blog, corinne noca

Quello che ci accomuna.

Forse, una delle cose più imbarazzanti che ci può capitare fuori casa, è dover usufruire del bagno altrui. E non per fare pipì.

STORIA UNO

Capita che mi trovo a  Torino con mio zio. Andiamo in un bar a fare colazione. Ad un certo punto, dopo il caffé e la sigaretta (si poteva ancora fumare nei locali) mi dice: “Co’, vado in bagno”. In un attimo svanisce. Io sto lì a godermi la brioche con la mitica crema del sig. Ferrero appena sfornata e faccio finta di leggere “La Stampa”. Non sono mai stata un’amante dei quotidiani, quindi mi limitavo a sfogliare le pagine per darmi un tono. Credo di essere arrivata alla pagina finale e di essere anche tornata indietro…per almeno due volte. Poi devo aver anche chiesto un bicchiere d’acqua e sono uscita a vedere due vetrine. Lui permaneva in bagno.

Per la legge di Murphy, accade sempre il contrario di quello che non dovrebbe: mi scappa la pipì. Chiedo alla gentil barista se c’e un’ altra toilette e mi fa “no” con la testa. Vado a bussare e mio zio mi dice: ” Tutto a posto Co’, mai stato meglio”. Ecco, allora sbrigati.

Torno al tavolo e aspetto.

Dopo venti minuti, rispunta davanti a me “tutto goduto”.  Mi dice: “Bon, t’è a post? ‘Nduma che la giornata l’è longa” . (trad. Bon, sei a posto? Andiamo che la giornata è lunga). “‘Nduma???  Ma io devo fare pipì prima, se no scoppio”- “Fossi in te non mi addentrerei: Cò, a-i è ‘n’udur da bestia. Varda che l’è na turca, l’è mej che t va nen”. (Cò, c’è un odore da animale, guarda che è una turca, è meglio se non vai). Piccola parentesi: zio Giulio diceva sempre la verità, anche quando sembrava scherzasse. L’ho capito quel giorno di giugno.  Incurante del monito, mi dirigo verso il wc e lui mi dice: ” Non pensavo fossi cosi coraggiosa”, e si mette a ridere.

Tutta spavalda, apro la porta. Nello stesso istante, la richiudo. “N’udur da bestia”. Indimenticabile dopo 18 anni.

“Sei stata un fulmine!!” – “Non mi scappa più, mi è passata” – “Eh, ti capisco. Io non vedevo l’ora di uscire, ma è stata epocale”. Lo guardo un po’ schifata e lui, in stile molto British, mentre stiamo per uscire, lascia la mancia alla barista, dicendole: “Un segno di rispetto per chi andrà a pulire. Sono spiacente, non vorrei essere al suo posto”.

Sembrava una scena di Mr. Bean.

Non appena fuori, zio Giulio mi vede ancora con una faccia sconcertata e lapidario afferma: “Guarda che anche Sua Maestà la Regina d’Inghilterra si siede sul wc, e nemmeno lei caga violette!”.

Mi mancano molto le sue massime.

STORIA DUE

La settimana scorsa abbiamo avuto una coppia di amici a cena. Ad un certo punto, lui ci chiede se può usufruire della toilette. Il tempo trascorso tra l’andare e il tornare, ti fa capire l’entità della necessità. Quando torna, ci parla  con entusiasmo delle pagine relative al libro di psicologia trovato in bagno. Lo commentiamo e la cosa muore lì.

La serata è volata via in un batter d’occhio: li accompagniamo all’uscita e sento provenire dal bagno degli spifferi di aria fredda: entro e trovo le finestre spalancate. Aerare il locale prima di soggiornarvi. L’udur da bestia aveva colpito ancora. Ma non era una turca e ringraziando (dovendo io pulire) non c’era stato bisogno di nessuna mancia.

Ora,  se cagare è così naturale e ci accomuna tutti, perché ci vergogniamo così tanto? In fondo è un bisogno fisiologico, no? Come si spiega la paura della figura (di merda)  fuori dalle mura domestiche? Perché, come direbbe Del Piero, fare plin plin non ci crea lo stesso timore? Semplice. I bisogni solidi lasciano la scia del nostro passaggio e potremmo essere ricordati più per quello che per altro. Se lasciassimo qualche goccia di Chanel nr 5 forse saremmo meno imbarazzati. Invece no, il tanfo che riusciamo ad emanare, grandi e piccini (soprattutto) è letale.

Come diceva zio Giulio, questa produzione corporea è ciò che ci accomuna tutti, teste coronate e non. Regina Elisabetta compresa. L’unica differenza è che, in questo caso, lei non ha l’udur. Lei ha lo smell.

THE END

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corinne noca

Giusto o sbagliato?

