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L’indiano di Dubai

Qualche anno fa, insieme a Federica, la mia testimone di nozze, e i nostri rispettivi mariti andammo a Dubai per una potenziale offerta di lavoro. Siamo stati ospiti di quello che doveva essere il nostro socio in affari, un business man indiano, che chiamerò Vic, che viveva da vent’anni a Dubai.  Non voglio soffermarmi su questioni professionali e lavorative, ma voglio parlare dell’autista di Vic: Ajin.

Indiano anche lui, un uomo di un’ età indefinita compresa tra i quaranta e cinquanta, Ajiin è stata l’ombra del suo padrone:  senza mai parlare, con lo sguardo basso e una riverenza assoluta, Ajiin non era solo l’autista di Vic, ma il suo tappetino. Non appena veniva chiamato, lui si materializzava dal nulla, come una statuina a dire “Yes Sir”, inchinandosi e stando a debita distanza dal suo supremo capo. Aveva un timore reverenziale che non vedevo da anni, o forse non avevo mai visto. Ci aveva accompagnato ovunque in quell’interminabile settimana a Dubai, sempre disponibile e sempre sull’attenti.

La fedeltà portata all’estremo prevede una totale subordinazione all’altro; il non pensare, il non fare se non il completo agire in funzione degli ordini impartiti, ti rende vittima e schiavo inconsapevole di colui che sfrutta la carità a suo vantaggio. Costui diventa così padrone della tua persona e tende ad approfittarsi di questa condizione, senza pensare all’eventuale danno che può creare la totale assenza di libertà. Credo di non aver mai visto Ajiin libero. Ma non libero di fare quello che volesse, libero mentalmente, di testa.

Notte, giorno, costantemente, il pover’uomo sembrava non avere una vita personale. Mi direte: è normale poichè prestava servizio a Vic, ed essendo pagato, svolgeva egregiamente le sue mansioni. Ma il punto non è questo. Ajiin non si comportava con un dipendente rispettoso del suo titolare, ma come un cane scodinzolante nei confronti del suo padrone. In più, Vic lo trattava con indifferenza, come se tutto fosse dovuto e non come un semplice collaboratore. Quando arrivò il nostro ultimo giorno di permanenza, dovendo portarci in piena notte alla fermata dei pullman Etihad per andare ad Abu Dhabi a prendere il volo di ritorno, Fabri gli volle dare una mancia. Sul volto di Ajiin comparve il terrore: iniziò a  scuotere la testa dicendo no, e cercò di nascondersi in macchina per evitare che lo inseguissimo per insistere. Aveva paura ad accettare il nostro piccolo compenso per la disponibilità data. Ci disse: “Il mio padrone mi compensa già bene, prendo già abbastanza”.

In quel momento, capii quanto la manipolazione del cervello umano, su menti deboli e bisognose di aiuto, potesse creare validi seguaci. Se in Africa ci si aggrappa a Dio per credere in un futuro migliore o semplicemente credere in qualcosa, i bisognosi, quando incontrano chi li salva dalla loro disperazione, vedono nel salvatore il buon Samaritano, senza a volte capire che c’è un interesse dietro. Ajiin nel suo piccolo, vedeva in Vic il suo salvatore. Se gli avesse detto di buttarsi giù dal pozzo, probabilmente non ci avrebbe nemmeno pensato e l’avrebbe fatto. Non voglio esagerare, ma una personalità come la sua non è tanto lontana dal fanatismo dei kamikaze.

Inculcare in testa idee, considerazioni di altri promettendo una giusta ricompensa è ciò che può spingere l’uomo a prostrarsi e a scegliere di divenire schiavo. E fino a quando esisteranno uomini travestiti da buoni samaritani, la servitu’ verra’ sempre scambiata con la schiavitu’.

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Vorrei la pelle nera

Ma che bel colore che hai, come hai fatto a mantenerlo anche d’inverno?

