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Questione di stima

Spesso le coppie entrano in crisi per vari motivi:  dalla scusa del settimo anno alla nascita di un figlio che distoglie attenzione al partner maschile, dal cambiamento caratteriale di uno dei due al tradimento, dalla scoperta di non essere sulla stessa lunghezza d’onda all’avere obiettivi diversi… Le cause sono molteplici, e nella maggior parte dei casi, quando il divario diventa insostenibile, c’è solo un motivo: la perdita dell’Amore.

Accanto a questa però, io aggiungerei una causa ancora più determinante: la mancanza di stima.

In che senso?

Ci aspettiamo che il partner, uomo o donna, sia il rappresentante di  quello che vorremmo fosse. Passate le farfalle allo stomaco, con il passare del tempo ci si può rendere conto che non è esattamente come ce lo si è figurato. E nonostante lo si ami, viene a mancare quel sentimento che lo rende il punto di riferimento.

Quando conta avere stima per il proprio o la propria compagna? Io credo sia fondamentale. Forse ancora più dell’amore. L’amore come detto più e più volte è un insieme  di sentimenti, non è unico, non è fine a se stesso. Racchiude il desiderio per l’altro, la solidarietà, la generosità, l’anteporre la propria vita per l’altro, la stima. Quest’ultima in fondo cosa indica se non l’apprezzamento estremamente favorevole e positivo che si ha verso qualcuno, verso le sue qualità e le cose che fa?

Si può avere stima senza amare, ma non si può amare senza stima.

Non a caso, nella lingua catalana il verbo estimar significa: rispettare; stimare; apprezzare; volere bene; valutare; amare. T’estimo = Ti amo

Pensateci bene: potreste mai stare con una persona che non stimate? Oppure, cosa crea la perdita di stima in una coppia? L’atteggiamento e il comportamento, o l’aspettativa non realizzata? Se io mi aspetto che lui/lei agisca in un modo e poi questo non succede, mi sento tradita/o perché non avviene ciò che pensavo, non dovesse avvenire. Ma il tradimento è mentale: la raffigurazione e l’aspettativa che avevamo in una determinata occasione od evento, non sono altro che pensieri idealizzati, che ci siamo fatti, di una persona che pensavamo fosse in un modo, mentre in realtà non lo è. E la colpa non è dell’oggetto del nostro pensiero, che magari non ha fatto nulla per farci credere questo, ma è nostra: ci siamo costruiti un castello di principi e/o principesse che non sono reali. Offuscati e ottenebrati da quelle farfalle che sbattono le ali nello stomaco, non siamo stati in grado di percepire e capire subito dopo la realtà dei fatti.

L’amore risolve ogni cosa, ma la stima e il rispetto sono imprescindibili. No?

 

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Cicatrici

E’ da diversi giorni che ho in testa questo post. Il titolo mi è venuto in mente, guarda caso, proprio guardando una cicatrice che ho sul ginocchio destro.

Avevo 14 o 15 anni,una sera d’estate rientravo a casa in bici con la mia amica Laura.

Laura abitava a meno di un chilometro da casa mia, ero andata a trovarla e poi (forse, perchè i ricordi sono un po’ fumosi) avevamo deciso di tornare da me. Casa mia si trova all’inizio di una salita che porta a S.Eusebio, una frazione costituita da una sola via colma di case costruite in stile liberty, dagli anni ’30 in avanti. S.Eusebio, è chiamata la Roasio degli Africani, per il fatto che la maggior parte dei suoi abitanti è emigrata in Africa per lavoro. Dunque, tornando a casa, la salita era diventata una discesa. Non so voi, ma io non sono mai stata un’amante dell’avventura o una sprezzante del pericolo, perciò stringevo i freni della bici per limitare la velocità e non rischiare, anche per questo mi sono sempre definita una persona abbastanza prudente. Purtroppo non avevo considerato quella maledetta ghiaietta che ricopriva l’ingresso del cancello: svoltando a sinistra, ho frenato “dolcemente”, ma l’attrito con i sassolini ha fatto si che la ruota davanti sbandasse facendoci atterrare sulle ginocchia scoperte dai pantaloncini corti. Mi sono impiantata un sasso appuntito che mi ha inciso uno sbrego di 4×2 cm. In alcuni punti del nostro corpo il sangue sgorga come una fontana: la ferita bruciava, ma stoicamente dissi a mia madre “non è successo niente, sono caduta in bici qui davanti”. Mia madre poi non era una donna ansiosa, perciò dopo avermi urlato dietro con il suo fare sempre molto dolce, mi medicò la ferita e mi mise un cerotto. Oggi forse per un taglietto del genere bisognerebbe andare al pronto soccorso e farsi mettere dei punti perchè non sia troppo evidente la cicatrice, ma sinceramente allora non si era nemmeno palesato il pensiero.

Dopo vent’anni mi cade l’occhio su questo ginocchio e mi scappa un sorriso: un ricordo indelebile, da tutti i punti di vista, di una sera qualunque d’estate, di un tempo passato che porto nel cuore, di quella spensieratezza dei giorni da adolescente, coi suoi piccoli problemi quotidiani che di fronte a quelli “maturi” erano nulla.

Quanto è giusto cancellare i segni che ci procuriamo sulla nostra pelle? Gli anni passano per tutti, i segni del tempo lasciano tracce indelebili insieme a quelle fisiche che ci siamo procurati, volenti o nolenti. Penso alle cicatrici delle operazioni di mia madre, a quella piccola bruciatura da sigaretta che ho sul polso destro, all’ustione provocata dall’incidente in Cambogia, e mi chiedo: “se dovessi scegliere tra cancellarli e tenerli, cosa farei?”. Istintivamente e romanticamente risponderei che li terrei, ma pensandoci bene, a livello estetico, quella bruciatura che ho all’altezza del collo del piede la farei sparire: mi è stata provocata in maniera dolorosa, ho rischiato la pelle, e ogni volta che ci penso mi sento una stupida per non essere stata in grado di attraversare una strada. Tutto il resto invece lo manterrei così com’è.

