corinne noca

Paura e terrore

I fatti di Parigi ci hanno colpito tutti, inutile stare dietro alla solita retorica. In Oriente ogni giorno muoiono vittime innocenti che non hanno chiesto di venire al mondo e nemmeno di vivere in un determinato posto. L’11 Settembre 2001 avevo 21 anni ed ero davanti alla TV quando l’edizione straordinaria del TG5 ha mostrato l’immagine del secondo aereo sulle Torri Gemelle. Il mio ex fidanzato di allora ( con il quale sono rimasta in ottimi rapporti e che ora vive e convive proprio a Parigi) mi aveva guardato e mi aveva detto: “Co, è la Terza Guerra Mondiale”.

Quel giorno, come altri importanti nella Storia di tutti noi, rimarrà per sempre nella Memoria. Ma nonostante lo sbigottimento di fronte a quella catastrofe, lo ammetto, non mi rendevo conto realmente di cosa fosse la paura. Non avevo mai vissuto la Guerra vera ( e a differenza di Miss Italia non vorrei rivivere quelle del Passato) e in un certo senso, pensare che si sarebbe ripresentato ciò che ho solo letto nei libri di scuola e sentito raccontare da mia nonna, sì, mi ha un po’ spaventata e lasciata senza parole. Poi, come per tutte le cose, passa il tempo, passano gli anni, gli assetti politici e sociali cambiano, ma la tua vita, personale, familiare, va avanti lo stesso. Gli Stati Uniti, la Palestina, la Siria, l’Iraq, il Medio Oriente,la Nigeria sono Paesi lontani. Si consumano tragedie a danno di persone comuni, e per quanto ci possa dispiacere, la nostra mente non va più in la del proprio orticello a meno che non ci siano persone care o conosciute che vivono in questi luoghi. Questa ero io, a vent’anni, con una consapevolezza quasi inesistente del mondo, chiusa nei quattro luoghi familiari della mia esistenza: mi sentivo sicura e protetta; incoscienza giovanile, stupidità, chiamatela come volete. La paura, lo ricordo bene, è passata subito.

Oggi, invece, sono consapevole di cosa sia, di cosa voglia dire e del fatto che la Francia non è così lontana come lo erano ( e lo sono) gli Stati Uniti nel 2001. L’orticello francese non mi è estraneo e qui non si sono schiantati degli aerei con un atto plateale. Ieri è stata colpita la nostra quotidianità: e questo può accadere ovunque.

Oggi, non ho solo paura, sono terrorizzata.

Ieri sera mentre seguivo in diretta ciò che stava succedendo, mi sono immedesimata nella prima scena che hanno raccontato: nel ristorante cambogian: una mamma con due bambini e il nonno stavano cenando quando sono entrati i carnefici che senza pietà hanno freddato la mamma, i due piccoli e ferito il nonno. Non mi vergogno a dire che mi sono scese delle lacrime incontenibili: ho pensato a mia figlia e  ho pensato che se io inizio a vivere con paura, la trasmetterò anche a lei.

Inutile esprimere pensieri sul perché, per come, sulla religione, sui kamikaze, sull’istruzione e sul fanatismo. Inutile. Non voglio puntare il dito e non voglio sputare sentenze. Non sarà facile difendersi, questo sì.

Aveva ragione Andrea, è la Terza Guerra Mondiale. Non si combatte in trincea, ma per le strade della nostra vita comune, agendo sul corpo e sulla mente, provocando due tra le emozioni più nascoste e temute dall’essere umano: paura e terrore.

Per la prima volta in vita mia non riesco a vedere le cose con una luce diversa. Il mio essere madre e il mio istinto di protezione e sopravvivenza vorrebbero vincere su tutto, ma sono inerme di fronte ad una situazione mondiale che ci vede impotenti di fronte ad una guerra subdola che colpisce alle spalle chi non può difendersi in alcun modo.

E voi, cari amici, come vi sentite?

Standard
corinne noca

Google e i 35 anni

Alle 3:55, tra circa tre ore, avrò ufficialmente 35 anni. Non credo attenderò quel momento X, sono le 01:10 e, grondante di sudore, nel cuore della notte, non riuscendo a prendere sonno, decido di scrivere un nuovo post dopo mesi di latitanza.

