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Me. Myself. Selfie.

Il treno è uno di quei luoghi in cui ti trovi a vivere esperienze ogni volta diverse. Puoi condividere il tempo del viaggio  nella tua solitudine, guardando fuori  dal finestrino ( di solito per evitare qualsiasi tipo di comunicazione con l’eventuale vicino di posto) oppure scegliere di interagire con dei totali sconosciuti che incrociano la tua strada nello stesso momento. Non sempre si crea interazione verbale. Ma si può creare complicità anche solo con uno sguardo.

Se sei un po’ attento e hai spirito di osservazione, puoi accorgerti di tante piccole cose. La mia carrozza è mediamente vuota, davanti a me un ragazzo con gli auricolari che gioca o ascolta musica dal suo super tecnologico S4 (o 5 0 6 o…non lo so). Nei posti attigui invece ci sono: un signore sulla settantina con una camicia color mattone che non passa inosservata e una ragazza orientale ( non saprei dire se cinese, giapponese o che, dal mio punto di vista pare giapponese, ma potrei sbagliarmi alla grande). Lui sembra Gino Strada e lavora al computer. Ha un bel portatile e pure il mouse. Gli vorrei fare i complimenti perchè lo usa divinamente, non tentenna per un solo minuto e sembra abbia grande dimestichezza con l’attrezzo. Questo signora non ha 20 anni. E’ la prova che se si vuole imparare ad usare la tecnologia lo si può fare, come dico sempre, la volontà e la costanza pagano. La ragazza nipponica è obiettivamente una bella ragazza. Anche lei con un super cellulare e gli auricolari rigorosamente per non disturbare. Apparentemente sembra che stia guardando fuori dal finestrino: il messaggio vale in ogni Paese, lasciatemi tranquilla. Sembra una ragazza tranquilla, sulle sue.

Finora ho solo dato uno sguardo veloce, poi visto che non sono una guardona ho continuato a lavorare. Ogni volta che sono in treno e rientro a casa mi dico che sarebbe il caso di riposarmi anche solo un’oretta e invece niente, stakanovista fino alla fine apro il pc e rispondo alle mail, controllo gli ordini etc…ordinaria amministrazione. Ad un certo punto sento il classico suono dello scatto fotografico. Mi volto lentamente e vedo la nipponica quasi sdraiata sui sedili che inizia a farsi dei selfie. Si piega, si mette da un lato, poi dall’altro, poi va indietro con la testa, fa un selfie a 360 gradi, ride, fa le boccacce. Praticamente si sta facendo un book fotografico. Il Sig. AssomiglioaGinoStrada guarda senza farsi notare da sopra gli occhiali e continua imperterrito a manovrare il suo mouse. Lei, incurante di chi le sta attorno, continua. Mi viene da ridere, cerco uno sguardo che mi comprenda, ma  torno allo schermo del mio portatile perchè non ho nessuno con cui condividere il mio pensiero.

Dopo qualche minuto la nostra beniamina si alza per scendere alla sua fermata.

Gonna pilifera ( termine a gentile concessione di mio marito, sta ad indicare una gonna molto corta, cortissima che lascia poco spazio all’immaginazione), stivale scamosciato nero al ginocchio. Il problema non è la gonna, poteva benissimo permettersela e io non sono una puritana, però…ragazza mia, se devi uscire dal posto “finestrino” e ti giri dando le spalle a chi ti sta davanti ,gli metti proprio in faccia il tuo lato B…e Dios mio, il signore ha una certa età rischia un infarto!

AssomiglioaGinoStrada non si leva gli occhiali, li tiene ben saldati al naso, chiude lo schermo del portatile, ma la sua faccia parla da sola. E’ tra l’incredulo e lo sbigottimento. E non appena Miss Japan esce da quei terribili sedili e s’infila nel corridoio dell’uscita, il signore in questione si gira verso di me e mi guarda. Ci guardiamo. La guardiamo. Scuotiamo la testa. E finalmente sorridiamo. Riprendo il lavoro al computer soddisfatta per aver trovato il complice che cercavo durante il selfie.

Me, myself, selfie.

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…The Morning Later again. Fly High, and let me go

Quanti di voi conoscono i Take That? Sicuramente se eravate adolescenti nei primi anni ’90 li avrete vissuti oltre che conosciuti. Volenti o nolenti. Io devo essere sincera: quando sono esplosi non li ho considerati. Sul pulmino per le medie le mie compagne ne parlavano, li ascoltavano coi walkman e li veneravano. Io no. Ma non perchè facessi la snob, tutt’altro. Non m’interessavano. Non li guardavo e non li ascoltavo. E non ne capivo la venerazione. Solo con Back for Good ho iniziato ad appassionarmi, ma non sono mai stata una fan, lo devo ammettere. Io ero più per i Backstreet Boys (c’è sempre back di mezzo). In prima liceo la mia amica Alessandra adorava Baggio (come darle torto) e Robbie (Williams). La sua Smemo era piena di foto, articoli e scritte su Robbie. Mah, mi dicevo, che gusti. Negli anni successivi le ho dovuto dare ragione, Robbie è emerso per quello che era realmente, un fenomeno!  Ho assistitto ad uno dei suoi concerti a Milano ed è stato tra i più belli e appassionanti a cui abbia mai partecipato. Un animale da palcoscenico. Giulio ti ringrazio.

