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Il segno di una figuraccia

Non appena arrivata a Londra, l’anno della signora Maria, mi dirigo verso la metro. Completamente imbambolata e con la classica insicurezza tipica della principiante, prima di sbagliare direzione, chiedo conferma ad una ragazza che vedo in attesa. “Excuse me, is this train going to London city?”. Silenzio. Forse non mi ero espressa bene (d’altronde non avevo passato l’esame di lettorato inglese…). Riprovo: “Sorry, can you help me? Is this line directed to London City?”. La poverina iniziò a farmi dei gesti e a mugugnare, senza parlare. Era sordomuta. E io avrei voluto esserlo in quel momento. Tra tutte le persone che c’erano a Heathrow ad aspettare la  metro, io ho fermato l’unica che non avrei dovuto. Per la serie: paese che vai, figura che  fai. Non era nemmeno un’ora che avevo posato i miei “piedini” sul suolo inglese, che già volevo sprofondare  e sparire. Volevo scusarmi,  ma non conoscevo il linguaggio dei segni.  E non lo conosco ancora.

Le figuracce, che nascono per puro caso, per disattenzione o semplice ignoranza, creano sempre dei precedenti che ci dovrebbero aiutare a non farle più. Per evitarle, occorrerebbe stare zitti al momento giusto, ma non è sempre così evidente.Quando scelsi quella ragazza, non potevo sapere che fosse sordomuta e, probabilmente, anche lei si sarà sentita in difficoltà nel non potermi aiutare. Quindi oltre ad aver fatto una gaffe, ho pure creato ulteriori complessi.

Quell’episodio mi ha fatto ragionare sulla comunicazione non verbale e su quanto io sia ignorante a riguardo. Tendiamo a non approfondire certi argomenti fino a quando non ci colpiscono personalmente. Siamo spettatori passivi di ciò che succede attorno a noi: se siamo curiosi, ci informiamo, altrimenti ce ne dimentichiamo subito. Io non conosco il linguaggio dei segni perché non ne ho mai avuto bisogno. E’ così. Sono sicura che se avessi qualcheduno in famiglia a cui dovesse servire, farei di tutto per apprenderlo nel più breve tempo possibile. Come si suol dire, si fa di necessità virtù. Eppure è sbagliato. E me lo dico da sola. La pigrizia, ma soprattutto la non necessità fanno sì  che, per me, questo tipo di comunicazione sia lontana e totalmente sconosciuta. Perché non tendiamo ad anticipare le cose? Per noi stessi, non per gli altri! Perché fino a quando non veniamo toccati dai problemi, non ci preoccupiamo di pensare già a risolverli, o per lo meno a provarci? Siamo vittime di una società che ci fa vivere nell’apparente normalità che ci circonda. C’è una forma di egoismo alla base: finché capita agli altri, e non a noi, va tutto bene. Non pensiamo mai che qualcosa di “diverso” possa investirci. Ma quando ne siamo colpiti, è una catastrofe. Iniziamo a  studiare, approfondire, cercare di capire, diventiamo noi i dotti: per non incappare in altre figuracce o semplicemente perché SI DEVE, ci informiamo e impariamo.

Ma non è solo colpa nostra.

Non sarebbe forse più giusto insegnare i linguaggi alternativi, come la LIS, già dalle scuole elementari, insieme alla lingua straniera, come fanno nei paesi scandinavi dove c’è un corso obbligatorio alle elementari? Perché non viene inserita come materia di studio? Io posso anche essere tenuta a non sapere dell’esistenza di essa, ma la scuola, lo stato dovrebbe mettermi di fronte a questa alternativa. Non è che se non la si usa, vada a male come il pesce. Al massimo rimane una cosa in più che sappiamo fare, cosa ci sarebbe di così sconvolgente? Apprenderemmo un modo di comunicare con i non udenti, loro non avrebbero più nessun limite di comunicazione, potremmo capirci e interagire, ma cosa più importante, non si creerebbe emarginazione. Invece, come al solito, non essendoci alcun interesse economico alla base di questo tipo di pensiero, non viene nemmeno preso in considerazione.

Qualche mese fa, un’amica che ha un figlio sordo mi ha invitata su facebook a firmare una petizione che chiede al Parlamento italiano il riconoscimento ufficiale della LIS, come avviene in 44 paesi del mondo (tra i quali Iran, U.S.A., Cina, Spagna e Francia).

Amici di The Morning Later, vi invito a fare come me e a firmare questa petizione:

https://www.change.org/p/io-segno-la-lis-ma-lo-stato-italiano-non-riconosce-la-mia-lingua-iosegno

Pensate al futuro: se mai capitasse alle nuove generazioni di chiedere informazioni a qualcuno e rendersi conto che è sordo, avrà una valida alternativa per evitare quella figuraccia.

