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Ci conosciamo da sempre

Tutti noi abbiamo degli amici. Uno solo, due, tre…e secondo me, al di là di ciò che dicono le statistiche, non c’è un numero unico che possa essere considerato valido. Si è soliti dire che di amici veri ce ne siano pochi nella vita delle persone e che si possano considerare tali solo se si supera la prova del tempo. Il tempo porta con se un bagaglio di fatti, avvenimenti, situazioni che si sono potuti condividere con gli amici e in ugual modo, periodi che sono stati testimoni di nuovi rapporti, rotture o ricostruzioni dopo eventuali silenzi.

Quelli che io chiamo AMICI, lo sono davvero: tra questi ne annovero sia di lunga data, che recenti. Ma non è detto che, per il semplice fatto che ne conosco qualcuno da più tempo, io li consideri più fraterni di altri o viceversa. E’ la qualità che fa la differenza. E non è che uno sia migliore dell’altro; con ciascuno ho un rapporto diverso, che ho costruito a seconda della persona, del suo carattere e del suo atteggiamento nei miei confronti. Spesso si tende a confondere l’amicizia con la sola confidenza, ma non credo che svelare il proprio intimo sia una cosa fondamentale. L’intimità nasce quando ci sono dei pensieri che ci tormentano e abbiamo bisogno di rivelarli per avere un consiglio o semplicemente per essere ascoltati. Però non è solo questo che ne innalza il grado: è la  sincerità che sta alla base della reciprocità dell’affetto, della stima e della considerazione verso l’altro. Questo fa la differenza. Io posso anche non confidarmi, per svariati motivi, perché sono introversa, chiusa o non ne ho voglia. Chi mi conosce e mi capisce sa che c’è qualcosa, e non è necessario che sappia precisamente cosa sia: è comunque disposto a darmi il suo appoggio incondizionato, fosse anche solo con una parola o con un abbraccio, se presente.

L’amicizia con una delle mie più grandi amiche è nata vent’anni fa da un’antipatia reciproca, provocata da un’amore adolescenziale in comune (tra l’altro, questo amore è stato anche l’unico, visto che poi è diventato suo marito: in fondo non aveva tutti i torti a volerlo con le unghie e con i denti). Mi ricordo che una volta mi chiese anche se volevo del cianuro al posto del the, così da farmi fuori subito (pensate un po’ quanto mi amava!).  E ovviamente, tutto questo, in maniera diretta. Superato quel momento, lei ( che quando voleva, poteva essere una grandissima stronza a causa del suo caratteraccio da Ariete indomabile) iniziò volontariamente un rapporto con me, prima ricominciando a salutarmi ( “come mai mi saluti?” – “hai cambiato fratello”-ridendo…), poi, iniziando a condividere pensieri relativi a determinati atteggiamenti che ci davano fastidio nelle persone. Tra donne s’inizia sempre criticando qualcuno…

E’ stata un’amicizia GRANDE, INTENSA, VERA: siamo state distanti per anni, essendosi trasferita in un altro continente, ma abbiamo saputo reciprocamente stare in sintonia, capirci senza sentirci, esserci al momento giusto e litigare quando era il caso.  Abbiamo condiviso   i momenti più belli della nostra adolescenza, e tanto altro ancora dopo. Lei non aveva peli sulla lingua, né mezzi termini per affrontare le situazioni. Era decisa e coerente. E sapeva cosa voleva. Il più bel regalo di Natale che mi ha fatto è stato spronarmi a riprendere in mano la mia vita quando stavo per compiere uno dei più grossi errori che avrei mai potuto fare. E vi assicuro che in quel momento lei aveva ben altro a cui pensare, altro che i miei futili problemi di cuore. Ma era così.

