corinne noca

La stranezza della gentilezza

E’ così.

Non siamo più abituati ad essere trattati bene dagli sconosciuti.

Qualche giorno fa incontro Federica, la mia testimone di nozze, a pranzo. Abitando distanti l’una dall’altra, io in Piemonte, lei in Lombardia, ci siamo ripromesse di incontrarci una volta al mese a metà strada per trascorrere un po’ di tempo assieme. Decidiamo così di passare la pausa pranzo in un bar, nei pressi di Cologno Monzese,  al Fashion Cafè.

Il nome potrebbe far ricordare i tipici locali milanesi, Old Fashion, Hollywood, Colonial Cafè…in realtà è un bar/ristorante senza grosse aspettative, posizionato in un contesto alquanto industriale (vicino alla sede degli Studi Mediaset), con un piccolo dehor estivo. Essendo a gennaio, chiaramente, entriamo.

La cameriera ci accoglie con estrema gentilezza e sorridente: già qui c’è qualcosa di strano. Ci chiede se siamo in due e ci fa scegliere il posto tra due tavolini disponibili, vicino ad una vetrata. C’era parecchia gente: possono dire di tutto a noi italiani, ma quando è ora di mangiare, anche solo un panino, riempiamo i locali. Il cibo sì che fa girare l’economia. Fede ed io ci sediamo e la ragazza prontamente ci spiattella il menù del giorno; entrambe siamo perennemente a dieta, perciò saltiamo a piè pari i carboidrati dei primi e passiamo ai secondi. Tra una tagliata di pollo e un arrosto di vitello, io scelgo quest’ultimo. La cameriera però mi ferma e mi dice: “L’ho visto prima mentre lo facevano, non te lo consiglio perchè c’è molto grasso, poi non so, vedi tu”. Quindi già mi ha presa per una che sta attenta alla linea ( in realtà non è per questo, a me non è mai piaciuto il grasso nella carne e l’avrei evitato per quello). Seguo il monito e opto per il pollo con insalata mista. Quando ci porta i piatti, mi dice nuovamente:”Se vuoi però te la porto una fetta  da assaggiare”. Che gentile! Pensiamo entrambe.

Mentre facciamo andare le ganasce, che Fabri aveva avvertito di imbullonarci essendo donne di TV (!!!), la simpatica cameriera torna da noi con un piattino di fette d’ananas e un piattino di bomboloni al cioccolato e crema dicendoci: “Questo lo offre la casa”.

A questo punto Fede mi guarda e mi dice: “Cori, non è che ci ha scambiate per qualcuno di famoso?”. Lei bionda, io mora, dico: “Le veline!”.

“Cori, siamo un po’ vecchiotte per esserlo”. E io: ” Quelle storiche!”. Ci ridiamo su, sconvolte da una gentilezza mai riscontrata in un bar qualsiasi durante la pausa pranzo.

Quest’illusione è durata il tempo di un paio di minuti: notiamo l’altro cameriere lasciare gli stessi piattini ad altri tavoli. “Ah ecco, lo stanno dando a tutti, non solo a noi!”.

Voi pensate quanto ci siamo stranite ad essere state trattate così bene in un contesto dove non era nemmeno indispensabile: siamo talmente abituati a essere “dei comuni clienti” che un trattamento educato e gentile ci stupisce. Eppure la gentilezza è una qualità che sta diventando rara in questi tempi; tutti presi dal lavoro, dal tempo, dalla velocità, dai propri problemi, che è facile dimenticarsi dei buoni sentimenti. Manifestarli poi, secondo me, ci farebbe anche stare bene. Io cerco di esserlo sempre, anche quando non ne posso più,  ma in fondo non è colpa di chi incontriamo per caso se la giornata è nata storta o si è rivelata tale. Le cose possono cambiare con la semplicità di un gesto o di una parola.

Se fossimo meno egoisti, forse la stranezza della gentilezza non sarebbe più tale, e questo post non avrebbe senso di esistere. Essere gentili dovrebbe essere una cosa comune, non una chimera.

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Il potere delle chat

Vi siete conosciuti su Internet?

Internet= chat line, chat line= hot line.

