corinne noca

Giusto o sbagliato?

Da quando ho iniziato quest’avventura di The Morning Later, ho ricevuto diversi attestati di stima, sia da chi mi segue e mi vuole bene, sia da persone che non conosco personalmente. Vi ringrazio tutti, di cuore. Sì perché nulla va dato per scontato, noi crediamo che dire o fare qualcosa sia implicito o non necessario, e invece a volte quella parola, quel gesto fanno la differenza. E i ringraziamenti, come le parole d’Amore, non vanno mai dati per scontato.

Quando ho iniziato a scrivere non sapevo ( e non lo so ancora adesso) fino a dove sarei arrivata e soprattutto fino a quando. Il tempo, si sa, è a volte amico, a volte nemico, e il mio timore era quello di non riuscire a starci dietro. C’è una cosa però che mi smuove: l’entusiasmo. Non vedo l’ora di scrivere. Anche se non so mai esattamente cosa, mi siedo, apro il PC e scrivo. Ho scoperto di avere questa passione. Anzi, riscoperta. E mi fa stare bene.

In questi giorni, abbiamo rivisto alcuni amici, chiacchierato del più e del meno, riso e scherzato. Ad un certo punto, tutti, mi chiedono: “com’è che ti è venuto di scrivere un blog?” La risposta è sempre stata la stessa: per caso. D’altronde la casualità è sempre stata una costante amica della mia Vita, non avete letto il mio post?  Da questo discorso sono scaturite diverse riflessioni: è giusto mettere in piazza la propria vita? E’ giusto portare il proprio vissuto, il proprio intimo sulla rete a portata di potenziali migliaia di clic e persone totalmente sconosciute? Non è un’arma a doppio taglio che può salvarti e ucciderti nello stesso momento?

In famiglia abbiamo due visioni non proprio distanti, ma sicuramente non uguali. Mio marito è per la “riservatezza” e la “cautela”. Lui diffida del mezzo Internet attraverso social networks and co. perché “non siamo tutti uguali e non tutti sappiamo utilizzare gli stessi mezzi allo stesso modo. Ci possono essere interpretazioni di un pensiero, o di una frase che possono ferire come far gioire e commuovere, ma può anche capitare che qualcuno si offenda”, mi dice. “I social networks vengono anche usati a scopi lavorativi: i datori di lavoro possono entrare sul tuo profilo e capire come sei, come ti comporti, cosa scrivi, cosa pensi e farsi un’idea, giusta o sbagliata che sia, propria. Che può essere positiva o negativa”. Non ha tutti i torti, succede, e questo può risultare controproducente.

Dipende da cosa si scrive e da cosa si vuole dire. Dipende da te. Io mi sono iscritta a Facebook quando ho visto che stava diventando un modo per ritrovare persone che non vedevo da tempo o che, per i semplici casi della vita, avevano preso strade diverse, trasferendosi o frequentando altre persone in altre città. Ho molti amici e parenti che vivono fuori dall’Italia. Ringrazio ancora adesso l’avvento di Internet, Skype, Facebook che mi hanno permesso di colmare questa distanza più facilmente e “gratuitamente”.

E’ come scrivere un libro. Perché uno lo fa? Perché vuole dire qualcosa, perché vuole raccontare, perché vuole farsi conoscere, uscire dall’anonimato. O semplicemente perché gli piace. Chiunque scrive, personaggi famosi, poeti, scrittori, ma anche gente comune. Chi ha coraggio di esporsi e lo vuole fare, lo fa.

Io scrivo partendo da un pensiero, un concetto, un ricordo che appartiene a me, alla mia sfera personale e decido io di condividerla come meglio credo. Non voglio offendere nessuno, creare problemi o altro. Io sono anche così. Sicuramente c’è una dose “narcisistica” in questo ( ringrazio ancora una volta il laboratorio di teatro per ciò che ha prodotto!), ma non mi ritengo una che spettacolarizza il suo intimo. Siamo ancora padroni delle nostre parole: sta nell’intelligenza di ognuno di noi dosare quello che ci sentiamo di dire. La parola è un messaggio, è il mezzo, ma può diventare arma, potere e come tale essere pericolosa. Non pretendo che la si pensi come me, condivisione significa anche dare e avere la possibilità di confrontarsi e dal confronto possiamo uscirne tutti più arricchiti, anche senza aver necessariamente cambiato idea.