Da quando ho iniziato quest’avventura di The Morning Later, ho ricevuto diversi attestati di stima, sia da chi mi segue e mi vuole bene, sia da persone che non conosco personalmente. Vi ringrazio tutti, di cuore. Sì perché nulla va dato per scontato, noi crediamo che dire o fare qualcosa sia implicito o non necessario, e invece a volte quella parola, quel gesto fanno la differenza. E i ringraziamenti, come le parole d’Amore, non vanno mai dati per scontato.

Quando ho iniziato a scrivere non sapevo ( e non lo so ancora adesso) fino a dove sarei arrivata e soprattutto fino a quando. Il tempo, si sa, è a volte amico, a volte nemico, e il mio timore era quello di non riuscire a starci dietro. C’è una cosa però che mi smuove: l’entusiasmo. Non vedo l’ora di scrivere. Anche se non so mai esattamente cosa, mi siedo, apro il PC e scrivo. Ho scoperto di avere questa passione. Anzi, riscoperta. E mi fa stare bene.

In questi giorni, abbiamo rivisto alcuni amici, chiacchierato del più e del meno, riso e scherzato. Ad un certo punto, tutti, mi chiedono: “com’è che ti è venuto di scrivere un blog?” La risposta è sempre stata la stessa: per caso. D’altronde la casualità è sempre stata una costante amica della mia Vita, non avete letto il mio post?  Da questo discorso sono scaturite diverse riflessioni: è giusto mettere in piazza la propria vita? E’ giusto portare il proprio vissuto, il proprio intimo sulla rete a portata di potenziali migliaia di clic e persone totalmente sconosciute? Non è un’arma a doppio taglio che può salvarti e ucciderti nello stesso momento?

In famiglia abbiamo due visioni non proprio distanti, ma sicuramente non uguali. Mio marito è per la “riservatezza” e la “cautela”. Lui diffida del mezzo Internet attraverso social networks and co. perché “non siamo tutti uguali e non tutti sappiamo utilizzare gli stessi mezzi allo stesso modo. Ci possono essere interpretazioni di un pensiero, o di una frase che possono ferire come far gioire e commuovere, ma può anche capitare che qualcuno si offenda”, mi dice. “I social networks vengono anche usati a scopi lavorativi: i datori di lavoro possono entrare sul tuo profilo e capire come sei, come ti comporti, cosa scrivi, cosa pensi e farsi un’idea, giusta o sbagliata che sia, propria. Che può essere positiva o negativa”. Non ha tutti i torti, succede, e questo può risultare controproducente.

Dipende da cosa si scrive e da cosa si vuole dire. Dipende da te. Io mi sono iscritta a Facebook quando ho visto che stava diventando un modo per ritrovare persone che non vedevo da tempo o che, per i semplici casi della vita, avevano preso strade diverse, trasferendosi o frequentando altre persone in altre città. Ho molti amici e parenti che vivono fuori dall’Italia. Ringrazio ancora adesso l’avvento di Internet, Skype, Facebook che mi hanno permesso di colmare questa distanza più facilmente e “gratuitamente”.

E’ come scrivere un libro. Perché uno lo fa? Perché vuole dire qualcosa, perché vuole raccontare, perché vuole farsi conoscere, uscire dall’anonimato. O semplicemente perché gli piace. Chiunque scrive, personaggi famosi, poeti, scrittori, ma anche gente comune. Chi ha coraggio di esporsi e lo vuole fare, lo fa.

Io scrivo partendo da un pensiero, un concetto, un ricordo che appartiene a me, alla mia sfera personale e decido io di condividerla come meglio credo. Non voglio offendere nessuno, creare problemi o altro. Io sono anche così. Sicuramente c’è una dose “narcisistica” in questo ( ringrazio ancora una volta il laboratorio di teatro per ciò che ha prodotto!), ma non mi ritengo una che spettacolarizza il suo intimo. Siamo ancora padroni delle nostre parole: sta nell’intelligenza di ognuno di noi dosare quello che ci sentiamo di dire. La parola è un messaggio, è il mezzo, ma può diventare arma, potere e come tale essere pericolosa. Non pretendo che la si pensi come me, condivisione significa anche dare e avere la possibilità di confrontarsi e dal confronto possiamo uscirne tutti più arricchiti, anche senza aver necessariamente cambiato idea.

Ognuno di noi ha qualcosa da dare: ogni volta che parlo con qualcuno, amico, conoscente o totale sconosciuto apprendo. Proprio per il fatto di essere diversi, di avere ognuno il proprio vissuto, abbiamo esperienze e sentimenti unici, rappresentativi di noi stessi. Sta a noi decidere come, quando e perché farlo.

Scrivo per passione, per condividere, per conoscere, per capire e per discutere. Scrivo perché rifuggo in un luogo tutto mio, oltre la mente e con il cuore. Non è un lavoro, non ho un secondo fine. Giusto o sbagliato che sia vado avanti finché sentirò di farlo, finché mi entusiasmerò e finché ne avrò la passione. Giusto?

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