Non ho nulla contro la chirurgia estetica, anzi, al contrario penso che se qualcuno non si sente a suo agio con qualche parte del suo corpo, ben venga che cerchi di migliorarla, chiaramente nei limiti del buongusto, che spesso viene a mancare. Non sono d’accordo sulla trasformazione o sul cambiamento radicale che certe operazioni provocano, e ancor di più non capisco l’ossessione al non voler invecchiare. E’ una condizione naturale, perchè andare contro di essa? Ci sono tanti modi per mantenersi spiritualmente e fisicamente “giovani”, senza dover ricorrere alla chirurgia, si tratta sempre di  una questione di forza di volontà.

Penso che i segni del tempo, le rughe, le cicatrici facciano parte della nostra vita, la difficoltà sta nell’accettarli. Se riusciamo a farlo, possiamo essere fieri di noi stessi, perchè significa che non abbiamo paura di vivere e di affrontare il futuro. Cancellare le tracce del nostro passato significa anche rinnegare una parte di noi,o no?

Da bambina ero affascinata dalla lettura degli anelli degli alberi abbattuti. Il fatto di poter “vedere” e contare quei cerchi dai ceppi mi faceva immaginare la storia di ciascun albero e, non so bene il motivo, ma ne sono sempre rimasta incantata: forse perchè rappresentavano la prova della Vita dell’albero stesso nella perfezione della Natura.

I nostri segni sono i nostri anelli, per quanto possano infastidirci ci rappresentano: cerchiamo di rispettarli e forse, così facendo, impareremo anche ad amarli.

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corinne noca

Io guardo i denti.

Domanda agli uomini: avete mai provato a chiedere ad una donna qual è la prima cosa che guarda in un uomo?

Domanda alle donne: cosa rispondete di solito?

Allora, premesso che l’aspetto fisico gioca chiaramente un ruolo primario, puramente soggettivo visto che la bellezza sta negli occhi di chi guarda, ma superato questo primo momento impattante, ci sono dei particolari che non passano inosservati.

Io, da donna, ho sempre guardato i denti.

I denti stanno in bocca, la bocca si bacia e possiede tutte quelle caratteristiche che possono far scappare le persone: sorriso a scacchiera, alito pestilenziale, mancanza di cura, colore giallognolo, e chi più ne ha, più ne metta. Io li guardo perchè ammetto di avere una vera e propria ossessione per questo apparato. E in famiglia non sono l’unica.

Dicembre 2010. A cena con tutta la famiglia di mio marito per la mia presentazione ufficiale, ad un certo punto mio suocero mi guarda e mi dice: “Ma quei denti lì sono tutti tuoi?”. Io, un po’ presa alla sprovvista,  ho sfoderato il mio classico sorriso Durban’s rispondendo con un modesto “fortunatamente sì”; Fabri ha semplicemente scosso la testa e mia suocera l’ha fulminato con lo sguardo. Lui, con una certa  nonchalance, è andato avanti dicendomi di aver sempre invidiato, oltre che i capelli afro, le dentature bianchissime, soprattutto dei neri, e di aver lottato tutta la vita con il dentista per poter raggiungere il canone desiderato. Ogni volta che vede una bella dentatura l’ammira come fosse un’opera d’arte.

Chiaramente io ho preso tutto il discorso come un complimento e la scena, ancora adesso a distanza di anni, mi fa sorridere ( per restare in tema). Mio marito, allora fidanzato, all’uscita dal ristorante si è scusato per lui, ma io non ne vedevo il motivo. ” Eh sì, non ce n’è motivo perchè i denti che hai in bocca son tutti tuoi, ma se avessi avuto un apparecchio o avessi avuto un intervento non saresti così adesso! Non sono domande da fare, soprattutto la prima volta che vedi una persona!”. In effetti non aveva tutti i torti: ci sono effettivamente cose che non si dovrebbero dire, per lo meno la prima volta, quando ancora non c’è confidenza, ma l’ho comunque trovato spontaneo e tutto sommato, forse per l’argomento che non mi toccava profondamente, divertente. Quella sera mio suocero ha dato il meglio di sè in quanto a figure… Mentre raccontava di una coppia che aveva conosciuto al mare, gli scappa un “lei era mooolto più giovane di lui, avranno avuto 10 anni di differenza”….e mia suocera, seduta al suo fianco, gli da una gomitata e gli dice: “La Cori e il Fabri ne hanno 13…”…in perfetto stile British, è andato avanti affermando che in quelli del mare si notava molto di più perchè lui non portava bene l’età che aveva, era già “bianco” di capelli!

Un paio di giorni fa, invece, sento una mia amica che sta frequentando un ragazzo da un paio di settimane, o meglio, si sono visti due volte. Mi ha fatto un elenco di qualità positive del presunto futuro boy, ma scappa un ma…mi manda la foto e io le dico “beh, non è niente male, cosa c’è che non ti convince, le mani??”….”Co, come hai fatto a capirlo?”…eh…quando c’è qualcosa che non va sono sempre le mani. O i piedi.

Io questi colpi d’occhio non li ho mai capiti. Accetto i denti per i motivi di cui sopra, ma mani e piedi perchè dovrebbero influenzare l’aspetto di una persona? Negli anni ne ho sentiti di simili: “A me piacciono le mani grandi, mi danno un senso di protezione”; “a me invece piacciono le mani piccole, denotano sensibilità”; “a me piacciono i piedi”…scusate, ma con le scarpe, come fate a vederli???

Dai su, tutte queste cose si dicono quando non si è del tutto convinti. Se uno piace, piace subito per com’è fatto (fisicamente intendo), se no, piace per quello che mostra il tempo che  viene trascorso insieme, dove non è l’estetica a colpire, ma la testa, la bellezza cosiddetta interiore.

Rispondere mani e piedi equivale a dire quel famoso aggettivo che stronca tutte le possibilità a chiunque: SIMPATICO/A.

