corinne noca

Cicatrici

E’ da diversi giorni che ho in testa questo post. Il titolo mi è venuto in mente, guarda caso, proprio guardando una cicatrice che ho sul ginocchio destro.

Avevo 14 o 15 anni,una sera d’estate rientravo a casa in bici con la mia amica Laura.

Laura abitava a meno di un chilometro da casa mia, ero andata a trovarla e poi (forse, perchè i ricordi sono un po’ fumosi) avevamo deciso di tornare da me. Casa mia si trova all’inizio di una salita che porta a S.Eusebio, una frazione costituita da una sola via colma di case costruite in stile liberty, dagli anni ’30 in avanti. S.Eusebio, è chiamata la Roasio degli Africani, per il fatto che la maggior parte dei suoi abitanti è emigrata in Africa per lavoro. Dunque, tornando a casa, la salita era diventata una discesa. Non so voi, ma io non sono mai stata un’amante dell’avventura o una sprezzante del pericolo, perciò stringevo i freni della bici per limitare la velocità e non rischiare, anche per questo mi sono sempre definita una persona abbastanza prudente. Purtroppo non avevo considerato quella maledetta ghiaietta che ricopriva l’ingresso del cancello: svoltando a sinistra, ho frenato “dolcemente”, ma l’attrito con i sassolini ha fatto si che la ruota davanti sbandasse facendoci atterrare sulle ginocchia scoperte dai pantaloncini corti. Mi sono impiantata un sasso appuntito che mi ha inciso uno sbrego di 4×2 cm. In alcuni punti del nostro corpo il sangue sgorga come una fontana: la ferita bruciava, ma stoicamente dissi a mia madre “non è successo niente, sono caduta in bici qui davanti”. Mia madre poi non era una donna ansiosa, perciò dopo avermi urlato dietro con il suo fare sempre molto dolce, mi medicò la ferita e mi mise un cerotto. Oggi forse per un taglietto del genere bisognerebbe andare al pronto soccorso e farsi mettere dei punti perchè non sia troppo evidente la cicatrice, ma sinceramente allora non si era nemmeno palesato il pensiero.

Dopo vent’anni mi cade l’occhio su questo ginocchio e mi scappa un sorriso: un ricordo indelebile, da tutti i punti di vista, di una sera qualunque d’estate, di un tempo passato che porto nel cuore, di quella spensieratezza dei giorni da adolescente, coi suoi piccoli problemi quotidiani che di fronte a quelli “maturi” erano nulla.

Quanto è giusto cancellare i segni che ci procuriamo sulla nostra pelle? Gli anni passano per tutti, i segni del tempo lasciano tracce indelebili insieme a quelle fisiche che ci siamo procurati, volenti o nolenti. Penso alle cicatrici delle operazioni di mia madre, a quella piccola bruciatura da sigaretta che ho sul polso destro, all’ustione provocata dall’incidente in Cambogia, e mi chiedo: “se dovessi scegliere tra cancellarli e tenerli, cosa farei?”. Istintivamente e romanticamente risponderei che li terrei, ma pensandoci bene, a livello estetico, quella bruciatura che ho all’altezza del collo del piede la farei sparire: mi è stata provocata in maniera dolorosa, ho rischiato la pelle, e ogni volta che ci penso mi sento una stupida per non essere stata in grado di attraversare una strada. Tutto il resto invece lo manterrei così com’è.

Non ho nulla contro la chirurgia estetica, anzi, al contrario penso che se qualcuno non si sente a suo agio con qualche parte del suo corpo, ben venga che cerchi di migliorarla, chiaramente nei limiti del buongusto, che spesso viene a mancare. Non sono d’accordo sulla trasformazione o sul cambiamento radicale che certe operazioni provocano, e ancor di più non capisco l’ossessione al non voler invecchiare. E’ una condizione naturale, perchè andare contro di essa? Ci sono tanti modi per mantenersi spiritualmente e fisicamente “giovani”, senza dover ricorrere alla chirurgia, si tratta sempre di  una questione di forza di volontà.

Penso che i segni del tempo, le rughe, le cicatrici facciano parte della nostra vita, la difficoltà sta nell’accettarli. Se riusciamo a farlo, possiamo essere fieri di noi stessi, perchè significa che non abbiamo paura di vivere e di affrontare il futuro. Cancellare le tracce del nostro passato significa anche rinnegare una parte di noi,o no?

Da bambina ero affascinata dalla lettura degli anelli degli alberi abbattuti. Il fatto di poter “vedere” e contare quei cerchi dai ceppi mi faceva immaginare la storia di ciascun albero e, non so bene il motivo, ma ne sono sempre rimasta incantata: forse perchè rappresentavano la prova della Vita dell’albero stesso nella perfezione della Natura.

