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Come Adamo ed Eva.

Quest’estate, organizzando il mio matrimonio religioso, ho avuto modo di parlare del concetto di solitudine con il mio parroco, Don Mario. Dovete sapere che Don Mario è sempre stato un parroco di paese un po’ naif, passatemi il termine. Molto incline al senso estetico delle cose, amante delle piante, dei fiori, della musica e dell’arte, ha sempre cantato fuori dal coro. Sono cresciuta nella sua parrocchia senza essermi mai annoiata: tutti noi, ragazzi di paese abbiamo un grande rispetto per Don Mario, perché ci ha sempre capiti creando spazi e luoghi in cui  potevamo ritrovarci e godere del nostro tempo (una tavernetta adiacente la chiesa per organizzare le feste, chiamata il Noccioleto e un campo da tennis nel terreno appena sotto il Noccioleto).  Lui sapeva stare coi ragazzi, ma soprattutto sapeva riconoscerne i bisogni. Questo l’ha reso sempre un po’ diverso paragonato agli altri, e per ciò, invidiato.

Essere diversi. Avere il coraggio di andare contro corrente, di perseguire il proprio credo senza ascoltare la vox populi, che non è sempre sinonimo di Verità. Questo atteggiamento ti può portare alla solitudine, a non essere capito e per questo a essere classificato come “anomalo”. Ma Don Mario non era solo. Aveva dalla sua i risultati dei suoi sforzi nel creare collettività e nell’avvicinare i giovani alla chiesa ( cosa che oggi pare praticamente impossibile). Un po’ come Doloris Van Cartier in Sister Act. Gli anni poi passano e la vigoria e la forza della gioventù vengono meno per forza di cose. Don Mario quest’estate, alla soglia degli 80, dopo una serie di problemi di salute e aver perso l’unica compagnia che aveva in casa, sua madre, ci ha raccontato di patire moltissimo la solitudine. Sì, la solitudine. “Non siamo fatti per stare soli” si è lasciato sfuggire.

Si dice che per vivere serenamente con gli altri bisogna prima  imparare a vivere bene da soli. Ma non si dice per quanto tempo. In questa condizione possiamo ascoltare i nostri bisogni, capirli e portare avanti i nostri desideri senza doverli condividere per forza con qualcuno. Solitudine come sinonimo di libertà. Solitudine come presa di coscienza del nostro Io. Formiamo la nostra identità, il nostro carattere. Ma quanto può durare? E’ davvero una condizione avulsa dall’animo umano? Secondo Don Mario sì. Lo stesso Dio ha creato Eva da una costola di Adamo.

L’essere soli non significa solo il “non stare in coppia”, ma il non avere nessuno con cui parlare, ridere, scherzare, ma anche discutere, litigare.Essere soli significa “non condividere”. Io la vedo come una condizione temporanea. Sono figlia unica e sono stata sola per anni con il desiderio di avere un fratello o una sorella con cui giocare. Crescendo poi ho avuto la fortuna di avere amici che sono parte di me, e li posso considerare senza problemi dei fratelli e delle sorelle. Ieri mi è capitato di vedere in TV un programma in cui un uomo doveva vivere sessanta giorni su un’isola deserta da solo senza nulla. Non c’erano nemmeno i cameramen con cui scambiarsi delle battute, si auto filmava. In termini pratici, le ore di luce riusciva a viverle senza problemi, cercando di costruirsi un capanno e procacciandosi acqua e cibo. Ma quando calava la notte diceva di dover combattere contro i pensieri che gli si creavano in testa: avrebbero potuto farlo impazzire. Il fatto di non parlare con nessuno era quello che gli pesava di più, finché al quindicesimo giorno l’alta marea non gli ha fatto arrivare una palla da rugby consumata.  Un po’ come Tom Hanks in Cast Away. La solitudine porta a lungo andare alla disperazione, all’alienazione e al non saper più come interagire con gli altri. Di questo sono convinta. Infatti, ripensando ai casi disperati che ho incontrato nella mia vita (vedete il post di ieri), tutti avevano una costante fissa che li accomunava: nessuno con cui parlare. E Carlun che si auto definiva un outsider (“Miss Corinne, a Londra non ero considerato inglese perchè di origine italiana e qui non sono considerato italiano perchè ho vissuto a Londra”) non si esimeva da questo fatto.

