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Sul Mekong come sul Po

Quando pensavo al fiume Mekong, la prima immagine che mi veniva in mente era la scena iniziale del film “L’Amante” di Jean Jacques Annaud: a bordo di un traghetto che lo attraversava, i due protagonisti s’incontrano. Lei, rossetto rosso brillante, indossa un vecchio vestito di seta, scarpe coi tacchi ed un cappello da uomo, lui un abito color panna e cravatta nera. La trama si snoda tra quei meravigliosi scenari della foce del fiume e la città di Saigon, nell’Indocina francese intorno agli anni trenta.

Non è più così.

Oggi, quando penso al Mekong penso al mio viaggio con Intrepid Travel e all’attraversamento del confine cambogiano verso il Laos. Intrepid Travel è un tour operator tipo Avventure nel mondo, con un team leader che si occupa di sbrigare tutte le pratiche burocratiche per sveltire e ottimizzare il viaggio (visti,biglietti,ingressi, pullman, etc…). Dopo aver attraversato la Cambogia, il nostro gruppo avrebbe dovuto oltrepassare il confine per andare in Laos. Sapete cosa divide il Laos dalla Cambogia? Il Mekong. Saremmo dovuti salire su una barca e attraversarlo per scendere in terra laotiana.

Saremmo.

Mi soffermo su questo punto per parlarvi di una mia compagna di viaggio: Nicole.  Trent’anni all’epoca dei fatti, canadese ed ebrea, Nicole è diventata una cara amica, una ragazza di una simpatia e di un’allegria contagiosa, intelligente, spigliata e con un’ironia pazzesca. Il tutto rinchiuso dentro un metro e mezzo di altezza. E’ stata la mascotte del nostro gruppo e ogni sua uscita era memorabile. Ogni tanto capitava che soffrisse di attacchi d’ansia (credetemi che in quel viaggio chiunque ne avrebbe sofferto) e cercava di esorcizzarli ridendoci istericamente su e appoggiandosi metaforicamente a noi che la sostenevamo.

Bene.

Arriviamo al cosiddetto “border” e scendiamo dal nostro pulmino. Il nostro team leader ci dice “Here we are, let’s take our boat, direction Laos!” (trad. Eccoci, prendiamo la nostra barca, direzione Laos!). Ora, non vorrei essere pignola, ma il termine “boat” , cercato sul dizionario Collins monolingue recita: “a small vessel for travelling over water, propelled by oars, sails or an engine” (ritrad. piccola imbarcazione per attraversare l’acqua, azionata da remi, vele o da un motore). Nel mio immaginario, comune a molti, boat è tradotto barca.

Ri-bene.

Sulle sponde del fiume più grande dell’Indocina, un vero e proprio mito naturale, so powerful, si delineano due piccole imbarcazioni che io non avrei definito propriamente “barche”. C’ha pensato Nicole. “We are supposed to cross over the Mekong on, on…-non riusciva nemmeno a dirlo poverina- on a motorized canoa???”. Adoro l’inglese perchè è una lingua sintetica. Definizione perfetta. Le canoe in questione ( due perchè eravamo in dieci e ciascuna ne portava 5) non avevano remi. Il capitanoincomandoabordo stava a poppa con un maxi remo e azionava un motore che dava la spinta alla barca, no scusate, canoa. Io non avevo mai visto fiumi così grandi in vita mia. Il Po a confronto sembra la Giara ( il ruscello del mio paesino). In quel momento credo di aver pensato che mi ero cercata una grana a fare sto viaggio. Vi dico solo che il pedalò in mare è più sicuro dell’imbarcazione in questione. Altro che attacco di panico. Dovevamo percorrere 40 chilometri prima di arrivare al border in Laos. Tradotto in tempo: quasi quattro ore. Quattro ore di preghiere sotto la pioggia, ah sì, ad agosto è la stagione delle piogge in Asia, vorrete mica pensare che ci avesse graziato in quel tragitto?? Noooooooooo, ma va! Coperti da una sorta di telo protettivo siamo sfuggiti alle intemperie.

Nonostante il tempo, la fatica, le ore, il motore che si spegneva ogni due per tre ( e Nicole che ci diceva che doveva ascoltare sua madre e non venire) siamo giunti in Laos. E io sono stata qui a raccontarvelo.