Da quando sto con Fabri, mi capita spesso che mi facciano questa domanda, soprattutto persone già adulte che non hanno troppa voglia di pensare e che vedono il binomio “ragazza di colore giovane, uomo maturo uguale Santo Domingo,Brasile, nightclub o chat”. Anche no. Con tutto il rispetto per le dominicane, brasiliane o caraibiche in generale, io non sono ragazza d’importazione, semmai c’ha pensato mio padre ai tempi, andando però a scegliersela in loco quando questo luogo comune non era così comune e per questo una vera e propria rarità.

Da quando ho più o meno diciott’anni, succede che se sono in giro con mio padre, carpisco lo sguardo da “ilSolitovecchioConlaGiovane”  (soprattutto dalle commesse al supermercato) e per evitare malintesi trovo una scusa per chiamare “papà” a voce alta -“passami la busta che ritiro la spesa”- e improvvisamente lo sguardo cambia; in giro con zio Giulio, idem. Una volta a pranzo con dei suoi amici, lui mi ha presentato come la figlia di suo cugino, quindi sua cugina, ( per me era zio perchè più o meno coetaneo di mio padre): i tal signori non ci credevano e ho dovuto tirar fuori la carta d’identità – e meno male che avevamo lo stesso cognome- per far capire la parentela. Ma vi pare? In più a zio Giulio piaceva molto far pensare il contrario di quello che era, e giocava sull’ignoranza delle persone. Quando gli avevano chiesto chi ero lui aveva risposto: “Un vecchio caprone libidinoso come me non può che portare in giro sua cugina”. Non avevano avuto coraggio di replicare se non con un “seee”, probabilmente pensando che non capissi l’italiano. Ma perchè l’ignoranza galoppa così? Ma poi, anche se fosse stato, quale sarebbe stato il problema?…

La questione si ripete con Fabri, che non è un VCL (Vecchio Caprone Libidinoso) ma che è più grande di me: sentendomi parlare bene italiano ( lo parlo bene?), quando non viene fuori la nostra differenza d’età ( dieci anni, che tra l’altro Fabri porta benissimo <3) , viene fuori il discorso della provenienza ( io di Roasio, lui di Trino, come si è fatto a conoscersi?), e spunta subito la parola “chat”.

Ora, io non ho nulla contro le chat: il mio ex fidanzato l’avevo conosciuto su yahoo per puro caso, non era nemmeno un gruppo di incontri, ma allora, nonostante io fossi di Vercelli e lui di Cuneo, nessuno lo chiedeva; la cosa era talmente rara che entrambi facevamo fatica ad ammetterlo, visti tutti i pregiudizi su di essa.

Oggi con i social networks tante anime sole sono riuscite a trovare un compagno o una compagna, e da un lato questa cosa è anche positiva: internet non porta solo alienazione, ma da la possibilità di socializzare anche a chi non è avvezzo, nella vita reale, alla socialità, per diversi motivi quali timidezza, aspetto fisico o simili. Ed il punto è proprio questo, si trova di tutto, soprattutto finzione perchè il rischio forte e comune, è quello di incontrare dall’altra parte persone diverse da quelle che sono in realtà. Questo aspetto di Internet mi ha sempre fatto paura e continua a farmelo nonostante io ci lavori costantemente: quando conobbi il mio ex, mi spacciai per chi non ero. Non sapevo con chi stessi parlando e non volevo avesse nessun dettaglio di me: ero diventata una ragazza di Firenze che studiava giurisprudenza, stop. Lui invece, mi era sembrato onesto, ad ogni mia domanda diceva cose che potevano essere reali, raccontate con disinvoltura e immediatezza. Ma la mia è stata una sensazione, non avevo nessun elemento per poter capire che fosse realmente così, avrebbe potuto mentire anche lui. Alla fine, sono stata fortunata, non era diverso da come si era presentato e aveva detto sempre la verità.

Oggi, non lo farei più: non perchè sia andata male, no, ma perchè sono cambiati i tempi rispetto a 14 anni fa; io sono più grande e più consapevole mentre quando si è giovani si è sempre animati da uno spirito un po’ incosciente e avventuriero, oggi sto più coi piedi per terra. Forse parlo così perchè non sono sola, dovrei mettermi nei panni di chi lo è, di chi è alla ricerca di compagnia, ma credo che avrei comunque un po’ di timore. Se ne sentono così tante in giro.