O_o

Ma il sole riesci a prenderlo? Ma ti abbronzi? Ti bruci? Ma dai, non posso crederci, ti speli!

O_o

Le faccine emoticons rendono?

So, che le ultime  quattro domande me le hanno anche poste degli amici. State tranquilli, non vi insulto. Capisco che qualcuno me lo abbia chiesto per pura ingenuità o per mancanza di conoscenza, non siamo tutti uguali e giustamente ciò che è nuovo o diverso può suscitare sorpresa, stupore e curiosità. Ma la prima…mi sono sempre domandata se chi me l’ha fatta, l’avesse fatto con l’intento di offendermi o semplicemente con ingenuità. E’ difficile dirlo quando non conosci le persone, ma il tono che utilizzano, insieme all’espressione del volto dovrebbero fartelo capire. Mi ritengo una persona positiva e voglio credere che l’intento non fosse assolutamente maligno.

Una volta, a Roma, per risparmiare con due amici, avevo prenotato su internet tre stanze in un casa privata. Il padrone di casa, quando mi vide, mi disse: “Fija mia, ma quanto ce sei stata al sole pe’ ridurte così? Ma che te sei proprio scura scura o me prenni in giro?”. Sono scura scura sì. Tra l’altro, era luglio e avevo anche preso il sole. Il signor Romano era davvero così: sbigottito. “E ma non c’hai i lineamenti alla Kunta Kinte”. Eh, no. Però avevo le treccine, poteva arrivarci. Capita.

A ripensarci, rido ancora. Non mi ero assolutamente offesa, anzi!

Devo ammettere che sono stata una ragazza fortunata: non ho mai subito nessun tipo di angheria, offesa o insulto per il colore della mia pelle. Per fortuna, oserei dire, ma nulla è scontato. Solo in prima elementare accadde che una mia compagna mi avesse detto non mi ricordo più cosa sul fatto che ero scura scura: era intervenuta subito mia madre che con il suo savoir faire da negriera le aveva detto: “tuo padre lavora in Africa? ringrazia anche i neri se ha un lavoro”. Non so se lei avesse smesso perchè aveva capito o perchè le faceva paura la faccia nera nera di mia mamma. Comunque niente di grave, siamo poi diventate amiche. Invece, conosco dei coetanei, mulatti come me, che hanno subito ogni genere e tipo di torto possibile, a detta loro, solo perchè “neri”. Ogni volta che a loro succedeva qualcosa, era perchè “i bianchi sono razzisti”. Tra l’altro, il loro padre era pure bianco. Quindi doveva essere razzista pure lui. Vivevano male ogni cosa, sempre pronti a difendersi attaccando. Ogni frase veniva mal interpretata, e si giustificavano così. Quando mi sono iscritta all’università, mi ha accompagnata mio padre. I segretari erano odiosi e insopportabili, trattavano male chiunque, sbuffavano quando gli si chiedeva qualcosa e sembrava fosse un peso dover spiegare la prassi per l’iscrizione e il piano di studi. Ricordo che mi risposero male e quando lo raccontai  a questi amici, ovviamente mi dissero: “Si sono comportati così perchè pensano che in quanto nera tu non capisca, se eri bianca non lo avrebbero fatto”. Ma non è vero!!! Quei due erano due veri e propri stronzi!

Quell’episodio mi fece capire che quei due ragazzi  si comportavano così perché loro erano razzisti e il loro atteggiamento li portava a vedere tutto nero. Io non voglio dire che il razzismo non esista, io dico che non l’ho subito, un po’ per fortuna, un po’ per l’atteggiamento con il quale mi sono sempre posta verso gli altri e non solo. Mia madre si era integrata bene in paese, non si è mai lasciata mettere i piedi in testa da nessuno e ha sempre reagito con carattere. Aveva stretto diverse amicizie con donne italiane e per assurdo ha sempre diffidato di quelle “conterranee” per una questione d’invidia. La madre di quei ragazzi invece se n’è sempre stata nel suo, vedeva del “marcio” ovunque e usciva di casa solo per necessità. I suoi figli erano cresciuti con quell’esempio, di conseguenza non riuscivano ad integrarsi.