E voi, cosa ne pensate??

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Paura di volare

Erano quasi due anni che non prendevo più un aereo.

Più di una settimana fa, Fabri ed io ci siamo presi una pausa dalla quotidianità e abbiamo trascorso un week end a Valencia. Con la scusa di voler vedere uno spettacolo teatrale in cui c’era un attore a me caro, abbiamo (ho) organizzato questa trasferta, che è andata molto bene e che ci ha permesso di cambiare aria per qualche giorno e trascorrere del tempo insieme ( ogni tanto fa bene alla coppia!).

Per la prima volta in vita mia ho provato una sensazione che non avevo mai sperimentato: la paura di volare.

Io, che ho preso il mio primo aereo a 20 giorni di vita e ho fatto l’assistente di volo per più di due anni, non mi sentivo a mio agio in quel tubo di latta low cost che per tanti anni mi ha fatto scorrazzare in tutti e cinque i continenti. Questa sensazione però non era dovuta al “non capire come fa un aereo a volare”, cosa che mi è stata spiegata molto bene e che mi ha fatto passare l’esame per avere il brevetto dall’ENAC, ma era legata  ad una questione più semplice: la bambina che avevo lasciato a casa.

Per questo fine settimana fatidico, abbiamo inaugurato i nonni babysitter per tre notti  senza la presenza di nessuno di noi due.

Nel mio cervello si sono insinuati pensieri catastrofici.

La mente umana può diventare un contenitore di pensieri negativi accumulati e dimenticati che improvvisamente fuoriescono quando meno te lo aspetti: lo scoperchi come il vaso di Pandora e non sai più cosa fare per contenerli. E non serve sapere che l’aereo vola grazie alla portanza, ai movimenti dei flaps e dei slats, alla velocità costante  o alla densità dell’aria, che diminuisce con l’aumentare della quota di volo, chi se ne frega della spiegazione scientifica: se va giù, va giù e la bambina non la vedo più!

Essendo stata abituata a sentire certi rumori, all’inizio non ci ho fatto tanto caso, poi una volta arrivata in quota ho iniziato a udire i classici suoni delle chiamate tra cabina e cockpit e il film è partito: questo è un aereo low cost, le manutenzioni le avranno fatte? I motori sono a posto? Il comandante o il primo ufficiale sapranno fare un ammaraggio? Ma se finiamo in mare come facciamo? Avranno mangiato cose diverse in cabina? Non è che poi se si sente male uno, sta male anche l’altro?

Tutto così.

La mia visione è stata apocalittica con tanto di tachicardia.

Alla fine, seduta in mezzo a due marcantoni ( mio marito e il mio vicino che era bello grosso pure lui)  ho deciso di appoggiare la testa sulla spalla del mio consorte, e dormire per cercare di stare tranquilla, almeno per le due ore di volo.

Una volta atterrati, ho baciato il mio rosario portafortuna  e non c’ho più pensato…finchè non è stato il momento di tornare.

Siamo arrivati in aeroporto molto prima dell’assegnazione del gate d’imbarco così ho consigliato a Fabri di passare già al metal detector e di essere poi cosí liberi di girare nell’area duty free senza dover fare inutili code. Qui, mi fermano: prima perchè non avevo creato solo due buste trasparenti con creme, cremette, profumini, poi perchè avevo dimenticato una crema mani in borsa. In Italia non ci hanno nemmeno distribuito le buste trasparenti e il beauty è rimasto così come l’avevo preparato a casa. Quando la rimetto a posto, vedo che il mio rosario nero si è sgranato, o meglio, si è staccata una perlina. Tragedia. Lo interpreto come un segno del destino. Prima fermata al metal detector, poi il rosario. Fabri intuisce il mio dispiacere e mi rasserena ,”lo mettiamo a posto a casa, dai non è successo niente”. Eh, speriamo.

Facciamo passare il tempo nell’area d’attesa…l’aeroporto di Valencia non è molto grande e l’area duty free è praticamente pari al soggiorno di casa mia. Quindi anche la carta shopping degli ultimi souvenirs era da scartare. Non ci resta che andare a mangiare.

Finalmente dai monitor compare il gate: ci mettiamo in fila e mio marito mi dice che è inutile stare ad aspettare in coda, tanto si deve entrare tutti. Considerata la coda, deduco che l’aereo è pieno, e per una volta lo seguo, con un po’ di titubanza. Gli ribadisco che  è meglio mettersi in fila, perchè salendo per ultimi il rischio è quello di vedersi mettere il bagaglio in stiva per mancanza di spazio a bordo.

Lui mi prende in giro ma alla fine mi da retta, rimanendo comunque tra gli ultimi. Mentre siamo in coda passa un’assistente di terra e ci da i tags per le valigie: “Non c’è posto a bordo, per gli ultimi passeggeri il bagaglio va in stiva”. Ecco. Quindi, arriviamo a Bergamo e dobbiamo anche aspettare i bagagli. Tra l’altro, la simpatica signora della “rampa” dice a Fabri di infilare la sua valigia nell’apposito “controllo misure” ryanair, tanto per non farsi mancare niente, rischiamo questi 50Euro da pagare per il fuori misura. Fortunatamente il bagaglio passa e il pericolo scampa.

Saliamo a bordo ma non ci sediamo vicino: quando ho prenotato i biglietti online, i posti del ritorno che ci sono stati assegnati erano lontani uno dall’altro, lui in testa, io in coda. Bene, nel cadere giù, non l’avrei nemmeno avuto al mio fianco. Chiedo alla hostess se una volta finito l’imbarco avremmo potuto spostarci e lei, gentilmente, mi dice che non ci sono problemi, e infatti, una volta che siamo tutti seduti, si precipita in testa a prelevarlo e poi cerca una che poteva essere sua moglie. Non me. Di lui si ricordava, di me no. Amen.

Dopo tutte queste vicissitudini, mi riaddormento sulla solita spalla del mio marcantonio e mi sveglio a Bergamo.