Suo marito, quell’effimero amore adolescenziale, anzi, meglio definirlo “cotta”, mi conosce invece da quando sono nata. Quando non ti ricordi come hai conosciuto qualcuno è perché lo conosci da sempre, un ricordo rinchiuso in uno di quei cassetti della memoria infantili che difficilmente riesci ad aprire, in quanto troppo lontani. Ma che grado di conoscenza abbiamo in realtà? Nonostante 34 anni di vita, Ale ed io non abbiamo mai avuto un vero rapporto di “scambio”. Entrambi sapevamo di poter contare l’uno sull’altra, se volevamo dirci qualcosa lo facevamo attraverso Jenny, ma se avessimo avuto bisogno di parlare, ridere o scherzare…uhm, no, non ci sarebbe venuto in mente di farlo. Sua moglie era la mia migliore amica: ciò che sia lui che io sappiamo l’uno dell’altra è anche grazie a lei. Lei mi parlava di lui, e, con lui, parlava di me. Così come faccio io con Fabri. Normalissimo.

Ho scelto di parlare di Ale, nonostante le sue paure, perché rappresenta il cuore di questo post: l’amicizia e il tempo.

Questo post è iniziato con l’idea che il tempo sia il metro che possa misurare il grado e la forza di un’amicizia. Da quando Jenny ci ha lasciati, Ale ha iniziato a comunicare con me, scrivendo e parlando, come non aveva fatto prima. E’ vero che mi sono messa a sua disposizione, ma penso sempre che se qualcuno non vuole farlo, non lo fa. Ci sentiamo spesso, grazie agli skype, ai whatsapp e ai facebook, ridiamo e scherziamo per la maggior parte delle volte, e affrontiamo anche molti argomenti seri, come la famiglia, i bambini, il futuro: tutto quello che rappresenta la nostra visione della vita, ciò che ci fa stare bene e male allo stesso tempo, le nostre preoccupazioni, le nostre paure, le nostre aspirazioni. Io credo di essere abbastanza obiettiva e critica  nei suoi confronti, così come lui lo è con me. Lui sa che può dirmi tutto ciò che gli passa per la mente perché non lo giudico. Gli do consigli, ma non lo metto sulla forca. Il nostro legame si è evoluto: da semplice riflesso è diventato un rapporto fraterno.  La sorpresa è che siamo più amici adesso rispetto a prima; è come se in quel puzzle incompleto, che avevamo iniziato a creare anni fa quando frequentavamo la stessa compagnia, iniziassero ad incastrarsi pezzi che erano lì, sotto i nostri occhi, ma che non si riuscivano a scorgere perché affannati e presi dalla vita quotidiana e dalla non necessità di scambio. Abbiamo iniziato a conoscerci davvero, scoprendo di essere anche molto simili  e sapendo anticipare eventuali problemi che ci affliggono.

Alla fine non esiste una regola che dice “X anni=amicizia”. Posso chiamare Ale Amico solo ora, nonostante ci conosciamo da sempre.

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Nigerian Pidgin English? Na so!

DOVE&QUANDO: treno interregionale Milano- Torino alcuni anni fa.

Sono in treno verso Torino con mia madre.

Nel nostro scompartimento, ci sono quattro o cinque ragazze nigeriane che, coi piedi sui sedili di fronte a loro come se il treno fosse di proprietà, ridono e parlano ad alta voce, nella loro lingua, di cose personali. Più che parlare, sbraitano. A me fanno ridere, a dire il vero. A mia madre no. Lei è infastidita da questo comportamento animalesco e, insofferente, dopo aver sbuffato un po’, mi dice a voce alta, in modo che possano sentire anche loro: “Non lamentiamoci se poi i bianchi pensano che i neri siano tutti maleducati e buzzurri! Guarda queste qui come sono conciate, una vergogna per la razza, poi ti vedono in giro e pensano che sei così. Maleducate!”. Io cerco di zittirla, dandole dei colpetti col gomito, lei invece continua. Io, poi, che non amo cercare grane, provo a stemperare la tensione con un sorriso di circostanza alquanto ebete. Ad un certo punto, una di queste inizia ad accusare un’altra di essere una bugiarda. La questione non poteva che essere economica. Parte una “bagarre” verbale senza fine. Io mi diverto come una matta perchè, nonostante non parlino inglese, capisco tutto quello che dicono: “A beg, make you no wex me!” , “Wetin? Na big wahala! You, you, you de chop money only for you!” “Ah, a!Comot!” “Na lie!!”. E così avanti.  (trad. Ti prego, non farmi arrabbiare! Cosa? E’ un grosso problema, tu, tu, ti sei mangiata i soldi solo per te! Ah, a, ma sparisci” Bugiarda!).

