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Portafortuna

Tanti anni fa ricevetti in dono un rosario di colore nero.

Sono molto legata a questo oggetto perchè era appartenuto ad una delle zie più care che io abbia mai avuto: la prima sorella di mia mamma, Angelique. Io non ho nè fratelli nè sorelle, ho trascorso le estati della mia infanzia in vacanza in Belgio. Forse non tutti sanno che la Repubblica Democratica del Congo (o ex Zaire) è stato colonizzato dai belgi (ex Congo Belga infatti) e dopo l’indipendenza i rapporti con questo Stato non si sono mai interrotti. Le classi benestanti, o coloro che potevano permetterselo, mandavano i figli a studiare a Bruxelles, perchè potessero avere un’educazione europea e consolidata. I miei cugini hanno avuto questa fortuna: dopo le superiori si trasferirono li per studiare all’università.

In Africa è d’uso comune che i fratelli maggiori si prendano cura di quelli più piccoli, un po’ per un senso di responsabilità, un po’ per aiutare la famiglia. Zia Angelique così si prese cura di mia madre, che crebbe con lei e con i suoi figli ( ne ha avuti 8). Pertanto per me, è stata più che una zia, una sorta di nonna, e chiaramente l’amore che mia madre provava per lei era sicuramente più forte rispetto a quello per gli altri fratelli. D’altronde, non è solo il “sangue” che lega, ma sono le esperienze delle vita che ci legano alle persone, indipendentemente dal fatto che siano o meno “parenti”.

Mia zia è mancata quasi vent’anni fa, ma il suo ricordo è sempre vivo dentro me. Una delle ultime volte che andai a Bruxelles, con lei ancora viva, mi regalò il suo rosario e mi disse di conservarlo con cura e di avere fede, perchè è quella che ti aiuta nei momenti di difficoltà. Sarà che è un ricordo, sarà perchè da bambini certe parole fanno più effetto, l’ho conservato con estrema cura, tanto da farlo diventare un oggetto portafortuna.

Ogni volta che mi trovavo di fronte a degli avvenimenti o situazioni importanti che avrebbero potuto cambiare il corso degli eventi della mia vita, me lo portavo dietro. Dall’esame di maturità a quelli dell’università, visite mediche, scelte di lavoro a cui tenevo: c’è sempre stato. Quando non lo portavo, per non diventarne schiava, mi dicevo che “sarebbe andata come il destino avrebbe voluto”, ma per mia scelta, mai per dimenticanza.

Gli oggetti assumono il valore che vogliamo dar loro: per me questa collanina con le perline nere e il viso della Madonna ha un valore inestimabile, affettivo e anche romantico se vogliamo.C’è stato un tempo in cui associavo ad esso anche una spilla d’oro sempre di mia zia…ma era diventata più un rafforzativo e ad un certo punto mi sono sentita “esagerata”, così l’ho lasciata da parte.

Forse è solo una questione di influenzabilità, oppure il nostro cervello ci fa vedere cose che non sono e noi creiamo concatenazioni causa effetto per giustificare l’andamento di determinati episodi. Non ne ho mai abusato, mi sono solo sentita “protetta” e non mi ha mai tradita. Se le cose non andavano, beh, la colpa o la causa, a quel punto, è sempre del destino. Probabilmente questi atteggiamenti sono ricordi ancestrali, Fabri li chiamerebbe “roba da tribù, Bantù”, io la chiamo semplicemente “scaramanzia”.

Un po’ come l’oroscopo: se non lo leggi non succede nulla, ma quando lo fai…sei facilmente suggestionabile.

Come sempre, gli devo una citazione “non credete, verificate”!

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corinne noca

Credimi.

Mamma non sono stata io. Mamma non è colpa mia.

Credimi.

I bambini dicono spesso queste frasi, anche quando sono colpevoli. La tendenza a nascondersi per paura delle conseguenze è una cosa tipicamente infantile. Le bugie, l’ho già scritto, che siano mezze verità, taciti silenzi o menzogne vere e proprie, nascondono un disagio interiore che è difficile da analizzare a freddo. Il più delle volte si vuole scappare dalla responsabilità e la strada più facile è questa. Ma cosa dire, invece, quando si viene accusati ingiustamente e non si viene creduti?

I fatti di cronaca quotidiani ci fanno riflettere su questo tema: imputati che affermano di essere innocenti, prove inquinate dai cosiddetti esperti di settore, prove inconfutabili e sentenze di concorsi in omicidio senza reali colpevoli. In tutti questi casi c’è sempre una percentuale di insicurezza: diranno la verità o no? Ognuno di noi, in base a ciò che sente, legge, ascolta o semplice sensazione, si fa la propria idea di innocenza o colpevolezza. E la maggior parte delle volte, anche quando viene dimostrata la realtà dei fatti, la nostra opinione fatica ad accettarla se contraria all’imprinting iniziale.

Ribaltiamo il concetto su di noi: vi è mai capitato di dover dimostrare di non essere colpevoli ( in senso molto più stretto) di un fatto ( che, per carità, non dev’essere un omicidio!) e non essere creduti? Di dover insistere per far valere la vostra verità perché non avete convinto il vostro interlocutore?

A me sì. Diverse volte, e credetemi, è mortificante. Lo è quando vieni accusato ingiustamente sul lavoro, prendendoti la responsabilità di un altro, quando tu non ne hai colpa, ma lo è soprattutto quando è un tuo amico a non crederti e a causa della sua idea malsana, cambia atteggiamento nei tuoi confronti e non ti considera più. E ancora peggio, pensa che tu abbia agito in quel modo in maniera premeditata. Tu fai di tutto per essere ascoltato, esponi le tue ragioni ma niente. Il tuo interlocutore rimane sulle sue e non si smuove da lì. Cosa fai? Io ad un certo punto ho buttato la spugna. Si tende a perdere la forza a sostenere la propria verità. Questo è il fatto grave.

Se si è “innocenti” non bisogna smettere di gridarlo. Ma solo se lo si è davvero. E questo lo sappiamo solo noi.

E voi, cosa ne pensate? Vi è mai successo?

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