blog, corinne noca

Donne

In italiano, nasciamo tutte signore. Almeno etimologicamente parlando. La parola donna infatti deriva, per assimilazione consonantica, dal latino dŏmna, forma sincopata del latino classico domĭna, e significa appunto “signora” ( è vero che è scritto su Wikipedia, ma ho avuto, nel primo biennio del liceo, una professoressa di latino che per quanto fosse “feroce” e indimenticabile, mi ha dato delle basi così solide della lingua, che ricordo ancora a distanza di vent’anni). Poi che lo siamo veramente, è un altro paio di maniche.

In francese, invece, ci chiamano romanticamente femmes…per loro, indipendentemente da COME siamo, saremo sempre geneticamente femmine, con quell’accezione un po’ sensuale che la lingua si porta dietro. Que dire…magnifique!

Per i nostri cugini spagnoli siamo mujeres,  come per i portoghesi mulheres…  sembra quasi che non esistano le singles nella semantica di queste lingue, deriviamo dalla parola moglie…di chi non si sa, ma linguisticamente possiamo pensare di esserlo. Magari con Banderas, toh che si è separato dopo dieci anni dalla Melanie e si è scoperto essere il migliore amico di Rosita ( la gallina). Inzupposo.

Gli inglesi, grandi semplificatori, ci ricordano che deriviamo dall’uomo (sarà vero?) con woman, mentre i tedeschi, che potevano sembrare i più “cattivi”, ci chiamano Frauen (plurare di Frau che tradotto significa signora). Non paragoniamoci alla Rottermaier che era signorina, Fraulein.

La nostra forza è quindi molteplice: siamo una ma siamo tante, diverse, distinte con caratteristiche comuni che cerchiamo di definire con il nostro carattere. Amiche, nemiche con pregi e difetti, a volte sappiamo essere solidali come Madre Teresa, altre invece invidiose come la Regina Cattiva di Biancaneve. Se solo fossimo capaci di amarci per quello che siamo, per come siamo e per quello che facciamo. L’invidia è davvero tutta femminile. Le peggiori pugnalate, soprattutto sul lavoro, le ho prese da donne.

Oggi è l’8 marzo. Universalmente veniamo festeggiate. Sembriamo unite e solidali in questo giorno, ma io vorrei che lo fossimo sempre. Parliamo sempre di quanto facciamo, di ciò che rappresentiamo e di cosa significa essere Donna. Bene, allora dimostriamolo. E non andando una sera all’anno a festeggiare, ma dandoci la mano, tutti i giorni, sempre. Non si può andare d’accordo con tutti, certamente, ma non facciamoci del male, con parole taglienti o con gesti plateali. Accettiamo i nostri limiti, facendo risaltare le nostri doti, i nostri piccoli talenti. Perché ognuna di noi ne detiene almeno uno. Può essere difficile capire quale sia, per questo invidiamo chi sembra averlo trovato.

Oggi è l’8 marzo: guardiamoci dentro e rispettiamoci. Solo così diventeremo donne, o dominae. Ah sì, Signore.

 

 

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corinne noca

La rivincita delle “normali”

Possiamo dire quello che vogliamo, ma noi donne in quanto a solidarietà e collaborazione siamo imbattibili. Sì, a tagliare la giacca e ad essere invidiose delle altre non ci batte nessuno.

È inutile trovare giustificazioni al caso, siano fatte così, non riusciamo ad esimerci dal fare comunella quando l’obiettivo è quello di ‘massacrare’ la malaugurata di turno, che guarda un po’ il caso pare essere una strafiga di proporzioni abnormi.

Se la tipa in questione è anche dotata, l’invidia si triplica, ma se il binomio bella/scema prende il sopravvento, non ce n’è per nessuno, ci mettiamo in cerchio e avanti, parte un comizio neanche dovessimo decidere le sorti dell’umanità!

In quanto donna mi dispiace dover ammetterlo, ma è così, non siamo in grado di lavorare assieme senza provare un senso irrefrenabile d’invidia, un qualcosa di inspiegabile, forse ancestrale che ci rende vittime o carnefici nei confronti delle nostre ‘simili’.

