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I AM WHAT I AM

La settimana scorsa, l’azienda per la quale lavoro, Slam, ha festeggiato i suoi primi 40 anni di attività organizzando un evento che ha interessato la città che le ha dato i natali: Genova.

Cos’ha fatto? Dal 20 al 26 maggio ha dato l’opportunità a tutte le persone che passavano da Palazzo Ducale di farsi fotografare da Settimio Benedusi ( se non sapete chi è, googlatelo, lo trovate subito!).

L’evento in realtà è stato più articolato ma per questo vi rimando a leggere sul sito ufficiale la descrizione: non sarebbe fair da parte mia incensare e celebrare la manifestazione, anche se lo meriterebbe senza ombra di dubbio, ma non è questo lo scopo di questo post.

La premessa era d’obbligo per poter contestualizzare tutto ciò che ho deciso di condividere in questo spazio virtuale che a volte sembra dimenticato, ma che è sempre nel mio cuore.

Sono stata travolta da un’emozione indescrivibile e, a prima vista, irrazionale e senza senso.

Siamo abituati a farci scattare foto, a metterci in posa per un selfie, a mostrare -cercare- il lato più bello che abbiamo, con sorrisi veri, finti, facce plastiche, supergnocche, superserie, professionali, ridicole… per avere un mi piace, un like, un consenso senza il quale ci sentiremmo come? Meno amati? Meno apprezzati? Sembra che senza di essi non saremmo persone migliori. Siamo tutti vittime inconsapevoli ma coscienti di questo sistema sociale virtuale che ci prende – e al quale diamo- il nostro tempo, perdendo il senso della realtà.

Quest’ultima è quella che mi ha investita nel momento in cui mi sono vista nella foto scattata da Benedusi.

Cosa vedo? Me stessa. Tramortita dal mio riflesso.

E finalmente capisco perché il mio cuore ha iniziato a battere all’impazzata quando mi sono messa di fronte a lui.

Ci siamo presentati, stretti la mano come ha fatto con tutti, scambiato due parole sulla mia origine, uno sguardo fugace negli occhi per poi catapultarmi dritta di fronte al suo obiettivo. E lì, in quegli attimi ho sentito che stava catturando qualcosa che non avevo mai mostrato a nessuno. E dentro di me si stava scatenando una ribellione di sentimenti contrastanti, un mix fatto di paure, speranze e timide emozioni.

Ho molte foto di me, sono stata immortalata quasi sempre da superfiga, a volte la foto era più bella della realtà, ma il risultato doveva essere quello, piacermi, piacere, avere un bel ricordo… le emozioni che ho lasciato fuoriuscire sono sempre state legate ad una parte solare di me, quella che esprimo tutti i giorni, o cerco di fare, ridendo e sdrammatizzando il più possibile ( quando non ho l’ormone del ciclo impazzito!).

Questa volta ciò che è stato catturato non è mai stato mostrato: lo struggimento che convive con me da diversi anni, quel moto interiore alla perenne ricerca di realizzazione umana che non si è ancora sopita, l’ho visto dentro ai miei occhi, in questo ritratto.

Mi sono vista donna, non più ragazza.

Ho visto le mie fragilità, le mie debolezze, lasciando il fianco scoperto.

E quella malinconia nostalgica che si riversa costantemente nei ricordi del passato che non mi abbandonerà mai.

Ho visto questo e altro ancora.

Il realismo degli scatti di Benedusi può far paura. Ma è una paura che incoraggia ad essere coraggiosi nell’essere se stessi, nella libertà di scelta nell’esserlo. Per noi stessi in prima persona, più che per gli altri. Cosa alquanto difficile.

Se un fotografo riesce a far emergere l’essenza di te, ha compiuto il suo lavoro.

Chiamatela sensibilità, chiamatela empatia, quella connessione che si è stabilita l’ho sentita subito e questo è il risultato.

E non ho più niente da dire, se non:

Grazie.

