allora chiedo, quando vi è capitato di dire una bugia, come ve  la siete giustificati a voi stessi?

Pensate anche ai sentimenti:  le bugie non sono solo quelle che si dicono, sono soprattutto quelle che si pensano e che si negano a se stessi. Forse le peggiori.

Pensateci. E mi raccomando. Non mentite…le bugie hanno le gambe corte.

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Ansia da prestazione o aspettativa?

Ieri sono andata a dormire pensando a cosa scrivere questa mattina. Per la prima volta. E per la prima volta ho vissuto l’ansia da prestazione. Ho preso la mia moleskine (rigorosamente con copertina morbida nera ed elastico) e ho abbozzato dei temi. Sì, l’ho fatto. Ma l’ho fatto perchè mi è già capitato di non ricordarmi da un secondo all’altro cosa devo dire. Un pensiero istantaneo e pouff! svanito! In dialetto piemontese si dice “perdere”. Ecco, perdo. Una volta mi ricordavo tutto, giuro. Mi ricordavo anche i giorni esatti in cui capitavano certi fatti. Personali eh. Non ero ai livelli di Virna, una mia amica che se le chiedi “quando è avvenuto il fatto di Avetrana?”, “quando è stata la tua gita in prima elementare?” ti risponde con il timer. Giorno, data e ora. Esatta. No, no  a quei livelli non c’è competizione. Però sì, non perdevo un compleanno, le ricorrenze, nulla. Adesso invece è come se non fossi mai passata di lì. E così ho scritto i temi.

The Morning Later , cioè stamattina, nel riprendere gli appunti non ero convinta. Ho scritto il titolo del post. Doveva essere “La figlia di papà”, risultato di una serie di pensieri che mi sono messa a fare dopo aver letto una bellissima mail di mio padre in merito a questa mia nuova iniziativa. Una piccola gratificazione che volevo premiare. Quando ho iniziato a scrivere però, mi sono accorta di star perdendo ( continuo a perdere…) la naturalezza dei miei pensieri. Sì, perchè mi sembrava di sapere già cosa dovevo scrivere, come in un tema. Invece no! Ho deciso di scrivere in questo spazio virtuale, raggiungibile da tutti e da nessuno, i pensieri derivati dal giorno precedente o dal ricordo di un evento. Lasciar galleggiare la mentre finchè non arriva a riva.  Non è necessario che io scriva degli appunti o dei temi, la semplicità e la freschezza devono emergere sole. Più elaboro prima e più perdo il flusso delle mille parole che porto con me. E così nello scrivere l’incipit di un altro titolo sono andata avanti.

Sono stata anch’io vittima dell’aspettativa. Il pensiero che anche solo una persona stesse aspettando di leggere il mio post mi ha destabilizzata. Ma l’ha fatto perchè non mi aspettavo che potesse piacere, o semplicemente che potesse avere un sèguito! Se da un lato c’è stata un’iniezione di fiducia, dall’altro c’è stato il timore di deludere. E se non piace? E se non scrivo niente di interessante? E se smette di seguirmi? Troppi se, troppi pensieri fanno perdere la bussola. Io non scrivo per qualcuno, scrivo qui perchè mi piace farlo. E se quel qualcuno mi segue, mi incita, mi stimola ben venga! Ma se non mi segue, mi critica o smorza il mio entusiasmo, beh, pazienza. Non ho aspettative. Non avendole non dovrei avere nemmeno l’ansia da prestazione.

E invece nella vita reale non è così. Siamo tutti, nel bene e nel male, proiettati al risultato di un’ operazione. Che questa sia amorosa, sociale, lavorativa, poco cambia. Aspettiamo. Un bacio, un regalo, una chiamata, la promozione. E nella maggior parte dei casi , ciò che ci aspettiamo è sempre diverso da quello che realmente succede, no? “Questo è un lavoro dove si aspetta sempre qualcosa”. Ricordo ancora come fosse ieri, il nostro istruttore di Technics in Lauda Air. Tra la spiegazione di un flap e l’altro, pressurizzazione e depressurizzazione in cabina, sento ancora le sue parole. “Aspettare il briefing, aspettare la navetta che vi porta in aeroporto, aspettare di salire a bordo, aspettare che le operazioni di rifornimento terminino,aspettare il de-icing, aspettare la salita dei passeggeri, aspettare lo slot…” e così via. Aspettare. Attendere. Prendere tempo. Rimandare. Rinviare. Temporeggiare. Procrastinare. Tutti sinonimi di un’unica azione e del sinonimo più forte: FERMARSI.

In questa vita dove c’è un tempo che s’inabissa senza che noi riusciamo nemmeno a prendere fiato, fermarsi può volerl dire rendersi conto di ciò che ci circonda e farci riflettere su ciò che siamo, su ciò che vogliamo o desideriamo, sul come, sul perchè.

Allora mi fermo. E aspetto. Ok, lo ammetto, ha vinto l’aspettativa.

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