corinne noca

Io guardo i denti.

Domanda agli uomini: avete mai provato a chiedere ad una donna qual è la prima cosa che guarda in un uomo?

Domanda alle donne: cosa rispondete di solito?

Allora, premesso che l’aspetto fisico gioca chiaramente un ruolo primario, puramente soggettivo visto che la bellezza sta negli occhi di chi guarda, ma superato questo primo momento impattante, ci sono dei particolari che non passano inosservati.

Io, da donna, ho sempre guardato i denti.

I denti stanno in bocca, la bocca si bacia e possiede tutte quelle caratteristiche che possono far scappare le persone: sorriso a scacchiera, alito pestilenziale, mancanza di cura, colore giallognolo, e chi più ne ha, più ne metta. Io li guardo perchè ammetto di avere una vera e propria ossessione per questo apparato. E in famiglia non sono l’unica.

Dicembre 2010. A cena con tutta la famiglia di mio marito per la mia presentazione ufficiale, ad un certo punto mio suocero mi guarda e mi dice: “Ma quei denti lì sono tutti tuoi?”. Io, un po’ presa alla sprovvista,  ho sfoderato il mio classico sorriso Durban’s rispondendo con un modesto “fortunatamente sì”; Fabri ha semplicemente scosso la testa e mia suocera l’ha fulminato con lo sguardo. Lui, con una certa  nonchalance, è andato avanti dicendomi di aver sempre invidiato, oltre che i capelli afro, le dentature bianchissime, soprattutto dei neri, e di aver lottato tutta la vita con il dentista per poter raggiungere il canone desiderato. Ogni volta che vede una bella dentatura l’ammira come fosse un’opera d’arte.

Chiaramente io ho preso tutto il discorso come un complimento e la scena, ancora adesso a distanza di anni, mi fa sorridere ( per restare in tema). Mio marito, allora fidanzato, all’uscita dal ristorante si è scusato per lui, ma io non ne vedevo il motivo. ” Eh sì, non ce n’è motivo perchè i denti che hai in bocca son tutti tuoi, ma se avessi avuto un apparecchio o avessi avuto un intervento non saresti così adesso! Non sono domande da fare, soprattutto la prima volta che vedi una persona!”. In effetti non aveva tutti i torti: ci sono effettivamente cose che non si dovrebbero dire, per lo meno la prima volta, quando ancora non c’è confidenza, ma l’ho comunque trovato spontaneo e tutto sommato, forse per l’argomento che non mi toccava profondamente, divertente. Quella sera mio suocero ha dato il meglio di sè in quanto a figure… Mentre raccontava di una coppia che aveva conosciuto al mare, gli scappa un “lei era mooolto più giovane di lui, avranno avuto 10 anni di differenza”….e mia suocera, seduta al suo fianco, gli da una gomitata e gli dice: “La Cori e il Fabri ne hanno 13…”…in perfetto stile British, è andato avanti affermando che in quelli del mare si notava molto di più perchè lui non portava bene l’età che aveva, era già “bianco” di capelli!

Un paio di giorni fa, invece, sento una mia amica che sta frequentando un ragazzo da un paio di settimane, o meglio, si sono visti due volte. Mi ha fatto un elenco di qualità positive del presunto futuro boy, ma scappa un ma…mi manda la foto e io le dico “beh, non è niente male, cosa c’è che non ti convince, le mani??”….”Co, come hai fatto a capirlo?”…eh…quando c’è qualcosa che non va sono sempre le mani. O i piedi.

Io questi colpi d’occhio non li ho mai capiti. Accetto i denti per i motivi di cui sopra, ma mani e piedi perchè dovrebbero influenzare l’aspetto di una persona? Negli anni ne ho sentiti di simili: “A me piacciono le mani grandi, mi danno un senso di protezione”; “a me invece piacciono le mani piccole, denotano sensibilità”; “a me piacciono i piedi”…scusate, ma con le scarpe, come fate a vederli???

Dai su, tutte queste cose si dicono quando non si è del tutto convinti. Se uno piace, piace subito per com’è fatto (fisicamente intendo), se no, piace per quello che mostra il tempo che  viene trascorso insieme, dove non è l’estetica a colpire, ma la testa, la bellezza cosiddetta interiore.

Rispondere mani e piedi equivale a dire quel famoso aggettivo che stronca tutte le possibilità a chiunque: SIMPATICO/A.

E voi, cosa ne pensate??

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Ci conosciamo da sempre

Tutti noi abbiamo degli amici. Uno solo, due, tre…e secondo me, al di là di ciò che dicono le statistiche, non c’è un numero unico che possa essere considerato valido. Si è soliti dire che di amici veri ce ne siano pochi nella vita delle persone e che si possano considerare tali solo se si supera la prova del tempo. Il tempo porta con se un bagaglio di fatti, avvenimenti, situazioni che si sono potuti condividere con gli amici e in ugual modo, periodi che sono stati testimoni di nuovi rapporti, rotture o ricostruzioni dopo eventuali silenzi.

Quelli che io chiamo AMICI, lo sono davvero: tra questi ne annovero sia di lunga data, che recenti. Ma non è detto che, per il semplice fatto che ne conosco qualcuno da più tempo, io li consideri più fraterni di altri o viceversa. E’ la qualità che fa la differenza. E non è che uno sia migliore dell’altro; con ciascuno ho un rapporto diverso, che ho costruito a seconda della persona, del suo carattere e del suo atteggiamento nei miei confronti. Spesso si tende a confondere l’amicizia con la sola confidenza, ma non credo che svelare il proprio intimo sia una cosa fondamentale. L’intimità nasce quando ci sono dei pensieri che ci tormentano e abbiamo bisogno di rivelarli per avere un consiglio o semplicemente per essere ascoltati. Però non è solo questo che ne innalza il grado: è la  sincerità che sta alla base della reciprocità dell’affetto, della stima e della considerazione verso l’altro. Questo fa la differenza. Io posso anche non confidarmi, per svariati motivi, perché sono introversa, chiusa o non ne ho voglia. Chi mi conosce e mi capisce sa che c’è qualcosa, e non è necessario che sappia precisamente cosa sia: è comunque disposto a darmi il suo appoggio incondizionato, fosse anche solo con una parola o con un abbraccio, se presente.

L’amicizia con una delle mie più grandi amiche è nata vent’anni fa da un’antipatia reciproca, provocata da un’amore adolescenziale in comune (tra l’altro, questo amore è stato anche l’unico, visto che poi è diventato suo marito: in fondo non aveva tutti i torti a volerlo con le unghie e con i denti). Mi ricordo che una volta mi chiese anche se volevo del cianuro al posto del the, così da farmi fuori subito (pensate un po’ quanto mi amava!).  E ovviamente, tutto questo, in maniera diretta. Superato quel momento, lei ( che quando voleva, poteva essere una grandissima stronza a causa del suo caratteraccio da Ariete indomabile) iniziò volontariamente un rapporto con me, prima ricominciando a salutarmi ( “come mai mi saluti?” – “hai cambiato fratello”-ridendo…), poi, iniziando a condividere pensieri relativi a determinati atteggiamenti che ci davano fastidio nelle persone. Tra donne s’inizia sempre criticando qualcuno…

E’ stata un’amicizia GRANDE, INTENSA, VERA: siamo state distanti per anni, essendosi trasferita in un altro continente, ma abbiamo saputo reciprocamente stare in sintonia, capirci senza sentirci, esserci al momento giusto e litigare quando era il caso.  Abbiamo condiviso   i momenti più belli della nostra adolescenza, e tanto altro ancora dopo. Lei non aveva peli sulla lingua, né mezzi termini per affrontare le situazioni. Era decisa e coerente. E sapeva cosa voleva. Il più bel regalo di Natale che mi ha fatto è stato spronarmi a riprendere in mano la mia vita quando stavo per compiere uno dei più grossi errori che avrei mai potuto fare. E vi assicuro che in quel momento lei aveva ben altro a cui pensare, altro che i miei futili problemi di cuore. Ma era così.