Ora, c’è chi questo sentimento pensa di non provarlo, c’è chi ce l’ha e lo nasconde, chi non vede l’ora di tirar fuori le unghie e mostrarlo e chi nemmeno si rende conto che esista. Per fortuna, oserei dire, altrimenti saremmo tutte iene.

Ho lavorato in ambienti di sole donne: mi sono ripromessa di non farlo più ( o almeno c’ho sperato), era un continuo guardarsi alle spalle, stare attenta alle parole e cercare di fare il mio senza ‘pestare i piedi’ a nessuna. E anche quando pensi di fare comunella, rischi di prenderla in quel posto perché, prima o poi, il turno della malcapitata può toccare a te. È un circolo.

Voglio però parlare di quell’invidia ridicola che affligge anche me ogni tanto per le bellissime della tv. Dai, ammettiamolo, la maggior parte ci sta sul lato B, perché ci piacciano devono aver dimostrato il loro talento in anni ( vedi Michelle Hunziker) , al contrario entrano nel calderone delle ‘inutili’.
Recentemente ho avuto modo di vedere una di queste ( non faccio nomi  per evitare ritorsioni) super vip: a me non piace molto, anzi non è mai piaciuta, però ammetto che obiettivamente sia una bella ragazza ( a detta di mio marito: “se butti via ragazze così allora non ci siamo proprio!”- saggio Fabri).  Abbiamo circa due anni e tre taglie di differenza, lei una 38, io una 44 da vent’anni…mi colpisce la sua magrezza e mi chiedo se in effetti mangia.
Ad un certo punto mi cade l’occhio sul suo ginocchio: pare un effetto ottico perché mi sembra leggermente “insaccato”, come se la pelle al di sopra di esso cedesse a ‘mo di bulldog. Mah, non avrò visto bene. Non faccio in tempo a rendermene conto che appena si siede lascia intravedere quella che è la malattia del secolo, generalmente paragonata alla buccia d’arancia, lei, la maledetta CELLULITE.
Mi scappa un sorriso. Di quelli proprio che ti soddisfano e ti fanno passare il resto della giornata allegra, dimenticandoti anche dell’ormone maledetto.

Sì, quell’invidia latente nel mio caso ha creato la rivincita delle donne normali. Mangiate donne, andate a fare zumba: sarete sempre più sode e soddisfatte, e senza il ginocchio cadente!

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Stupire.

Siamo ancora in grado di stupire?

Dopo aver scritto Tam Tam mi sono stupita di me stessa. Avevo deciso di scrivere un post sulle sensazioni create dalle radici, delle origini e di agganciarmi ad esse parlando di Africa. Avevo però il timore di non essere in grado di trasmettere con le parole ciò che provavo. Quando leggo grandi scrittori, classici e contemporanei, romanzieri, filosofi, giornalisti mi stupisco ogni volta di come siano in grado di plasmare la parola  creando immagini che che s’impregnano nella nostra mente. Quelle immagini poi possono essere simili o diverse per ciascuno di noi, ma da quell’imprinting non ci separiamo più, a meno che non venga fatto un film che confermi la nostra fantasia o che la ribalti. Nello scrivere Tam Tam mi rendevo conto di avere molte immagini da fermare e da raccontare, ma non riuscivo a racchiudere tutte le esperienze in 6 minuti di lettura. Dovevo sceglierne una e renderla l’immagine di copertina. Quando ho terminato di scrivere e ho iniziato a revisionare, correggere e rileggere mi sono accorta che mentre leggevo mi emozionavo. E mi sono stupita. Il risultato che avevo ottenuto (per me) era quello sperato. Non avevo la pretesa di replicarlo anche su chi mi avrebbe letto, ero già contenta di averlo fatto come mi ero prefissata. E mi sono ancor di più stupita dai messaggi che ho ricevuto dopo la pubblicazione del post.

Stupire. E’ questo il tema. Lo traggo da Tam Tam e dal suo racconto africano. Lo traggo dalla vita di tutti giorni.  Spesso ci aspettiamo che accada qualcosa e se non succede possiamo rimanerne delusi e stupiti, o felici e sorpresi nel caso opposto. Due considerazioni che mi sono state fatte nei giorni passati e che mi hanno stimolato the morning later.