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Sogni

Chi mi conosce lo sa, la malinconia e la nostalgia per il passato mi accompagnano da sempre, forse perché ho vissuto un’infanzia ed un’adolescenza invidiabile, con l’affetto dei miei genitori e il divertimento con gli amici di sempre o forse perché sono semplicemente fatta così. La spensieratezza, il vivere alla giornata senza pensare troppo al futuro, i primi battiti del cuore, i sogni…

Sono una blue girl ( forse utilizzare woman è meglio ormai) da sempre, e con il passare degli anni, sempre di più. Non dovrei fossilizzarmi sul passato, perché perdo di vista ciò che di buono mi passa davanti, ma alla fine è solo un passaggio dolce, l’importante è non rimanerci ancorati.

Ascolto in treno “Un’estate italiana” di Gianna Nannini ed Edoardo Bennato e subito mi tuffo indietro di 28 anni:

“Arriva un brivido e ti trascina via

E scioglie in un abbraccio la follia

Notti magiche inseguendo un gol

E negli occhi tuoi, voglia di vincere (…)

Quel sogno che comincia da bambino

E che ti porta sempre più lontano…”

Proprio ora che sono finiti i Mondiali di calcio senza l’Italia. Strano.

Inseguire i propri sogni, qualunque essi siano, ti porta a metterti in moto, ad affrontare percorsi a volte in salita, a volte in discesa che ti mettono alla prova.

Credo non ci sia mai nulla di semplice e di facile, ma il desiderio, la caparbietà e la costanza fanno più di qualsiasi altra cosa.

Pensate bene alla sostanza e alla natura dei sogni: quelli veri, quelli che riteniamo importanti, quelli che vogliamo davvero realizzare meritano ascolto, e se partono da dentro hanno una spinta irrefrenabile.

Io non parlo di quelli che passano dal giorno alla notte, io parlo di quelli che ti penetrano nel sangue, nel cervello, nelle ossa e che ogni giorno fanno parte di te. Quelli che ti ronzano in testa, che ti dicono: fallo, fallo, fallo.

L’uomo è ciò che è perché ha la possibilità di realizzare realmente quello che pensa ( quando lo fa bene visto che a volte tende s distruggere) ma se non parte dalle viscere, il motore non va.

Stare inermi ed avere dei sogni è controproducente: si rischia di cadere nel proprio vittimismo, nel non affrontare la vita con le sue molteplici difficoltà. E si sa, queste, per quanto odiose, ci aiutano sempre a crescere, ad andare oltre, a trovare punti di vista diversi, o semplicemente ad aggirare gli ostacoli stessi.

Ho conosciuto alcune persone che hanno finalizzato i propri sogni senza sapere da quale punto partire, e non parlo di cose prettamente impossibili, o meglio improbabili, come vincere la lotteria Italia, ma ad esempio il semplice desiderio di andare in Spagna e visitarla ( sono le condizioni che fanno la differenza non la semplicità del desiderio); diventare assistente di volo, diventare miliardario a trent’anni con un duro lavoro; conoscere il proprio idolo; trovare il lavoro per cui si è studiato ed appassionarsene; vivere un’intensa storia d’amore con la persona scelta…

Non ci sono sogni di seria A o di serie B, esistono gli obiettivi, le passioni, i desideri, le necessità che alla fine si desiderano realizzare.

E non è detto che sia solo uno. Possono essere diversi, piccoli, grandi, semplici, complicati, difficili… ma provarci è la vera sfida.

Non esiste resa senza combattimento.

Perché ormai lo sapete, è il mio motto da sempre, se insisti e persisti, raggiungi e conquisti.

E voi, combattete o avete combattuto per i vostri sogni ( se li avevate)?

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Lieta Armonia

Nel mio cuore, non ho mai festeggiato il Natale.

Per me la sera più importante è sempre stata la Vigilia. Il 25, the morning later, tutto si è già concluso.

Don Mario, il nostro parroco, ha sempre organizzato delle rappresentazioni teatrali per questi grandi eventi, e io, ovviamente, ho sempre partecipato (l’attrice nascosta in me non poteva non venire fuori in queste occasioni!). Per tanti anni ho fatto prima l’angioletto, poi la pastorella…finchè non c’è stata la svolta: la Madonna! Alterando l’immaginario comune dell’iconografia cristiana, aveva scelto me, povera bimba color cioccolato come interprete della madre di Gesù:  ditemi se non era avanti!