Suo marito, quell’effimero amore adolescenziale, anzi, meglio definirlo “cotta”, mi conosce invece da quando sono nata. Quando non ti ricordi come hai conosciuto qualcuno è perché lo conosci da sempre, un ricordo rinchiuso in uno di quei cassetti della memoria infantili che difficilmente riesci ad aprire, in quanto troppo lontani. Ma che grado di conoscenza abbiamo in realtà? Nonostante 34 anni di vita, Ale ed io non abbiamo mai avuto un vero rapporto di “scambio”. Entrambi sapevamo di poter contare l’uno sull’altra, se volevamo dirci qualcosa lo facevamo attraverso Jenny, ma se avessimo avuto bisogno di parlare, ridere o scherzare…uhm, no, non ci sarebbe venuto in mente di farlo. Sua moglie era la mia migliore amica: ciò che sia lui che io sappiamo l’uno dell’altra è anche grazie a lei. Lei mi parlava di lui, e, con lui, parlava di me. Così come faccio io con Fabri. Normalissimo.

Ho scelto di parlare di Ale, nonostante le sue paure, perché rappresenta il cuore di questo post: l’amicizia e il tempo.

Questo post è iniziato con l’idea che il tempo sia il metro che possa misurare il grado e la forza di un’amicizia. Da quando Jenny ci ha lasciati, Ale ha iniziato a comunicare con me, scrivendo e parlando, come non aveva fatto prima. E’ vero che mi sono messa a sua disposizione, ma penso sempre che se qualcuno non vuole farlo, non lo fa. Ci sentiamo spesso, grazie agli skype, ai whatsapp e ai facebook, ridiamo e scherziamo per la maggior parte delle volte, e affrontiamo anche molti argomenti seri, come la famiglia, i bambini, il futuro: tutto quello che rappresenta la nostra visione della vita, ciò che ci fa stare bene e male allo stesso tempo, le nostre preoccupazioni, le nostre paure, le nostre aspirazioni. Io credo di essere abbastanza obiettiva e critica  nei suoi confronti, così come lui lo è con me. Lui sa che può dirmi tutto ciò che gli passa per la mente perché non lo giudico. Gli do consigli, ma non lo metto sulla forca. Il nostro legame si è evoluto: da semplice riflesso è diventato un rapporto fraterno.  La sorpresa è che siamo più amici adesso rispetto a prima; è come se in quel puzzle incompleto, che avevamo iniziato a creare anni fa quando frequentavamo la stessa compagnia, iniziassero ad incastrarsi pezzi che erano lì, sotto i nostri occhi, ma che non si riuscivano a scorgere perché affannati e presi dalla vita quotidiana e dalla non necessità di scambio. Abbiamo iniziato a conoscerci davvero, scoprendo di essere anche molto simili  e sapendo anticipare eventuali problemi che ci affliggono.

Alla fine non esiste una regola che dice “X anni=amicizia”. Posso chiamare Ale Amico solo ora, nonostante ci conosciamo da sempre.

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Nigerian Pidgin English? Na so!

DOVE&QUANDO: treno interregionale Milano- Torino alcuni anni fa.

Sono in treno verso Torino con mia madre.

Nel nostro scompartimento, ci sono quattro o cinque ragazze nigeriane che, coi piedi sui sedili di fronte a loro come se il treno fosse di proprietà, ridono e parlano ad alta voce, nella loro lingua, di cose personali. Più che parlare, sbraitano. A me fanno ridere, a dire il vero. A mia madre no. Lei è infastidita da questo comportamento animalesco e, insofferente, dopo aver sbuffato un po’, mi dice a voce alta, in modo che possano sentire anche loro: “Non lamentiamoci se poi i bianchi pensano che i neri siano tutti maleducati e buzzurri! Guarda queste qui come sono conciate, una vergogna per la razza, poi ti vedono in giro e pensano che sei così. Maleducate!”. Io cerco di zittirla, dandole dei colpetti col gomito, lei invece continua. Io, poi, che non amo cercare grane, provo a stemperare la tensione con un sorriso di circostanza alquanto ebete. Ad un certo punto, una di queste inizia ad accusare un’altra di essere una bugiarda. La questione non poteva che essere economica. Parte una “bagarre” verbale senza fine. Io mi diverto come una matta perchè, nonostante non parlino inglese, capisco tutto quello che dicono: “A beg, make you no wex me!” , “Wetin? Na big wahala! You, you, you de chop money only for you!” “Ah, a!Comot!” “Na lie!!”. E così avanti.  (trad. Ti prego, non farmi arrabbiare! Cosa? E’ un grosso problema, tu, tu, ti sei mangiata i soldi solo per te! Ah, a, ma sparisci” Bugiarda!).

La lingua che queste due parlavano e che io comprendevo era il Nigerian Pidgin English (NPE).

Ora, non so quanti di voi abbiano mai sentito parlare di pidgin, perciò vi illumino (d’immenso!).  I linguisti usano questo termine per etichettare quelle varietà di discorsi che si sviluppano quando i parlanti di due o più lingue diverse, senza una prima lingua comune, vengono a contatto con l’altro e hanno bisogno di comunicare (ad. esempio un britannico e un nigeriano di etnia Igbo, che lingua parlano? Tra i due, non essendoci una lingua in comune conosciuta, nasce un pidgin). Lo sviluppo di questi “nuovi linguaggi” è causato dalla necessità urgente di comunicazione tra persone che parlano lingue diverse – una crisi comunicativa linguistica è alla base della creazione di  un pidgin. Quando questo inizia ad essere utilizzato in casa e i bambini crescono parlandolo come prima lingua, si evolve in una lingua vera e propria e diventa noto come ‘creolo’. In passato, i pidgin e i creoli erano spesso indicati con espressioni peggiorative di un inglese stentato: Bastard Portuguese, French Negro, Broken English, etc… tutti termini che indicano chiaramente una mancanza di rispetto per questi idiomi. L’ignoranza l’è una bruta bestia. Alcuni pidgin sono stati chiamati « lingue commerciali », « lingue franche » o « lingue veicolari » e sono chiaramente sorti in seguito al contatto tra le persone che cercavano di fare affari l’uno con l’altro, senza avere una lingua in comune. In questi casi ciò che si sviluppa non sono varietà o dialetti delle lingue madri dei relatori, ma nuove lingue, la cui grammatica (fonetica, morfologia, sintassi, ecc) differisce fondamentalmente dalle lingue dalle quali sono state formate. Tutti i pidgin sono linguaggi lessicalmente derivati da altre lingue, ma sono strutturalmente semplificate, specialmente nella loro morfologia. I Pidgin mostrano una serie di caratteristiche:
1) non hanno parlanti per i quali il pidgin è considerata la loro prima lingua (lingua madre)
2) sono oggetto di apprendimento delle lingue
3) hanno norme strutturali
4) sono utilizzati da due o più gruppi
5)di solito sono incomprensibili ai parlanti delle lingue da cui ne deriva il lessico.