I nostri segni sono i nostri anelli, per quanto possano infastidirci ci rappresentano: cerchiamo di rispettarli e forse, così facendo, impareremo anche ad amarli.

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Lieta Armonia

Nel mio cuore, non ho mai festeggiato il Natale.

Per me la sera più importante è sempre stata la Vigilia. Il 25, the morning later, tutto si è già concluso.

Don Mario, il nostro parroco, ha sempre organizzato delle rappresentazioni teatrali per questi grandi eventi, e io, ovviamente, ho sempre partecipato (l’attrice nascosta in me non poteva non venire fuori in queste occasioni!). Per tanti anni ho fatto prima l’angioletto, poi la pastorella…finchè non c’è stata la svolta: la Madonna! Alterando l’immaginario comune dell’iconografia cristiana, aveva scelto me, povera bimba color cioccolato come interprete della madre di Gesù:  ditemi se non era avanti!

Alle proteste degli altri bambini, “ma la Madonna nera non si è mai vista!!! -invidiosi-“, qualche mio sostenitore rispondeva, “ad Oropa sì!”; Don Mario, lapidario, non faceva ulteriori discussioni: “Siamo tutti uguali agli occhi del Signore. E’ solo l’uomo nella sua condizione di peccatore che vede le differenze”. Stop. Chiuse tutte le polemiche. GRAZIE DON.

Oltre a questa clamorosa assunzione di responsabilità, avrei dovuto anche cantare. Altro sogno che diveniva realtà…Mi ricordo ancora il brano: “Lieta armonia, nel gaudio del mio spirito si espande l’anima mia, magnifica al Signor, Lui solo è grande, Lui solo è grandeee”. E così fu. Voce tremolante, senza musica, un assolo da Zecchino D’oro, ma almeno lì, non ho steccato.

Ogni recita natalizia veniva interpretata alla vigilia di Natale alle 21, seguita dalla Messa, velocissima, che terminava alle 22.30. Quello era il momento che aspettavo. Non la Mezzanotte, no, ma il rientro a casa per aprire i regali. Prima di rientrare però andavamo a casa della mia prozia a mangiare il panettone con la crema di mascarpone, scambiarci i doni e farci gli auguri. Abbiamo mantenuto questa tradizione finchè non è mancata zia Irene qualche anno fa. Nel salottino di quella casa c’erano un camino e un vecchio lampadario. Io mi divertivo a saltare per cercare di toccarlo: ho passato anni a farlo, finchè non sono cresciuta e il gioco, ahimè, si è esaurito. Sono ricordi bellissimi.Arrivati a casa, con una foga pazzesca  aprivo i regali: da più piccolina li avevo già sbirciati tutti, si sa la curiosità è femmina; poi, crescendo, ho capito che sarebbe stato più bello mantenere la sorpresa e così cercai di trattenermi. Aperti i regali, con gioia e felicità andavo a dormire serena.

Adesso che ho la mia famiglia, continuo a vivere con un po’ di nostalgia il momento della Vigilia: Don Mario è invecchiato e le recite non le fa più; a casa della zia non è rimasta che sua figlia, e per quanto io adori i regali, non ho più il senso dell’attesa che avevo da bambina, forse perchè allora era imposto dai miei genitori, adesso invece sono io ad imporlo, a mio marito e alla bambina, che con 18 mesi ancora non sa bene cosa le sta capitando attorno.

Tutte le feste comandate portano un po’ di malinconia, per me è sempre stato così: si pensa all’infanzia, perchè si sa, il Natale è la festa dei bambini. Il ricordo delle mie vigilie lo dedico a mia zia Irene e a quel lampadario che mi ha accompagnata per anni facendomi ricordare il momento che vivevo.

E anche se non salto più per poterlo toccare, nel mio cuore continuerò a farlo.

Buon Natale a tutti voi!

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L’effetto della musica: ricordi.

Da quando ho scritto il post sulla canzone di Gary Barlow non riesco a togliermela di mente. Sono anche andata a rileggerlo e alla fine ho ancora cliccato il video per ascoltare la canzone. Mi spiace, ma sento di dover dedicarci ancora un pensiero. Ho guardato e riguardato quel video più volte tanto da farmi generare un flusso di immagini e ricordi che si sono susseguiti velocemente. Ricordi belli, lontani e come sempre un po’ nostalgici  (come me d’altronde) verso un tempo spensierato con pochi pensieri verso il futuro.

Ho pensato in ordine prima a Marella e poi al canto.