Apocalisse scampata. Incubo finito.

 

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10 in Amore

Il mio primo post dell’anno sembra iniziare con l’Amore, non se ne parla mai troppo, mai abbastanza…invece no! Il titolo nasconde una tematica a me cara…

10 in Amore è un famoso film degli anni ’60 con Clarke Gable e Doris Day.

Se non l’avete mai visto, guardatelo. Fabri lo chiama il ‘filmon’, e non ha tutti i torti: le commedie americane di una volta, quelle in bianco e nero, tra gli anni 50 e 60, erano decisamente avanti per l’epoca e sorprendentemente attuali, oltre ad essere fatte BENE.

La vicenda di svolge a New York con un Clarke Gable brillante ed ironico, nel ruolo di un caporedattore di un importante quotidiano, e una carismatica Doris Day nelle vesti di una docente universitaria di giornalismo. I due non si conoscono: Jim Gannon (Clarke Gable), invitato a tenere il discorso inaugurale del corso di giornalismo presso l’università, rifiuta spedendo a Erica Stone (Doris Day) una lettera priva di tatto (pensando che il docente fosse un uomo) in cui spiega le sue motivazione. Essendo lui privo di istruzione e giornalista cresciuto con l’istruzione sul campo, è ostile a qualsiasi forma teorica e soprattutto a chi ostenti una laurea come titolo per la qualifica di buon giornalista. Persuaso dal direttore, partecipa alla lezione di Erica con l’intento di scusarsi con la donna, ma è costretto ad ascoltare la replica della stessa che lo dipinge ai suoi studenti con parole sprezzanti. Decide così di vendicarsi facendosi passare per un nuovo allievo che naturalmente si rivela di grandi qualità…e chiaramente scattano l’interesse, l’ammirazione e l’attrazione.

Non vado avanti perchè non voglio togliervi la suspence… tutto da ridere. Ammetto il mio scetticismo iniziale legato più alla figura di Clarke Gable che al film stesso:  l’ho sempre legato al ruolo di Rhett Butler in Via col Vento, così serio e affascinante con quel baffetto da uomo tutto d’un pezzo, non me lo sarei mai aspettato in una versione più “soft”. Invece mi sono dovuta ricredere: brillante, ironico ed espressivo, poteva anche esserci solo lui. Tutti pensano che recitare nei drammi sia più difficile, invece io ritengo che “far ridere” porti ad uno sforzo molto più impegnativo per gli attori, infatti non tutti sono tagliati per questo ruolo, e pochi riescono a farli entrambi: solo i grandi.

I dialoghi sono freschi, moderni, leggeri e privi di artifizi, non ci sono termini scurrili e scorrono in maniera così fluida che nemmeno ti rendi conto del tempo che sta trascorrendo. Per capire se un attore recita bene devi togliere l’audio: se capisci cosa pensa, cosa sta dicendo senza sentirlo, ha vinto. Clarke Gable non sembrava nemmeno stesse recitando (se non fosse per quei baci cinematografici casti e puri che mai in Amore sono esistiti). Vedevo le sue facce e ridevo come una matta. Inutile dirlo, bravissimo.

Il film è stato girato nel 1958,  ma il tema toccato è modernissimo: vale più un pezzo di carta intriso di teoria o anni di esperienza sul campo? Un problema che sembra dilagare ai giorni nostri: si studia, si va all’università, ci si laurea e poi non si trova un lavoro perchè non si ha esperienza. Non si studia, s’inizia presto a lavorare, ma difficilmente si può ambire a ruoli “alti” perchè non si ha un documento che attesti la propria cultura. Adesso, anche per fare il postino ti chiedono la laurea. E poi, quando hai sia l’uno che l’altro, capita che ti dicano “sei troppo titolata”. Non va mai bene niente.

La risposta, forse scontata, ci viene proposta alla fine: nè bianco, nè nero, ma il grigio che ne deriva. Un connubio perfetto.

Buon anno Amici!

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Diventare grandi

Non è facile.

Conosco diverse persone, soprattutto uomini che grandi non lo sono ancora.

Se parliamo di età anagrafica, a quarant’anni un uomo dovrebbe già essere, per lo meno, fatto e finito. E invece sono ancora lì a crogiolarsi pensando se vale la pena stare da soli o farsi una famiglia, viaggiare o fermarsi, comprare casa o stare in famiglia. Normalmente ci sono delle tappe che ci portano a crescere: compiere la maggior età, diplomarsi (o laurearsi), trovare un lavoro, farsi una famiglia. Non è detto che per tutti sia così, questo è solo un esempio. Ma c’è un passaggio fondamentale, quello che secondo me decreta la maturazione totale: passare dall’essere figlio all’essere uomo. Uso il maschile perchè ho più esempi di questo genere, ma vale chiaramente anche per le donne.

Sembra banale, ma non lo è.

Rimaniamo figli quando non prendiamo in mano le situazioni della nostra vita, quando sono i nostri genitori che “decidono” per noi, consigliandoci cosa è meglio fare e cosa no; quando dipendiamo totalmente da loro e non siamo in grado di ragionare per contro nostro. Attenzione perché non sto dicendo che non ci si possa confrontare con loro, anzi. Parlare e scambiare opinioni è sempre positivo, ma se deleghiamo decisioni importanti a loro significa che noi non abbiamo ancora la capacità di pensare al nostro bene, e ci affidiamo a chi ci ha cresciuto e ha sempre cercato di scegliere il meglio per noi.

Diventare grandi invece significa decidere, risolvere, capire da soli quale sia il benessere per il proprio futuro ed eventualmente avere un’idea che non sempre collima con quella di chi ci ha messo al mondo. Ragionare per conto proprio, per il proprio bene.

Probabilmente la lancetta della crescita si è spostata più in là, forse a causa dei cambiamenti della società, della crisi o di chissà che cosa. Fatto sta che viviamo in un mondo dove ci sono sempre più figli e sempre meno uomini. Cosa succederà quando non ci saranno più i genitori a decidere per loro? Ma di chi è la colpa?