Nel corso delle nostre vite è giusto che ci siano anche momenti di solitudine, per riprendersi noi stessi. E’ come quando scendi da un treno e ti fermi per capire dove andare, se hai preso il treno il giusto e tentare di rincorrerlo o se è meglio aspettarne un altro o addirittura andare a piedi . E’ giusto che sia tu a farlo, da solo. Ma vivere una vita da soli, beh, su questo convengo con il mio parroco, credo non sia naturale.

Negli occhi di Don Mario, insieme alla stanchezza di un uomo ( perchè prima di tutto è un essere umano) sono riuscita a scorgere sia malinconia che melanconia. Malinconia per un tempo passato e finito che rivive nella sua memoria e melanconia per la ricerca costante di un interlocutore con il quale scambiare i suoi pensieri e le sue riflessioni.

Pensateci bene, anche quando siamo soli, alla fine cerchiamo sempre qualcuno che possa ascoltarci. E alla fine soli, non lo siamo mai.

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Me. Myself. Selfie.

Il treno è uno di quei luoghi in cui ti trovi a vivere esperienze ogni volta diverse. Puoi condividere il tempo del viaggio  nella tua solitudine, guardando fuori  dal finestrino ( di solito per evitare qualsiasi tipo di comunicazione con l’eventuale vicino di posto) oppure scegliere di interagire con dei totali sconosciuti che incrociano la tua strada nello stesso momento. Non sempre si crea interazione verbale. Ma si può creare complicità anche solo con uno sguardo.

Se sei un po’ attento e hai spirito di osservazione, puoi accorgerti di tante piccole cose. La mia carrozza è mediamente vuota, davanti a me un ragazzo con gli auricolari che gioca o ascolta musica dal suo super tecnologico S4 (o 5 0 6 o…non lo so). Nei posti attigui invece ci sono: un signore sulla settantina con una camicia color mattone che non passa inosservata e una ragazza orientale ( non saprei dire se cinese, giapponese o che, dal mio punto di vista pare giapponese, ma potrei sbagliarmi alla grande). Lui sembra Gino Strada e lavora al computer. Ha un bel portatile e pure il mouse. Gli vorrei fare i complimenti perchè lo usa divinamente, non tentenna per un solo minuto e sembra abbia grande dimestichezza con l’attrezzo. Questo signora non ha 20 anni. E’ la prova che se si vuole imparare ad usare la tecnologia lo si può fare, come dico sempre, la volontà e la costanza pagano. La ragazza nipponica è obiettivamente una bella ragazza. Anche lei con un super cellulare e gli auricolari rigorosamente per non disturbare. Apparentemente sembra che stia guardando fuori dal finestrino: il messaggio vale in ogni Paese, lasciatemi tranquilla. Sembra una ragazza tranquilla, sulle sue.

Finora ho solo dato uno sguardo veloce, poi visto che non sono una guardona ho continuato a lavorare. Ogni volta che sono in treno e rientro a casa mi dico che sarebbe il caso di riposarmi anche solo un’oretta e invece niente, stakanovista fino alla fine apro il pc e rispondo alle mail, controllo gli ordini etc…ordinaria amministrazione. Ad un certo punto sento il classico suono dello scatto fotografico. Mi volto lentamente e vedo la nipponica quasi sdraiata sui sedili che inizia a farsi dei selfie. Si piega, si mette da un lato, poi dall’altro, poi va indietro con la testa, fa un selfie a 360 gradi, ride, fa le boccacce. Praticamente si sta facendo un book fotografico. Il Sig. AssomiglioaGinoStrada guarda senza farsi notare da sopra gli occhiali e continua imperterrito a manovrare il suo mouse. Lei, incurante di chi le sta attorno, continua. Mi viene da ridere, cerco uno sguardo che mi comprenda, ma  torno allo schermo del mio portatile perchè non ho nessuno con cui condividere il mio pensiero.