Un’altra curiosità è l’etimologia della parola ‘pidgin‘: si dice, ma non si è certi, che derivi dalla pronuncia cinese della parola inglese ‘business’ e dalla trascrizione del termine pidgeon (piccione).

Ne esistono di vari tipi: quello caraibico, quello oceanico, quello africano,… Quello che le gentil donne parlavano sul treno era quello specifico del West Africa, in particolare della Nigeria, da lì Nigerian Pidgin English.Se capisco il NPE è grazie a quegli amici “africani” che, vivendo in Nigeria la maggior parte dell’anno, quando tornavano in Italia, tra di loro, parlavano questo idioma. La conoscenza di una lingua comune fa stringere dei legami e crea gruppi. Se tu conosci la lingua, entri a far parte del mondo dell’altro.

In quel momento, sul treno io ero parte passiva di una discussione che era accesa per i più, ma che per me era essenzialmente colorita e divertente a causa della lingua, delle movenze e dei gesti. Mia madre si alzò dal suo posto e cambiò scompartimento, io rimasi lì a ridere. Le due, interrompendo lo spettacolo per un minuto, si voltarono a guardarmi. Una delle due mi disse: “Na lie, you no pidgin?” (Non è vero, capisci il pidgin?), e io, sempre col mio sorriso da ebete, risposi: “Nigerian Pidgin English? Na sooo!” (L’inglese pidgin nigeriano? E’ così!).

Le due si misero a ridere e io raggiunsi mia madre nell’altro scompartimento. Potevano continuare a discutere, tranquillamente.

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Lettera per voi

Cari amici di The Morning Later:

dal mio primo post ad oggi è già trascorso un mese. Più di trenta articoli scritti con il cuore, la testa e l’anima per raccontarvi pezzi di me. Non avrei mai pensato di riuscirci, sono sincera. Il lavoro, la casa, la famiglia occupano gran parte del mio tempo, come ad ognuno di voi del resto. Sono contenta perchè grazie a voi continuo ad essere stimolata a raccontare, a scrivere, a ritagliarmi quel piccolo spazio che è solo mio ma che riesco poi a condividere con voi in 5 minuti di lettura giornaliera. Per me è un piccolo traguardo, davvero.

Nei fine settimana mi capita di rileggere i vecchi post, soprattutto i primi per vedere da dove sono partita e, oltre a trovare ogni volta qualche errore di battitura od ortografico (perdonatemi, sono sviste o mancate riletture accurate), mi rendo conto di aver cambiato stile nello scrivere, e di aver dato un taglio più “smiling”. La scrittura rappresenta ciò che siamo, a seconda dei momenti che viviamo: in base a come stiamo, alle giornate che passiamo o ai momenti che trascorriamo, la scrittura assorbe il nostro spirito. Ecco perchè cambia. Chi mi ha letto dal primo giorno si è reso conto di questo cambiamento.  E questo, nell’arco di poco tempo, un mese soltanto. Il progetto è iniziato perchè ero malinconica e nostalgica. Avevo bisogno di sfogare quella tristezza che i ricordi e le persone del nostro passato lasciano nel cuore e l’unico modo, per eventualmente non piangere (sono una un po’ emotiva), è stato questo. Da adolescente, tenevo un diario mio o scrivevo lettere e subito dopo stavo meglio. Migliorando il mio umore, sono cambiati anche i racconti e i pensieri legati ad esso… L’occhio è diventato più “ironico”.

Attraverso le fotografie, che imposto come principali per ciascun post, rigorosamente in bianco e nero, cerco di catapultarmi in quell’immagine che sta nel mio cuore, ancor prima della mia mente, dando un imprinting che possa rimanere tale.

Non voglio dire che non scriverò più seriamente o cercherò sempre di far ridere, no, anzi. La serietà che è in me viene quasi sempre fuori anche da episodi che apparentemente sembrano ilari, ma che nascondono temi profondi, degni di nota o di riflessione. Non c’è nulla che non possa portare a “pensare”. Posso iniziare un post con l’idea di far ridere e concluderlo con un’altra. Dipende.

Il pezzo sul colore della pelle è nato dalla lettura di un post sul razzismo,” Stupire” è nato da una conversazione con il mio migliore amico…e così via…tutti mi state ispirando e tutti fate parte di questo progetto. Ecco perchè The Morning Later non è solo mio, ma anche vostro: sentitevi coinvolti, in pensieri, parole, opere ed omissioni.  La parola è quanto di più bello abbiamo: usiamola per comunicare e per farci sentire, per aiutare o per farci aiutare, per amare e non per odiare. Impariamo ad usarla come si deve perchè siamo fortunati a poterla padroneggiare.

E non abbiate timore.

Non sono qui per giudicare, ma per cercare un confronto. E mi sono stupita perchè ho ricevuto commenti da persone che non sentivo da anni, ma che hanno fatto parte della mia vita. Questo mi fa immensamente piacere.

Sarò sempre lieta di ricevere e di commentare tutto con voi, per costruire insieme The Morning Later.

Grazie per la fiducia.

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L’indiano di Dubai

Qualche anno fa, insieme a Federica, la mia testimone di nozze, e i nostri rispettivi mariti andammo a Dubai per una potenziale offerta di lavoro. Siamo stati ospiti di quello che doveva essere il nostro socio in affari, un business man indiano, che chiamerò Vic, che viveva da vent’anni a Dubai.  Non voglio soffermarmi su questioni professionali e lavorative, ma voglio parlare dell’autista di Vic: Ajin.

Indiano anche lui, un uomo di un’ età indefinita compresa tra i quaranta e cinquanta, Ajiin è stata l’ombra del suo padrone:  senza mai parlare, con lo sguardo basso e una riverenza assoluta, Ajiin non era solo l’autista di Vic, ma il suo tappetino. Non appena veniva chiamato, lui si materializzava dal nulla, come una statuina a dire “Yes Sir”, inchinandosi e stando a debita distanza dal suo supremo capo. Aveva un timore reverenziale che non vedevo da anni, o forse non avevo mai visto. Ci aveva accompagnato ovunque in quell’interminabile settimana a Dubai, sempre disponibile e sempre sull’attenti.

La fedeltà portata all’estremo prevede una totale subordinazione all’altro; il non pensare, il non fare se non il completo agire in funzione degli ordini impartiti, ti rende vittima e schiavo inconsapevole di colui che sfrutta la carità a suo vantaggio. Costui diventa così padrone della tua persona e tende ad approfittarsi di questa condizione, senza pensare all’eventuale danno che può creare la totale assenza di libertà. Credo di non aver mai visto Ajiin libero. Ma non libero di fare quello che volesse, libero mentalmente, di testa.

