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Donne

In italiano, nasciamo tutte signore. Almeno etimologicamente parlando. La parola donna infatti deriva, per assimilazione consonantica, dal latino dŏmna, forma sincopata del latino classico domĭna, e significa appunto “signora” ( è vero che è scritto su Wikipedia, ma ho avuto, nel primo biennio del liceo, una professoressa di latino che per quanto fosse “feroce” e indimenticabile, mi ha dato delle basi così solide della lingua, che ricordo ancora a distanza di vent’anni). Poi che lo siamo veramente, è un altro paio di maniche.

In francese, invece, ci chiamano romanticamente femmes…per loro, indipendentemente da COME siamo, saremo sempre geneticamente femmine, con quell’accezione un po’ sensuale che la lingua si porta dietro. Que dire…magnifique!

Per i nostri cugini spagnoli siamo mujeres,  come per i portoghesi mulheres…  sembra quasi che non esistano le singles nella semantica di queste lingue, deriviamo dalla parola moglie…di chi non si sa, ma linguisticamente possiamo pensare di esserlo. Magari con Banderas, toh che si è separato dopo dieci anni dalla Melanie e si è scoperto essere il migliore amico di Rosita ( la gallina). Inzupposo.

Gli inglesi, grandi semplificatori, ci ricordano che deriviamo dall’uomo (sarà vero?) con woman, mentre i tedeschi, che potevano sembrare i più “cattivi”, ci chiamano Frauen (plurare di Frau che tradotto significa signora). Non paragoniamoci alla Rottermaier che era signorina, Fraulein.

La nostra forza è quindi molteplice: siamo una ma siamo tante, diverse, distinte con caratteristiche comuni che cerchiamo di definire con il nostro carattere. Amiche, nemiche con pregi e difetti, a volte sappiamo essere solidali come Madre Teresa, altre invece invidiose come la Regina Cattiva di Biancaneve. Se solo fossimo capaci di amarci per quello che siamo, per come siamo e per quello che facciamo. L’invidia è davvero tutta femminile. Le peggiori pugnalate, soprattutto sul lavoro, le ho prese da donne.

Oggi è l’8 marzo. Universalmente veniamo festeggiate. Sembriamo unite e solidali in questo giorno, ma io vorrei che lo fossimo sempre. Parliamo sempre di quanto facciamo, di ciò che rappresentiamo e di cosa significa essere Donna. Bene, allora dimostriamolo. E non andando una sera all’anno a festeggiare, ma dandoci la mano, tutti i giorni, sempre. Non si può andare d’accordo con tutti, certamente, ma non facciamoci del male, con parole taglienti o con gesti plateali. Accettiamo i nostri limiti, facendo risaltare le nostri doti, i nostri piccoli talenti. Perché ognuna di noi ne detiene almeno uno. Può essere difficile capire quale sia, per questo invidiamo chi sembra averlo trovato.

Oggi è l’8 marzo: guardiamoci dentro e rispettiamoci. Solo così diventeremo donne, o dominae. Ah sì, Signore.

 

 

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Cicatrici

E’ da diversi giorni che ho in testa questo post. Il titolo mi è venuto in mente, guarda caso, proprio guardando una cicatrice che ho sul ginocchio destro.

Avevo 14 o 15 anni,una sera d’estate rientravo a casa in bici con la mia amica Laura.