Dopo qualche minuto la nostra beniamina si alza per scendere alla sua fermata.

Gonna pilifera ( termine a gentile concessione di mio marito, sta ad indicare una gonna molto corta, cortissima che lascia poco spazio all’immaginazione), stivale scamosciato nero al ginocchio. Il problema non è la gonna, poteva benissimo permettersela e io non sono una puritana, però…ragazza mia, se devi uscire dal posto “finestrino” e ti giri dando le spalle a chi ti sta davanti ,gli metti proprio in faccia il tuo lato B…e Dios mio, il signore ha una certa età rischia un infarto!

AssomiglioaGinoStrada non si leva gli occhiali, li tiene ben saldati al naso, chiude lo schermo del portatile, ma la sua faccia parla da sola. E’ tra l’incredulo e lo sbigottimento. E non appena Miss Japan esce da quei terribili sedili e s’infila nel corridoio dell’uscita, il signore in questione si gira verso di me e mi guarda. Ci guardiamo. La guardiamo. Scuotiamo la testa. E finalmente sorridiamo. Riprendo il lavoro al computer soddisfatta per aver trovato il complice che cercavo durante il selfie.

Me, myself, selfie.

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L’insostenibile leggerezza della parola: logorrea

In uno dei miei primi post ho parlato di come sono, di come spesso i miei amici o i miei cari ( e oso ancora chiamarli così)  mi chiamano… “radio” quelli più fini, “logos” quelli più diretti.

Ebbene sì ho deciso di dedicare un pensiero ad una delle mie caratteristiche principali…è una malattia? perchè se fosse così, significherebbe che è ereditaria. E io l’ho ereditata. Purtroppo. Di solito si ereditano dei beni, delle doti, dei talenti…io ho ereditato il dramma della parola. No, delle parole. Fiumi di parole che scorrono. Anche la grande Mina cantava parole, parole, parole…

Eppure non è sempre stato così, credetemi. Da bambina ero molto timida, da figlia unica quale sono stavo molto nel mio e cercavo di non dare mai fastidio a nessuno. Sono cambiata grazie al teatro. Al liceo, grazie ad una delle mie amiche di paese che già lo frequentava, mi sono iscritta al laboratorio pomeridiano ( AMMETTO: volevo essere un po’ come una nei licei americani,dove frequentano sempre mille corsi dopo la scuola: sport, cinema, teatro, arte…da noi mancavano solo gli armadietti). E’ stata una scoperta. Per qualche mese una tortura. Mia madre si ricorda ancora adesso gli esercizi di dizione che il prof. mi aveva dato per imparare a dire la R senza vibrato. Oltre alla logorrea ho anche la R moscia. Pardon! R francese, risultato del mio bilinguismo infantile. Parlavo francese e mi è rimasto il ricordo eterno di una lingua mai dimenticata e tanto amata. La mia erre cozzava con le regole della dizione. Obiettivo: rimuoverla. Come?

Per prima cosa quando pronunci la erre guardati allo specchio e vedrai che la tua lingua non batte sul palato ma rimane bassa. E vibra. Devi imparare a farla battere sul palato ripetendo sempre e continuamente TA-LA-TLA, tante volte, di seguito e ad alta voce. Ma guardati allo specchio e fai questi esercizi stando attenta che la lingua, aiutata dalle consonanti dentali, batta sul palato (sugli alveoli in realtà).