Notte, giorno, costantemente, il pover’uomo sembrava non avere una vita personale. Mi direte: è normale poichè prestava servizio a Vic, ed essendo pagato, svolgeva egregiamente le sue mansioni. Ma il punto non è questo. Ajiin non si comportava con un dipendente rispettoso del suo titolare, ma come un cane scodinzolante nei confronti del suo padrone. In più, Vic lo trattava con indifferenza, come se tutto fosse dovuto e non come un semplice collaboratore. Quando arrivò il nostro ultimo giorno di permanenza, dovendo portarci in piena notte alla fermata dei pullman Etihad per andare ad Abu Dhabi a prendere il volo di ritorno, Fabri gli volle dare una mancia. Sul volto di Ajiin comparve il terrore: iniziò a  scuotere la testa dicendo no, e cercò di nascondersi in macchina per evitare che lo inseguissimo per insistere. Aveva paura ad accettare il nostro piccolo compenso per la disponibilità data. Ci disse: “Il mio padrone mi compensa già bene, prendo già abbastanza”.

In quel momento, capii quanto la manipolazione del cervello umano, su menti deboli e bisognose di aiuto, potesse creare validi seguaci. Se in Africa ci si aggrappa a Dio per credere in un futuro migliore o semplicemente credere in qualcosa, i bisognosi, quando incontrano chi li salva dalla loro disperazione, vedono nel salvatore il buon Samaritano, senza a volte capire che c’è un interesse dietro. Ajiin nel suo piccolo, vedeva in Vic il suo salvatore. Se gli avesse detto di buttarsi giù dal pozzo, probabilmente non ci avrebbe nemmeno pensato e l’avrebbe fatto. Non voglio esagerare, ma una personalità come la sua non è tanto lontana dal fanatismo dei kamikaze.

Inculcare in testa idee, considerazioni di altri promettendo una giusta ricompensa è ciò che può spingere l’uomo a prostrarsi e a scegliere di divenire schiavo. E fino a quando esisteranno uomini travestiti da buoni samaritani, la servitu’ verra’ sempre scambiata con la schiavitu’.

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La gomma di George

Vi è mai capitato di aprire la porta di casa e trovarvi di fronte George Clooney? Beh, ad una ragazzina delle superiori, in provincia di Cuneo, successe veramente qualche anno fa.

Lavoravo in un albergo nella provincia Granda e una mattina arrivò un collega a raccontarmi ciò che era accaduto in una cascina non tanto distante da dove eravamo; il caro vecchio George, in moto per un giro enogastronomico per le Langhe, buca… Eh sì, capita anche a lui. Si guarda attorno e non vede nessuno. Nella Langa più desolata l’unico punto di ristoro (e riparazione) pare essere un cascinotto visto in lontananza. Smonta dalla sua due ruote e la spinge ( mi piace pensarlo cosi: che spinge la moto e arriva sudato e col fiatone, come in un film che si rispetti). Ovviamente nel cascinale il campanello non c’è, lavorano tutti fuori, tra l’aia, il cortile, l’orto e i campi. Il padrone di casa si vede arrivare sto pezzo d’uomo e, senza sapere chi sia (beata ignoranza) lo aiuta. What else? Lo invita anche a pranzo. E il caro dr. Ross accetta di buon grado. In fondo era in tour enogastronomico, cosa poteva capitargli meglio di un vero pranzo langarolo? La figlia dei padroni di casa. La poverina, ignara di ciò che stava accadendo, arriva a casa da scuola. Eta’, 15 anni. Apre la porta, si toglie lo zaino, va in cucina e rimane ammutolita. I genitori la guardano interdetti e la riprendono perchè non ha salutato. “Ma voi sapete chi è lui??”. “Poverino, si è bucata la gomma della moto e ci ha chiesto aiuto, abbiamo fatto che dargli da disnà (pranzo in piemontese, ndr)”, dice la madre. George sorride e le dice “Nespresso?”. Estasi.

Quando volavo mi è capitato di incontrare sulle tratte Milano-Roma/Roma-Milano ( detta in gergo “navetta”) alcuni tra i Vips di casa nostra. D’altronde facendo 4/5 tratte al giorno le probabilità diventano anche più alte. Ho sempre sperato di “portare” a bordo Brad Pitt, possibilmente senza la Jolie, ma negli USA, a parte un pit stop a Miami, non ci sono mai stata da AV ( assistente di volo).  Essendo alle prime armi e dovendo mostrarmi professionale ( in fondo volavo per la nostra compagnia di bandiera) il mio comportamento doveva essere irreprensibile, ed effettivamente devo dire che non sono mai andata oltre il “posso aiutarla?”, “dolce o salato?”, “caffè, the?”. Tranne una volta.

Natale 2005. Ho la fortuna di non volare e di trascorrere il Natale a casa coi miei. Il giorno dopo, S.Stefano, avrei dovuto fare un Milano-Roma, Roma-Milano, Milano-Catania e passare la notte a Catania. Quella notte sogno che sul primo Milano-Roma sarebbe salita Michelle Hunziker. Credo che il sogno fosse stato veicolato inconsciamente dal mio ex fidanzato che la adorava e che ogni volta mi chiedeva se l’avessi incontrata a bordo. Quel Natale, parlandone lui mi disse “se la incontri chiamami e passamela al telefono!”.

La incontrai.

Su quel volo, alle 11 del mattino, c’erano tutti i vips possibili e immaginabili. Avevano cancellato (guarda un po’) il volo delle 9 inglobandolo al mio, perciò oltre ai vips, mi sono beccata anche gli isterismi collettivi per il ritardo e il volo precedente cancellato. Oltre ai bagagli extra che non entravano nelle cappelliere. Sì, effettivamente certe cose non mi mancano. Ricordo ancora che salirono Bruno Vespa e consorte, Benedetta Parodi e Caressa coi pupi, Antonella Ruggiero, Anna Kanakis e ultima…Michelle Hunziker. Ero in piedi nell’area mediana dell’MD80 e quando mi passa davanti, oltre al classico “Buongiorno, benvenuta a bordo” , non mi trattengo e le dico “non ci posso credere, ho sognato che prendeva questo volo!”. E lei, bellissima e sorridente come appare in TV, si volta e mi dice “Davvero? dopo la prego, me lo deve raccontare!”. Ero in panne. Dovevo lavorare, ma volevo anche chiacchierare con lei, raccontarle cosa mi era successo, magari davanti ad un buon caffè ( che non era quello di bordo). Non avrei tirato fuori il libro di Luca Bianchini che stavo leggendo allora, Eros- Lo giuro, biografia accreditata del mio idolo di sempre, nonché ex marito della Hunziker. No, no quello no, anche se sarebbe potuto essere l’unico pezzo di carta su cui farmi fare l’autografo. Non era il caso in effetti. Partiamo. Io mi allaccio sullo strapuntino in coda e Michelle accompagnata da Emanuela Ferrari, sua personal manager allora, è seduta nell’ultima fila, proprio davanti a me. Prima di partire mi chiede se l’aereo è sicuro perché lei ha paura di volare e poi mi dice “si ricordi di raccontarmi il sogno!”.