Laura abitava a meno di un chilometro da casa mia, ero andata a trovarla e poi (forse, perchè i ricordi sono un po’ fumosi) avevamo deciso di tornare da me. Casa mia si trova all’inizio di una salita che porta a S.Eusebio, una frazione costituita da una sola via colma di case costruite in stile liberty, dagli anni ’30 in avanti. S.Eusebio, è chiamata la Roasio degli Africani, per il fatto che la maggior parte dei suoi abitanti è emigrata in Africa per lavoro. Dunque, tornando a casa, la salita era diventata una discesa. Non so voi, ma io non sono mai stata un’amante dell’avventura o una sprezzante del pericolo, perciò stringevo i freni della bici per limitare la velocità e non rischiare, anche per questo mi sono sempre definita una persona abbastanza prudente. Purtroppo non avevo considerato quella maledetta ghiaietta che ricopriva l’ingresso del cancello: svoltando a sinistra, ho frenato “dolcemente”, ma l’attrito con i sassolini ha fatto si che la ruota davanti sbandasse facendoci atterrare sulle ginocchia scoperte dai pantaloncini corti. Mi sono impiantata un sasso appuntito che mi ha inciso uno sbrego di 4×2 cm. In alcuni punti del nostro corpo il sangue sgorga come una fontana: la ferita bruciava, ma stoicamente dissi a mia madre “non è successo niente, sono caduta in bici qui davanti”. Mia madre poi non era una donna ansiosa, perciò dopo avermi urlato dietro con il suo fare sempre molto dolce, mi medicò la ferita e mi mise un cerotto. Oggi forse per un taglietto del genere bisognerebbe andare al pronto soccorso e farsi mettere dei punti perchè non sia troppo evidente la cicatrice, ma sinceramente allora non si era nemmeno palesato il pensiero.

Dopo vent’anni mi cade l’occhio su questo ginocchio e mi scappa un sorriso: un ricordo indelebile, da tutti i punti di vista, di una sera qualunque d’estate, di un tempo passato che porto nel cuore, di quella spensieratezza dei giorni da adolescente, coi suoi piccoli problemi quotidiani che di fronte a quelli “maturi” erano nulla.

Quanto è giusto cancellare i segni che ci procuriamo sulla nostra pelle? Gli anni passano per tutti, i segni del tempo lasciano tracce indelebili insieme a quelle fisiche che ci siamo procurati, volenti o nolenti. Penso alle cicatrici delle operazioni di mia madre, a quella piccola bruciatura da sigaretta che ho sul polso destro, all’ustione provocata dall’incidente in Cambogia, e mi chiedo: “se dovessi scegliere tra cancellarli e tenerli, cosa farei?”. Istintivamente e romanticamente risponderei che li terrei, ma pensandoci bene, a livello estetico, quella bruciatura che ho all’altezza del collo del piede la farei sparire: mi è stata provocata in maniera dolorosa, ho rischiato la pelle, e ogni volta che ci penso mi sento una stupida per non essere stata in grado di attraversare una strada. Tutto il resto invece lo manterrei così com’è.

Non ho nulla contro la chirurgia estetica, anzi, al contrario penso che se qualcuno non si sente a suo agio con qualche parte del suo corpo, ben venga che cerchi di migliorarla, chiaramente nei limiti del buongusto, che spesso viene a mancare. Non sono d’accordo sulla trasformazione o sul cambiamento radicale che certe operazioni provocano, e ancor di più non capisco l’ossessione al non voler invecchiare. E’ una condizione naturale, perchè andare contro di essa? Ci sono tanti modi per mantenersi spiritualmente e fisicamente “giovani”, senza dover ricorrere alla chirurgia, si tratta sempre di  una questione di forza di volontà.

Penso che i segni del tempo, le rughe, le cicatrici facciano parte della nostra vita, la difficoltà sta nell’accettarli. Se riusciamo a farlo, possiamo essere fieri di noi stessi, perchè significa che non abbiamo paura di vivere e di affrontare il futuro. Cancellare le tracce del nostro passato significa anche rinnegare una parte di noi,o no?

Da bambina ero affascinata dalla lettura degli anelli degli alberi abbattuti. Il fatto di poter “vedere” e contare quei cerchi dai ceppi mi faceva immaginare la storia di ciascun albero e, non so bene il motivo, ma ne sono sempre rimasta incantata: forse perchè rappresentavano la prova della Vita dell’albero stesso nella perfezione della Natura.

I nostri segni sono i nostri anelli, per quanto possano infastidirci ci rappresentano: cerchiamo di rispettarli e forse, così facendo, impareremo anche ad amarli.

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Il colpo di genio

– Cos’è il Genio?
– È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione.

Chi di voi ha visto il film “Amici miei” di Mario Monicelli, saprà sicuramente identificare questa citazione che coincide con uno di quei momenti cult, indimenticabili di un film d’eccellenza. Se non l’avete visto, beh, fatelo, ne vale la pena.