Diciamoci pure la verità: i social networks più popolari (escludendo linkedin) sono nati con lo scopo di conoscere ragazze e ragazzi, questo è il punto. Alla base c’è sempre la volontà di scambiarsi qualche cosa, i più ingenui pensano all’amicizia, i più “romantici” alla dolce metà,i più “sgamati” al sesso. E’ così.

Il potere delle chat non è altro che l’assoluta esigenza dell’uomo di duplicarsi e di non stare solo.

E comunque io non ho conosciuto Fabri in chat: quando mi ha chiesto l’amicizia su facebook l’ho rifiutato.

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Il segno di una figuraccia

Non appena arrivata a Londra, l’anno della signora Maria, mi dirigo verso la metro. Completamente imbambolata e con la classica insicurezza tipica della principiante, prima di sbagliare direzione, chiedo conferma ad una ragazza che vedo in attesa. “Excuse me, is this train going to London city?”. Silenzio. Forse non mi ero espressa bene (d’altronde non avevo passato l’esame di lettorato inglese…). Riprovo: “Sorry, can you help me? Is this line directed to London City?”. La poverina iniziò a farmi dei gesti e a mugugnare, senza parlare. Era sordomuta. E io avrei voluto esserlo in quel momento. Tra tutte le persone che c’erano a Heathrow ad aspettare la  metro, io ho fermato l’unica che non avrei dovuto. Per la serie: paese che vai, figura che  fai. Non era nemmeno un’ora che avevo posato i miei “piedini” sul suolo inglese, che già volevo sprofondare  e sparire. Volevo scusarmi,  ma non conoscevo il linguaggio dei segni.  E non lo conosco ancora.

Le figuracce, che nascono per puro caso, per disattenzione o semplice ignoranza, creano sempre dei precedenti che ci dovrebbero aiutare a non farle più. Per evitarle, occorrerebbe stare zitti al momento giusto, ma non è sempre così evidente.Quando scelsi quella ragazza, non potevo sapere che fosse sordomuta e, probabilmente, anche lei si sarà sentita in difficoltà nel non potermi aiutare. Quindi oltre ad aver fatto una gaffe, ho pure creato ulteriori complessi.

Quell’episodio mi ha fatto ragionare sulla comunicazione non verbale e su quanto io sia ignorante a riguardo. Tendiamo a non approfondire certi argomenti fino a quando non ci colpiscono personalmente. Siamo spettatori passivi di ciò che succede attorno a noi: se siamo curiosi, ci informiamo, altrimenti ce ne dimentichiamo subito. Io non conosco il linguaggio dei segni perché non ne ho mai avuto bisogno. E’ così. Sono sicura che se avessi qualcheduno in famiglia a cui dovesse servire, farei di tutto per apprenderlo nel più breve tempo possibile. Come si suol dire, si fa di necessità virtù. Eppure è sbagliato. E me lo dico da sola. La pigrizia, ma soprattutto la non necessità fanno sì  che, per me, questo tipo di comunicazione sia lontana e totalmente sconosciuta. Perché non tendiamo ad anticipare le cose? Per noi stessi, non per gli altri! Perché fino a quando non veniamo toccati dai problemi, non ci preoccupiamo di pensare già a risolverli, o per lo meno a provarci? Siamo vittime di una società che ci fa vivere nell’apparente normalità che ci circonda. C’è una forma di egoismo alla base: finché capita agli altri, e non a noi, va tutto bene. Non pensiamo mai che qualcosa di “diverso” possa investirci. Ma quando ne siamo colpiti, è una catastrofe. Iniziamo a  studiare, approfondire, cercare di capire, diventiamo noi i dotti: per non incappare in altre figuracce o semplicemente perché SI DEVE, ci informiamo e impariamo.

Ma non è solo colpa nostra.