Cosa ne pensate?

 

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Ritardo cronico

Puntualità.

Ci sono persone puntuali e persone ritardatarie.

Io non vorrei far parte delle seconde, ma,il più delle volte, mi capita sempre qualcosa che mi fa perdere tempo. Sempre. Il sillogismo che ne deriva è quindi:  Corinne è perennemente in ritardo.

Anche questa cosa, insieme alla logorrea, l’ho ereditata da mio padre, con un’unica differenza: io non voglio arrivare tardi, io mi preparo in anticipo, faccio tutto quello che devo fare, ma, all’ultimo momento,  o mi chiama uno, o ne incontro un altro e non riesco a tagliare. In più non sono nemmeno una di quelle che sta ore in bagno davanti allo specchio a mettersi a posto; in un minuto mi trucco, in un minuto mi vesto ( se mi sento in forma, se no è un dramma), e in venti minuti metto a posto il nido sopra la testa ( i miei capelli). Quando avevo le extensions era molto più facile, e molto più veloce…ma sì, complichiamoci ancora l’esistenza.

Mio marito mi accusa sempre di avere un ritardo cronico, poi da quando è nata la bambina, su questa cosa ci ricama proprio, ma mica si occupa di vestirla, cambiarla, metterla a posto o altro….quando dobbiamo uscire, lui si alza, va in bagno, si fa la sua bella doccetta calda,  la barba quando è in vena, si mette a posto i capelli, si veste in un minuto per poi dirmi: “sei pronta?”. Ma pronta cosa???  Devo ringraziare Peppa pig se riesco a farmi la doccia (quella maialina rosa ipnotizza la piccola cinque minuti a puntata) ma non prima che lui l’abbia finita, altrimenti sentirei  un sonoro “Cooooooooooooo, l’acquaaaaaaaaaaaaaa!!!”. Quindi, rivado in cucina, faccio il caffè, apro le finestre in camera per far girare l’aria,  e guardando la maialina rosa in TV, aspetto che lui finisca i suoi doveri. “Sbrigati che se no arriviamo in ritardo, come al solito”. Ecco. La colpa sarebbe mia. Mi sale un nervoso che non vi dico: anch’io avrei avuto piacere a prepararmi con calma, e invece no! Tutto di fretta, tanto la colpa ricade sempre su di me. E comunque, la piccola nana, quando sa che dobbiamo uscire, produce i suoi rifiuti corporei proprio mentre sto per chiudere la porta di casa. Vuoi non cambiarla?

Ok, è vero, sto dando colpa alla bambina. In effetti non è causa sua. L’errore sta nella fretta che abbiamo sempre. Non siamo in grado di prendere la vita con calma. Siamo inseguiti dai minuti che passano inesorabili, non riusciamo ad assaporarci lo scorrere del tempo, anzi, li rincorriamo col fiatone con la scusa di poter fare tante cose più possibili quante ne servono per ottimizzare la giornata. Ma dove sta scritto?

Anni fa, durante la mia prima vacanza in Kenya coi miei genitori vidi nella missione dove mio padre lavorava una scena che è rimasta impressa nella mia memoria. Anche mia madre se la ricorda ancora: c’erano quattro o cinque neri che dovevano spostare una decina di tubi di plastica. Tanto per farvi capire, un tubo sarebbe stato spostato senza fatica da una persona. Lì, erano in cinque che ne trasportavano uno. Lo tiravano su e subito dopo lo riappoggiavano giù. In quel lasso di tempo, si fermavano per asciugarsi il sudore. Mia madre li guardava sbalordita. “Ma così facendo non finiranno mai!Ma perché non ne prendono uno a testa e si velocizzano?Ma come si fa a lavorare così?!”. Il parroco missionario che abitava in quella prefettura, le rispose semplicemente che non vi è alcuna fretta nel compiere quel lavoro. Quei ragazzi si prendono il tempo che ci vuole e se lo godono. E’ mia madre che sbaglia a pensare “all’occidentale”: questo suo modo di vedere le cose le crea ansia, e quindi stress. In Africa lo stress da orologio non si sa cosa sia. “Take it easy”, le dice.

La mia natura ancestrale probabilmente mi porta in quella direzione, anche se professionalmente parlando, gli unici ritardi che ho fatto sono stati a causa di trenitalia o della metro milanese. Nella mia vita privata, prima dell’avvento di Didi, sapevo con chi potermi permettere un ritardo e con chi no. E in fondo ci giocavo anche un po’.

La puntualità è un segno di rispetto. Se si è deciso un orario, va onorato. Ed è buona educazione avvisare se si ritarda, anche solo per cinque minuti.

Io avviso sempre, voi?

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Quello che ci accomuna.

Forse, una delle cose più imbarazzanti che ci può capitare fuori casa, è dover usufruire del bagno altrui. E non per fare pipì.

STORIA UNO

Capita che mi trovo a  Torino con mio zio. Andiamo in un bar a fare colazione. Ad un certo punto, dopo il caffé e la sigaretta (si poteva ancora fumare nei locali) mi dice: “Co’, vado in bagno”. In un attimo svanisce. Io sto lì a godermi la brioche con la mitica crema del sig. Ferrero appena sfornata e faccio finta di leggere “La Stampa”. Non sono mai stata un’amante dei quotidiani, quindi mi limitavo a sfogliare le pagine per darmi un tono. Credo di essere arrivata alla pagina finale e di essere anche tornata indietro…per almeno due volte. Poi devo aver anche chiesto un bicchiere d’acqua e sono uscita a vedere due vetrine. Lui permaneva in bagno.

Per la legge di Murphy, accade sempre il contrario di quello che non dovrebbe: mi scappa la pipì. Chiedo alla gentil barista se c’e un’ altra toilette e mi fa “no” con la testa. Vado a bussare e mio zio mi dice: ” Tutto a posto Co’, mai stato meglio”. Ecco, allora sbrigati.

Torno al tavolo e aspetto.