Ascoltando Feel di Robbie Williams, mi sono ritrovata su youtube a cercare vecchie canzoni che mi hanno fatto catapultare negli anni in cui festeggiare il mio compleanno era un MUST. Almeno, fino a 20 lo è stato. Quando si è adolescenti si fa di tutto per arrivare a festeggiare la maggiore età, come una grande tappa nella nostra vita, quella meta che ci da l’apparenza di essere adulti…passati i 18, in un batter di ciglia ti accorgi che ne sono passati quasi altri 18 da quella festa… Mentre  nella mia mentre si accavallavano tutti questi pensieri del passato, cercavo in contemporanea di capire cosa scrivere. Niente bilanci, niente pensieri, niente cose scontate che mi ritrovo a dire sempre ad ogni compleanno, niente. Nessun idea chiara se non quella di voler condividere con voi questo momento notturno. Finché, non mi viene una genialata: apro google e in quella barra del motore di ricerca decido di farmi aiutare da Internet scrivendo: “35 anni”.

Sulla barra degli indirizzi mi compare questo link: https://www.google.it/search?q=35+anni&gws_rd=ssl

Potete fare copia incolla così vi rendete conto.

Quello che ne viene fuori mi ha lasciata senza parole.

In ordine si trovano, in prima posizione:

1) il tuo kit di sopravvivenza dopo i 35 anni

2)Gisele Bundchen ( modestamente coetanea, classe 1980), festa per i suoi 35 anni

3)Incinta dopo i 35 anni: cosa cambia?

4)Gravidanza: dopo i 35 anni cala il rischio anomalie

5) Sesso dopo i 35 anni è un flop

6) I jeans skinny danneggiano muscoli e nervi ( prova nè è stata una ragazza di 35 anni portata in ospedale).

Potrei continuare, ma non voglio togliervi altre sorprese.

Praticamente per google i 35 anni sono primariamente legati al sesso femminile e alla gravidanza. Beh, consolante pensare che solo le donne li compiano: gli uomini? Anche google non li tiene in considerazione, poverini.

L’unica persona famosa degna di nota è la super top Gisele: grazie per avermi ricordato che non sarò mai come lei,anche se abbiamo la stessa età, una degli Angeli più famosi di Victoria Secrets,. Lei d’altronde è solo più alta, più bella, più ricca, più bionda e soprattutto più bianca.

Ho partorito due anni fa, ne avevo 33;  mi devo quindi considerare fortunata perchè a quanto pare sembra che i 35 anni delimitino la fine della gioventù e della leggerezza. Per google sono una ragazza finita.

E io che mi sento ancora piena di energie e gongolo quando mi chiamano “signorina”, anche se poi si correggono quando vedono la fede e mi dicono “ah, scusi, Signora”. Va beh, dai ma se mi ha chiamato signorina non mi offendo, anzi!

Il dramma però sono i giovani quando ti urtano per strada e ti dicono “scusi”. Inutile dirlo: sono loro a dettare legge nel tuo intimo: non sei più una da “scusa”, sei precipitata nel baratro.

Sinceramente non sapevo cosa aspettarmi da quella ricerca, è stata pura curiosità…la stessa che uccise il gatto.

Bene, allora posso far che chiudere e andare a dormire: ero così contenta di essere arrivata a 35 con una famiglia mia, una bimba, un lavoro e buona salute. Nulla di più da desiderare.

Grazie a google che mi ha massacrata in cinque secondi. Ed è inutile che cerchi di riparare con la scritta dedicata a me, non attacca. Passati i 35 si diventa meno tolleranti…da ora in avanti passerò a Bing. Tiè.

Standard
corinne noca

Cicatrici

E’ da diversi giorni che ho in testa questo post. Il titolo mi è venuto in mente, guarda caso, proprio guardando una cicatrice che ho sul ginocchio destro.

Avevo 14 o 15 anni,una sera d’estate rientravo a casa in bici con la mia amica Laura.