La lingua che queste due parlavano e che io comprendevo era il Nigerian Pidgin English (NPE).

Ora, non so quanti di voi abbiano mai sentito parlare di pidgin, perciò vi illumino (d’immenso!).  I linguisti usano questo termine per etichettare quelle varietà di discorsi che si sviluppano quando i parlanti di due o più lingue diverse, senza una prima lingua comune, vengono a contatto con l’altro e hanno bisogno di comunicare (ad. esempio un britannico e un nigeriano di etnia Igbo, che lingua parlano? Tra i due, non essendoci una lingua in comune conosciuta, nasce un pidgin). Lo sviluppo di questi “nuovi linguaggi” è causato dalla necessità urgente di comunicazione tra persone che parlano lingue diverse – una crisi comunicativa linguistica è alla base della creazione di  un pidgin. Quando questo inizia ad essere utilizzato in casa e i bambini crescono parlandolo come prima lingua, si evolve in una lingua vera e propria e diventa noto come ‘creolo’. In passato, i pidgin e i creoli erano spesso indicati con espressioni peggiorative di un inglese stentato: Bastard Portuguese, French Negro, Broken English, etc… tutti termini che indicano chiaramente una mancanza di rispetto per questi idiomi. L’ignoranza l’è una bruta bestia. Alcuni pidgin sono stati chiamati « lingue commerciali », « lingue franche » o « lingue veicolari » e sono chiaramente sorti in seguito al contatto tra le persone che cercavano di fare affari l’uno con l’altro, senza avere una lingua in comune. In questi casi ciò che si sviluppa non sono varietà o dialetti delle lingue madri dei relatori, ma nuove lingue, la cui grammatica (fonetica, morfologia, sintassi, ecc) differisce fondamentalmente dalle lingue dalle quali sono state formate. Tutti i pidgin sono linguaggi lessicalmente derivati da altre lingue, ma sono strutturalmente semplificate, specialmente nella loro morfologia. I Pidgin mostrano una serie di caratteristiche:
1) non hanno parlanti per i quali il pidgin è considerata la loro prima lingua (lingua madre)
2) sono oggetto di apprendimento delle lingue
3) hanno norme strutturali
4) sono utilizzati da due o più gruppi
5)di solito sono incomprensibili ai parlanti delle lingue da cui ne deriva il lessico.

Un’altra curiosità è l’etimologia della parola ‘pidgin‘: si dice, ma non si è certi, che derivi dalla pronuncia cinese della parola inglese ‘business’ e dalla trascrizione del termine pidgeon (piccione).

Ne esistono di vari tipi: quello caraibico, quello oceanico, quello africano,… Quello che le gentil donne parlavano sul treno era quello specifico del West Africa, in particolare della Nigeria, da lì Nigerian Pidgin English.Se capisco il NPE è grazie a quegli amici “africani” che, vivendo in Nigeria la maggior parte dell’anno, quando tornavano in Italia, tra di loro, parlavano questo idioma. La conoscenza di una lingua comune fa stringere dei legami e crea gruppi. Se tu conosci la lingua, entri a far parte del mondo dell’altro.

In quel momento, sul treno io ero parte passiva di una discussione che era accesa per i più, ma che per me era essenzialmente colorita e divertente a causa della lingua, delle movenze e dei gesti. Mia madre si alzò dal suo posto e cambiò scompartimento, io rimasi lì a ridere. Le due, interrompendo lo spettacolo per un minuto, si voltarono a guardarmi. Una delle due mi disse: “Na lie, you no pidgin?” (Non è vero, capisci il pidgin?), e io, sempre col mio sorriso da ebete, risposi: “Nigerian Pidgin English? Na sooo!” (L’inglese pidgin nigeriano? E’ così!).

Le due si misero a ridere e io raggiunsi mia madre nell’altro scompartimento. Potevano continuare a discutere, tranquillamente.

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La solitudine dei casi disperati

A chi di voi è mai capitato, almeno una volta nella vita, di essere perseguitato dal tipico “caso disperato”? Intendiamoci: per caso disperato intendo il classico elemento di disturbo, quel personaggio sui generis che cerchi di evitare come la peste, ma che nonostante i tuoi sforzi per tenerlo lontano, ti si attacca come una zecca.