Alle proteste degli altri bambini, “ma la Madonna nera non si è mai vista!!! -invidiosi-“, qualche mio sostenitore rispondeva, “ad Oropa sì!”; Don Mario, lapidario, non faceva ulteriori discussioni: “Siamo tutti uguali agli occhi del Signore. E’ solo l’uomo nella sua condizione di peccatore che vede le differenze”. Stop. Chiuse tutte le polemiche. GRAZIE DON.

Oltre a questa clamorosa assunzione di responsabilità, avrei dovuto anche cantare. Altro sogno che diveniva realtà…Mi ricordo ancora il brano: “Lieta armonia, nel gaudio del mio spirito si espande l’anima mia, magnifica al Signor, Lui solo è grande, Lui solo è grandeee”. E così fu. Voce tremolante, senza musica, un assolo da Zecchino D’oro, ma almeno lì, non ho steccato.

Ogni recita natalizia veniva interpretata alla vigilia di Natale alle 21, seguita dalla Messa, velocissima, che terminava alle 22.30. Quello era il momento che aspettavo. Non la Mezzanotte, no, ma il rientro a casa per aprire i regali. Prima di rientrare però andavamo a casa della mia prozia a mangiare il panettone con la crema di mascarpone, scambiarci i doni e farci gli auguri. Abbiamo mantenuto questa tradizione finchè non è mancata zia Irene qualche anno fa. Nel salottino di quella casa c’erano un camino e un vecchio lampadario. Io mi divertivo a saltare per cercare di toccarlo: ho passato anni a farlo, finchè non sono cresciuta e il gioco, ahimè, si è esaurito. Sono ricordi bellissimi.Arrivati a casa, con una foga pazzesca  aprivo i regali: da più piccolina li avevo già sbirciati tutti, si sa la curiosità è femmina; poi, crescendo, ho capito che sarebbe stato più bello mantenere la sorpresa e così cercai di trattenermi. Aperti i regali, con gioia e felicità andavo a dormire serena.

Adesso che ho la mia famiglia, continuo a vivere con un po’ di nostalgia il momento della Vigilia: Don Mario è invecchiato e le recite non le fa più; a casa della zia non è rimasta che sua figlia, e per quanto io adori i regali, non ho più il senso dell’attesa che avevo da bambina, forse perchè allora era imposto dai miei genitori, adesso invece sono io ad imporlo, a mio marito e alla bambina, che con 18 mesi ancora non sa bene cosa le sta capitando attorno.

Tutte le feste comandate portano un po’ di malinconia, per me è sempre stato così: si pensa all’infanzia, perchè si sa, il Natale è la festa dei bambini. Il ricordo delle mie vigilie lo dedico a mia zia Irene e a quel lampadario che mi ha accompagnata per anni facendomi ricordare il momento che vivevo.

E anche se non salto più per poterlo toccare, nel mio cuore continuerò a farlo.

Buon Natale a tutti voi!

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Ritardo cronico

Puntualità.

Ci sono persone puntuali e persone ritardatarie.

Io non vorrei far parte delle seconde, ma,il più delle volte, mi capita sempre qualcosa che mi fa perdere tempo. Sempre. Il sillogismo che ne deriva è quindi:  Corinne è perennemente in ritardo.

Anche questa cosa, insieme alla logorrea, l’ho ereditata da mio padre, con un’unica differenza: io non voglio arrivare tardi, io mi preparo in anticipo, faccio tutto quello che devo fare, ma, all’ultimo momento,  o mi chiama uno, o ne incontro un altro e non riesco a tagliare. In più non sono nemmeno una di quelle che sta ore in bagno davanti allo specchio a mettersi a posto; in un minuto mi trucco, in un minuto mi vesto ( se mi sento in forma, se no è un dramma), e in venti minuti metto a posto il nido sopra la testa ( i miei capelli). Quando avevo le extensions era molto più facile, e molto più veloce…ma sì, complichiamoci ancora l’esistenza.