Ognuno di noi ha qualcosa da dare: ogni volta che parlo con qualcuno, amico, conoscente o totale sconosciuto apprendo. Proprio per il fatto di essere diversi, di avere ognuno il proprio vissuto, abbiamo esperienze e sentimenti unici, rappresentativi di noi stessi. Sta a noi decidere come, quando e perché farlo.

Scrivo per passione, per condividere, per conoscere, per capire e per discutere. Scrivo perché rifuggo in un luogo tutto mio, oltre la mente e con il cuore. Non è un lavoro, non ho un secondo fine. Giusto o sbagliato che sia vado avanti finché sentirò di farlo, finché mi entusiasmerò e finché ne avrò la passione. Giusto?

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Intrepid Travel, II parte

Durante il regime dei Khmer Rossi in Cambogia dall’Aprile del 1975 al Gennaio del 1979, una precedente scuola media di Phnom Penn conosciuta come Tuol Sleng fu convertita in una prigione chiamata S-21. Più di 14.000 uomini, donne e bambini passarono attraverso i cancelli dell’ S-21 prima di essere giustiziati dai Khmer Rossi, i loro corpi ammassati a Choeung Ek nella periferia della città. Duranti i loro tre anni, otto mesi e venti giorni al potere, i Khmer Rossi dichiararono 200.000 Cambogiani nemici dello stato e li giustiziarono. Centinaia di migliaia morirono di fame, lavoro eccessivo, o malattia. Il numero totale è stimato in più di un milione. Sono stato uno dei sette carcerati dell’S-21, e sono riuscito a scappare dall’esecuzione.Anche se la tragedia della Cambogia degli anni 1970 è passata, i ricordi sono vivi nella mia mente.

Questo è l’incipit di “A Cambodian Prison Portrait: One Year in the Khmer Rouge’s S-21 Prison” , le memorie di Vann Nath, sopravvissuto al genocidio di Pol Pot.

Mettermi in contatto con lui fu praticamente impossibile. (post Intrepid Travel, I parte). Rientrata in Italia avevo fatto diverse ricerche su Internet: scrissi alla casa editrice, al museo, ad un giornalista del Phnom Penh Post. Non mi rispose nessuno. Un giorno trovai un’intervista a Vann Nath di un autore free lance. Gli scrissi e mi rispose. Mi disse che Vann Nath non parlava inglese, che il suo libro scritto in cambogiano era stato curato da un’autore inglese e  che l’unico modo per avere un’eventuale autorizzazione era di recarmi nuovamente in Cambogia. Rinunciai, ma iniziai lo stesso a tradurre il libro e ad informarmi circa la possibilità di pubblicare. Scoprii che l’importante era scrivere nel libro che nonostante le varie ricerche non si era riusciti ad avere l’autorizzazione dell’autore, ma che se ne sarebbero riconosciuti i diritti in ogni caso. Questo avrebbe evitato qualsiasi tipo di rivendicazione “vendicativa”. E così  tradussi questo libro, acquistato proprio al Tuol Sleng Genocide Museum di Phnom Penh nel 2009. Non l’ho ancora fatto pubblicare. Vann Nath è mancato nel 2011.

Prima di partire per questo viaggio mi ero documentata sulla storia della Cambogia: lessi Fantasmi di Tiziano Terzani. Il libro, fondato sui reportage di un giovane Terzani, corrispondente di guerra, spiega in modo chiaro, preciso e trasparente ciò che successe in quegli anni, attraverso i dispacci inviati ai giornali e vivendone la tragedia in prima persona. Ciò che mi ha colpita di questo libro è la manifestazione dei dubbi che iniziano ad insinuarsi nel giornalista, allora palesemente comunista e in principio dalla parte dei khmer rossi, e la sua svolta contro un’ideologia in cui fino ad allora aveva sempre sostenuto.  Da questa esperienza, Terzani si risveglia lentamente da quel sogno di rinascita, libertà e indipendenza della Cambogia. Rende partecipi i suoi lettori informandoli di ciò che sta accadendo attorno a lui e si rende sempre più conto di come un’ideologia estrema possa sfociare nel fanatismo più becero ed estremo.