Il mio mantra era diventato TA-LA-TLA. Senza musica, senza cantilena.TA-TA-TA-TA, poi LA-LA-LA-LA e infine TLATLATLATLA.. Queste tre parolette dovevano aiutarmi a venir fuori dalla erre moscia. Ops, francese. Dopo anni di vessazioni con ramarro marrone travestito di verde, avevo la possibilità di riscattarmi e diventare normale, come tutti, in grado di pronunciare la R. L’ho fatto. Per mesi. Lo specchio del bagno di casa si rifiutava di illuminarmi: ogni volta che accendevo le luci poste lateralmente queste non si accendevano. Chiaro segnale che dovevo smetterla. E invece no! Imperterrita sono andata avanti  finchè non ho notato un miglioramento. Stavo venendo fuori dal rotacismo. Come in tutte le cose, ci va del tempo. E se io non ho avuto la pazienza di esercitarmi con il piano per anni, potete immaginare lo sforzo che mi ci è voluto nel seguire questi esercizi per sei mesi. E’ durato giusto fino alla rappresentazione di fine anno. La erre si era “ammorbidita”, ma sempre lì stava, in basso, sulla base della lingua. Attendeva il vibrato. E alla fine ho deciso di tenermela così. In fondo, caratterizza.

Recitare davanti ai tuoi compagni prima e al pubblico poi ti può creare due stimoli: scappare o restare. Quando superi il primo momento di “vergogna” sei pronto per continuare. E lo stimolo a scappare, beh, quello scappa lui. Il primo anno di teatro abbiamo scritto noi i nostri monologhi. Io recitavo la parte di un pagliaccio che faceva ridere la gente, ma non faceva ridere se stesso. Un dramma anche nel pagliaccio. “Teatro!!!Che sogno!”…iniziava così. Grazie a quel pagliaccio mi sono potuta esprimere godendo di quell’adrenalina che solo la scena e il palco possono offrire.Ti nutrono. E tu sei lì per dare tutta te stessa. A partire da allora mi si è aperto un mondo, l’espressione delle parole. Io, che ho sempre preferito scrivere, stavo iniziando il cammino verso il logos.

Allora non avrei mai immaginato che quel cammino mi avrebbe aiutato ad essere quella che sono oggi: più spigliata, intraprendente e meno timida. Con lo stesso marchio di fabbrica di allora, la mia erre moscia. Ops, francese.

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blog, the morning later

Il profumo di un’amicizia

Anni fa (tanti ormai…) ho messo le ali. Non come Icaro ai piedi, ma in senso lato: appena laureata decisi di tentare la carriera dell’assistente di volo. Come ci arrivai fu un puro e semplice caso, come quasi tutti quelli della mia vita: con tutta franchezza, tutte le opportunità che sono riuscita a riconoscere o cogliere nella mia esistenza sono state del tutto casuali e tante volte involontarie. L’aeroporto mi ha sempre affascinato: gente di ogni Paese, vicina, lontana, profumi, odori, lingue diverse, un concentrato di culture miste che creavano un caleidoscopio di colori e suoni sempre in mutamento.

Io figlia di due continenti, il bianco e il nero,  ero già incline a questo tipo di vita da nomade e da un lato forse ne ero anche un po’ attratta come una calamita. Il mio pensiero era quello di lavorare in aeroporto come hostess da terra. Sfoglio giornali e trovo un’inserzione di una compagnia aerea che ricercava personale da terra. Prima di inviare il mio curriculum, contatto una mia amica ed ex compagna di corso per chiederle informazioni a riguardo. Lei prima di discutere la tesi si era inserita nel “campo volo”. Mi sconsiglia quella compagnia e mi indica la sua. Le affido il mio curriculum da depositare alle risorse umane e attendo. Passano alcune settimane e mi contattano. Primo colloquio selettivo: 30 persone che parlano della bellezza del lungo raggio e della fatica del corto. “Lungo raggio? Corto raggio? Ma scusate la selezione per cosa è?”  “Assistente di volo!”.  Bene. Quello fu l’inizio del mio primo percorso professionale. Un mese a terra di corso teorico e 6 mesi di corso pratico in volo. Una bellissima esperienza che ancora oggi consiglio a chiunque finisca le superiori e sappia parlare almeno l’inglese. Ringrazio ancora adesso la formazione mentale che mi ha dato Lauda Air: ordine, disciplina e rispetto della gerarchia. Il motto era “Service is our success”. Oggi, a distanza di anni, la mia forma mentis mi porta a pensare così per ogni cosa che faccio.