Marella. Marella è una ragazza, mia compaesana, che conosco praticamente da sempre. Abbiamo frequentato le stesse scuole, ma essendo più giovane di un anno non abbiamo mai frequentato la stessa classe. Marella mi ha provocato tre associazioni di idee. Numero 1. Era una fan dei Take That (Mare so che se leggerai questo post un po’ mi odierai per aver svelato questa cosa, ma hai un’attenuante: eri giovane!). Lei non lo sa, ma se ho iniziato a chiedermi chi fossero è perchè lei, su quel famoso pulmino delle medie, ne parlava. Numero 2: Abbiamo frequentato lo stesso liceo e di nuovo stesso tragitto, casa-scuola, scuola-casa. Abbiamo preso lo stesso pullman per almeno 3 anni. All’una, usciti da scuola, ci ritrovavamo alla fermata (300 metri dal liceo) per tornare a casa. C’era un bar, il “Fante di Cuori”. Dopo tutta la mattina a scuola, esci che hai un certo languorino…e cosa fai? Vuoi non stuzzicare o bere qualcosa al bar durante l’attesa? uno snack, due patatine, un the freddo, una coca-cola…un qualsiasi appetizer che ti riempia quel buchino nello stomaco prima che diventi una voragine. Ecco. La parola d’ordine era “Mare mi presti 500 Lire?”, “Mare hai mica 1000 Lire?”.  (Sì, c’erano le lire…). Ah scusate, era la MIA parola d’ordine. Una santa. Mi ha sopportato per anni. Almeno fino ai 18. Un investimento senza guadagno. Forse in perdita. Con l’avvento della patente il Fante di cuori non l’ho più visto. Questo sketch con Marella era diventato una sorta di gioco: nonostante sapessi che all’una potevo aver voglia di mangiare qualcosina, non avevo mai soldi a sufficienza, mi mancavano perennemente delle monetine, che fossero 200/500 lire quando andava bene, e lei usciva di casa sapendo già che me le avrebbe prestate. Io poi non osavo più chiederle niente. Mi vergognavo da morire, ma lei mi guardava e mi diceva “Cò vuoi qualcosa?”  già entrando al bar. Se le dicevo di no, lei usciva comunque con qualcosa e un “offro io”!!!! et voilà, il circolo vizioso riprendeva…che grande! Mi viene da sorridere al pensiero. E anche un po’ di vergogna in realtà, ma andava davvero così. Il tutto era spontaneo e naturale, non c’era nessun tipo di premeditazione, tanto meno un secondo fine. Anche perchè alla fine, essendo dei prestiti era mio dovere restituirle tutto. Così a fine anno tiravo una riga, come si suol dire, e le restituivo ciò che le dovevo. O almeno ci speravo. Il problema è che nessuna delle due era a conoscenza dell’ammontare totale. Nè io nè lei ce lo siamo mai segnate. Ho fatto una stima, posso averle dato di più come di meno, io non lo sapevo e lei nemmeno. Negli anni a venire, nonostante non ci siamo più frequentate, siamo rimaste in contatto. In questo ringrazio Facebook. Nel frattempo, si è laureata, è diventata una cantante ed anche mamma. E quest’estate ha cantato al mio matrimonio. Associazione numero 3.

Canto. Ascoltare una voce, piena, profonda, bella, in grado di emozionare è sublime. E ancora più bello è fermarsi a contemplarla e magari cantare con lei (o lui). Se rinascessi vorrei avere quella voce. La voce del talento, quella che ti porta a non renderti conto di avere un’ugola d’oro ma che ti fa godere ogni volta che vibra e scaturisce un suono. Da bambina organizzavo con la figlia di amici, dei piccoli siparietti durante i quali cantavamo le sigle dei cartoni animati e i “grandi” ci davano poi la monetina per l’ascolto. Elemosinavamo via, anche se eravamo convinte della nostra bravura. Saper cantare è meraviglioso. In qualunque momento puoi tirar fuori la tua voce e unire chi ti sta vicino. Far cantare o ballare allo stesso tempo. Cosa c’è di più poderoso? Anche se non ho una bella voce, sono un po’ intonata e mi piace cantare. La mia migliore amica, per il suo matrimonio, aveva incaricato la pianista del  nostro gruppo di amiche, Arianna, di suonare e scegliere i pezzi, mentre Laura ed io dovevamo cantare. Arianna avrebbe sia cantato con noi sia accompagnato al piano, suo marito invece al sax. Quel sabato mattina Arianna  si è svegliata senza voce. “Ragazze dovrete cantare senza di me”. Nessun problema. Cosa ci vuole? Tanto è solo Baglioni.  Il buon vecchio Claudio. Immaginatevi due di quelle emoticons con la faccia da urlo di Munch…ecco, quelle eravamo Laura ed io. E’ stato indimenticabile. Davanti a tutti. E qui termina il mio flusso di pensieri.

Ricapitolando: GaryBarlow/TakeThat/Marella/Liceo/oFantediCuori/Matrimonio.

E stecca finale al matrimonio di Jenny. Ripeto, indimenticabile.

Passo e chiudo.

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