Mio marito mi accusa sempre di avere un ritardo cronico, poi da quando è nata la bambina, su questa cosa ci ricama proprio, ma mica si occupa di vestirla, cambiarla, metterla a posto o altro….quando dobbiamo uscire, lui si alza, va in bagno, si fa la sua bella doccetta calda,  la barba quando è in vena, si mette a posto i capelli, si veste in un minuto per poi dirmi: “sei pronta?”. Ma pronta cosa???  Devo ringraziare Peppa pig se riesco a farmi la doccia (quella maialina rosa ipnotizza la piccola cinque minuti a puntata) ma non prima che lui l’abbia finita, altrimenti sentirei  un sonoro “Cooooooooooooo, l’acquaaaaaaaaaaaaaa!!!”. Quindi, rivado in cucina, faccio il caffè, apro le finestre in camera per far girare l’aria,  e guardando la maialina rosa in TV, aspetto che lui finisca i suoi doveri. “Sbrigati che se no arriviamo in ritardo, come al solito”. Ecco. La colpa sarebbe mia. Mi sale un nervoso che non vi dico: anch’io avrei avuto piacere a prepararmi con calma, e invece no! Tutto di fretta, tanto la colpa ricade sempre su di me. E comunque, la piccola nana, quando sa che dobbiamo uscire, produce i suoi rifiuti corporei proprio mentre sto per chiudere la porta di casa. Vuoi non cambiarla?

Ok, è vero, sto dando colpa alla bambina. In effetti non è causa sua. L’errore sta nella fretta che abbiamo sempre. Non siamo in grado di prendere la vita con calma. Siamo inseguiti dai minuti che passano inesorabili, non riusciamo ad assaporarci lo scorrere del tempo, anzi, li rincorriamo col fiatone con la scusa di poter fare tante cose più possibili quante ne servono per ottimizzare la giornata. Ma dove sta scritto?

Anni fa, durante la mia prima vacanza in Kenya coi miei genitori vidi nella missione dove mio padre lavorava una scena che è rimasta impressa nella mia memoria. Anche mia madre se la ricorda ancora: c’erano quattro o cinque neri che dovevano spostare una decina di tubi di plastica. Tanto per farvi capire, un tubo sarebbe stato spostato senza fatica da una persona. Lì, erano in cinque che ne trasportavano uno. Lo tiravano su e subito dopo lo riappoggiavano giù. In quel lasso di tempo, si fermavano per asciugarsi il sudore. Mia madre li guardava sbalordita. “Ma così facendo non finiranno mai!Ma perché non ne prendono uno a testa e si velocizzano?Ma come si fa a lavorare così?!”. Il parroco missionario che abitava in quella prefettura, le rispose semplicemente che non vi è alcuna fretta nel compiere quel lavoro. Quei ragazzi si prendono il tempo che ci vuole e se lo godono. E’ mia madre che sbaglia a pensare “all’occidentale”: questo suo modo di vedere le cose le crea ansia, e quindi stress. In Africa lo stress da orologio non si sa cosa sia. “Take it easy”, le dice.

La mia natura ancestrale probabilmente mi porta in quella direzione, anche se professionalmente parlando, gli unici ritardi che ho fatto sono stati a causa di trenitalia o della metro milanese. Nella mia vita privata, prima dell’avvento di Didi, sapevo con chi potermi permettere un ritardo e con chi no. E in fondo ci giocavo anche un po’.

La puntualità è un segno di rispetto. Se si è deciso un orario, va onorato. Ed è buona educazione avvisare se si ritarda, anche solo per cinque minuti.

Io avviso sempre, voi?

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Speranze

L’altra sera su Rai Storia ho visto un pezzo dell’intervento di Fabiola Gianotti pronunciato il 7 novembre nel salone dei Corazzieri del Quirinale, durante il secondo incontro con gli studenti italiani sul tema L’Europa della scienza.

Premetto che di meccanica quantistica non ci capisco niente, ma sono rimasta comunque inebriata dalla spiegazione del Bosone di Higgs che questo orgoglio nazionale, futura prima donna direttore del Cern di Ginevra, ha dato di fronte al presidente della Repubblica e a dei semplici ragazzi di un liceo scientifico.

Nell’ascoltarla, ho guardato mia figlia e ho pensato al futuro. Ho pensato a cosa vorrei per lei e cosa mai diventerà.