Alla fine dipende sempre tutto da noi, da come siamo, da come ci rivolgiamo agli altri e da che visione abbiamo del mondo che ci circonda. Se qualcuno mi attacca inutilmente per questo motivo, penso sia un becero ignorante, non mi tocca, non mi tange. Penso sempre che quel poverino o quella poverina d’estate si mette in spiaggia a prendere il sole per diventare come me. E ci può riuscire, magari. Ma d’inverno gli/le toccano le lampade.

Com’è che cantava Nino Ferrer? Ah, sì…vorrei la pelle nera. Tiè.

🙂

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La gomma di George

Vi è mai capitato di aprire la porta di casa e trovarvi di fronte George Clooney? Beh, ad una ragazzina delle superiori, in provincia di Cuneo, successe veramente qualche anno fa.

Lavoravo in un albergo nella provincia Granda e una mattina arrivò un collega a raccontarmi ciò che era accaduto in una cascina non tanto distante da dove eravamo; il caro vecchio George, in moto per un giro enogastronomico per le Langhe, buca… Eh sì, capita anche a lui. Si guarda attorno e non vede nessuno. Nella Langa più desolata l’unico punto di ristoro (e riparazione) pare essere un cascinotto visto in lontananza. Smonta dalla sua due ruote e la spinge ( mi piace pensarlo cosi: che spinge la moto e arriva sudato e col fiatone, come in un film che si rispetti). Ovviamente nel cascinale il campanello non c’è, lavorano tutti fuori, tra l’aia, il cortile, l’orto e i campi. Il padrone di casa si vede arrivare sto pezzo d’uomo e, senza sapere chi sia (beata ignoranza) lo aiuta. What else? Lo invita anche a pranzo. E il caro dr. Ross accetta di buon grado. In fondo era in tour enogastronomico, cosa poteva capitargli meglio di un vero pranzo langarolo? La figlia dei padroni di casa. La poverina, ignara di ciò che stava accadendo, arriva a casa da scuola. Eta’, 15 anni. Apre la porta, si toglie lo zaino, va in cucina e rimane ammutolita. I genitori la guardano interdetti e la riprendono perchè non ha salutato. “Ma voi sapete chi è lui??”. “Poverino, si è bucata la gomma della moto e ci ha chiesto aiuto, abbiamo fatto che dargli da disnà (pranzo in piemontese, ndr)”, dice la madre. George sorride e le dice “Nespresso?”. Estasi.

Quando volavo mi è capitato di incontrare sulle tratte Milano-Roma/Roma-Milano ( detta in gergo “navetta”) alcuni tra i Vips di casa nostra. D’altronde facendo 4/5 tratte al giorno le probabilità diventano anche più alte. Ho sempre sperato di “portare” a bordo Brad Pitt, possibilmente senza la Jolie, ma negli USA, a parte un pit stop a Miami, non ci sono mai stata da AV ( assistente di volo).  Essendo alle prime armi e dovendo mostrarmi professionale ( in fondo volavo per la nostra compagnia di bandiera) il mio comportamento doveva essere irreprensibile, ed effettivamente devo dire che non sono mai andata oltre il “posso aiutarla?”, “dolce o salato?”, “caffè, the?”. Tranne una volta.

Natale 2005. Ho la fortuna di non volare e di trascorrere il Natale a casa coi miei. Il giorno dopo, S.Stefano, avrei dovuto fare un Milano-Roma, Roma-Milano, Milano-Catania e passare la notte a Catania. Quella notte sogno che sul primo Milano-Roma sarebbe salita Michelle Hunziker. Credo che il sogno fosse stato veicolato inconsciamente dal mio ex fidanzato che la adorava e che ogni volta mi chiedeva se l’avessi incontrata a bordo. Quel Natale, parlandone lui mi disse “se la incontri chiamami e passamela al telefono!”.