Una sera ricevo un messaggio su whatsapp ( ormai gli sms paiono estinti): lo apro e vedo un file audio che mi ha inviato un collega. Distrattamente lo lascio scaricare velocemente appoggiando il cellulare sul tavolo in cucina e mi accingo a preparare la cena. Mentre studio cosa fare velocemente ( in cucina il colpo di genio non viene mai, soprattutto dopo una giornata lavorativa intensa), sento una voce femminile, di quelle con toni commerciali, da call center, che dice: “Buongiorno chiamo da Sky Italia posso parlare con Rossi Cinzia?” ( Ho cambiato il nome originale per una questione di privacy). La risposta è glaciale, “Sì, sono io”.

Cosa c’è di strano nel rispondere affermativamente di essere la persona interessata? Nulla, in effetti. A meno che, la voce di Rossi Cinzia non sia propriamente la sua, ma quella di un uomo dai toni assai profondi, ovvero, il suo compagno, alias il mio collega. La dolce signorina di Sky Italia rimane un attimo perplessa e fa subito trasparire il suo accento sardo: “Ehm, in chessenso, è il marito?”. “No, sono io, Rossi Cinzia”, la pietrifica definitivamente. Dopo una manciata di secondi di silenzio, la simpatica operatrice call center riattacca il telefono. E non chiama più.

Ora, a descriverlo perde un po’ di smalto, ma vi assicuro che a sentirlo vocalmente non si può non rimanerci male. E ridere. La domanda nasce spontanea: ma come ha fatto a venirgli in mente di fare così? Da quell’episodio pare non aver più ricevuto chiamate da Sky Italia. Un modo veloce per troncare l’ossessività della pubblicità telefonica. Il mio collega mi ha inoltre raccontato che un’altra tecnica che usa è quella di passare le telefonate “inutili” a chi si occupa in casa di certe questioni: il figlio piccolo di 4 anni. Gli operatori, ritrovandosi dall’altra parte della cornetta la voce puerile del “padrone di casa”, concludono frettolosamente la telefonata, o riattaccando, o salutando allibiti. Geniale.

Ho sempre ammirato chi in un batter d’occhio trovasse soluzioni senza alcuna difficoltà, fantasiose, e divertenti. Nel raccontare questo aneddoto mi è venuto in mente il film di Monicelli, che per anni non è stato più trasmesso, finchè il mio caro Fabri non l’ha tirato fuori dal cilindro facendomelo riscoprire con quelle sane risate apparentemente dimenticate, sopite nei meandri del cervello dove stanno accatastati i ricordi d’infanzia e le nostalgie. Ed è proprio parlando di questo tema, che mio marito aggiunge un altro episodio al colpo di genio.

Un suo amico, anni prima, ai tempi dell’università, era solito prendere un treno a due vagoni che compiva un tragitto breve in mezzo alle risaie del Vercellese.Il brillante studentello, che allora aveva una ventina di anni,  si ritrovava ogni mattina stipato in una carrozza colma di lavoratori e suoi simili, roba da non riuscire a muoversi. Una di queste mattine si sente male. Il suo mal di pancia annuncia “silenziosamente” la sua necessità corporea. Quel silenzio però inizia a farsi soffocante e lui, stoicamente in piedi, in mezzo ad altra gente, compie un gesto plateale. In piena estate, in un vagone senza aria condizionata con un solo ed unico finestrino aperto, si avvicina allo stesso dicendo: “Ma basta con questi agricoltori che mettono il concime nei campi, hanno rotto le palle, non si respira più!”, e chiude il finestrino. Penso che voi tutti abbiate presente l’olezzo e il potere di quel gas silenzioso scatenato dalle fitte allo stomaco, comunemente ed erroneamente chiamate “fitte da mal di pancia”. Ecco. Si ritrovavano tutti immersi (o sommersi), coi finestrini chiusi. In questo caso, non saprei dire se è geniale o bestiale, ma sicuramente fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione non mancano.

Tra i due racconti avrei preferito essere l’ingenua vittima del compagno di Cinzia Rossi. Almeno in quel caso, il “silenzio” era giustificato.

Qui il video di 3 minuti sul colpo di genio in Amici miei:

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Ricomincio dall’influenza.