Starei ore a scrivere della storia della Cambogia e di come si sia arrivati, solo 40 anni fa, ad una tragedia simile, ma non è questo il contesto. In questi giorni, riguardando alcune foto di questo viaggio, mi è tornata in mente la passione con la quale avevo seguito, letto e ricercato informazioni circa questo Paese e di come una storia così tragica abbia smosso la mia coscienza fino al punto di arrivare a pensare di tradurre un libro per “far conoscere”. Diciamo sempre che dagli errori del passato possiamo imparare per migliorare il presente ed evitare di rifarli in futuro.  Ogni volta che accade qualcosa lontano da noi, siamo ascoltatori passivi di tragedie visibili. Io mi sono sentita in dovere, nel mio piccolo, di informare, di far sì che storie di questo tipo non passino inosservate.

Avevo lasciato in un file della mia memoria la “traduzione di Vann Nath”. Sono passati 5 anni. Nel 2011, dopo 10 anni di processi, il Tribunale dell’ONU ha condannato all’ergastolo il “compagno Duch” responsabile del carcere-lager di Tuol Sleng. La corte è stata aspramente criticata per la lentezza dei procedimenti: il governo di Phnom Penh pare essere restio ad allargare le indagini ad altri sospettati (la nostra guida al museo di Tuol Sleng, raccontandoci la storia dei khmer rossi lo fece a bassa voce e ci disse che alcuni tra i gerarchi khmer di allora facevano parte del governo attuale di Phnom Penh…).  Oggi c’è in atto un altro processo contro gli ormai ottuagenari vertici khmer, accusati non per  il genocidio di circa 2 milioni di connazionali in quasi quattro anni di regime ( 1975-1979), ma “solo” per l’uccisione di 20 mila vietnamiti e di 100-500mila persone della minoranza musulmana Cham.

Quello in Indocina è stato il viaggio più formativo ed intenso che abbia mai fatto. Sono sempre stata appassionata di storie vere, di vite vissute e sia Vann Nath che Tiziano Terzani mi hanno stupita per il coraggio che hanno dimostrato nella loro vita. Il primo per un verso, il secondo per un altro.

E ora  è giusto  che li ringrazi facendo pubblicare la traduzione delle memorie di Vann Nath. Sbagliare è umano, perseverare diabolico.

Per non dimenticare.

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Intrepid Travel, I parte

Vacanza e viaggio sono termini molto simili quando si pensa al significato che portano: astenersi dal luogo di lavoro per un periodo di tempo definito e spostarsi da un luogo ad un altro. Io do loro significati e scopi diversi. La vacanza per me ha una connotazione più ricreativa, legata al turismo di massa e può allo stesso tempo essere scopo del viaggio. Il viaggio è ricerca, conoscenza, scoperta, sia fisica che mentale. Il viaggio ti lascia un’esperienza che ti cambia. Il viaggio per eccellenza che mi ha cambiata è stato quello alla scoperta dell’Indocina: Thailandia, Cambogia e Laos.

Organizzato con un tour operator neozelandese, Intrepid Travel, ho trascorso 20 giorni in paesi che mai nella mia vita avrei pensato di visitare, e allo stesso tempo amare. Paesi lontani, da me, dalla mia cultura. Zaino in spalla (io???) con un gruppo di sconosciuti,  ho compiuto questa sfida verso me stessa in una fase della mia vita che ancora oggi definisco di transizione. Quel famoso passaggio tra il passato e il futuro. In più ho unito l’utile al dilettevole, costretta a parlare inglese coi miei compagni di viaggio. Se chiudo gli occhi riesco ancora a sentire odori e profumi di tutti e tre i paesi. Agosto, piogge torrenziali che ci bagnano a ritmi alterni, mezzi di trasporto di fortuna e backpack (zaino) in spalla. Io che non ho nemmeno mai fatto un campeggio o dormito in tenda mi sono avventurata in una dimensione e in un contesto totalmente estranei al mio mondo. Ammetto di aver avuto paura all’inizio: avrei visitato due dei paesi più poveri al mondo, la Cambogia e il Laos tra i più colpiti dalle mine antiuomo ancora presenti durante la guerra del Vietnam. Non era propriamente come andare a Rimini o Riccione. Eppure sono stata stimolata, per la prima volta, dall’avventura, dal fatto di capire fin dove potevo arrivare e come ne sarei uscita (sperando di uscirne!).