Ogni genitore vorrebbe il meglio per i propri figli: se potesse decidere per loro sarebbe perfetto. Invece, per fortuna, ognuno di loro ha le proprie inclinazioni, i propri desideri, le proprie passioni che dovranno maturare e pian piano scoprire. Noi genitori dovremo, prima di assecondarli, cercare di capire in cosa sono portati e guidarli, aiutarli. Penso che questa sarà la cosa più difficile da fare. Oggi la vedo così, piccola e indifesa, ma con un carattere forte già sviluppato e una testardaggine peggiore di quella di un adulto. In cuor mio sento che andrà lontano, che diventerà Qualcuno. O forse sono solo le speranze di una mamma in erba che ha ancora tutto da imparare. Solo ora, mi rendo conto dei pensieri e delle paure che aveva mia mamma quando ero bambina. Prima ero figlia e la capivo fino ad un certo punto, anche se i miei non si possono lamentare visto che non ho mai avuto grilli per la testa, studiavo, ascoltavo e obbedivo. Sono cresciuta con la paura di deluderli e questo mi ha sempre spinto a comportarmi bene e a cercare di ottenere il massimo dai miei sforzi. In passato, pensando a quando sarei stata io madre, ero certa di non dovermi preoccupare se i miei figli fossero stati come me. In realtà, questo non lo sai finché non lo vivi e in ogni caso, la preoccupazione è sempre lì, in agguato.

Mi auguro che lei possa fare quello che desidera, che si realizzi e che scopra dentro di sé quel talento che tutti noi abbiamo ma che raramente riusciamo a far emergere.

Mi auguro di riuscire a impartirle i valori con i quali sono cresciuta io.

Mi auguro di non limitarla nella sua libertà e di insegnarle ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Mi auguro di essere una buona mamma.

Mi auguro che lei sappia apprezzarmi e volermi bene.

Mi auguro che un domani, rileggendo tutto questo, io possa essere fiera del lavoro che avremo fatto. Che diventi una scienziata o sia una semplice spazzina, quello che conta è che lei sia felice. Questa è la mia unica speranza.

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L’ago della bilancia

È tempo di feste. Il Natale, con la Pasqua, porta sempre qualcosa in più nella vita delle persone: i chili! Io, non so voi, ma la mia personale lotta con l’ago della bilancia la faccio risalire a tempi immemori, probabilmente già dalla pancia di mia mamma. Lei che è sempre stata magrissima, quando è rimasta incinta, ha messo su 25 chili. Va bene che poteva essere sottopeso e quindi aver aggiunto quei 5 chiletti in più, ma gli altri 20?? Portava forse in grembo una che il cibo non l’avrebbe mai schifato nel corso degli anni? Sí, è così.

Ci sono persone che se mangiano più del dovuto o sgarrano, mettono su subito qualche etto, altre che possono scrofanarsi tutto e non prendere un grammo. Ovviamente io appartengo alla prima categoria. Poi, mio marito, che me ne dice continuamente, afferma che la mia conformazione è così, i “neri han tutti le ossa più grosse e quindi più pesanti”. Mah. Io non sono di questo avviso. Con lui  è uno scontro continuo a causa del fisico e del peso. Non mi era bastata mia mamma, durante l’adolescenza, no, pure il marito. Ah, benedetti Arieti.

Il problema è che sono golosissima: toglietemi tutto, ma non i dolci. Soprattutto il cioccolato. La Nutella, poi…propongo un Sig. Michele Ferrero santo subito: lei sarà il mio idolo per tutta la vita, mi creda. A casa la Nutella la comprava papà, goloso quanto me. Solito DNA. Poi, sapendo che mi piaceva, ha iniziato anche mamma. Purtroppo non sono mai stata in grado di dosarmi. Se aprivo un bicchiere o un barattolo, ero capace di finirlo tutto in quel momento. A cucchiaiate, coi grissini, coi TUC (l’accoppiata dolce/salato fantastica), a volte anche con qualche biscotto, fagocitavo questa magnifica crema come un pac-man. Il problema, allora, diventava negare di averla mangiata e quindi dimostrare che il barattolo non era finito. Non c’era via di scampo: eravamo tre in casa, tra cui mio padre, che di certo non se la mangiava in un giorno, mia madre che non ha mai toccato i dolci fino a quando non li ha scoperti con il primo problema di cuore, dieci anni dopo. Probabilmente si sarà detta che era meglio godersi le dolcezze della vita che le amarezze. Perciò l’unica indiziata non potevo che essere io. Ma come nascondere la pietra dello scandalo? Semplice: ricoprire dall’interno le pareti del vasetto con la Nutella che avanzava, facendolo sembrare sempre pieno. Che astuzia. C’avete mai pensato? In questo modo, passavano anche dei giorni e nessuno se ne accorgeva.  Per un po’ mi è andata bene. Quando mia madre mi scoprì, chiaramente oltre alla Nutella, finì tutto, anche l’acquisto. La crema di nocciole più famosa d’Italia divenne un premio da meritare in grandi, grandissime occasioni. Cioè MAI.