Dopo venti minuti, rispunta davanti a me “tutto goduto”.  Mi dice: “Bon, t’è a post? ‘Nduma che la giornata l’è longa” . (trad. Bon, sei a posto? Andiamo che la giornata è lunga). “‘Nduma???  Ma io devo fare pipì prima, se no scoppio”- “Fossi in te non mi addentrerei: Cò, a-i è ‘n’udur da bestia. Varda che l’è na turca, l’è mej che t va nen”. (Cò, c’è un odore da animale, guarda che è una turca, è meglio se non vai). Piccola parentesi: zio Giulio diceva sempre la verità, anche quando sembrava scherzasse. L’ho capito quel giorno di giugno.  Incurante del monito, mi dirigo verso il wc e lui mi dice: ” Non pensavo fossi cosi coraggiosa”, e si mette a ridere.

Tutta spavalda, apro la porta. Nello stesso istante, la richiudo. “N’udur da bestia”. Indimenticabile dopo 18 anni.

“Sei stata un fulmine!!” – “Non mi scappa più, mi è passata” – “Eh, ti capisco. Io non vedevo l’ora di uscire, ma è stata epocale”. Lo guardo un po’ schifata e lui, in stile molto British, mentre stiamo per uscire, lascia la mancia alla barista, dicendole: “Un segno di rispetto per chi andrà a pulire. Sono spiacente, non vorrei essere al suo posto”.

Sembrava una scena di Mr. Bean.

Non appena fuori, zio Giulio mi vede ancora con una faccia sconcertata e lapidario afferma: “Guarda che anche Sua Maestà la Regina d’Inghilterra si siede sul wc, e nemmeno lei caga violette!”.

Mi mancano molto le sue massime.

STORIA DUE

La settimana scorsa abbiamo avuto una coppia di amici a cena. Ad un certo punto, lui ci chiede se può usufruire della toilette. Il tempo trascorso tra l’andare e il tornare, ti fa capire l’entità della necessità. Quando torna, ci parla  con entusiasmo delle pagine relative al libro di psicologia trovato in bagno. Lo commentiamo e la cosa muore lì.

La serata è volata via in un batter d’occhio: li accompagniamo all’uscita e sento provenire dal bagno degli spifferi di aria fredda: entro e trovo le finestre spalancate. Aerare il locale prima di soggiornarvi. L’udur da bestia aveva colpito ancora. Ma non era una turca e ringraziando (dovendo io pulire) non c’era stato bisogno di nessuna mancia.

Ora,  se cagare è così naturale e ci accomuna tutti, perché ci vergogniamo così tanto? In fondo è un bisogno fisiologico, no? Come si spiega la paura della figura (di merda)  fuori dalle mura domestiche? Perché, come direbbe Del Piero, fare plin plin non ci crea lo stesso timore? Semplice. I bisogni solidi lasciano la scia del nostro passaggio e potremmo essere ricordati più per quello che per altro. Se lasciassimo qualche goccia di Chanel nr 5 forse saremmo meno imbarazzati. Invece no, il tanfo che riusciamo ad emanare, grandi e piccini (soprattutto) è letale.

Come diceva zio Giulio, questa produzione corporea è ciò che ci accomuna tutti, teste coronate e non. Regina Elisabetta compresa. L’unica differenza è che, in questo caso, lei non ha l’udur. Lei ha lo smell.

THE END

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L’ago della bilancia

È tempo di feste. Il Natale, con la Pasqua, porta sempre qualcosa in più nella vita delle persone: i chili! Io, non so voi, ma la mia personale lotta con l’ago della bilancia la faccio risalire a tempi immemori, probabilmente già dalla pancia di mia mamma. Lei che è sempre stata magrissima, quando è rimasta incinta, ha messo su 25 chili. Va bene che poteva essere sottopeso e quindi aver aggiunto quei 5 chiletti in più, ma gli altri 20?? Portava forse in grembo una che il cibo non l’avrebbe mai schifato nel corso degli anni? Sí, è così.

Ci sono persone che se mangiano più del dovuto o sgarrano, mettono su subito qualche etto, altre che possono scrofanarsi tutto e non prendere un grammo. Ovviamente io appartengo alla prima categoria. Poi, mio marito, che me ne dice continuamente, afferma che la mia conformazione è così, i “neri han tutti le ossa più grosse e quindi più pesanti”. Mah. Io non sono di questo avviso. Con lui  è uno scontro continuo a causa del fisico e del peso. Non mi era bastata mia mamma, durante l’adolescenza, no, pure il marito. Ah, benedetti Arieti.

Il problema è che sono golosissima: toglietemi tutto, ma non i dolci. Soprattutto il cioccolato. La Nutella, poi…propongo un Sig. Michele Ferrero santo subito: lei sarà il mio idolo per tutta la vita, mi creda. A casa la Nutella la comprava papà, goloso quanto me. Solito DNA. Poi, sapendo che mi piaceva, ha iniziato anche mamma. Purtroppo non sono mai stata in grado di dosarmi. Se aprivo un bicchiere o un barattolo, ero capace di finirlo tutto in quel momento. A cucchiaiate, coi grissini, coi TUC (l’accoppiata dolce/salato fantastica), a volte anche con qualche biscotto, fagocitavo questa magnifica crema come un pac-man. Il problema, allora, diventava negare di averla mangiata e quindi dimostrare che il barattolo non era finito. Non c’era via di scampo: eravamo tre in casa, tra cui mio padre, che di certo non se la mangiava in un giorno, mia madre che non ha mai toccato i dolci fino a quando non li ha scoperti con il primo problema di cuore, dieci anni dopo. Probabilmente si sarà detta che era meglio godersi le dolcezze della vita che le amarezze. Perciò l’unica indiziata non potevo che essere io. Ma come nascondere la pietra dello scandalo? Semplice: ricoprire dall’interno le pareti del vasetto con la Nutella che avanzava, facendolo sembrare sempre pieno. Che astuzia. C’avete mai pensato? In questo modo, passavano anche dei giorni e nessuno se ne accorgeva.  Per un po’ mi è andata bene. Quando mia madre mi scoprì, chiaramente oltre alla Nutella, finì tutto, anche l’acquisto. La crema di nocciole più famosa d’Italia divenne un premio da meritare in grandi, grandissime occasioni. Cioè MAI.