E’ strano come certe esperienze che hai vissuto con un pizzico di terrore e paura, quando le racconti ti lasciano il sorriso sulle labbra insieme a quel non so che di nostalgia. Forse l’avventura è proprio questo. Non credo riuscirei mai a vivere una completa vita così, ma so che non dimenticherò mai le emozioni, la magia e le sensazioni che ho provato attraversando il Mekong. Nemmeno sul Po.

p.s. l’immagine in evidenza è quella reale, l’ho scattata dalla mia postazione…

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Intrepid Travel, II parte

Durante il regime dei Khmer Rossi in Cambogia dall’Aprile del 1975 al Gennaio del 1979, una precedente scuola media di Phnom Penn conosciuta come Tuol Sleng fu convertita in una prigione chiamata S-21. Più di 14.000 uomini, donne e bambini passarono attraverso i cancelli dell’ S-21 prima di essere giustiziati dai Khmer Rossi, i loro corpi ammassati a Choeung Ek nella periferia della città. Duranti i loro tre anni, otto mesi e venti giorni al potere, i Khmer Rossi dichiararono 200.000 Cambogiani nemici dello stato e li giustiziarono. Centinaia di migliaia morirono di fame, lavoro eccessivo, o malattia. Il numero totale è stimato in più di un milione. Sono stato uno dei sette carcerati dell’S-21, e sono riuscito a scappare dall’esecuzione.Anche se la tragedia della Cambogia degli anni 1970 è passata, i ricordi sono vivi nella mia mente.

Questo è l’incipit di “A Cambodian Prison Portrait: One Year in the Khmer Rouge’s S-21 Prison” , le memorie di Vann Nath, sopravvissuto al genocidio di Pol Pot.

Mettermi in contatto con lui fu praticamente impossibile. (post Intrepid Travel, I parte). Rientrata in Italia avevo fatto diverse ricerche su Internet: scrissi alla casa editrice, al museo, ad un giornalista del Phnom Penh Post. Non mi rispose nessuno. Un giorno trovai un’intervista a Vann Nath di un autore free lance. Gli scrissi e mi rispose. Mi disse che Vann Nath non parlava inglese, che il suo libro scritto in cambogiano era stato curato da un’autore inglese e  che l’unico modo per avere un’eventuale autorizzazione era di recarmi nuovamente in Cambogia. Rinunciai, ma iniziai lo stesso a tradurre il libro e ad informarmi circa la possibilità di pubblicare. Scoprii che l’importante era scrivere nel libro che nonostante le varie ricerche non si era riusciti ad avere l’autorizzazione dell’autore, ma che se ne sarebbero riconosciuti i diritti in ogni caso. Questo avrebbe evitato qualsiasi tipo di rivendicazione “vendicativa”. E così  tradussi questo libro, acquistato proprio al Tuol Sleng Genocide Museum di Phnom Penh nel 2009. Non l’ho ancora fatto pubblicare. Vann Nath è mancato nel 2011.

Prima di partire per questo viaggio mi ero documentata sulla storia della Cambogia: lessi Fantasmi di Tiziano Terzani. Il libro, fondato sui reportage di un giovane Terzani, corrispondente di guerra, spiega in modo chiaro, preciso e trasparente ciò che successe in quegli anni, attraverso i dispacci inviati ai giornali e vivendone la tragedia in prima persona. Ciò che mi ha colpita di questo libro è la manifestazione dei dubbi che iniziano ad insinuarsi nel giornalista, allora palesemente comunista e in principio dalla parte dei khmer rossi, e la sua svolta contro un’ideologia in cui fino ad allora aveva sempre sostenuto.  Da questa esperienza, Terzani si risveglia lentamente da quel sogno di rinascita, libertà e indipendenza della Cambogia. Rende partecipi i suoi lettori informandoli di ciò che sta accadendo attorno a lui e si rende sempre più conto di come un’ideologia estrema possa sfociare nel fanatismo più becero ed estremo.

Starei ore a scrivere della storia della Cambogia e di come si sia arrivati, solo 40 anni fa, ad una tragedia simile, ma non è questo il contesto. In questi giorni, riguardando alcune foto di questo viaggio, mi è tornata in mente la passione con la quale avevo seguito, letto e ricercato informazioni circa questo Paese e di come una storia così tragica abbia smosso la mia coscienza fino al punto di arrivare a pensare di tradurre un libro per “far conoscere”. Diciamo sempre che dagli errori del passato possiamo imparare per migliorare il presente ed evitare di rifarli in futuro.  Ogni volta che accade qualcosa lontano da noi, siamo ascoltatori passivi di tragedie visibili. Io mi sono sentita in dovere, nel mio piccolo, di informare, di far sì che storie di questo tipo non passino inosservate.

Avevo lasciato in un file della mia memoria la “traduzione di Vann Nath”. Sono passati 5 anni. Nel 2011, dopo 10 anni di processi, il Tribunale dell’ONU ha condannato all’ergastolo il “compagno Duch” responsabile del carcere-lager di Tuol Sleng. La corte è stata aspramente criticata per la lentezza dei procedimenti: il governo di Phnom Penh pare essere restio ad allargare le indagini ad altri sospettati (la nostra guida al museo di Tuol Sleng, raccontandoci la storia dei khmer rossi lo fece a bassa voce e ci disse che alcuni tra i gerarchi khmer di allora facevano parte del governo attuale di Phnom Penh…).  Oggi c’è in atto un altro processo contro gli ormai ottuagenari vertici khmer, accusati non per  il genocidio di circa 2 milioni di connazionali in quasi quattro anni di regime ( 1975-1979), ma “solo” per l’uccisione di 20 mila vietnamiti e di 100-500mila persone della minoranza musulmana Cham.