Mia madre ce l’aveva col fisico. Lei, che aveva sfilato per la moglie del presidente Mobutu, non poteva concepire una figlia “cosciona”, almeno a 14 anni. E così via: “Co’ stai attenta qui, Co’ stai attenta lì, Co’ il sedere, Co’ vuoi diventare come le mamà in Africa…”…e quindi, sono cresciuta con sta cantilena e col complesso del sedere grosso. Non sono mai stata una ragazza “slim”, alla Olivia di Braccio di ferro, per dire; mi sono sempre reputata normale, ma il complesso del “culo grosso” ce l’ho ancora oggi, che non è propriamente “piccolino”. Mettevo maglioni più grandi di me pur di nasconderlo. (A riguardare alcune foto d’epoca mi viene da piangere: “In che stato ci conciavamo???!”. La moda degli anni ’80 e ’90 credo sia stata una delle più brutte in assoluto, tra spalline, pantaloni a vita alta, maglioni oversize…per carità! ).
Tornando a noi, alla fine sta lotta verso il modello proposto e propinato in televisione ( e da mia mamma) ha preso il sopravvento: ho cominciato a fare jogging, poi palestra con i vari step, aerobica, aerobox, spinning e chi più ne ha più ne metta. Solo grazie alla pallavolo e agli allenamenti sono riuscita a tenermi più o meno in forma costante per diversi anni . Ne avevo anche 15 in meno di adesso, e si sa, le calorie a vent’anni si bruciano anche stando seduti…

Quando ho smesso di giocare sono iniziate le grane. Non avendo più fatto nulla per due/tre anni, ho vissuto di rendita durante il volo. Atterrata definitivamente, i chili lievitavano come l’impasto per la pizza. Dovevo far qualcosa. Così, iniziò l’era Jane Fonda. Eh si, esercizi a casa. Grande Jane. Avevo comprato due videocassette all’Esselunga in lingua originale, quindi mi sorbivo due tranches da 45 minuti della sig.ra Fonda in inglese che diceva “squeeze when you come up” quando era ora di fare gli squat. Mi ammazzava ogni volta. Davanti alla TV come quelle americane che fanno esercizi mangiando un club sandwich, seguivo il corso e mi ritrovavo a parlarle: “Basta Jane, basta!” e lei invece andava avanti cantando incurante con le sue due collaboratrici (facendo prima gli squat, poi gli slanci laterali con le gambe): “I’m in the Army now, I’m in the Army now”. Un incubo. L’allenamento dei Marines personalizzato a casa. Delle sudate…e ogni volta che lo facevo, dicevo tra me e me: “se stavolta li perdo, giuro che non li riprendo più, basta!”.

Sì, magari. Uno yo yo continuo.

Insieme agli esercizi, ho provato anche tutte le diete possibili e immaginabili: Weight Watchers, Montignac, la dieta del minestrone, la Dukan, la Messegue. Tutte. Chiedetemi e vi saprò raccontare la storia di ognuna di queste.

Sono passati più di dieci anni da allora, nel mentre ho anche partorito un anno e mezzo fa. Ho poco da prendere in giro mia madre: di chili, io ne ho messi su venti. Credo. Ad un certo punto mi sono rifiutata di salire sulla bilancia. Anche dalla ginecologa trovavo scuse del tipo “ho fatto colazione, al mattino quando mi alzo peso meno”, risposta della dottoressa: “una colazione da un chilo??”. Forse anche mia figlia farà parte della categoria “mangio e ingrasso”, o forse no. Glielo auguro.