Laura abitava a meno di un chilometro da casa mia, ero andata a trovarla e poi (forse, perchè i ricordi sono un po’ fumosi) avevamo deciso di tornare da me. Casa mia si trova all’inizio di una salita che porta a S.Eusebio, una frazione costituita da una sola via colma di case costruite in stile liberty, dagli anni ’30 in avanti. S.Eusebio, è chiamata la Roasio degli Africani, per il fatto che la maggior parte dei suoi abitanti è emigrata in Africa per lavoro. Dunque, tornando a casa, la salita era diventata una discesa. Non so voi, ma io non sono mai stata un’amante dell’avventura o una sprezzante del pericolo, perciò stringevo i freni della bici per limitare la velocità e non rischiare, anche per questo mi sono sempre definita una persona abbastanza prudente. Purtroppo non avevo considerato quella maledetta ghiaietta che ricopriva l’ingresso del cancello: svoltando a sinistra, ho frenato “dolcemente”, ma l’attrito con i sassolini ha fatto si che la ruota davanti sbandasse facendoci atterrare sulle ginocchia scoperte dai pantaloncini corti. Mi sono impiantata un sasso appuntito che mi ha inciso uno sbrego di 4×2 cm. In alcuni punti del nostro corpo il sangue sgorga come una fontana: la ferita bruciava, ma stoicamente dissi a mia madre “non è successo niente, sono caduta in bici qui davanti”. Mia madre poi non era una donna ansiosa, perciò dopo avermi urlato dietro con il suo fare sempre molto dolce, mi medicò la ferita e mi mise un cerotto. Oggi forse per un taglietto del genere bisognerebbe andare al pronto soccorso e farsi mettere dei punti perchè non sia troppo evidente la cicatrice, ma sinceramente allora non si era nemmeno palesato il pensiero.

Dopo vent’anni mi cade l’occhio su questo ginocchio e mi scappa un sorriso: un ricordo indelebile, da tutti i punti di vista, di una sera qualunque d’estate, di un tempo passato che porto nel cuore, di quella spensieratezza dei giorni da adolescente, coi suoi piccoli problemi quotidiani che di fronte a quelli “maturi” erano nulla.

Quanto è giusto cancellare i segni che ci procuriamo sulla nostra pelle? Gli anni passano per tutti, i segni del tempo lasciano tracce indelebili insieme a quelle fisiche che ci siamo procurati, volenti o nolenti. Penso alle cicatrici delle operazioni di mia madre, a quella piccola bruciatura da sigaretta che ho sul polso destro, all’ustione provocata dall’incidente in Cambogia, e mi chiedo: “se dovessi scegliere tra cancellarli e tenerli, cosa farei?”. Istintivamente e romanticamente risponderei che li terrei, ma pensandoci bene, a livello estetico, quella bruciatura che ho all’altezza del collo del piede la farei sparire: mi è stata provocata in maniera dolorosa, ho rischiato la pelle, e ogni volta che ci penso mi sento una stupida per non essere stata in grado di attraversare una strada. Tutto il resto invece lo manterrei così com’è.

Non ho nulla contro la chirurgia estetica, anzi, al contrario penso che se qualcuno non si sente a suo agio con qualche parte del suo corpo, ben venga che cerchi di migliorarla, chiaramente nei limiti del buongusto, che spesso viene a mancare. Non sono d’accordo sulla trasformazione o sul cambiamento radicale che certe operazioni provocano, e ancor di più non capisco l’ossessione al non voler invecchiare. E’ una condizione naturale, perchè andare contro di essa? Ci sono tanti modi per mantenersi spiritualmente e fisicamente “giovani”, senza dover ricorrere alla chirurgia, si tratta sempre di  una questione di forza di volontà.

Penso che i segni del tempo, le rughe, le cicatrici facciano parte della nostra vita, la difficoltà sta nell’accettarli. Se riusciamo a farlo, possiamo essere fieri di noi stessi, perchè significa che non abbiamo paura di vivere e di affrontare il futuro. Cancellare le tracce del nostro passato significa anche rinnegare una parte di noi,o no?

Da bambina ero affascinata dalla lettura degli anelli degli alberi abbattuti. Il fatto di poter “vedere” e contare quei cerchi dai ceppi mi faceva immaginare la storia di ciascun albero e, non so bene il motivo, ma ne sono sempre rimasta incantata: forse perchè rappresentavano la prova della Vita dell’albero stesso nella perfezione della Natura.

I nostri segni sono i nostri anelli, per quanto possano infastidirci ci rappresentano: cerchiamo di rispettarli e forse, così facendo, impareremo anche ad amarli.

Standard
corinne noca

Credo in Dio, ma non nella Chiesa

Ero indecisa se scriverlo su The Morning Later o meno, ma alla fine ho scelto l’altro blog…in ogni caso lo rebloggo perchè sono pensieri che fanno riflettere..