Mi sembra di rivivere il giorno della Marmotta: avete presente quel film, Ricomincio da Capo, con Bill Murray, che si trova a rialzarsi ogni mattina rivivendo lo stesso giorno? Ecco.

Da diversi giorni, mi siedo davanti al computer per scrivere un post, visto che sono passate settimane dall’ultimo, ma non riesco a scrivere. Ho le idee in testa, so di cosa voglio parlare, so cosa voglio fare, ma sono bloccata. Avrò sparato tutte le cartucce? Ma no, una logorroica come me non può non aver più nulla da dire. Il problema pare essere la mia testa pesante, che non riesce a mettere insieme frasi di senso compiuto con una sintassi corretta. Inizio a scrivere e cancello subito dopo. Parto con una frase che mi piace, ma non appena la vedo, nero su bianco, la elimino. E così via. Dicono che tutti gli artisti prima o poi subiscono una battuta d’arresto. Io non sono un’artista. Il mio problema è un altro.

Voglio imputare questo mio apparente deficit linguistico/creativo all’influenza intestinale che mi sta attanagliando da diversi giorni, non permettendomi pertanto di essere lucida abbastanza da scrivere qualcosa di valido. O anche solo di stupido che faccia sorridere chi mi legge. Non vi farò di certo la cronaca delle mie mattine nè di quelle successive, ci mancherebbe, il post su tutto ciò che ci accomuna l’ho già fatto. Però è devastante. Stiamo parlando di un semplice virus che attacca lo stomaco, non di una malattia grave, eppure…Mi sento quasi un uomo:

...sto morendo, non riesco ad alzarmi, ho le gambe e le ossa rotte, non riesco a mangiare, non riesco a bere che vado in bagno, ho bisogno di una coperta in più che scaldi la pancia, vorrei vedere te al mio posto, non sai quanto sto male, sono completamente disidratata, è durissima…

Non so voi, ma l’ultima volta che in casa ci ha fatto visita un virus ( comunemente chiamato “virus vomito” -VV per gli amici ) era novembre e mio marito, in quell’occasione, ha pronunciato la fatidica frase: “pensavo di morire, se capitava ad un anziano tirava le cuoia”. Abbandonato in bagno, appoggiato al termosifone, non ha mai patito una sofferenza del genere, diceva. Riusciva a malapena stare in piedi e il VV l’ha accompagnato per una settimana. Poverino, Lui l’aveva presa secca.

Una settimana da Dio. In tutti i sensi.

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Fama e notorietà.

Una sera di tanti anni fa, in vacanza in Liguria, incontrai Irene Grandi.

Non potrò mai dimenticarmi quel momento: in attesa di una coppia di amici ( quello de Profumo di un’amicizia, nda) passeggiavamo sul lungo mare di Finale, finchè, giunti ad una piazzetta la vediamo scendere da una Mercedes blu con il suo chitarrista di fiducia. La seguivo fin dai suoi esordi a Sanremo nelle nuove proposte e mi è sempre piaciuta, sia per la sua voce e le sue canzoni,  che hanno accompagnato molti momenti divertenti della mia adolescenza ( “Bum Bum” sarà sempre associata alla mia prima gita sulla neve al liceo), sia come persona. Ci avviciniamo con calma per appurare che fosse realmente lei, attorno non c’era praticamente nessuno e non appena ci troviamo ad una distanza consona io chiedo a lui, il suo chitarrista: “E’ Irene Grandi?”. Quasi impaurito mi fa cenno di no con la testa e lei mi guarda dritto negli occhi,senza un minimo interesse, senza un sorriso e ancor peggio senza nemmeno salutare. Praticamente irriconoscibile, forse per la stanchezza del viaggio, o non so che altro, se ne va voltandomi le spalle e lasciandomi lì, immobile come un baccalà.

Inutile dire che ci rimasi male. Avevo davanti a me una cantante che ammiravo e che seguivo da anni, magari non era la mia preferita, ma sicuramente era una di quelle per la quale avevo investito anche dei soldi per acquistarne i cd…Da allora, non ne ho mai più comprato uno. E non vale il discorso “sarà stata scazzata, stanca o altro”, no. Io mi sono avvicinata in punta di piedi, quasi con timore, e mi sarebbe bastata una stretta di mano nel dirle quanto l’ammiravo e quanto era brava.