Quella è stata la lotta più dura, ma ce l’ho fatta. E senza Dukan nè altro, se non costanza, volontà e continua attività fisica. Allattavo, mi alzavo ogni mattina alle 6 e facevo dai 20 ai 60 minuti di cyclette a seconda di quanto tempo riusciva a dormire la piccola. L’obiettivo era perderli. Avevo consultato una nutrizionista per gli ultimi quattro chili che faticavo a buttar giù perché avevo capito che dovevo avere un metodo. La dieta non è sacrificio, non è togliersi chissà cosa per un periodo di tempo. È uno stile di vita, è saper mangiare bene, nutrirsi quando è necessario, concedendosi il giusto piacere. Quando si capisce questo, vuol dire che si sta già intraprendendo il cammino giusto.

Ebbene, buttai giù tutti quei chili.

Per un po’ , è andata bene. Oltre al peso acquisito durante la gravidanza, ne persi ancora altro ( ma per quello devo ringraziare la vivacità di mia figlia…).

Quest’estate mi sono risposata ed ero esattamente come avrei voluto essere. Giusto il tempo di un’estate e della prova costume che non ho indossato, visto l’autunno piovoso anticipato a luglio ed agosto. Ho già ripreso tre chili che non vogliono andare via. Si sono attaccati alla mia pancia e ai fianchi. E non oso immaginare come sarà dopo Natale. Il jeans che non si chiude più, la prova allo specchio, la prova costume…uno stress che continua da 25 anni…

E’ inutile, io questa lotta non la vincerò mai, ma sapete cosa vi dico? L’importante è stare bene con se stessi, chilo più, chilo meno, perciò chissenefrega: W la Nutella e buone feste!

😉

 

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Una campionessa mancata

Gli  sport mi sono sempre piaciuti, soprattutto quelli di squadra. Come in tutto il mondo, nel mio paesello di tremila anime ovviamente non manca il campo da calcio, sport che regna sovrano ovunque, come la coca-cola: lo trovi anche nel villaggio più sperduto in Africa. Probabilmente perché una palla si può fare con qualunque cosa, e il gesto di calciare viene naturale a chiunque. Fatto sta che se uno volesse giocare seriamente, anche senza emergere, una possibilità con questo sport la può trovare sempre. Con tutti gli altri, invece, un po’ meno. Io, se ho iniziato ad appassionarmi alla pallavolo, devo ringraziare i cartoni giapponesi della mia infanzia: Mimì Ayuara prima e Mila Azuki poi. Mimì è stato il mio esempio per tutti gli anni delle elementari: volevo diventare come lei. Chi come me la conosce, sa che si allenava con le catene per rafforzare i polsi: ebbene, io la imitai. Presi la catena che chiude il cancello di casa dei miei per allenarmi in ricezione, usando sia delle palle appallottolate di carta sia plastica, per poi colpirle contro il muro di casa. Negli anni a venire sono sempre stata scarsa in ricezione, ringrazio l’avvento del ruolo del libero che mi ha salvata tante volte, ma mi sa che quegli allenamenti con Mimì sono stati inutili, anche se in cuor mio ero davvero convinta che sarei diventata come lei!

Ho sempre voluto giocare in una squadra, ma non sapevo dove andare.

La mia prima squadra fu quella scolastica alle medie: dovendo partecipare al torneo interscolastico abbiamo avuto il coraggio di affrontarlo e lì c’è stato il mio esordio come ala. Di tacchino. Scoordinata e fuori tempo. Ricordo ancora chiaramente il mio salto nel vuoto: mi è stata alzata una palla e sono saltata un’ora prima colpendo il vuoto. Memorabile. Una figura di merda epocale. Ci sono voluti anni per dimenticarlo, ma la colpa non era mia: nessuno mi aveva mai spiegato come si facesse a schiacciare, tanto meno fare l’ala. Naturalmente, il capro espiatorio non poteva che essere l’allenatore, ossia la nostra prof. di educazione fisica.