Jordi Coll

Questa frase mi ha colpito. E non perchè l’abbia detta mia madre o chissà chi, ma per il fatto di averla sentita in una telenovela, “Il Segreto” che per i più è seguita da massaie e casalinghe e che secondo il parere di chi giudica sempre dall’esterno, non ha un grado culturale tale da far usare il cervello. Non è così. Oltre ai triangoli amorosi, più o meno forzati, o ai clichè tipici di questi romanzi televisivi, chi la segue impara qualcosa di una cultura diversa, anche se simile alla nostra, impara un italiano fine e classico perchè ambientato in altri tempi e può anche permettersi di ragionare, se ha voglia, su alcuni temi. Come l’omosessualità, la politica e la religione. Se 4 milioni di italiani seguono il Segreto, ci sarà anche un motivo.

Questo è il blog su Jordi Coll, quindi mi sento di scrivere qui questo pensiero, ma anche…

View original post 684 altre parole

Standard
corinne noca

Il colpo di genio

– Cos’è il Genio?
– È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione.

Chi di voi ha visto il film “Amici miei” di Mario Monicelli, saprà sicuramente identificare questa citazione che coincide con uno di quei momenti cult, indimenticabili di un film d’eccellenza. Se non l’avete visto, beh, fatelo, ne vale la pena.

Una sera ricevo un messaggio su whatsapp ( ormai gli sms paiono estinti): lo apro e vedo un file audio che mi ha inviato un collega. Distrattamente lo lascio scaricare velocemente appoggiando il cellulare sul tavolo in cucina e mi accingo a preparare la cena. Mentre studio cosa fare velocemente ( in cucina il colpo di genio non viene mai, soprattutto dopo una giornata lavorativa intensa), sento una voce femminile, di quelle con toni commerciali, da call center, che dice: “Buongiorno chiamo da Sky Italia posso parlare con Rossi Cinzia?” ( Ho cambiato il nome originale per una questione di privacy). La risposta è glaciale, “Sì, sono io”.

Cosa c’è di strano nel rispondere affermativamente di essere la persona interessata? Nulla, in effetti. A meno che, la voce di Rossi Cinzia non sia propriamente la sua, ma quella di un uomo dai toni assai profondi, ovvero, il suo compagno, alias il mio collega. La dolce signorina di Sky Italia rimane un attimo perplessa e fa subito trasparire il suo accento sardo: “Ehm, in chessenso, è il marito?”. “No, sono io, Rossi Cinzia”, la pietrifica definitivamente. Dopo una manciata di secondi di silenzio, la simpatica operatrice call center riattacca il telefono. E non chiama più.

Ora, a descriverlo perde un po’ di smalto, ma vi assicuro che a sentirlo vocalmente non si può non rimanerci male. E ridere. La domanda nasce spontanea: ma come ha fatto a venirgli in mente di fare così? Da quell’episodio pare non aver più ricevuto chiamate da Sky Italia. Un modo veloce per troncare l’ossessività della pubblicità telefonica. Il mio collega mi ha inoltre raccontato che un’altra tecnica che usa è quella di passare le telefonate “inutili” a chi si occupa in casa di certe questioni: il figlio piccolo di 4 anni. Gli operatori, ritrovandosi dall’altra parte della cornetta la voce puerile del “padrone di casa”, concludono frettolosamente la telefonata, o riattaccando, o salutando allibiti. Geniale.

Ho sempre ammirato chi in un batter d’occhio trovasse soluzioni senza alcuna difficoltà, fantasiose, e divertenti. Nel raccontare questo aneddoto mi è venuto in mente il film di Monicelli, che per anni non è stato più trasmesso, finchè il mio caro Fabri non l’ha tirato fuori dal cilindro facendomelo riscoprire con quelle sane risate apparentemente dimenticate, sopite nei meandri del cervello dove stanno accatastati i ricordi d’infanzia e le nostalgie. Ed è proprio parlando di questo tema, che mio marito aggiunge un altro episodio al colpo di genio.