La incontrai.

Su quel volo, alle 11 del mattino, c’erano tutti i vips possibili e immaginabili. Avevano cancellato (guarda un po’) il volo delle 9 inglobandolo al mio, perciò oltre ai vips, mi sono beccata anche gli isterismi collettivi per il ritardo e il volo precedente cancellato. Oltre ai bagagli extra che non entravano nelle cappelliere. Sì, effettivamente certe cose non mi mancano. Ricordo ancora che salirono Bruno Vespa e consorte, Benedetta Parodi e Caressa coi pupi, Antonella Ruggiero, Anna Kanakis e ultima…Michelle Hunziker. Ero in piedi nell’area mediana dell’MD80 e quando mi passa davanti, oltre al classico “Buongiorno, benvenuta a bordo” , non mi trattengo e le dico “non ci posso credere, ho sognato che prendeva questo volo!”. E lei, bellissima e sorridente come appare in TV, si volta e mi dice “Davvero? dopo la prego, me lo deve raccontare!”. Ero in panne. Dovevo lavorare, ma volevo anche chiacchierare con lei, raccontarle cosa mi era successo, magari davanti ad un buon caffè ( che non era quello di bordo). Non avrei tirato fuori il libro di Luca Bianchini che stavo leggendo allora, Eros- Lo giuro, biografia accreditata del mio idolo di sempre, nonché ex marito della Hunziker. No, no quello no, anche se sarebbe potuto essere l’unico pezzo di carta su cui farmi fare l’autografo. Non era il caso in effetti. Partiamo. Io mi allaccio sullo strapuntino in coda e Michelle accompagnata da Emanuela Ferrari, sua personal manager allora, è seduta nell’ultima fila, proprio davanti a me. Prima di partire mi chiede se l’aereo è sicuro perché lei ha paura di volare e poi mi dice “si ricordi di raccontarmi il sogno!”.

Inutile dire che quel volo, durato 50 minuti, ma partito con un’ora di ritardo, è stato un delirio. Su e giù col carrello, aereo pieno, richieste a destra e sinistra. Non è stato proprio il volo ideale. Però, arrivata in coda, al momento di servire da bere racconto il sogno a Michelle. Lei sorride e mi dice, “dai, appena atterrati a Roma chiamiamo il tuo ragazzo”. Siamo atterrati 2 ore dopo l’orario previsto (tra ritardi e slot vari). La Hunziker, in quel periodo, stava recitando a teatro in “Tutti insieme appassionatamente” e doveva presentarsi di corsa lì. Non c’era tempo per nulla. La aiutai a prendere i bagagli dalle cappelliere, la ringraziai per il pensiero e lei ringraziò me, dicendomi di scriverle via mail, che se fosse riuscita, magari avremmo fatto una sorpresa al mio ex.

Le avevo poi scritto e molto gentilmente mi rispose che a causa degli impegni lavorativi e familiari non sarebbe riuscita, ma ci era vicina (per quel matrimonio mai avvenuto) e ci mandava un grosso sorriso.

Sono passati quasi 10 anni e ricordo ancora il sorriso e la gentilezza di questa ragazza, oltre allo stupore sul mio sogno. Tra tutti quelli che ho incontrato e conosciuto è stata l’unica, in quei pochi minuti in cui le nostre vite si sono incrociate, ad essere umile (ammettendo la paura di volare) e umana.

Grazie Michelle per essere stata così come sei. Ti perdono per non aver organizzato quella sorpresa al mio ex, però se vuoi adesso puoi rimediare. Mio marito fa una panissa speciale, se tu e Tomaso volete unirvi, siamo nel Monferrato. Non c’è bisogno che buchiate la gomma come George. Vi apriamo lo stesso!