Non sarebbe forse più giusto insegnare i linguaggi alternativi, come la LIS, già dalle scuole elementari, insieme alla lingua straniera, come fanno nei paesi scandinavi dove c’è un corso obbligatorio alle elementari? Perché non viene inserita come materia di studio? Io posso anche essere tenuta a non sapere dell’esistenza di essa, ma la scuola, lo stato dovrebbe mettermi di fronte a questa alternativa. Non è che se non la si usa, vada a male come il pesce. Al massimo rimane una cosa in più che sappiamo fare, cosa ci sarebbe di così sconvolgente? Apprenderemmo un modo di comunicare con i non udenti, loro non avrebbero più nessun limite di comunicazione, potremmo capirci e interagire, ma cosa più importante, non si creerebbe emarginazione. Invece, come al solito, non essendoci alcun interesse economico alla base di questo tipo di pensiero, non viene nemmeno preso in considerazione.

Qualche mese fa, un’amica che ha un figlio sordo mi ha invitata su facebook a firmare una petizione che chiede al Parlamento italiano il riconoscimento ufficiale della LIS, come avviene in 44 paesi del mondo (tra i quali Iran, U.S.A., Cina, Spagna e Francia).

Amici di The Morning Later, vi invito a fare come me e a firmare questa petizione:

https://www.change.org/p/io-segno-la-lis-ma-lo-stato-italiano-non-riconosce-la-mia-lingua-iosegno

Pensate al futuro: se mai capitasse alle nuove generazioni di chiedere informazioni a qualcuno e rendersi conto che è sordo, avrà una valida alternativa per evitare quella figuraccia.

Io segno, voi?

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Vi racconto mio marito

Il vestito rosso a Lui non è mai piaciuto. In realtà il rosso è uno di quei colori che non ama. Io sì. Lui è più per i colori tenui, “pastellati” come li definisce: il beige, l’ocra, il sabbia, il bianco…i colori coloniali per intenderci. Lui è per le linee classiche, semplici, senza rouches, senza fronzoli, quelle che delineano la figura di una persona. Lui  è per Armani. Non è per i voulant, voulanin. A me non dispiacciono se non sono troppo esagerati. Lui ha sempre qualcosa da dire sul mio abbigliamento, sulle mie scarpe, sulle mie borse, sui miei capelli. Lui mi ha salvata. Lui è un grandissimo rompipalle, ma senza di lui non saprei cosa fare.

Vi racconto mio marito, Fabrizio.

Un uomo bellissimo. Biondo e brizzolato (ha mille colori in testa), occhi azzurri, un metro ottanta per ottanta chili (così mi aveva detto quando c’eravamo conosciuti, ma secondo me, aveva qualche chilo in più) apparentemente molto serio. Apparentemente perchè quando lo conosci, ti rendi conto che fa morire dal ridere. Educato, con un italiano perfetto, Fabrizio è un uomo d’altri tempi. Un uomo. Già definirlo così oggi ci fa capire come siamo messi a livello di fauna maschile.

Non è stato un colpo di fulmine, ma quando l’ho conosciuto e ho iniziato a frequentarlo avevo capito che sarebbe stato il padre dei miei figli. Sensazioni. Sesto senso. Chiamatelo come volete. Lui no. Mica lo sapeva. E probabilmente manco ci sperava. Era talmente ferito e deluso dalle donne, che viveva giorno per giorno cercando di prendere quello di buono che veniva dal rapporto, con cautela e saggezza. Io, che ero alla soglia dei trent’anni, con tutte le amiche sposate con figli etc mi vedevo già una zitella inacidita, e come sempre capita in noi donne, non avendo nemmeno più quindici anni, cercavo di fargli capire che ero quella giusta. E in mente mi rimbombava la frase di un mio vecchio amico sulle donne passate i 30: “30+1? Spacciate…”. Non li avevo ancora, ma ci stavo arrivando.  Insomma, un uomo così, lo dovevo acchiappare al volo e non mollarlo più. Si fanno sempre i conti senza l’oste. Lui non è mica stato così facile da acchiappare. Reduce dal reparto grandi ustionati, aveva la speranza giusta ma non si voleva più fidare del cuore, mettendoci sempre quel tocco di razionalità che gli avrebbe permesso di non fare ulteriori errori. D’altronde, se io stavo arrivando al tre davanti allo zero, lui aveva passato di tre i quaranta (non mi ero mai accorta che il numero tre si ripete così…io sono anche nata il 23, mentre Fabri il 3…mi sa che lo giocherò al lotto!…tre volte!) e aveva la giusta maturità per non perpetrare un rapporto che avrebbe potuto considerare inutile. E così anche lui, con il tempo che c’è voluto, c’ha creduto e mi ha salvata dal 30+1.