Io segno, voi?

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Ci conosciamo da sempre

Tutti noi abbiamo degli amici. Uno solo, due, tre…e secondo me, al di là di ciò che dicono le statistiche, non c’è un numero unico che possa essere considerato valido. Si è soliti dire che di amici veri ce ne siano pochi nella vita delle persone e che si possano considerare tali solo se si supera la prova del tempo. Il tempo porta con se un bagaglio di fatti, avvenimenti, situazioni che si sono potuti condividere con gli amici e in ugual modo, periodi che sono stati testimoni di nuovi rapporti, rotture o ricostruzioni dopo eventuali silenzi.

Quelli che io chiamo AMICI, lo sono davvero: tra questi ne annovero sia di lunga data, che recenti. Ma non è detto che, per il semplice fatto che ne conosco qualcuno da più tempo, io li consideri più fraterni di altri o viceversa. E’ la qualità che fa la differenza. E non è che uno sia migliore dell’altro; con ciascuno ho un rapporto diverso, che ho costruito a seconda della persona, del suo carattere e del suo atteggiamento nei miei confronti. Spesso si tende a confondere l’amicizia con la sola confidenza, ma non credo che svelare il proprio intimo sia una cosa fondamentale. L’intimità nasce quando ci sono dei pensieri che ci tormentano e abbiamo bisogno di rivelarli per avere un consiglio o semplicemente per essere ascoltati. Però non è solo questo che ne innalza il grado: è la  sincerità che sta alla base della reciprocità dell’affetto, della stima e della considerazione verso l’altro. Questo fa la differenza. Io posso anche non confidarmi, per svariati motivi, perché sono introversa, chiusa o non ne ho voglia. Chi mi conosce e mi capisce sa che c’è qualcosa, e non è necessario che sappia precisamente cosa sia: è comunque disposto a darmi il suo appoggio incondizionato, fosse anche solo con una parola o con un abbraccio, se presente.

L’amicizia con una delle mie più grandi amiche è nata vent’anni fa da un’antipatia reciproca, provocata da un’amore adolescenziale in comune (tra l’altro, questo amore è stato anche l’unico, visto che poi è diventato suo marito: in fondo non aveva tutti i torti a volerlo con le unghie e con i denti). Mi ricordo che una volta mi chiese anche se volevo del cianuro al posto del the, così da farmi fuori subito (pensate un po’ quanto mi amava!).  E ovviamente, tutto questo, in maniera diretta. Superato quel momento, lei ( che quando voleva, poteva essere una grandissima stronza a causa del suo caratteraccio da Ariete indomabile) iniziò volontariamente un rapporto con me, prima ricominciando a salutarmi ( “come mai mi saluti?” – “hai cambiato fratello”-ridendo…), poi, iniziando a condividere pensieri relativi a determinati atteggiamenti che ci davano fastidio nelle persone. Tra donne s’inizia sempre criticando qualcuno…

E’ stata un’amicizia GRANDE, INTENSA, VERA: siamo state distanti per anni, essendosi trasferita in un altro continente, ma abbiamo saputo reciprocamente stare in sintonia, capirci senza sentirci, esserci al momento giusto e litigare quando era il caso.  Abbiamo condiviso   i momenti più belli della nostra adolescenza, e tanto altro ancora dopo. Lei non aveva peli sulla lingua, né mezzi termini per affrontare le situazioni. Era decisa e coerente. E sapeva cosa voleva. Il più bel regalo di Natale che mi ha fatto è stato spronarmi a riprendere in mano la mia vita quando stavo per compiere uno dei più grossi errori che avrei mai potuto fare. E vi assicuro che in quel momento lei aveva ben altro a cui pensare, altro che i miei futili problemi di cuore. Ma era così.

Suo marito, quell’effimero amore adolescenziale, anzi, meglio definirlo “cotta”, mi conosce invece da quando sono nata. Quando non ti ricordi come hai conosciuto qualcuno è perché lo conosci da sempre, un ricordo rinchiuso in uno di quei cassetti della memoria infantili che difficilmente riesci ad aprire, in quanto troppo lontani. Ma che grado di conoscenza abbiamo in realtà? Nonostante 34 anni di vita, Ale ed io non abbiamo mai avuto un vero rapporto di “scambio”. Entrambi sapevamo di poter contare l’uno sull’altra, se volevamo dirci qualcosa lo facevamo attraverso Jenny, ma se avessimo avuto bisogno di parlare, ridere o scherzare…uhm, no, non ci sarebbe venuto in mente di farlo. Sua moglie era la mia migliore amica: ciò che sia lui che io sappiamo l’uno dell’altra è anche grazie a lei. Lei mi parlava di lui, e, con lui, parlava di me. Così come faccio io con Fabri. Normalissimo.