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Intrepid Travel, II parte

Durante il regime dei Khmer Rossi in Cambogia dall’Aprile del 1975 al Gennaio del 1979, una precedente scuola media di Phnom Penn conosciuta come Tuol Sleng fu convertita in una prigione chiamata S-21. Più di 14.000 uomini, donne e bambini passarono attraverso i cancelli dell’ S-21 prima di essere giustiziati dai Khmer Rossi, i loro corpi ammassati a Choeung Ek nella periferia della città. Duranti i loro tre anni, otto mesi e venti giorni al potere, i Khmer Rossi dichiararono 200.000 Cambogiani nemici dello stato e li giustiziarono. Centinaia di migliaia morirono di fame, lavoro eccessivo, o malattia. Il numero totale è stimato in più di un milione. Sono stato uno dei sette carcerati dell’S-21, e sono riuscito a scappare dall’esecuzione.Anche se la tragedia della Cambogia degli anni 1970 è passata, i ricordi sono vivi nella mia mente.

Questo è l’incipit di “A Cambodian Prison Portrait: One Year in the Khmer Rouge’s S-21 Prison” , le memorie di Vann Nath, sopravvissuto al genocidio di Pol Pot.

Mettermi in contatto con lui fu praticamente impossibile. (post Intrepid Travel, I parte). Rientrata in Italia avevo fatto diverse ricerche su Internet: scrissi alla casa editrice, al museo, ad un giornalista del Phnom Penh Post. Non mi rispose nessuno. Un giorno trovai un’intervista a Vann Nath di un autore free lance. Gli scrissi e mi rispose. Mi disse che Vann Nath non parlava inglese, che il suo libro scritto in cambogiano era stato curato da un’autore inglese e  che l’unico modo per avere un’eventuale autorizzazione era di recarmi nuovamente in Cambogia. Rinunciai, ma iniziai lo stesso a tradurre il libro e ad informarmi circa la possibilità di pubblicare. Scoprii che l’importante era scrivere nel libro che nonostante le varie ricerche non si era riusciti ad avere l’autorizzazione dell’autore, ma che se ne sarebbero riconosciuti i diritti in ogni caso. Questo avrebbe evitato qualsiasi tipo di rivendicazione “vendicativa”. E così  tradussi questo libro, acquistato proprio al Tuol Sleng Genocide Museum di Phnom Penh nel 2009. Non l’ho ancora fatto pubblicare. Vann Nath è mancato nel 2011.

Prima di partire per questo viaggio mi ero documentata sulla storia della Cambogia: lessi Fantasmi di Tiziano Terzani. Il libro, fondato sui reportage di un giovane Terzani, corrispondente di guerra, spiega in modo chiaro, preciso e trasparente ciò che successe in quegli anni, attraverso i dispacci inviati ai giornali e vivendone la tragedia in prima persona. Ciò che mi ha colpita di questo libro è la manifestazione dei dubbi che iniziano ad insinuarsi nel giornalista, allora palesemente comunista e in principio dalla parte dei khmer rossi, e la sua svolta contro un’ideologia in cui fino ad allora aveva sempre sostenuto.  Da questa esperienza, Terzani si risveglia lentamente da quel sogno di rinascita, libertà e indipendenza della Cambogia. Rende partecipi i suoi lettori informandoli di ciò che sta accadendo attorno a lui e si rende sempre più conto di come un’ideologia estrema possa sfociare nel fanatismo più becero ed estremo.