Forse sarò stata esagerata, ma la delusione e l’amarezza per quel gesto e per quel comportamento mi hanno lasciato un segno per anni: ogni volta che mi si presentava l’occasione di conoscere o fare amicizia con qualcuno di noto, ho sempre avuto timore di dargli fastidio. Quando volavo, o quando ero in hotel le occasioni di incontrare i vips di casa nostra si sono sprecate, con alcuni ho scambiato due parole, con altri sono anche diventata amica, ma non ho mai, ripeto mai, chiesto nulla; sono sempre rimasta sulle mie, mai una foto, mai un autografo. Inconsciamente non volevo più sentirmi fessa come in quella piazzetta di Finale, e volontariamente capivo che questi personaggi erano già stressati e pressati da uno stuolo di fans incalliti e impazziti che avrebbero fatto di tutto pur di stare con loro e avere un attimo di notorietà. Quando ho incontrato Jordi Coll nella hall degli studi di Verissimo, mi sono avvicinata perchè sapevo che lui era a conoscenza di chi fossi, che avevo curato il suo blog e che gli stavo facendo un po’ di promozione gratuita ( per pura passione e senza alcun interesse). E’ stato in qualche modo più semplice chiedergli alcune cose, come scattare una foto insieme o un selfie e, in seguito, a Valencia, gli autografi per le fans che me l’avevano richiesto ( anche lì però non l’ho fatto per tutte perchè non volevo rompergli le scatole…)

Fama e notorietà. Due punti d’arrivo che possono, a volte, suscitare manie di grandezza e onnipotenza. E queste ultime capitano il più delle volte a chi l’ha ricevuta per caso, a chi non ha sudato sette camicie per conquistarla, ma si è trovato buttato lì per un incomprensibile caso della vita: perchè chi ha sudato, il più delle volte conosce l’umiltà e sa a chi dover dire grazie.

E’ il rovescio della medaglia: metti in piazza il tuo talento, presunto o vero, ma in cambio ti viene richiesta la tua vita privata. Non sei più libero di fare esattamente ciò che facevi prima senza che un paparazzo o chi per lui ti fotografi, ti fermi per strada e chiunque ti riconosca ti chiama come se foste amici da una vita. Non ci sono più livelli e tu, persona nota, non puoi esimerti dal comportarti bene, perchè sì che hai talento, ma ti è stato riconosciuto dal seguito che hai avuto; e sono proprio loro, quelli che ti stressano e che arrivano a romperti le scatole che ti innalzano, ma che allo stesso tempo ti possono massacrare e far cadere giù dal palco. Ricordatelo.

Se ti viene dato rispetto, rispondi con esso, se ti viene data una mano stringila, se ti sputano addosso, voltati dall’altro lato, ma non rispondere a tutti allo stesso modo e soprattutto, con indifferenza. Essere famosi è un po’ come essere dei venditori: non ti puoi permettere di essere completamente te stesso perchè vendi la tua immagine e devi trattenerti dal mandare a quel paese potenziali clienti. E’ una dura realtà, mi spiace, ma c’è sempre chi sta peggio di te, no?

L’ho scritto non tanto tempo fa, bisogna essere gentili sempre, e non è una frase di rito, è la verità.

La fama e la notorietà dovrebbero viaggiare sullo stesso binario dell’educazione e dell’umanità. A volte però le prime due viaggiano per conto proprio: basta un episodio per farti cambiare idea su qualcuno.Quella sera in Liguria, non c’è stata nè gentilezza, nè educazione nè umanità. Solo indifferenza. E questo non lo scorderò mai.

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Giovedì grasso

Oggi è il giorno di massimo festeggiamento del Carnevale, quando ogni scherzo vale.

Io poco li sopporto. Non li ho mai tollerati gli scherzi di carnevale, e forse è per questo che non ho un bel ricordo di questo periodo. Dover divertirsi per forza, mettersi in maschera e fingere di essere qualcuno che non si è, un eroe, una principessa o il personaggio del momento mi ha sempre messo un po’ di tristezza.