Se non vi è mai capitato siete fortunati. Se vi è capitato almeno una volta, siete nella media.  A me, manco a farlo apposta, SEMPRE.

In qualsiasi posto io vada, se c’è, state tranquilli che quel caso me lo becco io.

All’università ho raggiunto l’apice. Non ce n’era uno solo, ma nei miei stessi corsi ce n’erano ben tre -riconosciuti universalmente come tali. E me li sono beccati tutti. Nessuno escluso. Di questi però, lo scettro lo assegno a lui, Cagacarlo. 

Soprannominato così da una mia compagna, Romina, Cagacarlo era un ragazzotto di circa 40 anni all’epoca dei fatti, nato e cresciuto a Londra da genitori italiani. Iscrittosi all’università ai corsi di spagnolo e inglese, la sua laurea in letteratura inglese non bastava per poter insegnare in Italia. Frequentava perché doveva frequentare, ma non era minimamente interessato a nessun corso. Nessuna delle prof di letteratura, a suo dire, era preparata adeguatamente, per lui tutto si trasformava in una polemica. Aveva anche un pizzico di arroganza perché non potevi permetterti di dirgli nulla che ti ammazzava di parole con argomentazioni assurde. Un altro logorroico. In più si faceva fatica a capirlo perché mangiava molte parole in italiano, oltre a non parlarlo benissimo. Tutti lo evitavano per svariati motivi, io ci provavo, ma non ci riuscivo. La tattica era lasciarlo parlare e allontanarsi, piantandolo lì. Tanto lui avrebbe continuato da solo. A me in fondo dispiaceva.  Era un personaggio: in qualsiasi corso si faceva riconoscere. Lo ricordiamo camminare ciondolando con la testa a destra e sinistra, con la sua 24 ore di pelle marrone lungo il viale alberato che collegava la stazione dei treni all’università. Parlava sempre da solo. I miei compagni dicevano che lo imitavo benissimo. Certo, ero l’unica che non riusciva a piantarlo lì, lo ascoltavo con infinita pazienza e alla fine ogni suo gesto, ogni sua parola, ogni suo tic era diventato così familiare che sapevo benissimo come, quando e perché avrebbe detto o fatto una determinata cosa. Alla fine, per carattere, non sono una che riesce ad essere indifferente con nessuno, da qui l’attaccamento dei casi disperati. Poi Carlun, nonostante le sue polemiche e la sua allergia all’acqua, con me era molto gentile. Mi chiamava Miss Corinne. Il terzo anno mi aveva anche aiutato: aveva contattato una zia o una cugina, non ricordo più, che abitava a Londra chiedendole di ospitarmi per un mese per prepararmi all’esame di lettorato inglese. Ho conosciuto questa arzilla signora di 80 anni, Maria, che mi ha trattata come una figlia. Una donnina di un metro e venti coi capelli bianchissimi che viveva ormai sola da anni. Quando me la sono vista venirmi incontro al bus stop il giorno del mio arrivo, mi sono detta “ossignur e se mi muore mentre sono qui cosa faccio?”. In realtà la signora Maria, nonostante l’età era molto indipendente e si faceva lunghi viaggi in Europa con il pullman, sfruttando i suoi ultimi anni, diceva lei. In quel mese ho vissuto una Londra diversa dalla mera capitale turistica e per questo non ringrazierò mai abbastanza nè Maria nè Carlun. Cagacarlo era innegabilmente pesante, le sue polemiche erano infinite. Durante una lezione di Cervantes (letteratura spagnola) si è addormentato. Il professore se n’è accorto e l’ha svegliato facendogli una domanda. Lui ha risposto parlando di Jonathan Swift (letteratura inglese) per dieci minuti , per poi riaddormentarsi di colpo e russare. Assomigliava leggermente ad Alvaro Vitali. Era un po’ il nostro Pierino. Anzi, Pierone. Tanto per farvi capire il tipo. Carlun si era attaccato a me perché nessuno lo considerava e in me aveva trovato l’unica persona con la quale poteva sfogarsi, a modo suo. Viveva con la madre anziana e si doveva rapportare a ragazzi più giovani di lui di vent’anni all’università.  Era fondamentalmente un uomo solo.