Ho scelto di parlare di Ale, nonostante le sue paure, perché rappresenta il cuore di questo post: l’amicizia e il tempo.

Questo post è iniziato con l’idea che il tempo sia il metro che possa misurare il grado e la forza di un’amicizia. Da quando Jenny ci ha lasciati, Ale ha iniziato a comunicare con me, scrivendo e parlando, come non aveva fatto prima. E’ vero che mi sono messa a sua disposizione, ma penso sempre che se qualcuno non vuole farlo, non lo fa. Ci sentiamo spesso, grazie agli skype, ai whatsapp e ai facebook, ridiamo e scherziamo per la maggior parte delle volte, e affrontiamo anche molti argomenti seri, come la famiglia, i bambini, il futuro: tutto quello che rappresenta la nostra visione della vita, ciò che ci fa stare bene e male allo stesso tempo, le nostre preoccupazioni, le nostre paure, le nostre aspirazioni. Io credo di essere abbastanza obiettiva e critica  nei suoi confronti, così come lui lo è con me. Lui sa che può dirmi tutto ciò che gli passa per la mente perché non lo giudico. Gli do consigli, ma non lo metto sulla forca. Il nostro legame si è evoluto: da semplice riflesso è diventato un rapporto fraterno.  La sorpresa è che siamo più amici adesso rispetto a prima; è come se in quel puzzle incompleto, che avevamo iniziato a creare anni fa quando frequentavamo la stessa compagnia, iniziassero ad incastrarsi pezzi che erano lì, sotto i nostri occhi, ma che non si riuscivano a scorgere perché affannati e presi dalla vita quotidiana e dalla non necessità di scambio. Abbiamo iniziato a conoscerci davvero, scoprendo di essere anche molto simili  e sapendo anticipare eventuali problemi che ci affliggono.

Alla fine non esiste una regola che dice “X anni=amicizia”. Posso chiamare Ale Amico solo ora, nonostante ci conosciamo da sempre.

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Vi racconto mio marito

Il vestito rosso a Lui non è mai piaciuto. In realtà il rosso è uno di quei colori che non ama. Io sì. Lui è più per i colori tenui, “pastellati” come li definisce: il beige, l’ocra, il sabbia, il bianco…i colori coloniali per intenderci. Lui è per le linee classiche, semplici, senza rouches, senza fronzoli, quelle che delineano la figura di una persona. Lui  è per Armani. Non è per i voulant, voulanin. A me non dispiacciono se non sono troppo esagerati. Lui ha sempre qualcosa da dire sul mio abbigliamento, sulle mie scarpe, sulle mie borse, sui miei capelli. Lui mi ha salvata. Lui è un grandissimo rompipalle, ma senza di lui non saprei cosa fare.

Vi racconto mio marito, Fabrizio.

Un uomo bellissimo. Biondo e brizzolato (ha mille colori in testa), occhi azzurri, un metro ottanta per ottanta chili (così mi aveva detto quando c’eravamo conosciuti, ma secondo me, aveva qualche chilo in più) apparentemente molto serio. Apparentemente perchè quando lo conosci, ti rendi conto che fa morire dal ridere. Educato, con un italiano perfetto, Fabrizio è un uomo d’altri tempi. Un uomo. Già definirlo così oggi ci fa capire come siamo messi a livello di fauna maschile.

Non è stato un colpo di fulmine, ma quando l’ho conosciuto e ho iniziato a frequentarlo avevo capito che sarebbe stato il padre dei miei figli. Sensazioni. Sesto senso. Chiamatelo come volete. Lui no. Mica lo sapeva. E probabilmente manco ci sperava. Era talmente ferito e deluso dalle donne, che viveva giorno per giorno cercando di prendere quello di buono che veniva dal rapporto, con cautela e saggezza. Io, che ero alla soglia dei trent’anni, con tutte le amiche sposate con figli etc mi vedevo già una zitella inacidita, e come sempre capita in noi donne, non avendo nemmeno più quindici anni, cercavo di fargli capire che ero quella giusta. E in mente mi rimbombava la frase di un mio vecchio amico sulle donne passate i 30: “30+1? Spacciate…”. Non li avevo ancora, ma ci stavo arrivando.  Insomma, un uomo così, lo dovevo acchiappare al volo e non mollarlo più. Si fanno sempre i conti senza l’oste. Lui non è mica stato così facile da acchiappare. Reduce dal reparto grandi ustionati, aveva la speranza giusta ma non si voleva più fidare del cuore, mettendoci sempre quel tocco di razionalità che gli avrebbe permesso di non fare ulteriori errori. D’altronde, se io stavo arrivando al tre davanti allo zero, lui aveva passato di tre i quaranta (non mi ero mai accorta che il numero tre si ripete così…io sono anche nata il 23, mentre Fabri il 3…mi sa che lo giocherò al lotto!…tre volte!) e aveva la giusta maturità per non perpetrare un rapporto che avrebbe potuto considerare inutile. E così anche lui, con il tempo che c’è voluto, c’ha creduto e mi ha salvata dal 30+1.