Ma torniamo ai Prendi Quello. Al di là del gusto personale, si può dire che abbiano segnato un’epoca. La musica fa parte della storia di ognuno di noi. Fa parte dei ricordi, del nostro vissuto, passato e presente. Possediamo una passione, la seguiamo e ci lasciamo trasportare da chi o cosa riesce a trasmetterci qualcosa. La musica, come tutte le forme d’arte, trasmette. E’ un linguaggio universale. Porta a condividere, a vivere insieme, a ballare e cantare. Tutti abbiamo almeno una canzone nel cuore. O semplicemente  a volte ci basta un La per cantare.

Questo tempo mi porta ad essere più malinconica del solito.La pioggia di per se lo è. La mia migliore amica Patty ieri mi ha mandato un video da guardare e mi ha scritto “ascoltalo”. Clicco e ascolto. Quello che mi trasmette questa canzone è ambivalente: un mix di tristezza e gioia. Insieme. Guardo il video e vedo un Gary Barlow maturo, uomo: mi da un senso paterno incredibile (e ha solo 9 anni più di me), lo guardo e capisco dai suoi occhi che c’è stata sofferenza, anche se non ne ho la più pallida idea. Il video è movimentato, lo sfondo è New York, una delle mie città preferite, mi colpiscono i colori e la nitidezza delle immagini. Vedo bambine nere con le treccine che saltano la corda, un barbone che dalla strada salta e balla incitando le braccia al cielo e spontaneamente vien da farlo anche a me. Gente che esce di casa con uno strumento per accompagnarlo in strada mentre lui suona il pianoforte. Questo è quello che vedo. E mi da gioia. Quello che sento invece mi da tristezza. Le parole sono quelle di una canzone d’addio, struggenti. L’inglese anche se è una lingua sintetica può avere vari significati, si parla di un amore finito male o  forse della perdita di un amore in senso più generale. Trovo che ci sia un forte contrasto tra riso, voglia di ballare, saltare e cantare  e  pianto , tristezza provocata dall’effetto delle parole.

L’ho ascoltata più e più volte e continua a dividermi in due.

Presa dalla curiosità ho cercato un po’ di informazioni e ho letto alcune recensioni sul pezzo. Gary ha scritto questa canzone in ricordo della sua quarta figlia, Poppy, nata morta nel 2012. Ecco perchè mi suscitava questo effetto. Non so se sia un caso o meno, giuro, non lo sapevo.

Che tu sia seguace del pop, del rock, dell’heavy metal, della musica classica, non importa. Se una cosa è ben fatta è da apprezzare, anche se non ti piace. Ammiro chiunque scriva musica, componga, canti, balli o suoni. La musica libera, ti fa volare e vivere per pochi minuti in una dimensione tutta tua, in your own… una dimensione in cui tu solo puoi godere di ciò che senti. Take That.

No science or religion could make this whole. Fly High and let me go. Per 3:44 minuti ballo con voi.

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Il profumo di un’amicizia

Anni fa (tanti ormai…) ho messo le ali. Non come Icaro ai piedi, ma in senso lato: appena laureata decisi di tentare la carriera dell’assistente di volo. Come ci arrivai fu un puro e semplice caso, come quasi tutti quelli della mia vita: con tutta franchezza, tutte le opportunità che sono riuscita a riconoscere o cogliere nella mia esistenza sono state del tutto casuali e tante volte involontarie. L’aeroporto mi ha sempre affascinato: gente di ogni Paese, vicina, lontana, profumi, odori, lingue diverse, un concentrato di culture miste che creavano un caleidoscopio di colori e suoni sempre in mutamento.