Bello, buono, bravo, intelligente, creativo, curioso, sensibile, timido. Irascibile, permaloso (anche se non lo ammette), testardo, pignolo. Un perfezionista in ogni cosa che fa. Non siamo a livelli maniacali, ma di rompimento sì.

Non vi dico averlo in cucina. Lui è molto bravo: quando abbiamo iniziato a frequentarci mi aveva preparato una cena, imbandendo la tavola di ogni leccornia possibile immaginabile e il tutto fatto da lui. Fantastico. L’ha giusto fatto quella volta. Poi forse si è dimenticato. Mi chiedo ancora se l’ho sognato o se fosse stato reale. Avendo Gordon Ramsey a casa, ti verrebbe da dire, “che bello cucina lui”. Eh no. “Senti, io ho già passato la mia vita precedente a cucinare, vorrei arrivare a casa  e trovare la cena pronta il più delle volte”. Ecco, te pareva. Gli è andata bene che si è messo insieme ad un Leone, poco competitivo. Dovevo eccellere. Mi è sempre piaciuto cucinare, ma non ho mai avuto modo di applicarmi in passato, un po’ per il tempo, un po’ perché non c’era nessuno che lo pretendeva. Per assurdo cucinavo di più quando vivevo a casa con i miei genitori, quando sono andata a vivere da sola, mi sono impegnata poco. Però non mi è mai dispiaciuto. E così, la cucina è diventata una sfida. E sono diventata, diciamo “bravina” dai. Lo dovrebbe dire lui, ma secondo voi lo ammetterebbe? Io so già cosa risponderebbe alla domanda “La Cò cucina bene?”. “Uhm ma sì, adesso sì. Dopo il bollito secco e le lasagne crude, sì”. Non è che dice “Sì, sì è diventata brava”, no! Lui prima ti fa ricordare la cosa negativa, poi ti elogia. (La storia del bollito secco ve la racconterò un’altra volta, abbiate pietà).

Ma ha capito tutto. Ha capito che così facendo mi tiene sul filo del rasoio. Per domarmi deve punzecchiarmi, facendosi odiare e stimolando in me tutto ciò che può servire per sentirmi elogiata. Sono Leone, sono donna e sono anche un po’ vanitosa. Necessito di complimenti. Soprattutto dall’unico che me li dovrebbe fare e che usa il contagocce per farmeli!

“Ti rendi conto che passi la metà del tuo tempo a odiarmi? Ma ridi un po’!”. Mi dice.

Piantiamo di quelle litigate che sembra sempre che dobbiamo lasciarci da un momento all’altro. Poi, a me non passa in 5 minuti. A lui sì. Prima ti dice tutto quello che pensa, s’incazza e rigira tutto su di sè parlando sempre al plurale: “Voi non mi capite, ecco, etc…”. Come Ally McBeal. Ma voi chi? Siamo io e lui! Poi però ti guarda e ride. E io non posso fare a meno di ridere con lui e riappacificarmi. A volte.

E’ vero, passo metà del mio tempo a odiarlo. Ma lui non sa che è un odio pieno d’Amore.

T’a capì? 😉

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Vorrei la pelle nera

Ma che bel colore che hai, come hai fatto a mantenerlo anche d’inverno?

O_o

Ma il sole riesci a prenderlo? Ma ti abbronzi? Ti bruci? Ma dai, non posso crederci, ti speli!

O_o

Le faccine emoticons rendono?

So, che le ultime  quattro domande me le hanno anche poste degli amici. State tranquilli, non vi insulto. Capisco che qualcuno me lo abbia chiesto per pura ingenuità o per mancanza di conoscenza, non siamo tutti uguali e giustamente ciò che è nuovo o diverso può suscitare sorpresa, stupore e curiosità. Ma la prima…mi sono sempre domandata se chi me l’ha fatta, l’avesse fatto con l’intento di offendermi o semplicemente con ingenuità. E’ difficile dirlo quando non conosci le persone, ma il tono che utilizzano, insieme all’espressione del volto dovrebbero fartelo capire. Mi ritengo una persona positiva e voglio credere che l’intento non fosse assolutamente maligno.