La Cambogia mi ha letteralmente investita, sia in senso fisico che in senso mentale. Fisicamente, porto ancora il segno indelebile della cicatrice lasciatami da quel motorino che mi ha investita attraversando la strada. Strada caotica e affollata. Motorini, scooter, pulmini, auto che viaggiano su corsie con guida a sinistra. Scendo dal pulmino dopo aver visitato Angkor Wat (meravigliosa) e dovendo attraversare, distrattamente guardo solo da un lato per fare in fretta. In un attimo mi ritrovo sul ciglio opposto della strada con un motorino addosso e due ragazze senza casco che, nella stessa frazione di secondo, riprendono il motorino, imprecano in cambogiano e ripartono come nulla fosse accaduto. Io completamente sballottolata, mi alzo e vedo attorno a me i miei compagni di viaggio impauriti che mi chiedono come sto. Mi guardo velocemente e sono tutta intera. Muovo tutto, mani braccia, testa, gambe. Abbasso lo sguardo e vedo un segno rosa sulla pelle lasciato dalla marmitta sulla mia gamba destra. E io che avevo paura delle mine! Una bella bruciatura per non dimenticare, olè!

Mentalmente, la visita al  Tuol Sleng Genocide Museum ha risvegliato in me l’interesse per la storie biografiche. In un tour guidato che non aveva nulla di spettacolare visto il luogo di tragedia e morte che era, abbiamo avuto l’opportunità di vedere uno dei sette sopravvissuti (su 17.000 prigionieri) di Tuol Sleng, Vann Nath.  Quell’uomo, sulla sessantina, aveva la forza di andare lì, dove aveva rischiato ogni giorno la vita e lavorarci. Aveva scritto un libro nel 1998 che racchiudeva le sue memorie, A Cambodian Prison Portrait, One year in the Khmer Rouge’s S-21. Una testimonianza nuda e cruda di ciò che aveva vissuto e che mai avrebbe dimenticato. Di questo libro, che si legge in un giorno, non esistevano copie in italiano. Una volta tornata in Italia decisi di tradurlo dall’inglese all’italiano per poi pubblicarlo: la storia mi aveva toccato profondamente e volevo farla conoscere. Ma mettermi in contatto con Vann Nath e con il suo editore non fu cosa semplice.

…to be continued

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Come Adamo ed Eva.

Quest’estate, organizzando il mio matrimonio religioso, ho avuto modo di parlare del concetto di solitudine con il mio parroco, Don Mario. Dovete sapere che Don Mario è sempre stato un parroco di paese un po’ naif, passatemi il termine. Molto incline al senso estetico delle cose, amante delle piante, dei fiori, della musica e dell’arte, ha sempre cantato fuori dal coro. Sono cresciuta nella sua parrocchia senza essermi mai annoiata: tutti noi, ragazzi di paese abbiamo un grande rispetto per Don Mario, perché ci ha sempre capiti creando spazi e luoghi in cui  potevamo ritrovarci e godere del nostro tempo (una tavernetta adiacente la chiesa per organizzare le feste, chiamata il Noccioleto e un campo da tennis nel terreno appena sotto il Noccioleto).  Lui sapeva stare coi ragazzi, ma soprattutto sapeva riconoscerne i bisogni. Questo l’ha reso sempre un po’ diverso paragonato agli altri, e per ciò, invidiato.

Essere diversi. Avere il coraggio di andare contro corrente, di perseguire il proprio credo senza ascoltare la vox populi, che non è sempre sinonimo di Verità. Questo atteggiamento ti può portare alla solitudine, a non essere capito e per questo a essere classificato come “anomalo”. Ma Don Mario non era solo. Aveva dalla sua i risultati dei suoi sforzi nel creare collettività e nell’avvicinare i giovani alla chiesa ( cosa che oggi pare praticamente impossibile). Un po’ come Doloris Van Cartier in Sister Act. Gli anni poi passano e la vigoria e la forza della gioventù vengono meno per forza di cose. Don Mario quest’estate, alla soglia degli 80, dopo una serie di problemi di salute e aver perso l’unica compagnia che aveva in casa, sua madre, ci ha raccontato di patire moltissimo la solitudine. Sì, la solitudine. “Non siamo fatti per stare soli” si è lasciato sfuggire.