Bello, buono, bravo, intelligente, creativo, curioso, sensibile, timido. Irascibile, permaloso (anche se non lo ammette), testardo, pignolo. Un perfezionista in ogni cosa che fa. Non siamo a livelli maniacali, ma di rompimento sì.

Non vi dico averlo in cucina. Lui è molto bravo: quando abbiamo iniziato a frequentarci mi aveva preparato una cena, imbandendo la tavola di ogni leccornia possibile immaginabile e il tutto fatto da lui. Fantastico. L’ha giusto fatto quella volta. Poi forse si è dimenticato. Mi chiedo ancora se l’ho sognato o se fosse stato reale. Avendo Gordon Ramsey a casa, ti verrebbe da dire, “che bello cucina lui”. Eh no. “Senti, io ho già passato la mia vita precedente a cucinare, vorrei arrivare a casa  e trovare la cena pronta il più delle volte”. Ecco, te pareva. Gli è andata bene che si è messo insieme ad un Leone, poco competitivo. Dovevo eccellere. Mi è sempre piaciuto cucinare, ma non ho mai avuto modo di applicarmi in passato, un po’ per il tempo, un po’ perché non c’era nessuno che lo pretendeva. Per assurdo cucinavo di più quando vivevo a casa con i miei genitori, quando sono andata a vivere da sola, mi sono impegnata poco. Però non mi è mai dispiaciuto. E così, la cucina è diventata una sfida. E sono diventata, diciamo “bravina” dai. Lo dovrebbe dire lui, ma secondo voi lo ammetterebbe? Io so già cosa risponderebbe alla domanda “La Cò cucina bene?”. “Uhm ma sì, adesso sì. Dopo il bollito secco e le lasagne crude, sì”. Non è che dice “Sì, sì è diventata brava”, no! Lui prima ti fa ricordare la cosa negativa, poi ti elogia. (La storia del bollito secco ve la racconterò un’altra volta, abbiate pietà).

Ma ha capito tutto. Ha capito che così facendo mi tiene sul filo del rasoio. Per domarmi deve punzecchiarmi, facendosi odiare e stimolando in me tutto ciò che può servire per sentirmi elogiata. Sono Leone, sono donna e sono anche un po’ vanitosa. Necessito di complimenti. Soprattutto dall’unico che me li dovrebbe fare e che usa il contagocce per farmeli!

“Ti rendi conto che passi la metà del tuo tempo a odiarmi? Ma ridi un po’!”. Mi dice.

Piantiamo di quelle litigate che sembra sempre che dobbiamo lasciarci da un momento all’altro. Poi, a me non passa in 5 minuti. A lui sì. Prima ti dice tutto quello che pensa, s’incazza e rigira tutto su di sè parlando sempre al plurale: “Voi non mi capite, ecco, etc…”. Come Ally McBeal. Ma voi chi? Siamo io e lui! Poi però ti guarda e ride. E io non posso fare a meno di ridere con lui e riappacificarmi. A volte.

E’ vero, passo metà del mio tempo a odiarlo. Ma lui non sa che è un odio pieno d’Amore.

T’a capì? 😉

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Nigerian Pidgin English? Na so!

DOVE&QUANDO: treno interregionale Milano- Torino alcuni anni fa.

Sono in treno verso Torino con mia madre.

Nel nostro scompartimento, ci sono quattro o cinque ragazze nigeriane che, coi piedi sui sedili di fronte a loro come se il treno fosse di proprietà, ridono e parlano ad alta voce, nella loro lingua, di cose personali. Più che parlare, sbraitano. A me fanno ridere, a dire il vero. A mia madre no. Lei è infastidita da questo comportamento animalesco e, insofferente, dopo aver sbuffato un po’, mi dice a voce alta, in modo che possano sentire anche loro: “Non lamentiamoci se poi i bianchi pensano che i neri siano tutti maleducati e buzzurri! Guarda queste qui come sono conciate, una vergogna per la razza, poi ti vedono in giro e pensano che sei così. Maleducate!”. Io cerco di zittirla, dandole dei colpetti col gomito, lei invece continua. Io, poi, che non amo cercare grane, provo a stemperare la tensione con un sorriso di circostanza alquanto ebete. Ad un certo punto, una di queste inizia ad accusare un’altra di essere una bugiarda. La questione non poteva che essere economica. Parte una “bagarre” verbale senza fine. Io mi diverto come una matta perchè, nonostante non parlino inglese, capisco tutto quello che dicono: “A beg, make you no wex me!” , “Wetin? Na big wahala! You, you, you de chop money only for you!” “Ah, a!Comot!” “Na lie!!”. E così avanti.  (trad. Ti prego, non farmi arrabbiare! Cosa? E’ un grosso problema, tu, tu, ti sei mangiata i soldi solo per te! Ah, a, ma sparisci” Bugiarda!).

