corinne noca

La stranezza della gentilezza

E’ così.

Non siamo più abituati ad essere trattati bene dagli sconosciuti.

Qualche giorno fa incontro Federica, la mia testimone di nozze, a pranzo. Abitando distanti l’una dall’altra, io in Piemonte, lei in Lombardia, ci siamo ripromesse di incontrarci una volta al mese a metà strada per trascorrere un po’ di tempo assieme. Decidiamo così di passare la pausa pranzo in un bar, nei pressi di Cologno Monzese,  al Fashion Cafè.

Il nome potrebbe far ricordare i tipici locali milanesi, Old Fashion, Hollywood, Colonial Cafè…in realtà è un bar/ristorante senza grosse aspettative, posizionato in un contesto alquanto industriale (vicino alla sede degli Studi Mediaset), con un piccolo dehor estivo. Essendo a gennaio, chiaramente, entriamo.

La cameriera ci accoglie con estrema gentilezza e sorridente: già qui c’è qualcosa di strano. Ci chiede se siamo in due e ci fa scegliere il posto tra due tavolini disponibili, vicino ad una vetrata. C’era parecchia gente: possono dire di tutto a noi italiani, ma quando è ora di mangiare, anche solo un panino, riempiamo i locali. Il cibo sì che fa girare l’economia. Fede ed io ci sediamo e la ragazza prontamente ci spiattella il menù del giorno; entrambe siamo perennemente a dieta, perciò saltiamo a piè pari i carboidrati dei primi e passiamo ai secondi. Tra una tagliata di pollo e un arrosto di vitello, io scelgo quest’ultimo. La cameriera però mi ferma e mi dice: “L’ho visto prima mentre lo facevano, non te lo consiglio perchè c’è molto grasso, poi non so, vedi tu”. Quindi già mi ha presa per una che sta attenta alla linea ( in realtà non è per questo, a me non è mai piaciuto il grasso nella carne e l’avrei evitato per quello). Seguo il monito e opto per il pollo con insalata mista. Quando ci porta i piatti, mi dice nuovamente:”Se vuoi però te la porto una fetta  da assaggiare”. Che gentile! Pensiamo entrambe.

Mentre facciamo andare le ganasce, che Fabri aveva avvertito di imbullonarci essendo donne di TV (!!!), la simpatica cameriera torna da noi con un piattino di fette d’ananas e un piattino di bomboloni al cioccolato e crema dicendoci: “Questo lo offre la casa”.

A questo punto Fede mi guarda e mi dice: “Cori, non è che ci ha scambiate per qualcuno di famoso?”. Lei bionda, io mora, dico: “Le veline!”.

“Cori, siamo un po’ vecchiotte per esserlo”. E io: ” Quelle storiche!”. Ci ridiamo su, sconvolte da una gentilezza mai riscontrata in un bar qualsiasi durante la pausa pranzo.

Quest’illusione è durata il tempo di un paio di minuti: notiamo l’altro cameriere lasciare gli stessi piattini ad altri tavoli. “Ah ecco, lo stanno dando a tutti, non solo a noi!”.

Voi pensate quanto ci siamo stranite ad essere state trattate così bene in un contesto dove non era nemmeno indispensabile: siamo talmente abituati a essere “dei comuni clienti” che un trattamento educato e gentile ci stupisce. Eppure la gentilezza è una qualità che sta diventando rara in questi tempi; tutti presi dal lavoro, dal tempo, dalla velocità, dai propri problemi, che è facile dimenticarsi dei buoni sentimenti. Manifestarli poi, secondo me, ci farebbe anche stare bene. Io cerco di esserlo sempre, anche quando non ne posso più,  ma in fondo non è colpa di chi incontriamo per caso se la giornata è nata storta o si è rivelata tale. Le cose possono cambiare con la semplicità di un gesto o di una parola.

Se fossimo meno egoisti, forse la stranezza della gentilezza non sarebbe più tale, e questo post non avrebbe senso di esistere. Essere gentili dovrebbe essere una cosa comune, non una chimera.

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Speranze

L’altra sera su Rai Storia ho visto un pezzo dell’intervento di Fabiola Gianotti pronunciato il 7 novembre nel salone dei Corazzieri del Quirinale, durante il secondo incontro con gli studenti italiani sul tema L’Europa della scienza.

Premetto che di meccanica quantistica non ci capisco niente, ma sono rimasta comunque inebriata dalla spiegazione del Bosone di Higgs che questo orgoglio nazionale, futura prima donna direttore del Cern di Ginevra, ha dato di fronte al presidente della Repubblica e a dei semplici ragazzi di un liceo scientifico.

Nell’ascoltarla, ho guardato mia figlia e ho pensato al futuro. Ho pensato a cosa vorrei per lei e cosa mai diventerà.

Ogni genitore vorrebbe il meglio per i propri figli: se potesse decidere per loro sarebbe perfetto. Invece, per fortuna, ognuno di loro ha le proprie inclinazioni, i propri desideri, le proprie passioni che dovranno maturare e pian piano scoprire. Noi genitori dovremo, prima di assecondarli, cercare di capire in cosa sono portati e guidarli, aiutarli. Penso che questa sarà la cosa più difficile da fare. Oggi la vedo così, piccola e indifesa, ma con un carattere forte già sviluppato e una testardaggine peggiore di quella di un adulto. In cuor mio sento che andrà lontano, che diventerà Qualcuno. O forse sono solo le speranze di una mamma in erba che ha ancora tutto da imparare. Solo ora, mi rendo conto dei pensieri e delle paure che aveva mia mamma quando ero bambina. Prima ero figlia e la capivo fino ad un certo punto, anche se i miei non si possono lamentare visto che non ho mai avuto grilli per la testa, studiavo, ascoltavo e obbedivo. Sono cresciuta con la paura di deluderli e questo mi ha sempre spinto a comportarmi bene e a cercare di ottenere il massimo dai miei sforzi. In passato, pensando a quando sarei stata io madre, ero certa di non dovermi preoccupare se i miei figli fossero stati come me. In realtà, questo non lo sai finché non lo vivi e in ogni caso, la preoccupazione è sempre lì, in agguato.

Mi auguro che lei possa fare quello che desidera, che si realizzi e che scopra dentro di sé quel talento che tutti noi abbiamo ma che raramente riusciamo a far emergere.

Mi auguro di riuscire a impartirle i valori con i quali sono cresciuta io.

Mi auguro di non limitarla nella sua libertà e di insegnarle ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Mi auguro di essere una buona mamma.

Mi auguro che lei sappia apprezzarmi e volermi bene.

Mi auguro che un domani, rileggendo tutto questo, io possa essere fiera del lavoro che avremo fatto. Che diventi una scienziata o sia una semplice spazzina, quello che conta è che lei sia felice. Questa è la mia unica speranza.

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