Si dice che per vivere serenamente con gli altri bisogna prima  imparare a vivere bene da soli. Ma non si dice per quanto tempo. In questa condizione possiamo ascoltare i nostri bisogni, capirli e portare avanti i nostri desideri senza doverli condividere per forza con qualcuno. Solitudine come sinonimo di libertà. Solitudine come presa di coscienza del nostro Io. Formiamo la nostra identità, il nostro carattere. Ma quanto può durare? E’ davvero una condizione avulsa dall’animo umano? Secondo Don Mario sì. Lo stesso Dio ha creato Eva da una costola di Adamo.

L’essere soli non significa solo il “non stare in coppia”, ma il non avere nessuno con cui parlare, ridere, scherzare, ma anche discutere, litigare.Essere soli significa “non condividere”. Io la vedo come una condizione temporanea. Sono figlia unica e sono stata sola per anni con il desiderio di avere un fratello o una sorella con cui giocare. Crescendo poi ho avuto la fortuna di avere amici che sono parte di me, e li posso considerare senza problemi dei fratelli e delle sorelle. Ieri mi è capitato di vedere in TV un programma in cui un uomo doveva vivere sessanta giorni su un’isola deserta da solo senza nulla. Non c’erano nemmeno i cameramen con cui scambiarsi delle battute, si auto filmava. In termini pratici, le ore di luce riusciva a viverle senza problemi, cercando di costruirsi un capanno e procacciandosi acqua e cibo. Ma quando calava la notte diceva di dover combattere contro i pensieri che gli si creavano in testa: avrebbero potuto farlo impazzire. Il fatto di non parlare con nessuno era quello che gli pesava di più, finché al quindicesimo giorno l’alta marea non gli ha fatto arrivare una palla da rugby consumata.  Un po’ come Tom Hanks in Cast Away. La solitudine porta a lungo andare alla disperazione, all’alienazione e al non saper più come interagire con gli altri. Di questo sono convinta. Infatti, ripensando ai casi disperati che ho incontrato nella mia vita (vedete il post di ieri), tutti avevano una costante fissa che li accomunava: nessuno con cui parlare. E Carlun che si auto definiva un outsider (“Miss Corinne, a Londra non ero considerato inglese perchè di origine italiana e qui non sono considerato italiano perchè ho vissuto a Londra”) non si esimeva da questo fatto.

Nel corso delle nostre vite è giusto che ci siano anche momenti di solitudine, per riprendersi noi stessi. E’ come quando scendi da un treno e ti fermi per capire dove andare, se hai preso il treno il giusto e tentare di rincorrerlo o se è meglio aspettarne un altro o addirittura andare a piedi . E’ giusto che sia tu a farlo, da solo. Ma vivere una vita da soli, beh, su questo convengo con il mio parroco, credo non sia naturale.

Negli occhi di Don Mario, insieme alla stanchezza di un uomo ( perchè prima di tutto è un essere umano) sono riuscita a scorgere sia malinconia che melanconia. Malinconia per un tempo passato e finito che rivive nella sua memoria e melanconia per la ricerca costante di un interlocutore con il quale scambiare i suoi pensieri e le sue riflessioni.

Pensateci bene, anche quando siamo soli, alla fine cerchiamo sempre qualcuno che possa ascoltarci. E alla fine soli, non lo siamo mai.

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Me. Myself. Selfie.

Il treno è uno di quei luoghi in cui ti trovi a vivere esperienze ogni volta diverse. Puoi condividere il tempo del viaggio  nella tua solitudine, guardando fuori  dal finestrino ( di solito per evitare qualsiasi tipo di comunicazione con l’eventuale vicino di posto) oppure scegliere di interagire con dei totali sconosciuti che incrociano la tua strada nello stesso momento. Non sempre si crea interazione verbale. Ma si può creare complicità anche solo con uno sguardo.