Una volta, a Roma, per risparmiare con due amici, avevo prenotato su internet tre stanze in un casa privata. Il padrone di casa, quando mi vide, mi disse: “Fija mia, ma quanto ce sei stata al sole pe’ ridurte così? Ma che te sei proprio scura scura o me prenni in giro?”. Sono scura scura sì. Tra l’altro, era luglio e avevo anche preso il sole. Il signor Romano era davvero così: sbigottito. “E ma non c’hai i lineamenti alla Kunta Kinte”. Eh, no. Però avevo le treccine, poteva arrivarci. Capita.

A ripensarci, rido ancora. Non mi ero assolutamente offesa, anzi!

Devo ammettere che sono stata una ragazza fortunata: non ho mai subito nessun tipo di angheria, offesa o insulto per il colore della mia pelle. Per fortuna, oserei dire, ma nulla è scontato. Solo in prima elementare accadde che una mia compagna mi avesse detto non mi ricordo più cosa sul fatto che ero scura scura: era intervenuta subito mia madre che con il suo savoir faire da negriera le aveva detto: “tuo padre lavora in Africa? ringrazia anche i neri se ha un lavoro”. Non so se lei avesse smesso perchè aveva capito o perchè le faceva paura la faccia nera nera di mia mamma. Comunque niente di grave, siamo poi diventate amiche. Invece, conosco dei coetanei, mulatti come me, che hanno subito ogni genere e tipo di torto possibile, a detta loro, solo perchè “neri”. Ogni volta che a loro succedeva qualcosa, era perchè “i bianchi sono razzisti”. Tra l’altro, il loro padre era pure bianco. Quindi doveva essere razzista pure lui. Vivevano male ogni cosa, sempre pronti a difendersi attaccando. Ogni frase veniva mal interpretata, e si giustificavano così. Quando mi sono iscritta all’università, mi ha accompagnata mio padre. I segretari erano odiosi e insopportabili, trattavano male chiunque, sbuffavano quando gli si chiedeva qualcosa e sembrava fosse un peso dover spiegare la prassi per l’iscrizione e il piano di studi. Ricordo che mi risposero male e quando lo raccontai  a questi amici, ovviamente mi dissero: “Si sono comportati così perchè pensano che in quanto nera tu non capisca, se eri bianca non lo avrebbero fatto”. Ma non è vero!!! Quei due erano due veri e propri stronzi!

Quell’episodio mi fece capire che quei due ragazzi  si comportavano così perché loro erano razzisti e il loro atteggiamento li portava a vedere tutto nero. Io non voglio dire che il razzismo non esista, io dico che non l’ho subito, un po’ per fortuna, un po’ per l’atteggiamento con il quale mi sono sempre posta verso gli altri e non solo. Mia madre si era integrata bene in paese, non si è mai lasciata mettere i piedi in testa da nessuno e ha sempre reagito con carattere. Aveva stretto diverse amicizie con donne italiane e per assurdo ha sempre diffidato di quelle “conterranee” per una questione d’invidia. La madre di quei ragazzi invece se n’è sempre stata nel suo, vedeva del “marcio” ovunque e usciva di casa solo per necessità. I suoi figli erano cresciuti con quell’esempio, di conseguenza non riuscivano ad integrarsi.

Alla fine dipende sempre tutto da noi, da come siamo, da come ci rivolgiamo agli altri e da che visione abbiamo del mondo che ci circonda. Se qualcuno mi attacca inutilmente per questo motivo, penso sia un becero ignorante, non mi tocca, non mi tange. Penso sempre che quel poverino o quella poverina d’estate si mette in spiaggia a prendere il sole per diventare come me. E ci può riuscire, magari. Ma d’inverno gli/le toccano le lampade.

Com’è che cantava Nino Ferrer? Ah, sì…vorrei la pelle nera. Tiè.