Starei ore a scrivere della storia della Cambogia e di come si sia arrivati, solo 40 anni fa, ad una tragedia simile, ma non è questo il contesto. In questi giorni, riguardando alcune foto di questo viaggio, mi è tornata in mente la passione con la quale avevo seguito, letto e ricercato informazioni circa questo Paese e di come una storia così tragica abbia smosso la mia coscienza fino al punto di arrivare a pensare di tradurre un libro per “far conoscere”. Diciamo sempre che dagli errori del passato possiamo imparare per migliorare il presente ed evitare di rifarli in futuro.  Ogni volta che accade qualcosa lontano da noi, siamo ascoltatori passivi di tragedie visibili. Io mi sono sentita in dovere, nel mio piccolo, di informare, di far sì che storie di questo tipo non passino inosservate.

Avevo lasciato in un file della mia memoria la “traduzione di Vann Nath”. Sono passati 5 anni. Nel 2011, dopo 10 anni di processi, il Tribunale dell’ONU ha condannato all’ergastolo il “compagno Duch” responsabile del carcere-lager di Tuol Sleng. La corte è stata aspramente criticata per la lentezza dei procedimenti: il governo di Phnom Penh pare essere restio ad allargare le indagini ad altri sospettati (la nostra guida al museo di Tuol Sleng, raccontandoci la storia dei khmer rossi lo fece a bassa voce e ci disse che alcuni tra i gerarchi khmer di allora facevano parte del governo attuale di Phnom Penh…).  Oggi c’è in atto un altro processo contro gli ormai ottuagenari vertici khmer, accusati non per  il genocidio di circa 2 milioni di connazionali in quasi quattro anni di regime ( 1975-1979), ma “solo” per l’uccisione di 20 mila vietnamiti e di 100-500mila persone della minoranza musulmana Cham.

Quello in Indocina è stato il viaggio più formativo ed intenso che abbia mai fatto. Sono sempre stata appassionata di storie vere, di vite vissute e sia Vann Nath che Tiziano Terzani mi hanno stupita per il coraggio che hanno dimostrato nella loro vita. Il primo per un verso, il secondo per un altro.

E ora  è giusto  che li ringrazi facendo pubblicare la traduzione delle memorie di Vann Nath. Sbagliare è umano, perseverare diabolico.

Per non dimenticare.

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Come Adamo ed Eva.

Quest’estate, organizzando il mio matrimonio religioso, ho avuto modo di parlare del concetto di solitudine con il mio parroco, Don Mario. Dovete sapere che Don Mario è sempre stato un parroco di paese un po’ naif, passatemi il termine. Molto incline al senso estetico delle cose, amante delle piante, dei fiori, della musica e dell’arte, ha sempre cantato fuori dal coro. Sono cresciuta nella sua parrocchia senza essermi mai annoiata: tutti noi, ragazzi di paese abbiamo un grande rispetto per Don Mario, perché ci ha sempre capiti creando spazi e luoghi in cui  potevamo ritrovarci e godere del nostro tempo (una tavernetta adiacente la chiesa per organizzare le feste, chiamata il Noccioleto e un campo da tennis nel terreno appena sotto il Noccioleto).  Lui sapeva stare coi ragazzi, ma soprattutto sapeva riconoscerne i bisogni. Questo l’ha reso sempre un po’ diverso paragonato agli altri, e per ciò, invidiato.

Essere diversi. Avere il coraggio di andare contro corrente, di perseguire il proprio credo senza ascoltare la vox populi, che non è sempre sinonimo di Verità. Questo atteggiamento ti può portare alla solitudine, a non essere capito e per questo a essere classificato come “anomalo”. Ma Don Mario non era solo. Aveva dalla sua i risultati dei suoi sforzi nel creare collettività e nell’avvicinare i giovani alla chiesa ( cosa che oggi pare praticamente impossibile). Un po’ come Doloris Van Cartier in Sister Act. Gli anni poi passano e la vigoria e la forza della gioventù vengono meno per forza di cose. Don Mario quest’estate, alla soglia degli 80, dopo una serie di problemi di salute e aver perso l’unica compagnia che aveva in casa, sua madre, ci ha raccontato di patire moltissimo la solitudine. Sì, la solitudine. “Non siamo fatti per stare soli” si è lasciato sfuggire.