Un anno e mezzo dopo la laurea mi è capitato di incontrarlo ancora una volta sul famoso viale alberato: non aveva ancora finito l’università. Non riusciva a passare gli esami di spagnolo (era totalmente negato: lui non aveva nulla del carattere neolatino, avrebbe potuto scegliere il tedesco invece dello spagnolo..).

E ovviamente la colpa era della professoressa. Mi ha tenuto quaranta minuti. Passano gli anni, ma i casi disperati rimangono tali. E purtroppo, soli.

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Un cartello, un destino. Forse.

A 8 anni decisi di fare la disegnatrice di moda. A 10, la disegnatrice di fumetti. A 13 volevo fare architettura. Sul retro del diploma di terza media c’era scritto “consigliamo Liceo Linguistico o Liceo Artistico”. Io avevo capito tutto per questo scelsi il Liceo Scientifico. A 19 anni, mi sono iscritta al corso di laurea in Lingue e Letterature Straniere. L’unica volta che ci avevano azzeccato, io non li ho ascoltati. Architettura l’ho abbandonata al primo compito in classe di fisica ( mi ero informata: in architettura ci sono anche degli esami di fisica, oltre che di matematica).  Idee molto chiare, oserei dire.

Provengo da un paesino prevalentemente di costruttori che sono emigrati in Africa. Muratori, geometri, periti edili, architetti, ingegneri. Mio padre è perito tecnico specializzato in edilizia. Mio zio idem, i miei cugini architetti. Capirete anche voi che se in una famiglia si respirano squadra e compasso dovrebbe (e dico dovrebbe) risultare più semplice appassionarsi alla materia. Per questo io a 8 anni volevo fare “la disegnatrice di moda”. O meglio, la stilista. Sempre disegni erano.

A quel tempo disegnare mi appassionava. Disegnavo di tutto, case, paesaggi, modelli, ritratti ( questi ultimi mi piacevano moltissimo). Durante le elementari mio padre raccolse tutti i disegni che avevo fatto e li fece rilegare in un libro. Sono tuttora un bellissimo ricordo infantile e per me rappresentano un attestato di fiducia da parte sua. Non c’è niente di più gratificante che avere la stima, l’approvazione dei proprio genitori. Soprattutto quando si è piccoli. Si evitano tante turbe future. Non è scontato, anzi. In questo sono stata molto fortunata, e forse per queste ragioni ho sempre cercato di non deluderli: loro facevano dei sacrifici per me e io negli anni ho sempre cercato di ripagarli.

A 8 anni quindi avevo deciso di sfondare nel mondo della moda. Avevo organizzato una vendita di miei bozzetti: ispirata da Beautiful che era appena approdata sulla Rai volevo creare. Volevo essere una Forrester (ragazzi, non Armani, Valentino, Ferrè, Chanel, una Forrester!). D’altronde a casa arrivavano ogni stagione Vestro e Postalmarket, i famosi cataloghi di abbigliamento in vendita per corrispondenza. Io presi ispirazione da lì.

Sì, le mie prime fonti d’ispirazione. I Forrester e Postalmarket.  Cominciamo bene.

Dai due cataloghi, ho selezionato delle foto che mi piacevano e ho ricopiato le modelle e gli abiti sull’A4 Fabriano: ho solo cambiato i colori. Li ho resi miei. Il tocco di classe. Mi sono impegnata per una settimana, ne avrò fatti circa una decina. L’evento era previsto per la domenica: avrei così raccolto i parrocchiani che uscivano dalla messa domenicale. Con l’aiuto di un cartello indicativo “MOSTRA BOZZETTI MODA”, si sarebbero fermati incuriositi e io avrei mostrato i miei schizzi. Una trovata geniale ai fini del mio obiettivo primario: VENDERE. Così fu. Ovviamente arrivarono amici di papà, ma poco importava. Si erano fermati. E questa fu una gran soddisfazione. Ricordo in particolare Rudy, che allora aveva un alimentari di fianco alle scuole elementari che frequentavo. Non posso dimenticarlo: ne aveva acquistati due e mi aveva lasciato cinquemila lire. Un bel colpo!