Inutile dire che quel volo, durato 50 minuti, ma partito con un’ora di ritardo, è stato un delirio. Su e giù col carrello, aereo pieno, richieste a destra e sinistra. Non è stato proprio il volo ideale. Però, arrivata in coda, al momento di servire da bere racconto il sogno a Michelle. Lei sorride e mi dice, “dai, appena atterrati a Roma chiamiamo il tuo ragazzo”. Siamo atterrati 2 ore dopo l’orario previsto (tra ritardi e slot vari). La Hunziker, in quel periodo, stava recitando a teatro in “Tutti insieme appassionatamente” e doveva presentarsi di corsa lì. Non c’era tempo per nulla. La aiutai a prendere i bagagli dalle cappelliere, la ringraziai per il pensiero e lei ringraziò me, dicendomi di scriverle via mail, che se fosse riuscita, magari avremmo fatto una sorpresa al mio ex.

Le avevo poi scritto e molto gentilmente mi rispose che a causa degli impegni lavorativi e familiari non sarebbe riuscita, ma ci era vicina (per quel matrimonio mai avvenuto) e ci mandava un grosso sorriso.

Sono passati quasi 10 anni e ricordo ancora il sorriso e la gentilezza di questa ragazza, oltre allo stupore sul mio sogno. Tra tutti quelli che ho incontrato e conosciuto è stata l’unica, in quei pochi minuti in cui le nostre vite si sono incrociate, ad essere umile (ammettendo la paura di volare) e umana.

Grazie Michelle per essere stata così come sei. Ti perdono per non aver organizzato quella sorpresa al mio ex, però se vuoi adesso puoi rimediare. Mio marito fa una panissa speciale, se tu e Tomaso volete unirvi, siamo nel Monferrato. Non c’è bisogno che buchiate la gomma come George. Vi apriamo lo stesso!

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Intrepid Travel, II parte

Durante il regime dei Khmer Rossi in Cambogia dall’Aprile del 1975 al Gennaio del 1979, una precedente scuola media di Phnom Penn conosciuta come Tuol Sleng fu convertita in una prigione chiamata S-21. Più di 14.000 uomini, donne e bambini passarono attraverso i cancelli dell’ S-21 prima di essere giustiziati dai Khmer Rossi, i loro corpi ammassati a Choeung Ek nella periferia della città. Duranti i loro tre anni, otto mesi e venti giorni al potere, i Khmer Rossi dichiararono 200.000 Cambogiani nemici dello stato e li giustiziarono. Centinaia di migliaia morirono di fame, lavoro eccessivo, o malattia. Il numero totale è stimato in più di un milione. Sono stato uno dei sette carcerati dell’S-21, e sono riuscito a scappare dall’esecuzione.Anche se la tragedia della Cambogia degli anni 1970 è passata, i ricordi sono vivi nella mia mente.

Questo è l’incipit di “A Cambodian Prison Portrait: One Year in the Khmer Rouge’s S-21 Prison” , le memorie di Vann Nath, sopravvissuto al genocidio di Pol Pot.

Mettermi in contatto con lui fu praticamente impossibile. (post Intrepid Travel, I parte). Rientrata in Italia avevo fatto diverse ricerche su Internet: scrissi alla casa editrice, al museo, ad un giornalista del Phnom Penh Post. Non mi rispose nessuno. Un giorno trovai un’intervista a Vann Nath di un autore free lance. Gli scrissi e mi rispose. Mi disse che Vann Nath non parlava inglese, che il suo libro scritto in cambogiano era stato curato da un’autore inglese e  che l’unico modo per avere un’eventuale autorizzazione era di recarmi nuovamente in Cambogia. Rinunciai, ma iniziai lo stesso a tradurre il libro e ad informarmi circa la possibilità di pubblicare. Scoprii che l’importante era scrivere nel libro che nonostante le varie ricerche non si era riusciti ad avere l’autorizzazione dell’autore, ma che se ne sarebbero riconosciuti i diritti in ogni caso. Questo avrebbe evitato qualsiasi tipo di rivendicazione “vendicativa”. E così  tradussi questo libro, acquistato proprio al Tuol Sleng Genocide Museum di Phnom Penh nel 2009. Non l’ho ancora fatto pubblicare. Vann Nath è mancato nel 2011.

Prima di partire per questo viaggio mi ero documentata sulla storia della Cambogia: lessi Fantasmi di Tiziano Terzani. Il libro, fondato sui reportage di un giovane Terzani, corrispondente di guerra, spiega in modo chiaro, preciso e trasparente ciò che successe in quegli anni, attraverso i dispacci inviati ai giornali e vivendone la tragedia in prima persona. Ciò che mi ha colpita di questo libro è la manifestazione dei dubbi che iniziano ad insinuarsi nel giornalista, allora palesemente comunista e in principio dalla parte dei khmer rossi, e la sua svolta contro un’ideologia in cui fino ad allora aveva sempre sostenuto.  Da questa esperienza, Terzani si risveglia lentamente da quel sogno di rinascita, libertà e indipendenza della Cambogia. Rende partecipi i suoi lettori informandoli di ciò che sta accadendo attorno a lui e si rende sempre più conto di come un’ideologia estrema possa sfociare nel fanatismo più becero ed estremo.

Starei ore a scrivere della storia della Cambogia e di come si sia arrivati, solo 40 anni fa, ad una tragedia simile, ma non è questo il contesto. In questi giorni, riguardando alcune foto di questo viaggio, mi è tornata in mente la passione con la quale avevo seguito, letto e ricercato informazioni circa questo Paese e di come una storia così tragica abbia smosso la mia coscienza fino al punto di arrivare a pensare di tradurre un libro per “far conoscere”. Diciamo sempre che dagli errori del passato possiamo imparare per migliorare il presente ed evitare di rifarli in futuro.  Ogni volta che accade qualcosa lontano da noi, siamo ascoltatori passivi di tragedie visibili. Io mi sono sentita in dovere, nel mio piccolo, di informare, di far sì che storie di questo tipo non passino inosservate.

Avevo lasciato in un file della mia memoria la “traduzione di Vann Nath”. Sono passati 5 anni. Nel 2011, dopo 10 anni di processi, il Tribunale dell’ONU ha condannato all’ergastolo il “compagno Duch” responsabile del carcere-lager di Tuol Sleng. La corte è stata aspramente criticata per la lentezza dei procedimenti: il governo di Phnom Penh pare essere restio ad allargare le indagini ad altri sospettati (la nostra guida al museo di Tuol Sleng, raccontandoci la storia dei khmer rossi lo fece a bassa voce e ci disse che alcuni tra i gerarchi khmer di allora facevano parte del governo attuale di Phnom Penh…).  Oggi c’è in atto un altro processo contro gli ormai ottuagenari vertici khmer, accusati non per  il genocidio di circa 2 milioni di connazionali in quasi quattro anni di regime ( 1975-1979), ma “solo” per l’uccisione di 20 mila vietnamiti e di 100-500mila persone della minoranza musulmana Cham.