Se sei un po’ attento e hai spirito di osservazione, puoi accorgerti di tante piccole cose. La mia carrozza è mediamente vuota, davanti a me un ragazzo con gli auricolari che gioca o ascolta musica dal suo super tecnologico S4 (o 5 0 6 o…non lo so). Nei posti attigui invece ci sono: un signore sulla settantina con una camicia color mattone che non passa inosservata e una ragazza orientale ( non saprei dire se cinese, giapponese o che, dal mio punto di vista pare giapponese, ma potrei sbagliarmi alla grande). Lui sembra Gino Strada e lavora al computer. Ha un bel portatile e pure il mouse. Gli vorrei fare i complimenti perchè lo usa divinamente, non tentenna per un solo minuto e sembra abbia grande dimestichezza con l’attrezzo. Questo signora non ha 20 anni. E’ la prova che se si vuole imparare ad usare la tecnologia lo si può fare, come dico sempre, la volontà e la costanza pagano. La ragazza nipponica è obiettivamente una bella ragazza. Anche lei con un super cellulare e gli auricolari rigorosamente per non disturbare. Apparentemente sembra che stia guardando fuori dal finestrino: il messaggio vale in ogni Paese, lasciatemi tranquilla. Sembra una ragazza tranquilla, sulle sue.

Finora ho solo dato uno sguardo veloce, poi visto che non sono una guardona ho continuato a lavorare. Ogni volta che sono in treno e rientro a casa mi dico che sarebbe il caso di riposarmi anche solo un’oretta e invece niente, stakanovista fino alla fine apro il pc e rispondo alle mail, controllo gli ordini etc…ordinaria amministrazione. Ad un certo punto sento il classico suono dello scatto fotografico. Mi volto lentamente e vedo la nipponica quasi sdraiata sui sedili che inizia a farsi dei selfie. Si piega, si mette da un lato, poi dall’altro, poi va indietro con la testa, fa un selfie a 360 gradi, ride, fa le boccacce. Praticamente si sta facendo un book fotografico. Il Sig. AssomiglioaGinoStrada guarda senza farsi notare da sopra gli occhiali e continua imperterrito a manovrare il suo mouse. Lei, incurante di chi le sta attorno, continua. Mi viene da ridere, cerco uno sguardo che mi comprenda, ma  torno allo schermo del mio portatile perchè non ho nessuno con cui condividere il mio pensiero.

Dopo qualche minuto la nostra beniamina si alza per scendere alla sua fermata.

Gonna pilifera ( termine a gentile concessione di mio marito, sta ad indicare una gonna molto corta, cortissima che lascia poco spazio all’immaginazione), stivale scamosciato nero al ginocchio. Il problema non è la gonna, poteva benissimo permettersela e io non sono una puritana, però…ragazza mia, se devi uscire dal posto “finestrino” e ti giri dando le spalle a chi ti sta davanti ,gli metti proprio in faccia il tuo lato B…e Dios mio, il signore ha una certa età rischia un infarto!

AssomiglioaGinoStrada non si leva gli occhiali, li tiene ben saldati al naso, chiude lo schermo del portatile, ma la sua faccia parla da sola. E’ tra l’incredulo e lo sbigottimento. E non appena Miss Japan esce da quei terribili sedili e s’infila nel corridoio dell’uscita, il signore in questione si gira verso di me e mi guarda. Ci guardiamo. La guardiamo. Scuotiamo la testa. E finalmente sorridiamo. Riprendo il lavoro al computer soddisfatta per aver trovato il complice che cercavo durante il selfie.

Me, myself, selfie.

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L’insostenibile leggerezza della parola: logorrea

In uno dei miei primi post ho parlato di come sono, di come spesso i miei amici o i miei cari ( e oso ancora chiamarli così)  mi chiamano… “radio” quelli più fini, “logos” quelli più diretti.