🙂

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Sul Mekong come sul Po

Quando pensavo al fiume Mekong, la prima immagine che mi veniva in mente era la scena iniziale del film “L’Amante” di Jean Jacques Annaud: a bordo di un traghetto che lo attraversava, i due protagonisti s’incontrano. Lei, rossetto rosso brillante, indossa un vecchio vestito di seta, scarpe coi tacchi ed un cappello da uomo, lui un abito color panna e cravatta nera. La trama si snoda tra quei meravigliosi scenari della foce del fiume e la città di Saigon, nell’Indocina francese intorno agli anni trenta.

Non è più così.

Oggi, quando penso al Mekong penso al mio viaggio con Intrepid Travel e all’attraversamento del confine cambogiano verso il Laos. Intrepid Travel è un tour operator tipo Avventure nel mondo, con un team leader che si occupa di sbrigare tutte le pratiche burocratiche per sveltire e ottimizzare il viaggio (visti,biglietti,ingressi, pullman, etc…). Dopo aver attraversato la Cambogia, il nostro gruppo avrebbe dovuto oltrepassare il confine per andare in Laos. Sapete cosa divide il Laos dalla Cambogia? Il Mekong. Saremmo dovuti salire su una barca e attraversarlo per scendere in terra laotiana.

Saremmo.

Mi soffermo su questo punto per parlarvi di una mia compagna di viaggio: Nicole.  Trent’anni all’epoca dei fatti, canadese ed ebrea, Nicole è diventata una cara amica, una ragazza di una simpatia e di un’allegria contagiosa, intelligente, spigliata e con un’ironia pazzesca. Il tutto rinchiuso dentro un metro e mezzo di altezza. E’ stata la mascotte del nostro gruppo e ogni sua uscita era memorabile. Ogni tanto capitava che soffrisse di attacchi d’ansia (credetemi che in quel viaggio chiunque ne avrebbe sofferto) e cercava di esorcizzarli ridendoci istericamente su e appoggiandosi metaforicamente a noi che la sostenevamo.

Bene.

Arriviamo al cosiddetto “border” e scendiamo dal nostro pulmino. Il nostro team leader ci dice “Here we are, let’s take our boat, direction Laos!” (trad. Eccoci, prendiamo la nostra barca, direzione Laos!). Ora, non vorrei essere pignola, ma il termine “boat” , cercato sul dizionario Collins monolingue recita: “a small vessel for travelling over water, propelled by oars, sails or an engine” (ritrad. piccola imbarcazione per attraversare l’acqua, azionata da remi, vele o da un motore). Nel mio immaginario, comune a molti, boat è tradotto barca.

Ri-bene.

Sulle sponde del fiume più grande dell’Indocina, un vero e proprio mito naturale, so powerful, si delineano due piccole imbarcazioni che io non avrei definito propriamente “barche”. C’ha pensato Nicole. “We are supposed to cross over the Mekong on, on…-non riusciva nemmeno a dirlo poverina- on a motorized canoa???”. Adoro l’inglese perchè è una lingua sintetica. Definizione perfetta. Le canoe in questione ( due perchè eravamo in dieci e ciascuna ne portava 5) non avevano remi. Il capitanoincomandoabordo stava a poppa con un maxi remo e azionava un motore che dava la spinta alla barca, no scusate, canoa. Io non avevo mai visto fiumi così grandi in vita mia. Il Po a confronto sembra la Giara ( il ruscello del mio paesino). In quel momento credo di aver pensato che mi ero cercata una grana a fare sto viaggio. Vi dico solo che il pedalò in mare è più sicuro dell’imbarcazione in questione. Altro che attacco di panico. Dovevamo percorrere 40 chilometri prima di arrivare al border in Laos. Tradotto in tempo: quasi quattro ore. Quattro ore di preghiere sotto la pioggia, ah sì, ad agosto è la stagione delle piogge in Asia, vorrete mica pensare che ci avesse graziato in quel tragitto?? Noooooooooo, ma va! Coperti da una sorta di telo protettivo siamo sfuggiti alle intemperie.

Nonostante il tempo, la fatica, le ore, il motore che si spegneva ogni due per tre ( e Nicole che ci diceva che doveva ascoltare sua madre e non venire) siamo giunti in Laos. E io sono stata qui a raccontarvelo.