Si dice che per vivere serenamente con gli altri bisogna prima  imparare a vivere bene da soli. Ma non si dice per quanto tempo. In questa condizione possiamo ascoltare i nostri bisogni, capirli e portare avanti i nostri desideri senza doverli condividere per forza con qualcuno. Solitudine come sinonimo di libertà. Solitudine come presa di coscienza del nostro Io. Formiamo la nostra identità, il nostro carattere. Ma quanto può durare? E’ davvero una condizione avulsa dall’animo umano? Secondo Don Mario sì. Lo stesso Dio ha creato Eva da una costola di Adamo.

L’essere soli non significa solo il “non stare in coppia”, ma il non avere nessuno con cui parlare, ridere, scherzare, ma anche discutere, litigare.Essere soli significa “non condividere”. Io la vedo come una condizione temporanea. Sono figlia unica e sono stata sola per anni con il desiderio di avere un fratello o una sorella con cui giocare. Crescendo poi ho avuto la fortuna di avere amici che sono parte di me, e li posso considerare senza problemi dei fratelli e delle sorelle. Ieri mi è capitato di vedere in TV un programma in cui un uomo doveva vivere sessanta giorni su un’isola deserta da solo senza nulla. Non c’erano nemmeno i cameramen con cui scambiarsi delle battute, si auto filmava. In termini pratici, le ore di luce riusciva a viverle senza problemi, cercando di costruirsi un capanno e procacciandosi acqua e cibo. Ma quando calava la notte diceva di dover combattere contro i pensieri che gli si creavano in testa: avrebbero potuto farlo impazzire. Il fatto di non parlare con nessuno era quello che gli pesava di più, finché al quindicesimo giorno l’alta marea non gli ha fatto arrivare una palla da rugby consumata.  Un po’ come Tom Hanks in Cast Away. La solitudine porta a lungo andare alla disperazione, all’alienazione e al non saper più come interagire con gli altri. Di questo sono convinta. Infatti, ripensando ai casi disperati che ho incontrato nella mia vita (vedete il post di ieri), tutti avevano una costante fissa che li accomunava: nessuno con cui parlare. E Carlun che si auto definiva un outsider (“Miss Corinne, a Londra non ero considerato inglese perchè di origine italiana e qui non sono considerato italiano perchè ho vissuto a Londra”) non si esimeva da questo fatto.

Nel corso delle nostre vite è giusto che ci siano anche momenti di solitudine, per riprendersi noi stessi. E’ come quando scendi da un treno e ti fermi per capire dove andare, se hai preso il treno il giusto e tentare di rincorrerlo o se è meglio aspettarne un altro o addirittura andare a piedi . E’ giusto che sia tu a farlo, da solo. Ma vivere una vita da soli, beh, su questo convengo con il mio parroco, credo non sia naturale.

Negli occhi di Don Mario, insieme alla stanchezza di un uomo ( perchè prima di tutto è un essere umano) sono riuscita a scorgere sia malinconia che melanconia. Malinconia per un tempo passato e finito che rivive nella sua memoria e melanconia per la ricerca costante di un interlocutore con il quale scambiare i suoi pensieri e le sue riflessioni.

Pensateci bene, anche quando siamo soli, alla fine cerchiamo sempre qualcuno che possa ascoltarci. E alla fine soli, non lo siamo mai.

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Il profumo di un’amicizia

Anni fa (tanti ormai…) ho messo le ali. Non come Icaro ai piedi, ma in senso lato: appena laureata decisi di tentare la carriera dell’assistente di volo. Come ci arrivai fu un puro e semplice caso, come quasi tutti quelli della mia vita: con tutta franchezza, tutte le opportunità che sono riuscita a riconoscere o cogliere nella mia esistenza sono state del tutto casuali e tante volte involontarie. L’aeroporto mi ha sempre affascinato: gente di ogni Paese, vicina, lontana, profumi, odori, lingue diverse, un concentrato di culture miste che creavano un caleidoscopio di colori e suoni sempre in mutamento.