In questo contesto si colloca la promessa di matrimonio con il mio profumo.Cosa c’entra penserete voi. Beh, nel 2004 mi sono impegnata (e probabilmente sposata) con Narciso Rodriguez. Quegli anni sono legati a quest’essenza, e probabilmente lo saranno per sempre nella mia memoria. Quando lo acquistai,non lo si trovava da nessuna parte, era molto costoso e un po’ elitario, si trovava solo nelle profumerie di nicchia (così mi avevano risposto una volta in una nota catena di profumi)…poi è esploso in tutti i sensi ed è diventato molto più commerciale, anche se sempre poco accessibile.

Narciso mi sta accompagnando da molti anni ormai e non ho nessuna intenzione di cambiarlo. Se ti trovi bene con qualcosa perchè la devi cambiare? Il profumo rappresenta un po’ una seconda pelle: è lusinghiero sapere o pensare che quando qualcuno sente “quel profumo” si ricorda di te. Fateci caso: quante volte vi è capitato di sentire aromi, essenze, profumi che vi ricordano una determinata persona o un piatto che non avete dimenticato o semplicemente un momento della vostra vita? Il profumo insieme alla musica scandisce il tempo e il ricordo della nostra esistenza.

Mi è capitato, un paio di anni fa, di ricevere una mattina qualunque una telefonata da un caro vecchio amico che viveva in Germania. Tra qualche come stai, cosa fai, dove sei, lui mi  ferma e mi chiede “Co’, ma era Narciso Rodriguez il tuo profumo ai tempi di Savigliano? (altra storia, altro contesto…)”…”Sì, non solo allora, ancora oggi, perchè?”…E mi racconta di come fosse stato inebriato dal profumo di una hostess mentre era su un volo (ci son sempre gli aerei di mezzo…) per non mi ricordo più dove e che quel profumo a distanza di anni gli aveva ricordato quei momenti trascorsi assieme alle partite di calcetto. E non solo. La figuraccia era dietro le porte. La hostess si avvicina a lui per chiedergli la classica “dolce o salato” e  lui risponde: “Scusa, usi Narciso Rodriguez?”…

Lei lo guarda…L’italiano provolone colpisce ancora.

The morning later ha dovuto buttare un biglietto con un numero di telefono. La moglie era gelosissima.

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The morning later

The morning later è la mattina successiva…perché le nostre giornate sono un susseguirsi e un concatenarsi di eventi, situazioni, casualità, ma, alla fine delle stesse ci ritroviamo a spegnere le luci e aspettare l’alba del giorno nuovo. Ci svegliamo, ci alziamo e si ricomincia. Ho scelto questo titolo per mettere in evidenza che qualsiasi cosa ci accada, bella o brutta che sia, la vita e il mondo vanno avanti, giorno dopo giorno, mattina dopo mattina. Quante volte vorremmo che una determinata giornata si cancellasse o non fosse mai esistita? O semplicemente riviverne le emozioni? Sono sicura che alla fine rivivere certi momenti non porterebbe allo stesso risultato, sebbene ci si possa avvicinare. Non sono le giornate quelle da rivivere, ma le emozioni, e quelle dipendono da noi. La mattina successiva si ripensa a ciò che si è vissuto, si pensa a ciò che si sta per fare, esattamente come la sera, che ci porta a fare più bilanci che altro.. chi più, chi meno, la mattina porta nuovi propositi. Ed è qui che mi inserisco con questo mio blog, ogni mattina inserire un buon proposito, raccontare le emozioni, gli aneddoti, tutto ciò che penso sia stato rilevante o semplicemente ciò che mi passa per la testa…e condividerle con chi lo desidera! A domani, then…

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