E’ strano come certe esperienze che hai vissuto con un pizzico di terrore e paura, quando le racconti ti lasciano il sorriso sulle labbra insieme a quel non so che di nostalgia. Forse l’avventura è proprio questo. Non credo riuscirei mai a vivere una completa vita così, ma so che non dimenticherò mai le emozioni, la magia e le sensazioni che ho provato attraversando il Mekong. Nemmeno sul Po.

p.s. l’immagine in evidenza è quella reale, l’ho scattata dalla mia postazione…

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Ti amerò per sempre…forse

Voglio parlare dell’Amore. Quanto si è detto, quanto si è fatto e quanto si continua a dire su questa parola che è il cuore della nostra vita.

CUORE

Cuore e amore. Nell’organo più importante del nostro corpo pare risiedano i sentimenti, le emozioni, la vita. Il battito accelerato del nostro cuore ci fa capire che “qualcosa non va”, in maniera inspiegabile e irrazionale. Tutti, dalla notte dei tempi, hanno provato a dare un significato all’amore. La scienza ha scritto innumerevoli trattati; anche Piero Angela (Ti amerò per Sempre). Eppure, nonostante tutte le spiegazioni di questo mondo, continuiamo ad esserne schiavi.

FOLLIA

L’amore è folle per definizione, tanto da arrivare anche a compiere gesti estremi. La schiavitù del nostro cuore ci porta a non ragionare più, ad andare “fuori di testa” . Se solo tutti potessimo studiare con la semplicità con la quale c’inventiamo cose quando siamo innamorati, saremmo tutti più colti (l’intelligenza ha un livello superiore) e sfrutteremo di più il nostro cervello.

LOVE STORY

In uno dei film più drammatici sull’amore, la protagonista, Jennifer Cavallari viene ricordata per la famosa frase: “Amare significa non dover mai dire mi dispiace”. L’amore vero, non dovrebbe ammettere dispiaceri, perché gli stessi presumono un danno, una delusione, un torto, un tradimento, una menzogna. Nel suo significato più puro, l’amore non lo prevede. Eppure per trovarlo spesso si soffre ( ricordate? per trovare il piacere bisogna passare attraverso la sofferenza) e il dispiacere è un passaggio a volte obbligatorio. Quando ci innamoriamo, o pensiamo di esserlo, soprattuto da giovani,  pensiamo ideologicamente di voler stare con l’altra persona tutta la vita, e di vivere in sua funzione, volendole ogni bene. Quando però ci scontriamo con la realtà dei fatti e la fase dell’innamoramento viene meno, abbiamo un’ immensa difficoltà a lasciare l’altro. Perchè? Perchè si è instaurato un rapporto di reciproca fiducia, si sono dette parole importanti, si è condivisa una parte di vita insieme, e l’altro diventa per noi il “porto sicuro”. Lasciare è difficile, più dell’esserlo. La paura poi di restare soli provoca un effetto yo yo devastante per entrambi. Se uno dei due non prova più gli stessi sentimenti, e sente che non ha più la volontà di percorrere lo stesso cammino insieme all’altro, dovrebbe essere sincero e dirlo. E invece, a causa della paura delle reazioni, della solitudine e della responsabilità, si temporeggia, perdendo molto tempo per se stessi, e in ugual modo, illudendo l’altro.

Zio Giulio un giorno mi disse “Un Cristo è meglio ammazzarlo subito che crocifiggerlo”; ricordati che “le strade sono fatte per camminare, non per sostare”. Nella semplicità di queste frasi, cercava di spronarmi a non avere paura delle mie azioni. Aveva capito che ero una di quelle che faticava a farla finita. Con l’altro eh.

Ce n’è voluto, ma alla fine ci sono riuscita. Con il passare degli anni e un medio bagaglio di esperienze s’inizia a diventare un po’ più saggi. E il “mi dispiace” in certi casi è necessario. per rendersi conto che non era Amore. E se ci troviamo a dirlo, allora forse stiamo ancora cercando Quello Vero, quello dei nostri sogni, quello che ci hanno fatto credere essere eterno. Mah. Con tutti questi mi dispiace, ti lascio, pensavo fosse amore invece era un calesse ho capito una cosa sola: di amore si vive, non se ne parla. Perchè quando inizi a farlo, mi dispiace ma è proprio un casino.

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