Quello in Indocina è stato il viaggio più formativo ed intenso che abbia mai fatto. Sono sempre stata appassionata di storie vere, di vite vissute e sia Vann Nath che Tiziano Terzani mi hanno stupita per il coraggio che hanno dimostrato nella loro vita. Il primo per un verso, il secondo per un altro.

E ora  è giusto  che li ringrazi facendo pubblicare la traduzione delle memorie di Vann Nath. Sbagliare è umano, perseverare diabolico.

Per non dimenticare.

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Stupire.

Siamo ancora in grado di stupire?

Dopo aver scritto Tam Tam mi sono stupita di me stessa. Avevo deciso di scrivere un post sulle sensazioni create dalle radici, delle origini e di agganciarmi ad esse parlando di Africa. Avevo però il timore di non essere in grado di trasmettere con le parole ciò che provavo. Quando leggo grandi scrittori, classici e contemporanei, romanzieri, filosofi, giornalisti mi stupisco ogni volta di come siano in grado di plasmare la parola  creando immagini che che s’impregnano nella nostra mente. Quelle immagini poi possono essere simili o diverse per ciascuno di noi, ma da quell’imprinting non ci separiamo più, a meno che non venga fatto un film che confermi la nostra fantasia o che la ribalti. Nello scrivere Tam Tam mi rendevo conto di avere molte immagini da fermare e da raccontare, ma non riuscivo a racchiudere tutte le esperienze in 6 minuti di lettura. Dovevo sceglierne una e renderla l’immagine di copertina. Quando ho terminato di scrivere e ho iniziato a revisionare, correggere e rileggere mi sono accorta che mentre leggevo mi emozionavo. E mi sono stupita. Il risultato che avevo ottenuto (per me) era quello sperato. Non avevo la pretesa di replicarlo anche su chi mi avrebbe letto, ero già contenta di averlo fatto come mi ero prefissata. E mi sono ancor di più stupita dai messaggi che ho ricevuto dopo la pubblicazione del post.

Stupire. E’ questo il tema. Lo traggo da Tam Tam e dal suo racconto africano. Lo traggo dalla vita di tutti giorni.  Spesso ci aspettiamo che accada qualcosa e se non succede possiamo rimanerne delusi e stupiti, o felici e sorpresi nel caso opposto. Due considerazioni che mi sono state fatte nei giorni passati e che mi hanno stimolato the morning later.

Mia figlia sta andando al nido. Le maestre in una riunione mi hanno detto che mai, come in questi ultimi anni, hanno fatto fatica a far concentrare i bambini, a stimolarne l’attenzione. Bambini dai 2 ai 5 anni. I bambini non riescono più a stupirsi, soprattutto quelli dai 3 anni in su. Sono troppo stimolati, non c’è niente che ne catturi l’interesse, e si distraggono subito. Sono VOLUBILI. “Non so che generazione sarà” conclude la maestra. Saranno tutti dei gemelli. Come mia figlia. Non me ne vogliano gli interessati di questo segno, ma ho grande esperienza a riguardo. Se c’è una cosa che li accomuna è proprio la volubilità.

Un mio caro amico si è ritrovato ad avere a che fare con le donne a distanza di anni. Non era più abituato a relazionarsi con l’altro sesso, dopo anni in coppia e la fine della sua relazione si è rimesso in pista. All’inizio ha avuto un po’ di difficoltà a capire come interagire ( chi non ce l’avrebbe?) ma c’è bastato poco. Facevano tutto loro. E all’inizio si stupiva. Non era abituato a questo stato di cose. Passate un po’ di esperienze, mi dice “Co’ non mi stupisco più di niente, so già cosa mi scrivono, e dove vogliono arrivare. Tutte”. Soprattutto quelle sposate. “Prima avevo una certa considerazione e pensavo che fosse ancora l’uomo a dover corteggiare, invece adesso ho capito che basta uscire di casa, e se hai un minimo di savoir fair, arrivano loro”. E mi dispiace ammetterlo, in quanto donna, ma ha ragione. Stupire, oggi, sembra diventato impossibile. Nelle relazioni e nella vita sociale. La mia generazione, adolescente negli anni ’90, viveva di piccole cose e si stupiva delle stesse. In ogni paese di provincia che si rispetti, si aveva l’usanza di ritrovarsi in piazza. Noi ci ritrovavamo al monumento. Un obelisco dedicato ai caduti delle due guerre mondiali. Ci sedevamo sugli scalini a ridere e scherzare sul niente. Non avevamo cellulari, tablet, internet. Sapevamo vivere della semplicità quotidiana, e se si andava oltre la nostra normalità, ci stupivamo subito. Oggi invece è tutto un caos. Noi donne sembriamo essere diventate delle mantidi religiose: dovendo continuare a dimostrare più degli uomini, professionalmente parlando, e lottare ogni giorno per non essere ghettizzate dalla nostra società che ancora ci mette nella condizione di dover scegliere se fare carriera o fare dei figli,  siamo diventate molto più ciniche e aggressive rispetto al passato. Sembriamo aver perso dolcezza e femminilità, caratteristiche che dovrebbero far parte del nostro DNA. Non è scritto da nessuna parte che siano attributi negativi, anzi. Purtroppo, avendo vissuto per anni in una condizione di continua difesa e “pseudo” inferiorità per questi sentimenti, abbiamo sviluppato l’attacco. Che sia chiaro, da un lato è un bene, ma come ogni estremo può diventare un male. Soprattutto nelle relazioni umane, extra professionali. Gli uomini invece sembrano essere diventati privi di forza, si fanno fagocitare senza la minima opposizione. Le loro posizioni professionali raramente vengono intaccate a causa della paternità e vivono chiaramente questo tacito vantaggio senza nemmeno pensarci. Questo cambiamento comportamentale non stupisce più. Oggi ci stupiamo se un ragazzo a 30 anni ha deciso di sposarsi e farsi una famiglia e non ci stupiamo se un uomo a 40 anni non sa ancora cosa vuole fare della sua vita. Stare da solo, sposarsi, convivere, avere figli. Boh. Ci stupiamo se un uomo fa l’uomo e se la donna fa la donna.

Il mio è un discorso generalista. E’ chiaro che ci sono casi e casi. Per fortuna non siamo tutti uguali e non tutti i gusti sono alla menta. Per fortuna. Il mio è un pensiero che ho coltivato e maturato negli anni, paragonando le vecchie generazioni (quelle dei miei genitori) alla mia e a quelle di oggi. E penso a come potrà evolversi, o devolversi. E non saprei cosa aspettarmi. Spero di potermi stupire.

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Tam Tam.

Tam Tam. Chiudo gli occhi. Due parole. Un suono onomatopeico. Il suono dei tamburi africani. Li riapro.

Sono nata in Africa 34 anni fa.