La lingua che queste due parlavano e che io comprendevo era il Nigerian Pidgin English (NPE).

Ora, non so quanti di voi abbiano mai sentito parlare di pidgin, perciò vi illumino (d’immenso!).  I linguisti usano questo termine per etichettare quelle varietà di discorsi che si sviluppano quando i parlanti di due o più lingue diverse, senza una prima lingua comune, vengono a contatto con l’altro e hanno bisogno di comunicare (ad. esempio un britannico e un nigeriano di etnia Igbo, che lingua parlano? Tra i due, non essendoci una lingua in comune conosciuta, nasce un pidgin). Lo sviluppo di questi “nuovi linguaggi” è causato dalla necessità urgente di comunicazione tra persone che parlano lingue diverse – una crisi comunicativa linguistica è alla base della creazione di  un pidgin. Quando questo inizia ad essere utilizzato in casa e i bambini crescono parlandolo come prima lingua, si evolve in una lingua vera e propria e diventa noto come ‘creolo’. In passato, i pidgin e i creoli erano spesso indicati con espressioni peggiorative di un inglese stentato: Bastard Portuguese, French Negro, Broken English, etc… tutti termini che indicano chiaramente una mancanza di rispetto per questi idiomi. L’ignoranza l’è una bruta bestia. Alcuni pidgin sono stati chiamati « lingue commerciali », « lingue franche » o « lingue veicolari » e sono chiaramente sorti in seguito al contatto tra le persone che cercavano di fare affari l’uno con l’altro, senza avere una lingua in comune. In questi casi ciò che si sviluppa non sono varietà o dialetti delle lingue madri dei relatori, ma nuove lingue, la cui grammatica (fonetica, morfologia, sintassi, ecc) differisce fondamentalmente dalle lingue dalle quali sono state formate. Tutti i pidgin sono linguaggi lessicalmente derivati da altre lingue, ma sono strutturalmente semplificate, specialmente nella loro morfologia. I Pidgin mostrano una serie di caratteristiche:
1) non hanno parlanti per i quali il pidgin è considerata la loro prima lingua (lingua madre)
2) sono oggetto di apprendimento delle lingue
3) hanno norme strutturali
4) sono utilizzati da due o più gruppi
5)di solito sono incomprensibili ai parlanti delle lingue da cui ne deriva il lessico.

Un’altra curiosità è l’etimologia della parola ‘pidgin‘: si dice, ma non si è certi, che derivi dalla pronuncia cinese della parola inglese ‘business’ e dalla trascrizione del termine pidgeon (piccione).

Ne esistono di vari tipi: quello caraibico, quello oceanico, quello africano,… Quello che le gentil donne parlavano sul treno era quello specifico del West Africa, in particolare della Nigeria, da lì Nigerian Pidgin English.Se capisco il NPE è grazie a quegli amici “africani” che, vivendo in Nigeria la maggior parte dell’anno, quando tornavano in Italia, tra di loro, parlavano questo idioma. La conoscenza di una lingua comune fa stringere dei legami e crea gruppi. Se tu conosci la lingua, entri a far parte del mondo dell’altro.

In quel momento, sul treno io ero parte passiva di una discussione che era accesa per i più, ma che per me era essenzialmente colorita e divertente a causa della lingua, delle movenze e dei gesti. Mia madre si alzò dal suo posto e cambiò scompartimento, io rimasi lì a ridere. Le due, interrompendo lo spettacolo per un minuto, si voltarono a guardarmi. Una delle due mi disse: “Na lie, you no pidgin?” (Non è vero, capisci il pidgin?), e io, sempre col mio sorriso da ebete, risposi: “Nigerian Pidgin English? Na sooo!” (L’inglese pidgin nigeriano? E’ così!).

Le due si misero a ridere e io raggiunsi mia madre nell’altro scompartimento. Potevano continuare a discutere, tranquillamente.

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Sognando New York

Non so quanti di voi siano già andati a New York o desiderino farlo, ma per me è sempre stato un sogno. Per circa dieci anni, ho tentato di raggiungerla senza esserci mai riuscita, pur facendo la hostess. Destino beffardo o no, prima in Lauda, poi in Alitalia, io gli States li vedevo col binocolo.