Io figlia di due continenti, il bianco e il nero,  ero già incline a questo tipo di vita da nomade e da un lato forse ne ero anche un po’ attratta come una calamita. Il mio pensiero era quello di lavorare in aeroporto come hostess da terra. Sfoglio giornali e trovo un’inserzione di una compagnia aerea che ricercava personale da terra. Prima di inviare il mio curriculum, contatto una mia amica ed ex compagna di corso per chiederle informazioni a riguardo. Lei prima di discutere la tesi si era inserita nel “campo volo”. Mi sconsiglia quella compagnia e mi indica la sua. Le affido il mio curriculum da depositare alle risorse umane e attendo. Passano alcune settimane e mi contattano. Primo colloquio selettivo: 30 persone che parlano della bellezza del lungo raggio e della fatica del corto. “Lungo raggio? Corto raggio? Ma scusate la selezione per cosa è?”  “Assistente di volo!”.  Bene. Quello fu l’inizio del mio primo percorso professionale. Un mese a terra di corso teorico e 6 mesi di corso pratico in volo. Una bellissima esperienza che ancora oggi consiglio a chiunque finisca le superiori e sappia parlare almeno l’inglese. Ringrazio ancora adesso la formazione mentale che mi ha dato Lauda Air: ordine, disciplina e rispetto della gerarchia. Il motto era “Service is our success”. Oggi, a distanza di anni, la mia forma mentis mi porta a pensare così per ogni cosa che faccio.

In questo contesto si colloca la promessa di matrimonio con il mio profumo.Cosa c’entra penserete voi. Beh, nel 2004 mi sono impegnata (e probabilmente sposata) con Narciso Rodriguez. Quegli anni sono legati a quest’essenza, e probabilmente lo saranno per sempre nella mia memoria. Quando lo acquistai,non lo si trovava da nessuna parte, era molto costoso e un po’ elitario, si trovava solo nelle profumerie di nicchia (così mi avevano risposto una volta in una nota catena di profumi)…poi è esploso in tutti i sensi ed è diventato molto più commerciale, anche se sempre poco accessibile.

Narciso mi sta accompagnando da molti anni ormai e non ho nessuna intenzione di cambiarlo. Se ti trovi bene con qualcosa perchè la devi cambiare? Il profumo rappresenta un po’ una seconda pelle: è lusinghiero sapere o pensare che quando qualcuno sente “quel profumo” si ricorda di te. Fateci caso: quante volte vi è capitato di sentire aromi, essenze, profumi che vi ricordano una determinata persona o un piatto che non avete dimenticato o semplicemente un momento della vostra vita? Il profumo insieme alla musica scandisce il tempo e il ricordo della nostra esistenza.

Mi è capitato, un paio di anni fa, di ricevere una mattina qualunque una telefonata da un caro vecchio amico che viveva in Germania. Tra qualche come stai, cosa fai, dove sei, lui mi  ferma e mi chiede “Co’, ma era Narciso Rodriguez il tuo profumo ai tempi di Savigliano? (altra storia, altro contesto…)”…”Sì, non solo allora, ancora oggi, perchè?”…E mi racconta di come fosse stato inebriato dal profumo di una hostess mentre era su un volo (ci son sempre gli aerei di mezzo…) per non mi ricordo più dove e che quel profumo a distanza di anni gli aveva ricordato quei momenti trascorsi assieme alle partite di calcetto. E non solo. La figuraccia era dietro le porte. La hostess si avvicina a lui per chiedergli la classica “dolce o salato” e  lui risponde: “Scusa, usi Narciso Rodriguez?”…

Lei lo guarda…L’italiano provolone colpisce ancora.

The morning later ha dovuto buttare un biglietto con un numero di telefono. La moglie era gelosissima.

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