Ebbene sì ho deciso di dedicare un pensiero ad una delle mie caratteristiche principali…è una malattia? perchè se fosse così, significherebbe che è ereditaria. E io l’ho ereditata. Purtroppo. Di solito si ereditano dei beni, delle doti, dei talenti…io ho ereditato il dramma della parola. No, delle parole. Fiumi di parole che scorrono. Anche la grande Mina cantava parole, parole, parole…

Eppure non è sempre stato così, credetemi. Da bambina ero molto timida, da figlia unica quale sono stavo molto nel mio e cercavo di non dare mai fastidio a nessuno. Sono cambiata grazie al teatro. Al liceo, grazie ad una delle mie amiche di paese che già lo frequentava, mi sono iscritta al laboratorio pomeridiano ( AMMETTO: volevo essere un po’ come una nei licei americani,dove frequentano sempre mille corsi dopo la scuola: sport, cinema, teatro, arte…da noi mancavano solo gli armadietti). E’ stata una scoperta. Per qualche mese una tortura. Mia madre si ricorda ancora adesso gli esercizi di dizione che il prof. mi aveva dato per imparare a dire la R senza vibrato. Oltre alla logorrea ho anche la R moscia. Pardon! R francese, risultato del mio bilinguismo infantile. Parlavo francese e mi è rimasto il ricordo eterno di una lingua mai dimenticata e tanto amata. La mia erre cozzava con le regole della dizione. Obiettivo: rimuoverla. Come?

Per prima cosa quando pronunci la erre guardati allo specchio e vedrai che la tua lingua non batte sul palato ma rimane bassa. E vibra. Devi imparare a farla battere sul palato ripetendo sempre e continuamente TA-LA-TLA, tante volte, di seguito e ad alta voce. Ma guardati allo specchio e fai questi esercizi stando attenta che la lingua, aiutata dalle consonanti dentali, batta sul palato (sugli alveoli in realtà).

Il mio mantra era diventato TA-LA-TLA. Senza musica, senza cantilena.TA-TA-TA-TA, poi LA-LA-LA-LA e infine TLATLATLATLA.. Queste tre parolette dovevano aiutarmi a venir fuori dalla erre moscia. Ops, francese. Dopo anni di vessazioni con ramarro marrone travestito di verde, avevo la possibilità di riscattarmi e diventare normale, come tutti, in grado di pronunciare la R. L’ho fatto. Per mesi. Lo specchio del bagno di casa si rifiutava di illuminarmi: ogni volta che accendevo le luci poste lateralmente queste non si accendevano. Chiaro segnale che dovevo smetterla. E invece no! Imperterrita sono andata avanti  finchè non ho notato un miglioramento. Stavo venendo fuori dal rotacismo. Come in tutte le cose, ci va del tempo. E se io non ho avuto la pazienza di esercitarmi con il piano per anni, potete immaginare lo sforzo che mi ci è voluto nel seguire questi esercizi per sei mesi. E’ durato giusto fino alla rappresentazione di fine anno. La erre si era “ammorbidita”, ma sempre lì stava, in basso, sulla base della lingua. Attendeva il vibrato. E alla fine ho deciso di tenermela così. In fondo, caratterizza.

Recitare davanti ai tuoi compagni prima e al pubblico poi ti può creare due stimoli: scappare o restare. Quando superi il primo momento di “vergogna” sei pronto per continuare. E lo stimolo a scappare, beh, quello scappa lui. Il primo anno di teatro abbiamo scritto noi i nostri monologhi. Io recitavo la parte di un pagliaccio che faceva ridere la gente, ma non faceva ridere se stesso. Un dramma anche nel pagliaccio. “Teatro!!!Che sogno!”…iniziava così. Grazie a quel pagliaccio mi sono potuta esprimere godendo di quell’adrenalina che solo la scena e il palco possono offrire.Ti nutrono. E tu sei lì per dare tutta te stessa. A partire da allora mi si è aperto un mondo, l’espressione delle parole. Io, che ho sempre preferito scrivere, stavo iniziando il cammino verso il logos.

Allora non avrei mai immaginato che quel cammino mi avrebbe aiutato ad essere quella che sono oggi: più spigliata, intraprendente e meno timida. Con lo stesso marchio di fabbrica di allora, la mia erre moscia. Ops, francese.