Sono sempre stata affascinata da questa metropoli, un po’ per l’immaginario comune trasmessoci dalle serie televisive, da Friends a Sex and the city, un po’ perché ha sempre rappresentato il “yes you can”. Almeno una volta nella vita ci sarei voluta andare, ma sembrava che il destino si fosse accanito contro questa mia idea. Nel 2001, a 21 anni, non ho avuto il coraggio di abbandonare il mio fidanzatino di allora andando un anno negli USA a fare la ragazza alla pari. In più, s’era messo pure Bin Laden con l’11 settembre. Quando si calmarono le acque, cercai di organizzare una cinque giorni a New York, con due amiche, Laura ed Elena: al momento della prenotazione entrambe si accorsero di avere il passaporto scaduto. Le tempistiche si allungarono e persi “l’attimo”. Finalmente, nel 2009, ci sarei dovuta andare in viaggio di nozze: se il matrimonio non si è celebrato, figuratevi la luna di miele.

A quel punto, rinunciai. Ogni volta che mi proponevo di andarci, succedeva qualcosa che me lo impediva. Considerandomi una fatalista, a New York, come al vestito rosso, diedi un valore particolare: ci sarei andata, ma non l’avrei dovuto decidere io, almeno la prima volta. Qualcun altro avrebbe dovuto scegliere per me.

E di nuovo, devo ringraziare l’uomo del monte: mio marito.

Sdraiato sul divano una sera di  gennaio mi dice: “Basta, io voglio andare ad Honolulu!”.  Però, un po’ più lontano no?! Iniziai a guardare i voli e ogni volta che ne trovavo uno che andava bene c’era uno scalo di diverse ore a New York. Fabri colse la mia sofferenza interiore e mi disse: “Senti, approfittiamo dello scalo e inseriamo qualche giorno a New York”. GRAZIE.

Atterrare al JFK e mettere piede sul suolo americano è stato l’avverarsi di un sogno. Il sogno americano. Il mio per lo meno. Se l’idea di andarci non era stata mia, l’organizzazione sì. Avevo concentrato tutto ciò che avrei voluto vedere in tre giorni, calcolando  ed ottimizzando i tempi, prendendo la metropolitana e sapendo esattamente come e dove andare. Avevo programmato i tempi di attesa in aeroporto, ipotizzato l’arrivo in hotel e dove saremmo andati a mangiare. Lo ammetto, avevo previsto tutto e non volevo perdere nessun minuto. E chiaramente, avremmo fatto tutto rigorosamente a piedi o al massimo con la metro.

Purtroppo, non avevo fatto i conti con l’ernia lombare di mio marito (allora ancora fidanzato), che aveva deciso di venire anche lei con noi. La terza incomoda. Non poteva filare tutto liscio.

Abbiamo percorso tutta Manhattan a piedi, da Central Park a Battery Park, il molo per imbarcarsi verso la Statua della libertà. Andata e ritorno. Io ero come una bambina al luna park. Fabri mi ha odiata. Ancora oggi, raccontando di quel viaggio, dice che sono stata una sadica a fargli tutta Manhattan a piedi. Vi dico solo che davanti al ponte di Verrazzano lui mi ha fatto credere che fosse quello di Brooklyn: “Lo vedi, è lì? Adesso andiamo…”. C’ha provato, ma durò il tempo di uno sguardo verso quello vero. Poverino, stava patendo le pene dell’inferno: ebbi pietà ed evitammo di percorrerlo. Per quanto gli stesse piacendo visitare la città e scoprirla, la sua amica ernia non lo mollava; in più, non vedeva l’ora di godersi le Hawaii di Magnum P.I. godendosi una settimana di puro riposo.  Io invece volevo andare, visitare, guardare tutto: Tiffany (fatto), Central Park ( fatto), MOMA ( fatto), Statua Libertà ed Ellis Island (fatto), ponte di Brooklyn (visto), Broadway e un musical (Priscilla La Regina del deserto), Harlem e il gospel (fatto tutto). Oltre allo shopping.

New York è stata molto più di quanto mi aspettassi: ci si dimentica spesso che è una città sul mare; ci si aspetta un cielo plumbeo come in una qualsiasi altra metropoli, invece non è così. Il cielo è azzurro, l’aria di marzo è pungente e fresca, gli spazi sono enormi, i marciapiedi ampissimi e non si ha mai la sensazione di caos. Tutto sembra ordinato: passeggiare in Central Park, nel polmone verde di New York, non ti fa sentire il rumore del traffico o pensare di essere in una città di otto milioni di abitanti.

A volte quando ti aspetti molto da qualcuno o qualcosa, rischi di rimanerne deluso: la grande mela non l’ha fatto, anzi. Mi ha strappato la promessa di tornarci. Questa volta però con la mia amica Fede per i nostri 40 anni. Fabri mi ha detto che mi toglie la carta di credito. Io spero di non avere l’ernia.

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Vorrei la pelle nera

Ma che bel colore che hai, come hai fatto a mantenerlo anche d’inverno?