Quello in Indocina è stato il viaggio più formativo ed intenso che abbia mai fatto. Sono sempre stata appassionata di storie vere, di vite vissute e sia Vann Nath che Tiziano Terzani mi hanno stupita per il coraggio che hanno dimostrato nella loro vita. Il primo per un verso, il secondo per un altro.

E ora  è giusto  che li ringrazi facendo pubblicare la traduzione delle memorie di Vann Nath. Sbagliare è umano, perseverare diabolico.

Per non dimenticare.

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Intrepid Travel, I parte

Vacanza e viaggio sono termini molto simili quando si pensa al significato che portano: astenersi dal luogo di lavoro per un periodo di tempo definito e spostarsi da un luogo ad un altro. Io do loro significati e scopi diversi. La vacanza per me ha una connotazione più ricreativa, legata al turismo di massa e può allo stesso tempo essere scopo del viaggio. Il viaggio è ricerca, conoscenza, scoperta, sia fisica che mentale. Il viaggio ti lascia un’esperienza che ti cambia. Il viaggio per eccellenza che mi ha cambiata è stato quello alla scoperta dell’Indocina: Thailandia, Cambogia e Laos.

Organizzato con un tour operator neozelandese, Intrepid Travel, ho trascorso 20 giorni in paesi che mai nella mia vita avrei pensato di visitare, e allo stesso tempo amare. Paesi lontani, da me, dalla mia cultura. Zaino in spalla (io???) con un gruppo di sconosciuti,  ho compiuto questa sfida verso me stessa in una fase della mia vita che ancora oggi definisco di transizione. Quel famoso passaggio tra il passato e il futuro. In più ho unito l’utile al dilettevole, costretta a parlare inglese coi miei compagni di viaggio. Se chiudo gli occhi riesco ancora a sentire odori e profumi di tutti e tre i paesi. Agosto, piogge torrenziali che ci bagnano a ritmi alterni, mezzi di trasporto di fortuna e backpack (zaino) in spalla. Io che non ho nemmeno mai fatto un campeggio o dormito in tenda mi sono avventurata in una dimensione e in un contesto totalmente estranei al mio mondo. Ammetto di aver avuto paura all’inizio: avrei visitato due dei paesi più poveri al mondo, la Cambogia e il Laos tra i più colpiti dalle mine antiuomo ancora presenti durante la guerra del Vietnam. Non era propriamente come andare a Rimini o Riccione. Eppure sono stata stimolata, per la prima volta, dall’avventura, dal fatto di capire fin dove potevo arrivare e come ne sarei uscita (sperando di uscirne!).

La Cambogia mi ha letteralmente investita, sia in senso fisico che in senso mentale. Fisicamente, porto ancora il segno indelebile della cicatrice lasciatami da quel motorino che mi ha investita attraversando la strada. Strada caotica e affollata. Motorini, scooter, pulmini, auto che viaggiano su corsie con guida a sinistra. Scendo dal pulmino dopo aver visitato Angkor Wat (meravigliosa) e dovendo attraversare, distrattamente guardo solo da un lato per fare in fretta. In un attimo mi ritrovo sul ciglio opposto della strada con un motorino addosso e due ragazze senza casco che, nella stessa frazione di secondo, riprendono il motorino, imprecano in cambogiano e ripartono come nulla fosse accaduto. Io completamente sballottolata, mi alzo e vedo attorno a me i miei compagni di viaggio impauriti che mi chiedono come sto. Mi guardo velocemente e sono tutta intera. Muovo tutto, mani braccia, testa, gambe. Abbasso lo sguardo e vedo un segno rosa sulla pelle lasciato dalla marmitta sulla mia gamba destra. E io che avevo paura delle mine! Una bella bruciatura per non dimenticare, olè!

Mentalmente, la visita al  Tuol Sleng Genocide Museum ha risvegliato in me l’interesse per la storie biografiche. In un tour guidato che non aveva nulla di spettacolare visto il luogo di tragedia e morte che era, abbiamo avuto l’opportunità di vedere uno dei sette sopravvissuti (su 17.000 prigionieri) di Tuol Sleng, Vann Nath.  Quell’uomo, sulla sessantina, aveva la forza di andare lì, dove aveva rischiato ogni giorno la vita e lavorarci. Aveva scritto un libro nel 1998 che racchiudeva le sue memorie, A Cambodian Prison Portrait, One year in the Khmer Rouge’s S-21. Una testimonianza nuda e cruda di ciò che aveva vissuto e che mai avrebbe dimenticato. Di questo libro, che si legge in un giorno, non esistevano copie in italiano. Una volta tornata in Italia decisi di tradurlo dall’inglese all’italiano per poi pubblicarlo: la storia mi aveva toccato profondamente e volevo farla conoscere. Ma mettermi in contatto con Vann Nath e con il suo editore non fu cosa semplice.

…to be continued

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