Dopo questo evento non ne ho più fatti altri. I clienti sarebbero sempre stati gli stessi, non potevo diversificare. Peccato, avrei potuto guadagnarci ancora qualcosa.

La spensieratezza di quei giorni è irrimediabilmente tipica dell’età che stavo vivendo. Impagabili la genuinità e la semplicità di quei disegni come prove della freschezza e della purezza dei bambini che, una volta cresciuti,  si perdono. A me piace ancora disegnare, ma oggi, in quelle rare occasioni in cui mi ci metto, non riesco più come una volta, penso troppo. Penso alla linea, penso all’espressione, penso ai colori. Penso al risultato. A 8 anni non pensavo, guardavo e disegnavo. Come doveva venire, veniva. La sensazione di libertà che avevo nel prendere spunto e comporre una figura con la matita per poi colorarla non ce l’ho più. Gli anni e forse anche la mancata applicazione costante mi hanno fatto perdere un po’ quello spirito che è l’essenza di ogni artista. La naturalezza della spontaneità.

Io sono convinta che ognuno di noi abbia dentro di sé un talento, una spinta che lo può far volare in alto. Un desiderio nascosto nella parte più recondita di noi stessi, una passione che ci rende insuperabili. Bisogna essere in grado di  comprenderlo e di leggere i segnali. Ma questa è la teoria. La pratica è ben diversa. Ci ritroviamo a crescere in un mondo il cui l’ unico obiettivo sembra essere quello di diventare ricchi e potenti.  Di conseguenza le nostre decisioni possono essere influenzate oltre che dalla famiglia d’origine, da chi o cosa ci circonda. La libertà decisionale esiste ma è una conquista, oltre che una dura lotta con la realtà. E se si scopre di avere talento o una grande predisposizione verso qualcosa, bisogna anche avere la fortuna di essere incoraggiati e di essere riconosciuti tali. Perchè se non ce lo dicono gli altri, noi non siamo nessuno. Funziona così.

Io non so se sono nata per disegnare o per diventare una stilista…nella mia vita finora ho avuto molte opportunità lavorative che ho provato e che mi hanno insegnato molto, hanno formato la mia esperienza. Oggi posso dire di fare un lavoro, all’interno della moda, che mi piace molto e che non avrei mai pensato di fare a 14 anni. E’ una professione nuova, nata con le nuove tecnologie.Chissà, magari in futuro verrà fuori. Non è mai troppo tardi.

Io per scrupolo il cartello l’ho tenuto, può sempre tornare utile.

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Il profumo di un’amicizia

Anni fa (tanti ormai…) ho messo le ali. Non come Icaro ai piedi, ma in senso lato: appena laureata decisi di tentare la carriera dell’assistente di volo. Come ci arrivai fu un puro e semplice caso, come quasi tutti quelli della mia vita: con tutta franchezza, tutte le opportunità che sono riuscita a riconoscere o cogliere nella mia esistenza sono state del tutto casuali e tante volte involontarie. L’aeroporto mi ha sempre affascinato: gente di ogni Paese, vicina, lontana, profumi, odori, lingue diverse, un concentrato di culture miste che creavano un caleidoscopio di colori e suoni sempre in mutamento.

Io figlia di due continenti, il bianco e il nero,  ero già incline a questo tipo di vita da nomade e da un lato forse ne ero anche un po’ attratta come una calamita. Il mio pensiero era quello di lavorare in aeroporto come hostess da terra. Sfoglio giornali e trovo un’inserzione di una compagnia aerea che ricercava personale da terra. Prima di inviare il mio curriculum, contatto una mia amica ed ex compagna di corso per chiederle informazioni a riguardo. Lei prima di discutere la tesi si era inserita nel “campo volo”. Mi sconsiglia quella compagnia e mi indica la sua. Le affido il mio curriculum da depositare alle risorse umane e attendo. Passano alcune settimane e mi contattano. Primo colloquio selettivo: 30 persone che parlano della bellezza del lungo raggio e della fatica del corto. “Lungo raggio? Corto raggio? Ma scusate la selezione per cosa è?”  “Assistente di volo!”.  Bene. Quello fu l’inizio del mio primo percorso professionale. Un mese a terra di corso teorico e 6 mesi di corso pratico in volo. Una bellissima esperienza che ancora oggi consiglio a chiunque finisca le superiori e sappia parlare almeno l’inglese. Ringrazio ancora adesso la formazione mentale che mi ha dato Lauda Air: ordine, disciplina e rispetto della gerarchia. Il motto era “Service is our success”. Oggi, a distanza di anni, la mia forma mentis mi porta a pensare così per ogni cosa che faccio.