Mia madre ce l’aveva col fisico. Lei, che aveva sfilato per la moglie del presidente Mobutu, non poteva concepire una figlia “cosciona”, almeno a 14 anni. E così via: “Co’ stai attenta qui, Co’ stai attenta lì, Co’ il sedere, Co’ vuoi diventare come le mamà in Africa…”…e quindi, sono cresciuta con sta cantilena e col complesso del sedere grosso. Non sono mai stata una ragazza “slim”, alla Olivia di Braccio di ferro, per dire; mi sono sempre reputata normale, ma il complesso del “culo grosso” ce l’ho ancora oggi, che non è propriamente “piccolino”. Mettevo maglioni più grandi di me pur di nasconderlo. (A riguardare alcune foto d’epoca mi viene da piangere: “In che stato ci conciavamo???!”. La moda degli anni ’80 e ’90 credo sia stata una delle più brutte in assoluto, tra spalline, pantaloni a vita alta, maglioni oversize…per carità! ).
Tornando a noi, alla fine sta lotta verso il modello proposto e propinato in televisione ( e da mia mamma) ha preso il sopravvento: ho cominciato a fare jogging, poi palestra con i vari step, aerobica, aerobox, spinning e chi più ne ha più ne metta. Solo grazie alla pallavolo e agli allenamenti sono riuscita a tenermi più o meno in forma costante per diversi anni . Ne avevo anche 15 in meno di adesso, e si sa, le calorie a vent’anni si bruciano anche stando seduti…

Quando ho smesso di giocare sono iniziate le grane. Non avendo più fatto nulla per due/tre anni, ho vissuto di rendita durante il volo. Atterrata definitivamente, i chili lievitavano come l’impasto per la pizza. Dovevo far qualcosa. Così, iniziò l’era Jane Fonda. Eh si, esercizi a casa. Grande Jane. Avevo comprato due videocassette all’Esselunga in lingua originale, quindi mi sorbivo due tranches da 45 minuti della sig.ra Fonda in inglese che diceva “squeeze when you come up” quando era ora di fare gli squat. Mi ammazzava ogni volta. Davanti alla TV come quelle americane che fanno esercizi mangiando un club sandwich, seguivo il corso e mi ritrovavo a parlarle: “Basta Jane, basta!” e lei invece andava avanti cantando incurante con le sue due collaboratrici (facendo prima gli squat, poi gli slanci laterali con le gambe): “I’m in the Army now, I’m in the Army now”. Un incubo. L’allenamento dei Marines personalizzato a casa. Delle sudate…e ogni volta che lo facevo, dicevo tra me e me: “se stavolta li perdo, giuro che non li riprendo più, basta!”.

Sì, magari. Uno yo yo continuo.

Insieme agli esercizi, ho provato anche tutte le diete possibili e immaginabili: Weight Watchers, Montignac, la dieta del minestrone, la Dukan, la Messegue. Tutte. Chiedetemi e vi saprò raccontare la storia di ognuna di queste.

Sono passati più di dieci anni da allora, nel mentre ho anche partorito un anno e mezzo fa. Ho poco da prendere in giro mia madre: di chili, io ne ho messi su venti. Credo. Ad un certo punto mi sono rifiutata di salire sulla bilancia. Anche dalla ginecologa trovavo scuse del tipo “ho fatto colazione, al mattino quando mi alzo peso meno”, risposta della dottoressa: “una colazione da un chilo??”. Forse anche mia figlia farà parte della categoria “mangio e ingrasso”, o forse no. Glielo auguro.

Quella è stata la lotta più dura, ma ce l’ho fatta. E senza Dukan nè altro, se non costanza, volontà e continua attività fisica. Allattavo, mi alzavo ogni mattina alle 6 e facevo dai 20 ai 60 minuti di cyclette a seconda di quanto tempo riusciva a dormire la piccola. L’obiettivo era perderli. Avevo consultato una nutrizionista per gli ultimi quattro chili che faticavo a buttar giù perché avevo capito che dovevo avere un metodo. La dieta non è sacrificio, non è togliersi chissà cosa per un periodo di tempo. È uno stile di vita, è saper mangiare bene, nutrirsi quando è necessario, concedendosi il giusto piacere. Quando si capisce questo, vuol dire che si sta già intraprendendo il cammino giusto.

Ebbene, buttai giù tutti quei chili.

Per un po’ , è andata bene. Oltre al peso acquisito durante la gravidanza, ne persi ancora altro ( ma per quello devo ringraziare la vivacità di mia figlia…).

Quest’estate mi sono risposata ed ero esattamente come avrei voluto essere. Giusto il tempo di un’estate e della prova costume che non ho indossato, visto l’autunno piovoso anticipato a luglio ed agosto. Ho già ripreso tre chili che non vogliono andare via. Si sono attaccati alla mia pancia e ai fianchi. E non oso immaginare come sarà dopo Natale. Il jeans che non si chiude più, la prova allo specchio, la prova costume…uno stress che continua da 25 anni…

E’ inutile, io questa lotta non la vincerò mai, ma sapete cosa vi dico? L’importante è stare bene con se stessi, chilo più, chilo meno, perciò chissenefrega: W la Nutella e buone feste!