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Il profumo di un’amicizia

Anni fa (tanti ormai…) ho messo le ali. Non come Icaro ai piedi, ma in senso lato: appena laureata decisi di tentare la carriera dell’assistente di volo. Come ci arrivai fu un puro e semplice caso, come quasi tutti quelli della mia vita: con tutta franchezza, tutte le opportunità che sono riuscita a riconoscere o cogliere nella mia esistenza sono state del tutto casuali e tante volte involontarie. L’aeroporto mi ha sempre affascinato: gente di ogni Paese, vicina, lontana, profumi, odori, lingue diverse, un concentrato di culture miste che creavano un caleidoscopio di colori e suoni sempre in mutamento.

Io figlia di due continenti, il bianco e il nero,  ero già incline a questo tipo di vita da nomade e da un lato forse ne ero anche un po’ attratta come una calamita. Il mio pensiero era quello di lavorare in aeroporto come hostess da terra. Sfoglio giornali e trovo un’inserzione di una compagnia aerea che ricercava personale da terra. Prima di inviare il mio curriculum, contatto una mia amica ed ex compagna di corso per chiederle informazioni a riguardo. Lei prima di discutere la tesi si era inserita nel “campo volo”. Mi sconsiglia quella compagnia e mi indica la sua. Le affido il mio curriculum da depositare alle risorse umane e attendo. Passano alcune settimane e mi contattano. Primo colloquio selettivo: 30 persone che parlano della bellezza del lungo raggio e della fatica del corto. “Lungo raggio? Corto raggio? Ma scusate la selezione per cosa è?”  “Assistente di volo!”.  Bene. Quello fu l’inizio del mio primo percorso professionale. Un mese a terra di corso teorico e 6 mesi di corso pratico in volo. Una bellissima esperienza che ancora oggi consiglio a chiunque finisca le superiori e sappia parlare almeno l’inglese. Ringrazio ancora adesso la formazione mentale che mi ha dato Lauda Air: ordine, disciplina e rispetto della gerarchia. Il motto era “Service is our success”. Oggi, a distanza di anni, la mia forma mentis mi porta a pensare così per ogni cosa che faccio.

In questo contesto si colloca la promessa di matrimonio con il mio profumo.Cosa c’entra penserete voi. Beh, nel 2004 mi sono impegnata (e probabilmente sposata) con Narciso Rodriguez. Quegli anni sono legati a quest’essenza, e probabilmente lo saranno per sempre nella mia memoria. Quando lo acquistai,non lo si trovava da nessuna parte, era molto costoso e un po’ elitario, si trovava solo nelle profumerie di nicchia (così mi avevano risposto una volta in una nota catena di profumi)…poi è esploso in tutti i sensi ed è diventato molto più commerciale, anche se sempre poco accessibile.

Narciso mi sta accompagnando da molti anni ormai e non ho nessuna intenzione di cambiarlo. Se ti trovi bene con qualcosa perchè la devi cambiare? Il profumo rappresenta un po’ una seconda pelle: è lusinghiero sapere o pensare che quando qualcuno sente “quel profumo” si ricorda di te. Fateci caso: quante volte vi è capitato di sentire aromi, essenze, profumi che vi ricordano una determinata persona o un piatto che non avete dimenticato o semplicemente un momento della vostra vita? Il profumo insieme alla musica scandisce il tempo e il ricordo della nostra esistenza.

Mi è capitato, un paio di anni fa, di ricevere una mattina qualunque una telefonata da un caro vecchio amico che viveva in Germania. Tra qualche come stai, cosa fai, dove sei, lui mi  ferma e mi chiede “Co’, ma era Narciso Rodriguez il tuo profumo ai tempi di Savigliano? (altra storia, altro contesto…)”…”Sì, non solo allora, ancora oggi, perchè?”…E mi racconta di come fosse stato inebriato dal profumo di una hostess mentre era su un volo (ci son sempre gli aerei di mezzo…) per non mi ricordo più dove e che quel profumo a distanza di anni gli aveva ricordato quei momenti trascorsi assieme alle partite di calcetto. E non solo. La figuraccia era dietro le porte. La hostess si avvicina a lui per chiedergli la classica “dolce o salato” e  lui risponde: “Scusa, usi Narciso Rodriguez?”…

Lei lo guarda…L’italiano provolone colpisce ancora.

The morning later ha dovuto buttare un biglietto con un numero di telefono. La moglie era gelosissima.

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