In questo contesto si colloca la promessa di matrimonio con il mio profumo.Cosa c’entra penserete voi. Beh, nel 2004 mi sono impegnata (e probabilmente sposata) con Narciso Rodriguez. Quegli anni sono legati a quest’essenza, e probabilmente lo saranno per sempre nella mia memoria. Quando lo acquistai,non lo si trovava da nessuna parte, era molto costoso e un po’ elitario, si trovava solo nelle profumerie di nicchia (così mi avevano risposto una volta in una nota catena di profumi)…poi è esploso in tutti i sensi ed è diventato molto più commerciale, anche se sempre poco accessibile.

Narciso mi sta accompagnando da molti anni ormai e non ho nessuna intenzione di cambiarlo. Se ti trovi bene con qualcosa perchè la devi cambiare? Il profumo rappresenta un po’ una seconda pelle: è lusinghiero sapere o pensare che quando qualcuno sente “quel profumo” si ricorda di te. Fateci caso: quante volte vi è capitato di sentire aromi, essenze, profumi che vi ricordano una determinata persona o un piatto che non avete dimenticato o semplicemente un momento della vostra vita? Il profumo insieme alla musica scandisce il tempo e il ricordo della nostra esistenza.

Mi è capitato, un paio di anni fa, di ricevere una mattina qualunque una telefonata da un caro vecchio amico che viveva in Germania. Tra qualche come stai, cosa fai, dove sei, lui mi  ferma e mi chiede “Co’, ma era Narciso Rodriguez il tuo profumo ai tempi di Savigliano? (altra storia, altro contesto…)”…”Sì, non solo allora, ancora oggi, perchè?”…E mi racconta di come fosse stato inebriato dal profumo di una hostess mentre era su un volo (ci son sempre gli aerei di mezzo…) per non mi ricordo più dove e che quel profumo a distanza di anni gli aveva ricordato quei momenti trascorsi assieme alle partite di calcetto. E non solo. La figuraccia era dietro le porte. La hostess si avvicina a lui per chiedergli la classica “dolce o salato” e  lui risponde: “Scusa, usi Narciso Rodriguez?”…

Lei lo guarda…L’italiano provolone colpisce ancora.

The morning later ha dovuto buttare un biglietto con un numero di telefono. La moglie era gelosissima.

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The morning later

The morning later è la mattina successiva…perché le nostre giornate sono un susseguirsi e un concatenarsi di eventi, situazioni, casualità, ma, alla fine delle stesse ci ritroviamo a spegnere le luci e aspettare l’alba del giorno nuovo. Ci svegliamo, ci alziamo e si ricomincia. Ho scelto questo titolo per mettere in evidenza che qualsiasi cosa ci accada, bella o brutta che sia, la vita e il mondo vanno avanti, giorno dopo giorno, mattina dopo mattina. Quante volte vorremmo che una determinata giornata si cancellasse o non fosse mai esistita? O semplicemente riviverne le emozioni? Sono sicura che alla fine rivivere certi momenti non porterebbe allo stesso risultato, sebbene ci si possa avvicinare. Non sono le giornate quelle da rivivere, ma le emozioni, e quelle dipendono da noi. La mattina successiva si ripensa a ciò che si è vissuto, si pensa a ciò che si sta per fare, esattamente come la sera, che ci porta a fare più bilanci che altro.. chi più, chi meno, la mattina porta nuovi propositi. Ed è qui che mi inserisco con questo mio blog, ogni mattina inserire un buon proposito, raccontare le emozioni, gli aneddoti, tutto ciò che penso sia stato rilevante o semplicemente ciò che mi passa per la testa…e condividerle con chi lo desidera! A domani, then…

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