In quel continente, nero per definizione, nero a causa del sole che brucia la pelle della gente che lo popola, nero perché sembra non avere speranze di riscatto, affondano le mie radici. Nell’immaginario comune, l’Africa è un agglomerato di capanne di terracotta con il tetto di paglia, selvaggio, con uomini nudi primitivi, con un forte tasso di analfabetismo e malattie infettive che sembrano essere causa della sua povertà. Ma questo è ciò che normalmente ci viene mostrato. Ho iniziato a scrivere The Morning Later non per fare polemiche o affrontare temi scottanti, ma per riflettere su sensazioni ed emozioni che un tema può darmi. L’Africa per me è un tema aperto: non l’ho mai vissuta come avrei voluto. Non l’ho mai conosciuta come avrei voluto. Sono attratta da quella terra che mi ha dato i natali così come Foscolo lo era con la sua Zacinto ” Nè più mai toccherò le sacre sponde, ove il mio corpo fanciulletto giacque …”. 

Ho girovagato per il continente con i miei genitori fino a 3 anni e mezzo, quando hanno deciso che sarebbe stato meglio per me crescere in un posto fisso per avere un po’ più di equilibrio. Mia madre ed io ci siamo stabilite in Italia e mio padre ha continuato a fare il pendolare attanagliato dal suo mal d’Africa. Ogni volta che si fermava in Italia, s’insinuava in lui il desiderio di ripartire. Sono cresciuta coi racconti di mia madre sulla sua terra, sulla sua infanzia, sugli usi e sui costumi tipici dello Zaire, ma per assurdo chi conosce l’Africa in maniera più approfondita è mio padre. Uno stato non fa un continente. Ma l’essenza di un continente lo rende tipico. E mio padre questa tipizzazione l’ha vissuta tutta, a pieno. Mia madre, al contrario, ha vissuto sempre e solo in città, limitando così il suo punto di vista da privilegiata di buona famiglia. Infatti lei parla il francese e il lingala, lingua tipica della zona della capitale (Kinshasa, ndr), mentre mio padre sa anche parlare lo Swahili (la lingua più diffusa tra Africa orientale, centrale e meridionale). Mia madre sintetizza così il loro modo d’essere, dopo anni distanti: “Io sono nera fuori e bianca dentro, lui è bianco fuori, ma dentro è peggio di un nero”. Detto tutto.

Provengo da un paese di tremila anime i cui abitanti sono tutti emigrati in Africa in cerca di fortuna e di lavoro. Abbiamo anche un museo, “Il museo dell’Emigrante”. Di conseguenza ho molti amici che sono nati e cresciuti lì, che sono più africani che italiani. Nigeria, Congo, Ghana, Sudafrica, Kenya, Namibia. Tanti non sono nemmeno più rientrati. Hanno deciso di rimanere là. Perchè? Se l’Africa è tutto quello che ci viene mostrato dai media, bisognerebbe fuggire invece di stare lì ad aspettare la prossima imminente guerra civile. E invece no, continuano a viverci. E non tornerebbero mai in Italia. Si lamentano, trovano da dire sulla comunicazione difficoltosa, sulle norme igieniche che a volte lasciano a desiderare, sulla corrente che va e viene, ma stanno lì. E’ un motivo economico? Può essere, ma non ritengo sia il motivo principale. L’Italia, con tutti i suoi problemi, non fa comunque parte del Terzo Mondo. C’è tutto. Potrebbero tornare in qualsiasi momento, invece no. Se tornano, lo fanno per una vacanza qualche settimana, a volte per questioni di salute (o sanità). Ma allora cos’è che li attrae nel rimanere lì? Un’altra vita. Un mondo privo di frenesia. Il riposo dello spirito nonostante la stanchezza e la preoccupazione del lavoro. Il “vivere oggi” come se fosse l’ultimo giorno della tua vita. Il sorriso e la semplicità. La mancanza di artificio. L’Africa la puoi catturare, deportare, rendere schiava, ma non la potrai mai possedere. Vincerà sempre la sua Natura contro la mano dell’Uomo. La vivi e ti nutri della sua essenza. E quando ti allontani non vedi l’ora di tornarci. L’Africa è varia, indefinibile. L’Africa è musica, colore, tradizione, credenza, gioco, natura, libertà, vita, ma allo stesso tempo è anche fame, povertà, morte. Un concentrato di paradossi incredibile.

Nel 2003 ho sviluppato la mia tesi di ricerca sul code switching in Nigeria, un paese che ha ben più di 50 lingue, oltre all’inglese catalogata come lingua ufficiale. Dopo aver trascorso qualche giorno nella capitale, ospite di un cugino di mio padre che ho sempre chiamato zio Giulio, mi ritrovo a spostarmi in auto da Abuja (capitale) a Jos (capitale del Plateau State – ricordo per chi non lo sapesse che la Nigeria è una repubblica federale che conta 36 stati) ). Andavo a trovare i miei migliori amici, Ale e Jenny, che vivevano lì da ormai qualche anno e che avrebbero fatto parte, con loro sommo piacere (!!), della mia ricerca. Quattro ore di viaggio in mezzo alla savana e al nulla più totale. Io e il mio autista ci facciamo compagnia, lui mi parla della moglie, dei figli e di Dio. Quando non si sa di cosa parlare con un africano, di solito spunta sempre fuori Lui, the Lord. Than’God, the Almighty God, Jesus is there for us, Pray and you will be saved. E durante quel viaggio, Dio non è mancato. Il cruccio del mio autista (beh, non proprio mio, l’autista di zio Giulio) era quello di dover guidare quella Mercedes… Mi diceva che non si sentiva “comfortable” a guidarla, perchè lui era sempre stato abituato alle jeep, molto più semplici e alla mano. I miei cugini si erano raccomandati, prima di partire, di non toccare niente, essendo tutto elettronico, non ci sarebbe stato bisogno di nulla se non del classico rifornimento al ritorno. Than’ God siamo arrivati a Jos. Mi sono fermata un paio di giorni da Jenny e Ale che avevano da poco avuto il loro primo figlio, Filippo. Niente da dire su quei giorni che conservo nella memoria come momenti unici e intimi di un passato che non può più tornare.

Arriva il momento del ritorno ad Abuja. Saluto tutti, e partiamo. Io e il mio driver. Facciamo giusto qualche chilometro, usciamo da Jos e il cofano della Mercedes inizia a fumare. Il driver ( di cui non ricordo il nome ahimè) scende, apre ed è investito da una nuvola nera di fumo. La scena potrebbe essere tratta dal teatro dell’assurdo: inizia a dirmi che lo sapeva, che non avrebbe dovuto usare quella macchina, che God has a plan, God didn’t want…insomma, noi in panne, nel bel mezzo del nulla, e lui mi dice che il Signore lo ha punito! Subito dopo mi chiede se ho un cellulare. Certo che ce l’ho. Scheda italiana e ZERO credito (non c’era Marella a cui chiedere la ricarica). IO, studentessa universitaria senza reddito. Forse avevo ancora qualche centesimo per un misero sms salvavita a Jenny e tento la sorte. Scrivo il messaggio. INVIATO. Bene, ora spero che risponda. Possibilmente prima di notte. Than’ God Jenny mi risponde e mi manda subito Ale. Al nostro rientro, scopriamo che era saltato il tappo del serbatoio dell’acqua: il caro autista doveva aver toccato qualcosa che non doveva. Amen. Ma ciò che mi ricordo con immutato stupore è che tutti, nel capire che c’era un problema, guardiani, giardinieri, cuochi, lavoratori e non, sono venuti a vedere cosa fosse successo e insieme cercavano di trovare una soluzione. TEAMWORK. Finalmente uno dice “basta recuperare un tappo per il serbatoio, fatemi prendere le misure”. Tu ti aspetti che prenda le misure con un metro o viste le dimensioni al massimo un righello, invece no. Lui tira fuori dai capelli uno stuzzicadenti. Che guarda il caso ( o forse Dio?) aveva la stessa misura del diametro del serbatoio dell’acqua. Mi dico che non ce la faranno mai. Vanno al mercato tutti insieme, e tornano con un tappo, nuovo o usato non ricordo più, perfetto.