Io figlia di due continenti, il bianco e il nero,  ero già incline a questo tipo di vita da nomade e da un lato forse ne ero anche un po’ attratta come una calamita. Il mio pensiero era quello di lavorare in aeroporto come hostess da terra. Sfoglio giornali e trovo un’inserzione di una compagnia aerea che ricercava personale da terra. Prima di inviare il mio curriculum, contatto una mia amica ed ex compagna di corso per chiederle informazioni a riguardo. Lei prima di discutere la tesi si era inserita nel “campo volo”. Mi sconsiglia quella compagnia e mi indica la sua. Le affido il mio curriculum da depositare alle risorse umane e attendo. Passano alcune settimane e mi contattano. Primo colloquio selettivo: 30 persone che parlano della bellezza del lungo raggio e della fatica del corto. “Lungo raggio? Corto raggio? Ma scusate la selezione per cosa è?”  “Assistente di volo!”.  Bene. Quello fu l’inizio del mio primo percorso professionale. Un mese a terra di corso teorico e 6 mesi di corso pratico in volo. Una bellissima esperienza che ancora oggi consiglio a chiunque finisca le superiori e sappia parlare almeno l’inglese. Ringrazio ancora adesso la formazione mentale che mi ha dato Lauda Air: ordine, disciplina e rispetto della gerarchia. Il motto era “Service is our success”. Oggi, a distanza di anni, la mia forma mentis mi porta a pensare così per ogni cosa che faccio.

In questo contesto si colloca la promessa di matrimonio con il mio profumo.Cosa c’entra penserete voi. Beh, nel 2004 mi sono impegnata (e probabilmente sposata) con Narciso Rodriguez. Quegli anni sono legati a quest’essenza, e probabilmente lo saranno per sempre nella mia memoria. Quando lo acquistai,non lo si trovava da nessuna parte, era molto costoso e un po’ elitario, si trovava solo nelle profumerie di nicchia (così mi avevano risposto una volta in una nota catena di profumi)…poi è esploso in tutti i sensi ed è diventato molto più commerciale, anche se sempre poco accessibile.

Narciso mi sta accompagnando da molti anni ormai e non ho nessuna intenzione di cambiarlo. Se ti trovi bene con qualcosa perchè la devi cambiare? Il profumo rappresenta un po’ una seconda pelle: è lusinghiero sapere o pensare che quando qualcuno sente “quel profumo” si ricorda di te. Fateci caso: quante volte vi è capitato di sentire aromi, essenze, profumi che vi ricordano una determinata persona o un piatto che non avete dimenticato o semplicemente un momento della vostra vita? Il profumo insieme alla musica scandisce il tempo e il ricordo della nostra esistenza.

Mi è capitato, un paio di anni fa, di ricevere una mattina qualunque una telefonata da un caro vecchio amico che viveva in Germania. Tra qualche come stai, cosa fai, dove sei, lui mi  ferma e mi chiede “Co’, ma era Narciso Rodriguez il tuo profumo ai tempi di Savigliano? (altra storia, altro contesto…)”…”Sì, non solo allora, ancora oggi, perchè?”…E mi racconta di come fosse stato inebriato dal profumo di una hostess mentre era su un volo (ci son sempre gli aerei di mezzo…) per non mi ricordo più dove e che quel profumo a distanza di anni gli aveva ricordato quei momenti trascorsi assieme alle partite di calcetto. E non solo. La figuraccia era dietro le porte. La hostess si avvicina a lui per chiedergli la classica “dolce o salato” e  lui risponde: “Scusa, usi Narciso Rodriguez?”…

Lei lo guarda…L’italiano provolone colpisce ancora.

The morning later ha dovuto buttare un biglietto con un numero di telefono. La moglie era gelosissima.

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Tempo di nostalgie…

Questo lunedì mattina da spazio a qualche pensiero malinconico che porta inevitabilmente a ricordi nostalgici. L’umore di questa mattina è espresso da “Canzoni lontane” di Eros Ramazzotti: “la nostalgia è una trappola e se caderci è dolce rimanerci no”. Quando cresci e ti responsabilizzi, ti rendi conto della freschezza e della spensieratezza dei giorni pre e post adolescenziali, quando le uniche preoccupazioni erano quelle di dover studiare e non prendere brutti voti a scuola per evitare punizioni, tipo non uscire il sabato sera, oppure cosa fare nel week end. Bisognava sempre fare qualcosa di diverso: appena si instaurava la routine del “aperitivocenabardiscotecaspaghettatacolazione” bisognava trovare un diversivo. Mi ricordo ancora adesso un episodio carino ma significativo: ero all’università e seguivo un corso di etnologia (io ho fatto Lingue e Letterature Straniere, ma c’era la possibilità di inserire nel piano di studi corsi appartenenti ad altri corsi di laurea, come lettere e filosofia). Noi di lingue avevamo deciso di seguire il corso di etnologia.