O_o

Ma il sole riesci a prenderlo? Ma ti abbronzi? Ti bruci? Ma dai, non posso crederci, ti speli!

O_o

Le faccine emoticons rendono?

So, che le ultime  quattro domande me le hanno anche poste degli amici. State tranquilli, non vi insulto. Capisco che qualcuno me lo abbia chiesto per pura ingenuità o per mancanza di conoscenza, non siamo tutti uguali e giustamente ciò che è nuovo o diverso può suscitare sorpresa, stupore e curiosità. Ma la prima…mi sono sempre domandata se chi me l’ha fatta, l’avesse fatto con l’intento di offendermi o semplicemente con ingenuità. E’ difficile dirlo quando non conosci le persone, ma il tono che utilizzano, insieme all’espressione del volto dovrebbero fartelo capire. Mi ritengo una persona positiva e voglio credere che l’intento non fosse assolutamente maligno.

Una volta, a Roma, per risparmiare con due amici, avevo prenotato su internet tre stanze in un casa privata. Il padrone di casa, quando mi vide, mi disse: “Fija mia, ma quanto ce sei stata al sole pe’ ridurte così? Ma che te sei proprio scura scura o me prenni in giro?”. Sono scura scura sì. Tra l’altro, era luglio e avevo anche preso il sole. Il signor Romano era davvero così: sbigottito. “E ma non c’hai i lineamenti alla Kunta Kinte”. Eh, no. Però avevo le treccine, poteva arrivarci. Capita.

A ripensarci, rido ancora. Non mi ero assolutamente offesa, anzi!

Devo ammettere che sono stata una ragazza fortunata: non ho mai subito nessun tipo di angheria, offesa o insulto per il colore della mia pelle. Per fortuna, oserei dire, ma nulla è scontato. Solo in prima elementare accadde che una mia compagna mi avesse detto non mi ricordo più cosa sul fatto che ero scura scura: era intervenuta subito mia madre che con il suo savoir faire da negriera le aveva detto: “tuo padre lavora in Africa? ringrazia anche i neri se ha un lavoro”. Non so se lei avesse smesso perchè aveva capito o perchè le faceva paura la faccia nera nera di mia mamma. Comunque niente di grave, siamo poi diventate amiche. Invece, conosco dei coetanei, mulatti come me, che hanno subito ogni genere e tipo di torto possibile, a detta loro, solo perchè “neri”. Ogni volta che a loro succedeva qualcosa, era perchè “i bianchi sono razzisti”. Tra l’altro, il loro padre era pure bianco. Quindi doveva essere razzista pure lui. Vivevano male ogni cosa, sempre pronti a difendersi attaccando. Ogni frase veniva mal interpretata, e si giustificavano così. Quando mi sono iscritta all’università, mi ha accompagnata mio padre. I segretari erano odiosi e insopportabili, trattavano male chiunque, sbuffavano quando gli si chiedeva qualcosa e sembrava fosse un peso dover spiegare la prassi per l’iscrizione e il piano di studi. Ricordo che mi risposero male e quando lo raccontai  a questi amici, ovviamente mi dissero: “Si sono comportati così perchè pensano che in quanto nera tu non capisca, se eri bianca non lo avrebbero fatto”. Ma non è vero!!! Quei due erano due veri e propri stronzi!

Quell’episodio mi fece capire che quei due ragazzi  si comportavano così perché loro erano razzisti e il loro atteggiamento li portava a vedere tutto nero. Io non voglio dire che il razzismo non esista, io dico che non l’ho subito, un po’ per fortuna, un po’ per l’atteggiamento con il quale mi sono sempre posta verso gli altri e non solo. Mia madre si era integrata bene in paese, non si è mai lasciata mettere i piedi in testa da nessuno e ha sempre reagito con carattere. Aveva stretto diverse amicizie con donne italiane e per assurdo ha sempre diffidato di quelle “conterranee” per una questione d’invidia. La madre di quei ragazzi invece se n’è sempre stata nel suo, vedeva del “marcio” ovunque e usciva di casa solo per necessità. I suoi figli erano cresciuti con quell’esempio, di conseguenza non riuscivano ad integrarsi.

Alla fine dipende sempre tutto da noi, da come siamo, da come ci rivolgiamo agli altri e da che visione abbiamo del mondo che ci circonda. Se qualcuno mi attacca inutilmente per questo motivo, penso sia un becero ignorante, non mi tocca, non mi tange. Penso sempre che quel poverino o quella poverina d’estate si mette in spiaggia a prendere il sole per diventare come me. E ci può riuscire, magari. Ma d’inverno gli/le toccano le lampade.

Com’è che cantava Nino Ferrer? Ah, sì…vorrei la pelle nera. Tiè.