Dimenticata l’esperienza alle medie, mi rifeci al liceo. Una mia compagna giocava seriamente ed era veramente brava, così nelle ore di educazione fisica, se capitava di giocare a volley, cercavo di apprendere il più possibile da lei. Ma quel tocco, quella leggerezza nel palleggiare, nonostante gli anni successivi di allenamento, non sono mai riuscita ad averlo. I fondamentali s’imparano da bambini, se ti viene data un’impostazione corretta, ti rimane per tutta la vita. Purtroppo io sono arrivata tardi. Ad ogni modo, grazie alla mia compagna di banco sono riuscita ad entrare nella squadra del suo paese, in un campionato CSI, senza lode e senza infamia, ma almeno ho iniziato a fare pratica e concepire la pallavolo seriamente. Avendo questo problema coi fondamentali, ero totalmente inaffidabile. Quindi la giusta conseguenza non poteva che essere una: panchina! Ragazzi, il ruolo in panca per quanto ti dicano tutti gli allenatori che sia fondamentale per l’incitamento della squadra e tu venga considerato come la “soluzione” ai problemi, è mortificante. Ho iniziato a capire Del Piero quando non lo facevano giocare. E pare che ancora adesso che gioca in India, la solfa non sia cambiata. L’unica cosa che ci differenzia è che lui era un campione ed io no. Capitava sempre che invitavi i tuoi a vederti giocare, anche solo un set, e tu te ne stavi seduta in tuta a gridare “dai ragazze”. Ma dai sto cavolo! “Mister fammi entrare”, vorresti dire. E chi se ne frega se non ricevi bene, o se palleggi maluccio: entrare in campo significa avere la fiducia del tuo capo, poter dimostrare chi sei e capire soprattutto i tuoi limiti. Se non hai doti. Non ero cosi scarsa, avevo solo bisogno di qualcuno che credesse in me e mi facesse fare un allenamento diverso per recuperare il gap degli anni infantili. Mimì e le catene purtroppo non erano bastate. Atleticamente correvo e avevo una buona elevazione. Il resto, per carità. Diciamo che più che Mimì, ero più simile a Mila. O meglio, ci speravo anche sta volta.

Sono andata avanti così per tre anni, finché non mi ha contattata una mia amica, nonché ex compagna di quella squadra delle medie, Samantha.

“Co’,vieni a giocare con me a Gattinara, la squadra è bella e seria, dai che ci divertiamo”.  Proviamo. Essendo anche più vicina a casa, andai. Nel mentre avevo preso la patente, quindi chiedere a mia mamma di portarmi agli allenamenti non era più una tortura. L’allenatore sembrava poterci credere, ma di nuovo,  l’incubo panca tornò a farsi vivo. Non c’era tempo, il mister voleva vincere, la squadra delle veterane pure. Non bastava essere la “nera” della squadra, che, scambiata per l’acquisto straniero,  è sempre forte. Nen mi (non io).

Dopo un campionato di prima divisione in panchina ( e in sordina) finalmente, arrivò chi credette in me. Un nuovo allenatore che creò con il capitano della mia nuova squadra un nuovo gruppo. Mi ricordo ancora adesso tutti gli allenamenti specifici che mi aveva fatto fare. Ricezione e palleggio, in primis. In più, da ala, passai al ruolo di centrale. Una buonissima elevazione. Iniziai sì in panchina, ma impegnandomi con costanza e migliorando, finalmente, riuscii a guadagnarmi il mio posto in squadra. Prima un set, poi due, poi quanti ne servivano. In un anno, abbiamo vinto tutte le partite in prima divisione. Ci siamo guadagnate la serie D. Io ero migliorata davvero, e c’era una grande passione che mi spingeva. Anche quando vacillava, le mie compagne e il mister mi risollevavano. Questo è stato il concetto di squadra che mi ha accompagnata sempre.

Quando finalmente potevo avere la possibilità di emergere, dopo tre anni, volai via. La vita da hostess mi stava aspettando. Mi dispiacque moltissimo.

In cuor mio sono convinta che sarei potuta diventare qualcuno. Lasciatemi quell’illusione. Una campionessa mancata. L’importante è crederci.

 

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