“Che infanzia hai avuto Corinne per non amare il Carnevale?” Assolutamente normale. Anzi, se devo dirla tutta, probabilmente a scuola mi divertivo anche ( solo con il lancio dei coriandoli e delle stelle filanti eh), ma il ricordo che ho è più malinconico, di una festa che non fa parte del mio DNA. Per i bambini è sicuramente un momento goliardico, di festa, il mio punto di vista è quello che si è creato in adolescenza, quando, finita l’obbligatorietà sociale della scuola di vestirsi per la giornata, mi sono liberata di questo peso, e non vi ho mai più partecipato,se non da spettatrice comunque curiosa e amante della creatività, senza mai più mettermi in maschera

Ho avuto la possibilità di vivere il Carnevale di Nadal, in Brasile durante il periodo Lauda Air: ammetto che i colori, le luci, i carri, i costumi e l’allegria che si respirano lì sono imparagonabili rispetto ai nostri festeggiamenti, che sono sì belli e scenografici, ma secondo me vi manca qualcosa. In Brasile, tutti, vecchi, giovani, bambini, lo vivono per strada, è un momento di fortissima condivisione e comunione, sembra che si conoscano uno per uno, come in una grande famiglia,  e quei sorrisi che spiccano sui loro volti sono indimenticabili.

Sono stata anche a quello di Venezia e, sebbene sia tra i più antichi e famosi del mondo, non sono riuscita ad apprezzarlo come si dovrebbe. La laguna di per sè mi mette nostalgia e le maschere ( BELLISSIME) mi suscitano una sorta di paura per ciò che si nasconde sotto. E’  vero che mascherandosi, una volta, si poteva dar libero sfogo al proprio io, le classi sociali non avevano distinzioni e tutti erano “a pari livello”. Ma è pur sempre una realtà che travestendosi chiunque può commettere delle malefatte senza essere scoperto. Forse parlo così perchè non sono cresciuta in una città con una forte tradizione, come possono essere Ivrea, Viareggio o Venezia, appunto, ma la sensazione che provo è un misto tra ansia, paura e malinconia, una piccola depressione latente non manifestata. Non prendetemi per esagerata, cerco solo di spiegare come l’ho vissuta per anni.

Ora che non tocca più a me, devo vestire mia figlia. Questa mattina si è trasformata in fata turchina. Non avendo ancora due anni, non mi ha chiesto nulla ( non parla), quindi la scelta l’ho affrontata io: tra biancaneve e la fata di Pinocchio, ho scelto la seconda, ma solo per una questione pratica, avendo il primo un gonnellone con stecche e cerchio alla base, ho preferito evitare il disastro. Mio marito mi ha chiesto se c’era un costume da carrarmato che forse le si addiceva di più, vista la sua vivacità…Nell’acquistarlo, sapevo che il cappellino a punta non sarebbe stato a lei gradito: odia qualsiasi cosa tu le metta in testa; nonostante le urla della disperazione, gliel’ho infilato e lei ha smesso di piangere.

Mi ha fatto un po’ tenerezza, inconsapevole di ciò che le stavo facendo e senza la possibilità di potersi esprimere in merito.Però magari le piace, o le piacerà. Se così non fosse, sapremo che anche l’orticaria per il Carnevale è un carattere ereditario.

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Il potere delle chat

Vi siete conosciuti su Internet?

Internet= chat line, chat line= hot line.

Da quando sto con Fabri, mi capita spesso che mi facciano questa domanda, soprattutto persone già adulte che non hanno troppa voglia di pensare e che vedono il binomio “ragazza di colore giovane, uomo maturo uguale Santo Domingo,Brasile, nightclub o chat”. Anche no. Con tutto il rispetto per le dominicane, brasiliane o caraibiche in generale, io non sono ragazza d’importazione, semmai c’ha pensato mio padre ai tempi, andando però a scegliersela in loco quando questo luogo comune non era così comune e per questo una vera e propria rarità.