🙂

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Sul Mekong come sul Po

Quando pensavo al fiume Mekong, la prima immagine che mi veniva in mente era la scena iniziale del film “L’Amante” di Jean Jacques Annaud: a bordo di un traghetto che lo attraversava, i due protagonisti s’incontrano. Lei, rossetto rosso brillante, indossa un vecchio vestito di seta, scarpe coi tacchi ed un cappello da uomo, lui un abito color panna e cravatta nera. La trama si snoda tra quei meravigliosi scenari della foce del fiume e la città di Saigon, nell’Indocina francese intorno agli anni trenta.

Non è più così.

Oggi, quando penso al Mekong penso al mio viaggio con Intrepid Travel e all’attraversamento del confine cambogiano verso il Laos. Intrepid Travel è un tour operator tipo Avventure nel mondo, con un team leader che si occupa di sbrigare tutte le pratiche burocratiche per sveltire e ottimizzare il viaggio (visti,biglietti,ingressi, pullman, etc…). Dopo aver attraversato la Cambogia, il nostro gruppo avrebbe dovuto oltrepassare il confine per andare in Laos. Sapete cosa divide il Laos dalla Cambogia? Il Mekong. Saremmo dovuti salire su una barca e attraversarlo per scendere in terra laotiana.

Saremmo.

Mi soffermo su questo punto per parlarvi di una mia compagna di viaggio: Nicole.  Trent’anni all’epoca dei fatti, canadese ed ebrea, Nicole è diventata una cara amica, una ragazza di una simpatia e di un’allegria contagiosa, intelligente, spigliata e con un’ironia pazzesca. Il tutto rinchiuso dentro un metro e mezzo di altezza. E’ stata la mascotte del nostro gruppo e ogni sua uscita era memorabile. Ogni tanto capitava che soffrisse di attacchi d’ansia (credetemi che in quel viaggio chiunque ne avrebbe sofferto) e cercava di esorcizzarli ridendoci istericamente su e appoggiandosi metaforicamente a noi che la sostenevamo.

Bene.

Arriviamo al cosiddetto “border” e scendiamo dal nostro pulmino. Il nostro team leader ci dice “Here we are, let’s take our boat, direction Laos!” (trad. Eccoci, prendiamo la nostra barca, direzione Laos!). Ora, non vorrei essere pignola, ma il termine “boat” , cercato sul dizionario Collins monolingue recita: “a small vessel for travelling over water, propelled by oars, sails or an engine” (ritrad. piccola imbarcazione per attraversare l’acqua, azionata da remi, vele o da un motore). Nel mio immaginario, comune a molti, boat è tradotto barca.

Ri-bene.

Sulle sponde del fiume più grande dell’Indocina, un vero e proprio mito naturale, so powerful, si delineano due piccole imbarcazioni che io non avrei definito propriamente “barche”. C’ha pensato Nicole. “We are supposed to cross over the Mekong on, on…-non riusciva nemmeno a dirlo poverina- on a motorized canoa???”. Adoro l’inglese perchè è una lingua sintetica. Definizione perfetta. Le canoe in questione ( due perchè eravamo in dieci e ciascuna ne portava 5) non avevano remi. Il capitanoincomandoabordo stava a poppa con un maxi remo e azionava un motore che dava la spinta alla barca, no scusate, canoa. Io non avevo mai visto fiumi così grandi in vita mia. Il Po a confronto sembra la Giara ( il ruscello del mio paesino). In quel momento credo di aver pensato che mi ero cercata una grana a fare sto viaggio. Vi dico solo che il pedalò in mare è più sicuro dell’imbarcazione in questione. Altro che attacco di panico. Dovevamo percorrere 40 chilometri prima di arrivare al border in Laos. Tradotto in tempo: quasi quattro ore. Quattro ore di preghiere sotto la pioggia, ah sì, ad agosto è la stagione delle piogge in Asia, vorrete mica pensare che ci avesse graziato in quel tragitto?? Noooooooooo, ma va! Coperti da una sorta di telo protettivo siamo sfuggiti alle intemperie.

Nonostante il tempo, la fatica, le ore, il motore che si spegneva ogni due per tre ( e Nicole che ci diceva che doveva ascoltare sua madre e non venire) siamo giunti in Laos. E io sono stata qui a raccontarvelo.

E’ strano come certe esperienze che hai vissuto con un pizzico di terrore e paura, quando le racconti ti lasciano il sorriso sulle labbra insieme a quel non so che di nostalgia. Forse l’avventura è proprio questo. Non credo riuscirei mai a vivere una completa vita così, ma so che non dimenticherò mai le emozioni, la magia e le sensazioni che ho provato attraversando il Mekong. Nemmeno sul Po.

p.s. l’immagine in evidenza è quella reale, l’ho scattata dalla mia postazione…

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