😉

 

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Una campionessa mancata

Gli  sport mi sono sempre piaciuti, soprattutto quelli di squadra. Come in tutto il mondo, nel mio paesello di tremila anime ovviamente non manca il campo da calcio, sport che regna sovrano ovunque, come la coca-cola: lo trovi anche nel villaggio più sperduto in Africa. Probabilmente perché una palla si può fare con qualunque cosa, e il gesto di calciare viene naturale a chiunque. Fatto sta che se uno volesse giocare seriamente, anche senza emergere, una possibilità con questo sport la può trovare sempre. Con tutti gli altri, invece, un po’ meno. Io, se ho iniziato ad appassionarmi alla pallavolo, devo ringraziare i cartoni giapponesi della mia infanzia: Mimì Ayuara prima e Mila Azuki poi. Mimì è stato il mio esempio per tutti gli anni delle elementari: volevo diventare come lei. Chi come me la conosce, sa che si allenava con le catene per rafforzare i polsi: ebbene, io la imitai. Presi la catena che chiude il cancello di casa dei miei per allenarmi in ricezione, usando sia delle palle appallottolate di carta sia plastica, per poi colpirle contro il muro di casa. Negli anni a venire sono sempre stata scarsa in ricezione, ringrazio l’avvento del ruolo del libero che mi ha salvata tante volte, ma mi sa che quegli allenamenti con Mimì sono stati inutili, anche se in cuor mio ero davvero convinta che sarei diventata come lei!

Ho sempre voluto giocare in una squadra, ma non sapevo dove andare.

La mia prima squadra fu quella scolastica alle medie: dovendo partecipare al torneo interscolastico abbiamo avuto il coraggio di affrontarlo e lì c’è stato il mio esordio come ala. Di tacchino. Scoordinata e fuori tempo. Ricordo ancora chiaramente il mio salto nel vuoto: mi è stata alzata una palla e sono saltata un’ora prima colpendo il vuoto. Memorabile. Una figura di merda epocale. Ci sono voluti anni per dimenticarlo, ma la colpa non era mia: nessuno mi aveva mai spiegato come si facesse a schiacciare, tanto meno fare l’ala. Naturalmente, il capro espiatorio non poteva che essere l’allenatore, ossia la nostra prof. di educazione fisica.

Dimenticata l’esperienza alle medie, mi rifeci al liceo. Una mia compagna giocava seriamente ed era veramente brava, così nelle ore di educazione fisica, se capitava di giocare a volley, cercavo di apprendere il più possibile da lei. Ma quel tocco, quella leggerezza nel palleggiare, nonostante gli anni successivi di allenamento, non sono mai riuscita ad averlo. I fondamentali s’imparano da bambini, se ti viene data un’impostazione corretta, ti rimane per tutta la vita. Purtroppo io sono arrivata tardi. Ad ogni modo, grazie alla mia compagna di banco sono riuscita ad entrare nella squadra del suo paese, in un campionato CSI, senza lode e senza infamia, ma almeno ho iniziato a fare pratica e concepire la pallavolo seriamente. Avendo questo problema coi fondamentali, ero totalmente inaffidabile. Quindi la giusta conseguenza non poteva che essere una: panchina! Ragazzi, il ruolo in panca per quanto ti dicano tutti gli allenatori che sia fondamentale per l’incitamento della squadra e tu venga considerato come la “soluzione” ai problemi, è mortificante. Ho iniziato a capire Del Piero quando non lo facevano giocare. E pare che ancora adesso che gioca in India, la solfa non sia cambiata. L’unica cosa che ci differenzia è che lui era un campione ed io no. Capitava sempre che invitavi i tuoi a vederti giocare, anche solo un set, e tu te ne stavi seduta in tuta a gridare “dai ragazze”. Ma dai sto cavolo! “Mister fammi entrare”, vorresti dire. E chi se ne frega se non ricevi bene, o se palleggi maluccio: entrare in campo significa avere la fiducia del tuo capo, poter dimostrare chi sei e capire soprattutto i tuoi limiti. Se non hai doti. Non ero cosi scarsa, avevo solo bisogno di qualcuno che credesse in me e mi facesse fare un allenamento diverso per recuperare il gap degli anni infantili. Mimì e le catene purtroppo non erano bastate. Atleticamente correvo e avevo una buona elevazione. Il resto, per carità. Diciamo che più che Mimì, ero più simile a Mila. O meglio, ci speravo anche sta volta.

Sono andata avanti così per tre anni, finché non mi ha contattata una mia amica, nonché ex compagna di quella squadra delle medie, Samantha.

“Co’,vieni a giocare con me a Gattinara, la squadra è bella e seria, dai che ci divertiamo”.  Proviamo. Essendo anche più vicina a casa, andai. Nel mentre avevo preso la patente, quindi chiedere a mia mamma di portarmi agli allenamenti non era più una tortura. L’allenatore sembrava poterci credere, ma di nuovo,  l’incubo panca tornò a farsi vivo. Non c’era tempo, il mister voleva vincere, la squadra delle veterane pure. Non bastava essere la “nera” della squadra, che, scambiata per l’acquisto straniero,  è sempre forte. Nen mi (non io).

Dopo un campionato di prima divisione in panchina ( e in sordina) finalmente, arrivò chi credette in me. Un nuovo allenatore che creò con il capitano della mia nuova squadra un nuovo gruppo. Mi ricordo ancora adesso tutti gli allenamenti specifici che mi aveva fatto fare. Ricezione e palleggio, in primis. In più, da ala, passai al ruolo di centrale. Una buonissima elevazione. Iniziai sì in panchina, ma impegnandomi con costanza e migliorando, finalmente, riuscii a guadagnarmi il mio posto in squadra. Prima un set, poi due, poi quanti ne servivano. In un anno, abbiamo vinto tutte le partite in prima divisione. Ci siamo guadagnate la serie D. Io ero migliorata davvero, e c’era una grande passione che mi spingeva. Anche quando vacillava, le mie compagne e il mister mi risollevavano. Questo è stato il concetto di squadra che mi ha accompagnata sempre.

Quando finalmente potevo avere la possibilità di emergere, dopo tre anni, volai via. La vita da hostess mi stava aspettando. Mi dispiacque moltissimo.

In cuor mio sono convinta che sarei potuta diventare qualcuno. Lasciatemi quell’illusione. Una campionessa mancata. L’importante è crederci.

 

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