Un suo amico, anni prima, ai tempi dell’università, era solito prendere un treno a due vagoni che compiva un tragitto breve in mezzo alle risaie del Vercellese.Il brillante studentello, che allora aveva una ventina di anni,  si ritrovava ogni mattina stipato in una carrozza colma di lavoratori e suoi simili, roba da non riuscire a muoversi. Una di queste mattine si sente male. Il suo mal di pancia annuncia “silenziosamente” la sua necessità corporea. Quel silenzio però inizia a farsi soffocante e lui, stoicamente in piedi, in mezzo ad altra gente, compie un gesto plateale. In piena estate, in un vagone senza aria condizionata con un solo ed unico finestrino aperto, si avvicina allo stesso dicendo: “Ma basta con questi agricoltori che mettono il concime nei campi, hanno rotto le palle, non si respira più!”, e chiude il finestrino. Penso che voi tutti abbiate presente l’olezzo e il potere di quel gas silenzioso scatenato dalle fitte allo stomaco, comunemente ed erroneamente chiamate “fitte da mal di pancia”. Ecco. Si ritrovavano tutti immersi (o sommersi), coi finestrini chiusi. In questo caso, non saprei dire se è geniale o bestiale, ma sicuramente fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione non mancano.

Tra i due racconti avrei preferito essere l’ingenua vittima del compagno di Cinzia Rossi. Almeno in quel caso, il “silenzio” era giustificato.

Qui il video di 3 minuti sul colpo di genio in Amici miei:

Standard
corinne noca

Io guardo i denti.

Domanda agli uomini: avete mai provato a chiedere ad una donna qual è la prima cosa che guarda in un uomo?

Domanda alle donne: cosa rispondete di solito?

Allora, premesso che l’aspetto fisico gioca chiaramente un ruolo primario, puramente soggettivo visto che la bellezza sta negli occhi di chi guarda, ma superato questo primo momento impattante, ci sono dei particolari che non passano inosservati.

Io, da donna, ho sempre guardato i denti.

I denti stanno in bocca, la bocca si bacia e possiede tutte quelle caratteristiche che possono far scappare le persone: sorriso a scacchiera, alito pestilenziale, mancanza di cura, colore giallognolo, e chi più ne ha, più ne metta. Io li guardo perchè ammetto di avere una vera e propria ossessione per questo apparato. E in famiglia non sono l’unica.

Dicembre 2010. A cena con tutta la famiglia di mio marito per la mia presentazione ufficiale, ad un certo punto mio suocero mi guarda e mi dice: “Ma quei denti lì sono tutti tuoi?”. Io, un po’ presa alla sprovvista,  ho sfoderato il mio classico sorriso Durban’s rispondendo con un modesto “fortunatamente sì”; Fabri ha semplicemente scosso la testa e mia suocera l’ha fulminato con lo sguardo. Lui, con una certa  nonchalance, è andato avanti dicendomi di aver sempre invidiato, oltre che i capelli afro, le dentature bianchissime, soprattutto dei neri, e di aver lottato tutta la vita con il dentista per poter raggiungere il canone desiderato. Ogni volta che vede una bella dentatura l’ammira come fosse un’opera d’arte.

Chiaramente io ho preso tutto il discorso come un complimento e la scena, ancora adesso a distanza di anni, mi fa sorridere ( per restare in tema). Mio marito, allora fidanzato, all’uscita dal ristorante si è scusato per lui, ma io non ne vedevo il motivo. ” Eh sì, non ce n’è motivo perchè i denti che hai in bocca son tutti tuoi, ma se avessi avuto un apparecchio o avessi avuto un intervento non saresti così adesso! Non sono domande da fare, soprattutto la prima volta che vedi una persona!”. In effetti non aveva tutti i torti: ci sono effettivamente cose che non si dovrebbero dire, per lo meno la prima volta, quando ancora non c’è confidenza, ma l’ho comunque trovato spontaneo e tutto sommato, forse per l’argomento che non mi toccava profondamente, divertente. Quella sera mio suocero ha dato il meglio di sè in quanto a figure… Mentre raccontava di una coppia che aveva conosciuto al mare, gli scappa un “lei era mooolto più giovane di lui, avranno avuto 10 anni di differenza”….e mia suocera, seduta al suo fianco, gli da una gomitata e gli dice: “La Cori e il Fabri ne hanno 13…”…in perfetto stile British, è andato avanti affermando che in quelli del mare si notava molto di più perchè lui non portava bene l’età che aveva, era già “bianco” di capelli!