Un giorno come tanti, a inizio anno accademico, un nostro compagno, Matteo, ci dice “ragazzi a gennaio si va a Parigi per una serie di conferenze sull’etnologia, mettetelo nel piano di studi che ci divertiamo!”. Iniziamo così a seguire il corso in questione. A gennaio andiamo a Parigi. Tra gli scioperi dei tassisti, le conferenze e il museo del sesso visitato per puro caso, ciò che mi fa sorridere la memoria è il ricordo del mio primo sabato sera a Parigi. Dopo esserci guadagnati il tardo pomeriggio, libero da conferenze etnologiche, giriamo per la città finché non arriviamo davanti a Notre Dame, intorno alle 20.00. Vediamo in lontananza le luci della Torre Eiffel e decidiamo di andarci a piedi. Sì a piedi, seguendo la Senna, il lungo Senna per la precisione, il tragitto che fanno i bateaux mouches. Gennaio 2000, ore 20, 2° C. “Camminiamo che intanto ci scaldiamo”…la vediamo in lontananza. Con noi anche un ragazzo che è arrivato a Vercelli dalle Canarie con lo scambio Erasmus. “Poverino”, mi sono detta, “già a Vercelli rispetto alle Canarie, adesso in una delle città europee più suggestive a piedi e al gelo”.La vediamo sempre più vicina, ma ancora troppo lontana. Finalmente arriviamo a destinazione. Dopo quasi un’ora di cammino ci ritroviamo sotto le luce della Torre più famosa del mondo. Siamo a Parigi, di sabato sera. Ci guardiamo infreddoliti e ci diciamo “E adesso cosa facciamo?”. Un nostro compagno del corso iscritto a filosofia ci dice “è la domanda che mi faccio ogni sabato sera. Però a Biella.” Io decido allora di trovare un altro obiettivo: cercare il ponte dell’Alma per rendere omaggio a Diana. Non sono entusiasti della mia idea,ma non avendo altre alternative immediate mi stanno dietro.”Dovrebbe essere da queste parti”. Chiediamo a due della gendarmerie indicazioni e ci dicono “Pont de Alma”?..e noi “si si, le pont de Dianà!”..ci guardano straniti e ci dicono dove andare. Pazzi ovunque nel mondo, sarà stato il pensiero.

Alla fine arriviamo al famoso Pont. Fiori, poesie, parole. “Ok e adesso?”. Andiamo avanti, arriveremo da qualche parte, siamo sulla strada statale e non è il massimo,poi decidiamo. Arriviamo qui.

Champs Elysees , ore 23 ( non chiedetemi come ci siamo arrivati, non me lo ricordo, probabilmente a piedi)… decidiamo di tornare in albergo che era in periferia. Come? Poveri studenti squattrinati, con la metropolitana! Sì…peccato però che il servizio si arrestava alle 23. Beh, allora prendiamo un tassì! Ed è lì, proprio lì che il Fato inizia a giocare le sue carte…quel sabato sera, a quell’ora a Parigi non c’era un tassì neanche a rubarlo. Perchè? SCIOPERO.

Eravamo in 6. Decidiamo di fare autostop. Mai fatto in vita mia. Dovevamo fermare almeno due auto. 3 ragazze e 3 ragazzi. Passa un taxi giallo con le luci spente e ci avventiamo su di lui. Ringrazio ancora adesso quel padre di famiglia che ha avuto compassione per tre studentesse universitarie sprovvedute in centro Parigi. Dei tre maschi chissenefrega. Aveva appena finito il servizio della fascia oraria obbligatoria e voleva tornare a casa. Ha fatto una deviazione. Incuranti dei nostri 3 compagni maschi siamo salite e abbiamo augurato loro buona fortuna.

The morning later…li ritroviamo a colazione e ci dicono di essere stati caricati da una miliardaria che stava andando alla festa di un’amica. Musica, cibo e alcol. Una delle più belle feste a cui avessero partecipato. Decisamente, il loro sabato sera è stato memorabile. Ah, Paris. Libertè, egalitè, fraternitè. Chapeu!

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The morning later

The morning later è la mattina successiva…perché le nostre giornate sono un susseguirsi e un concatenarsi di eventi, situazioni, casualità, ma, alla fine delle stesse ci ritroviamo a spegnere le luci e aspettare l’alba del giorno nuovo. Ci svegliamo, ci alziamo e si ricomincia. Ho scelto questo titolo per mettere in evidenza che qualsiasi cosa ci accada, bella o brutta che sia, la vita e il mondo vanno avanti, giorno dopo giorno, mattina dopo mattina. Quante volte vorremmo che una determinata giornata si cancellasse o non fosse mai esistita? O semplicemente riviverne le emozioni? Sono sicura che alla fine rivivere certi momenti non porterebbe allo stesso risultato, sebbene ci si possa avvicinare. Non sono le giornate quelle da rivivere, ma le emozioni, e quelle dipendono da noi. La mattina successiva si ripensa a ciò che si è vissuto, si pensa a ciò che si sta per fare, esattamente come la sera, che ci porta a fare più bilanci che altro.. chi più, chi meno, la mattina porta nuovi propositi. Ed è qui che mi inserisco con questo mio blog, ogni mattina inserire un buon proposito, raccontare le emozioni, gli aneddoti, tutto ciò che penso sia stato rilevante o semplicemente ciò che mi passa per la testa…e condividerle con chi lo desidera! A domani, then…

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