Da quando ho più o meno diciott’anni, succede che se sono in giro con mio padre, carpisco lo sguardo da “ilSolitovecchioConlaGiovane”  (soprattutto dalle commesse al supermercato) e per evitare malintesi trovo una scusa per chiamare “papà” a voce alta -“passami la busta che ritiro la spesa”- e improvvisamente lo sguardo cambia; in giro con zio Giulio, idem. Una volta a pranzo con dei suoi amici, lui mi ha presentato come la figlia di suo cugino, quindi sua cugina, ( per me era zio perchè più o meno coetaneo di mio padre): i tal signori non ci credevano e ho dovuto tirar fuori la carta d’identità – e meno male che avevamo lo stesso cognome- per far capire la parentela. Ma vi pare? In più a zio Giulio piaceva molto far pensare il contrario di quello che era, e giocava sull’ignoranza delle persone. Quando gli avevano chiesto chi ero lui aveva risposto: “Un vecchio caprone libidinoso come me non può che portare in giro sua cugina”. Non avevano avuto coraggio di replicare se non con un “seee”, probabilmente pensando che non capissi l’italiano. Ma perchè l’ignoranza galoppa così? Ma poi, anche se fosse stato, quale sarebbe stato il problema?…

La questione si ripete con Fabri, che non è un VCL (Vecchio Caprone Libidinoso) ma che è più grande di me: sentendomi parlare bene italiano ( lo parlo bene?), quando non viene fuori la nostra differenza d’età ( dieci anni, che tra l’altro Fabri porta benissimo <3) , viene fuori il discorso della provenienza ( io di Roasio, lui di Trino, come si è fatto a conoscersi?), e spunta subito la parola “chat”.

Ora, io non ho nulla contro le chat: il mio ex fidanzato l’avevo conosciuto su yahoo per puro caso, non era nemmeno un gruppo di incontri, ma allora, nonostante io fossi di Vercelli e lui di Cuneo, nessuno lo chiedeva; la cosa era talmente rara che entrambi facevamo fatica ad ammetterlo, visti tutti i pregiudizi su di essa.

Oggi con i social networks tante anime sole sono riuscite a trovare un compagno o una compagna, e da un lato questa cosa è anche positiva: internet non porta solo alienazione, ma da la possibilità di socializzare anche a chi non è avvezzo, nella vita reale, alla socialità, per diversi motivi quali timidezza, aspetto fisico o simili. Ed il punto è proprio questo, si trova di tutto, soprattutto finzione perchè il rischio forte e comune, è quello di incontrare dall’altra parte persone diverse da quelle che sono in realtà. Questo aspetto di Internet mi ha sempre fatto paura e continua a farmelo nonostante io ci lavori costantemente: quando conobbi il mio ex, mi spacciai per chi non ero. Non sapevo con chi stessi parlando e non volevo avesse nessun dettaglio di me: ero diventata una ragazza di Firenze che studiava giurisprudenza, stop. Lui invece, mi era sembrato onesto, ad ogni mia domanda diceva cose che potevano essere reali, raccontate con disinvoltura e immediatezza. Ma la mia è stata una sensazione, non avevo nessun elemento per poter capire che fosse realmente così, avrebbe potuto mentire anche lui. Alla fine, sono stata fortunata, non era diverso da come si era presentato e aveva detto sempre la verità.

Oggi, non lo farei più: non perchè sia andata male, no, ma perchè sono cambiati i tempi rispetto a 14 anni fa; io sono più grande e più consapevole mentre quando si è giovani si è sempre animati da uno spirito un po’ incosciente e avventuriero, oggi sto più coi piedi per terra. Forse parlo così perchè non sono sola, dovrei mettermi nei panni di chi lo è, di chi è alla ricerca di compagnia, ma credo che avrei comunque un po’ di timore. Se ne sentono così tante in giro.

Diciamoci pure la verità: i social networks più popolari (escludendo linkedin) sono nati con lo scopo di conoscere ragazze e ragazzi, questo è il punto. Alla base c’è sempre la volontà di scambiarsi qualche cosa, i più ingenui pensano all’amicizia, i più “romantici” alla dolce metà,i più “sgamati” al sesso. E’ così.

Il potere delle chat non è altro che l’assoluta esigenza dell’uomo di duplicarsi e di non stare solo.

E comunque io non ho conosciuto Fabri in chat: quando mi ha chiesto l’amicizia su facebook l’ho rifiutato.

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