Un paio di giorni fa, invece, sento una mia amica che sta frequentando un ragazzo da un paio di settimane, o meglio, si sono visti due volte. Mi ha fatto un elenco di qualità positive del presunto futuro boy, ma scappa un ma…mi manda la foto e io le dico “beh, non è niente male, cosa c’è che non ti convince, le mani??”….”Co, come hai fatto a capirlo?”…eh…quando c’è qualcosa che non va sono sempre le mani. O i piedi.

Io questi colpi d’occhio non li ho mai capiti. Accetto i denti per i motivi di cui sopra, ma mani e piedi perchè dovrebbero influenzare l’aspetto di una persona? Negli anni ne ho sentiti di simili: “A me piacciono le mani grandi, mi danno un senso di protezione”; “a me invece piacciono le mani piccole, denotano sensibilità”; “a me piacciono i piedi”…scusate, ma con le scarpe, come fate a vederli???

Dai su, tutte queste cose si dicono quando non si è del tutto convinti. Se uno piace, piace subito per com’è fatto (fisicamente intendo), se no, piace per quello che mostra il tempo che  viene trascorso insieme, dove non è l’estetica a colpire, ma la testa, la bellezza cosiddetta interiore.

Rispondere mani e piedi equivale a dire quel famoso aggettivo che stronca tutte le possibilità a chiunque: SIMPATICO/A.

E voi, cosa ne pensate??

Standard
corinne noca

La Madonna degli Angeli

Ho passato la maggior parte dei miei lunedì di Pasquetta a “merendare” su una collina dove sorge un piccolo santuario dedicato alla Madonna degli Angeli, una piccola statua in pietra che veniva venerata come protettrice dei vigneti che hanno sempre caratterizzato questa zona.

Si trova appena sopra il cantone (o frazione dir si voglia) dei miei avi paterni, Noca, e ogni anno eravamo tutti soliti incamminarci verso la Madonna per fare un pic-nic all’aria aperta, in mezzo alla natura e soprattutto con gli amici. Questo giorno, insieme alla vigilia di Natale e alle recite di Don Mario lo porto sempre nel cuore.

I tempi cambiano, e a volte anche alcune consuetudini, almeno finchè qualcuno non riprende a farle con lo spirito nostalgico delle usanze. Ci ritrovavamo sempre nella piazzetta della chiesa, a volte a piedi, a volte coi motorini, sperando che non piovesse,anche se due gocce non ci avrebbero di certo spaventato: se il cielo a volte poteva sembrare grigio e carico di pioggia ci addentravamo lo stesso per quei sentieri di terra brulla, in mezzo alle Rive Rosse, e ci “piazzavamo” con le nostre coperte e tovaglie appena sotto il santuario, in un posto più tranquillo e appartato dove avremmo potuto fare tutto il casino che volevamo.

Questi lunedì non avevano nulla di particolare se non la semplicità dello stare insieme, del ridere e dello scherzare: grandi e piccoli, adulti e ragazzi dei comuni limitrofi si ritrovavano e condividevano tempo e spazio. Nascevano piccole storie o nuove amicizie, ma soprattutto non esisteva la tecnologia. Si era obbligati a parlare, a guardarsi negli occhi e non ci si nascondeva dietro dei messaggi. Esistevano i diari e le macchine fotografiche dei genitori o quelle usa e getta che forse non fanno neanche più.

Poco fa riguardavo vecchie foto di me da bambina: foto che hanno più di 30 anni, un po’ sbiadite, con quell’odore di “vintage” e di pellicola difficile da descrivere, quella carta fotografica dura e resistente con dietro scritto “kodak”…la mia generazione è una delle ultime ad aver vissuto queste piccole grandi cose. Adesso, prima di stampare una foto devo sceglierne tra mille, scattate con cellulari o macchine digitali, sul computer. E forse la maggior parte delle volte, se non me lo impongo, rimangono latenti nel PC con la speranza recondita che non si rompa o che la memoria non venga cancellata.

La Madonna degli Angeli è come la piazza del Comune, il Monumento dei Caduti o  il classico Bar Sport di Stefano Benni: il luogo per antonomasia del ritrovarsi senza doversi mettere d’accordo mesi prima,se volevi andare sapevi che avresti trovato qualcuno e che non saresti rimasto solo.

Chissà se è ancora così.

Standard