Ovviamente non è stato il tappo a risolvere il problema. Abbiamo lasciato la Mercedes da Jenny e Ale e siamo partiti con un’altra auto.

Mi sono dilungata più del solito, ma non sono riuscita a tagliare. Ho voluto raccontare solo un episodio che rappresenta a sua volta uno degli spiriti dell’Africa: l’intraprendenza e lo spirito del sapersi arrangiare. Quello stuzzicadenti mi ha stupito. E secondo me è proprio questa l’emozione primaria quando ti rechi in Africa: la capacità di stupirsi. Lo stupore che vivi di fronte a gente che, nonostante le sofferenze, riesce a trovare anche solo un motivo per ridere. E per salutarti con un sorriso senza nemmeno conoscerti.

Quei denti cosi bianchi in quei corpi così neri. Anche questo è stupore.

E io non smetterò mai di stupirmi della mia Africa, di amarla, di desiderarla e di ricordarla perché il tam tam una volta che ce l’hai in testa, non smetti più di sentirlo suonare.

Dedicato a Jenny, Ale e zio Giulio. E grazie a te, Elena, che ieri mi hai commosso.

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Come Adamo ed Eva.

Quest’estate, organizzando il mio matrimonio religioso, ho avuto modo di parlare del concetto di solitudine con il mio parroco, Don Mario. Dovete sapere che Don Mario è sempre stato un parroco di paese un po’ naif, passatemi il termine. Molto incline al senso estetico delle cose, amante delle piante, dei fiori, della musica e dell’arte, ha sempre cantato fuori dal coro. Sono cresciuta nella sua parrocchia senza essermi mai annoiata: tutti noi, ragazzi di paese abbiamo un grande rispetto per Don Mario, perché ci ha sempre capiti creando spazi e luoghi in cui  potevamo ritrovarci e godere del nostro tempo (una tavernetta adiacente la chiesa per organizzare le feste, chiamata il Noccioleto e un campo da tennis nel terreno appena sotto il Noccioleto).  Lui sapeva stare coi ragazzi, ma soprattutto sapeva riconoscerne i bisogni. Questo l’ha reso sempre un po’ diverso paragonato agli altri, e per ciò, invidiato.

Essere diversi. Avere il coraggio di andare contro corrente, di perseguire il proprio credo senza ascoltare la vox populi, che non è sempre sinonimo di Verità. Questo atteggiamento ti può portare alla solitudine, a non essere capito e per questo a essere classificato come “anomalo”. Ma Don Mario non era solo. Aveva dalla sua i risultati dei suoi sforzi nel creare collettività e nell’avvicinare i giovani alla chiesa ( cosa che oggi pare praticamente impossibile). Un po’ come Doloris Van Cartier in Sister Act. Gli anni poi passano e la vigoria e la forza della gioventù vengono meno per forza di cose. Don Mario quest’estate, alla soglia degli 80, dopo una serie di problemi di salute e aver perso l’unica compagnia che aveva in casa, sua madre, ci ha raccontato di patire moltissimo la solitudine. Sì, la solitudine. “Non siamo fatti per stare soli” si è lasciato sfuggire.

Si dice che per vivere serenamente con gli altri bisogna prima  imparare a vivere bene da soli. Ma non si dice per quanto tempo. In questa condizione possiamo ascoltare i nostri bisogni, capirli e portare avanti i nostri desideri senza doverli condividere per forza con qualcuno. Solitudine come sinonimo di libertà. Solitudine come presa di coscienza del nostro Io. Formiamo la nostra identità, il nostro carattere. Ma quanto può durare? E’ davvero una condizione avulsa dall’animo umano? Secondo Don Mario sì. Lo stesso Dio ha creato Eva da una costola di Adamo.

L’essere soli non significa solo il “non stare in coppia”, ma il non avere nessuno con cui parlare, ridere, scherzare, ma anche discutere, litigare.Essere soli significa “non condividere”. Io la vedo come una condizione temporanea. Sono figlia unica e sono stata sola per anni con il desiderio di avere un fratello o una sorella con cui giocare. Crescendo poi ho avuto la fortuna di avere amici che sono parte di me, e li posso considerare senza problemi dei fratelli e delle sorelle. Ieri mi è capitato di vedere in TV un programma in cui un uomo doveva vivere sessanta giorni su un’isola deserta da solo senza nulla. Non c’erano nemmeno i cameramen con cui scambiarsi delle battute, si auto filmava. In termini pratici, le ore di luce riusciva a viverle senza problemi, cercando di costruirsi un capanno e procacciandosi acqua e cibo. Ma quando calava la notte diceva di dover combattere contro i pensieri che gli si creavano in testa: avrebbero potuto farlo impazzire. Il fatto di non parlare con nessuno era quello che gli pesava di più, finché al quindicesimo giorno l’alta marea non gli ha fatto arrivare una palla da rugby consumata.  Un po’ come Tom Hanks in Cast Away. La solitudine porta a lungo andare alla disperazione, all’alienazione e al non saper più come interagire con gli altri. Di questo sono convinta. Infatti, ripensando ai casi disperati che ho incontrato nella mia vita (vedete il post di ieri), tutti avevano una costante fissa che li accomunava: nessuno con cui parlare. E Carlun che si auto definiva un outsider (“Miss Corinne, a Londra non ero considerato inglese perchè di origine italiana e qui non sono considerato italiano perchè ho vissuto a Londra”) non si esimeva da questo fatto.

Nel corso delle nostre vite è giusto che ci siano anche momenti di solitudine, per riprendersi noi stessi. E’ come quando scendi da un treno e ti fermi per capire dove andare, se hai preso il treno il giusto e tentare di rincorrerlo o se è meglio aspettarne un altro o addirittura andare a piedi . E’ giusto che sia tu a farlo, da solo. Ma vivere una vita da soli, beh, su questo convengo con il mio parroco, credo non sia naturale.

Negli occhi di Don Mario, insieme alla stanchezza di un uomo ( perchè prima di tutto è un essere umano) sono riuscita a scorgere sia malinconia che melanconia. Malinconia per un tempo passato e finito che rivive nella sua memoria e melanconia per la ricerca costante di un interlocutore con il quale scambiare i suoi pensieri e le sue riflessioni.

Pensateci bene, anche quando siamo soli, alla fine cerchiamo sempre qualcuno che possa ascoltarci. E alla fine soli, non lo siamo mai.

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