Mia figlia sta andando al nido. Le maestre in una riunione mi hanno detto che mai, come in questi ultimi anni, hanno fatto fatica a far concentrare i bambini, a stimolarne l’attenzione. Bambini dai 2 ai 5 anni. I bambini non riescono più a stupirsi, soprattutto quelli dai 3 anni in su. Sono troppo stimolati, non c’è niente che ne catturi l’interesse, e si distraggono subito. Sono VOLUBILI. “Non so che generazione sarà” conclude la maestra. Saranno tutti dei gemelli. Come mia figlia. Non me ne vogliano gli interessati di questo segno, ma ho grande esperienza a riguardo. Se c’è una cosa che li accomuna è proprio la volubilità.

Un mio caro amico si è ritrovato ad avere a che fare con le donne a distanza di anni. Non era più abituato a relazionarsi con l’altro sesso, dopo anni in coppia e la fine della sua relazione si è rimesso in pista. All’inizio ha avuto un po’ di difficoltà a capire come interagire ( chi non ce l’avrebbe?) ma c’è bastato poco. Facevano tutto loro. E all’inizio si stupiva. Non era abituato a questo stato di cose. Passate un po’ di esperienze, mi dice “Co’ non mi stupisco più di niente, so già cosa mi scrivono, e dove vogliono arrivare. Tutte”. Soprattutto quelle sposate. “Prima avevo una certa considerazione e pensavo che fosse ancora l’uomo a dover corteggiare, invece adesso ho capito che basta uscire di casa, e se hai un minimo di savoir fair, arrivano loro”. E mi dispiace ammetterlo, in quanto donna, ma ha ragione. Stupire, oggi, sembra diventato impossibile. Nelle relazioni e nella vita sociale. La mia generazione, adolescente negli anni ’90, viveva di piccole cose e si stupiva delle stesse. In ogni paese di provincia che si rispetti, si aveva l’usanza di ritrovarsi in piazza. Noi ci ritrovavamo al monumento. Un obelisco dedicato ai caduti delle due guerre mondiali. Ci sedevamo sugli scalini a ridere e scherzare sul niente. Non avevamo cellulari, tablet, internet. Sapevamo vivere della semplicità quotidiana, e se si andava oltre la nostra normalità, ci stupivamo subito. Oggi invece è tutto un caos. Noi donne sembriamo essere diventate delle mantidi religiose: dovendo continuare a dimostrare più degli uomini, professionalmente parlando, e lottare ogni giorno per non essere ghettizzate dalla nostra società che ancora ci mette nella condizione di dover scegliere se fare carriera o fare dei figli,  siamo diventate molto più ciniche e aggressive rispetto al passato. Sembriamo aver perso dolcezza e femminilità, caratteristiche che dovrebbero far parte del nostro DNA. Non è scritto da nessuna parte che siano attributi negativi, anzi. Purtroppo, avendo vissuto per anni in una condizione di continua difesa e “pseudo” inferiorità per questi sentimenti, abbiamo sviluppato l’attacco. Che sia chiaro, da un lato è un bene, ma come ogni estremo può diventare un male. Soprattutto nelle relazioni umane, extra professionali. Gli uomini invece sembrano essere diventati privi di forza, si fanno fagocitare senza la minima opposizione. Le loro posizioni professionali raramente vengono intaccate a causa della paternità e vivono chiaramente questo tacito vantaggio senza nemmeno pensarci. Questo cambiamento comportamentale non stupisce più. Oggi ci stupiamo se un ragazzo a 30 anni ha deciso di sposarsi e farsi una famiglia e non ci stupiamo se un uomo a 40 anni non sa ancora cosa vuole fare della sua vita. Stare da solo, sposarsi, convivere, avere figli. Boh. Ci stupiamo se un uomo fa l’uomo e se la donna fa la donna.

Il mio è un discorso generalista. E’ chiaro che ci sono casi e casi. Per fortuna non siamo tutti uguali e non tutti i gusti sono alla menta. Per fortuna. Il mio è un pensiero che ho coltivato e maturato negli anni, paragonando le vecchie generazioni (quelle dei miei genitori) alla mia e a quelle di oggi. E penso a come potrà evolversi, o devolversi. E non saprei cosa aspettarmi. Spero di potermi stupire.

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