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Donne

In italiano, nasciamo tutte signore. Almeno etimologicamente parlando. La parola donna infatti deriva, per assimilazione consonantica, dal latino dŏmna, forma sincopata del latino classico domĭna, e significa appunto “signora” ( è vero che è scritto su Wikipedia, ma ho avuto, nel primo biennio del liceo, una professoressa di latino che per quanto fosse “feroce” e indimenticabile, mi ha dato delle basi così solide della lingua, che ricordo ancora a distanza di vent’anni). Poi che lo siamo veramente, è un altro paio di maniche.

In francese, invece, ci chiamano romanticamente femmes…per loro, indipendentemente da COME siamo, saremo sempre geneticamente femmine, con quell’accezione un po’ sensuale che la lingua si porta dietro. Que dire…magnifique!

Per i nostri cugini spagnoli siamo mujeres,  come per i portoghesi mulheres…  sembra quasi che non esistano le singles nella semantica di queste lingue, deriviamo dalla parola moglie…di chi non si sa, ma linguisticamente possiamo pensare di esserlo. Magari con Banderas, toh che si è separato dopo dieci anni dalla Melanie e si è scoperto essere il migliore amico di Rosita ( la gallina). Inzupposo.

Gli inglesi, grandi semplificatori, ci ricordano che deriviamo dall’uomo (sarà vero?) con woman, mentre i tedeschi, che potevano sembrare i più “cattivi”, ci chiamano Frauen (plurare di Frau che tradotto significa signora). Non paragoniamoci alla Rottermaier che era signorina, Fraulein.

La nostra forza è quindi molteplice: siamo una ma siamo tante, diverse, distinte con caratteristiche comuni che cerchiamo di definire con il nostro carattere. Amiche, nemiche con pregi e difetti, a volte sappiamo essere solidali come Madre Teresa, altre invece invidiose come la Regina Cattiva di Biancaneve. Se solo fossimo capaci di amarci per quello che siamo, per come siamo e per quello che facciamo. L’invidia è davvero tutta femminile. Le peggiori pugnalate, soprattutto sul lavoro, le ho prese da donne.

Oggi è l’8 marzo. Universalmente veniamo festeggiate. Sembriamo unite e solidali in questo giorno, ma io vorrei che lo fossimo sempre. Parliamo sempre di quanto facciamo, di ciò che rappresentiamo e di cosa significa essere Donna. Bene, allora dimostriamolo. E non andando una sera all’anno a festeggiare, ma dandoci la mano, tutti i giorni, sempre. Non si può andare d’accordo con tutti, certamente, ma non facciamoci del male, con parole taglienti o con gesti plateali. Accettiamo i nostri limiti, facendo risaltare le nostri doti, i nostri piccoli talenti. Perché ognuna di noi ne detiene almeno uno. Può essere difficile capire quale sia, per questo invidiamo chi sembra averlo trovato.

Oggi è l’8 marzo: guardiamoci dentro e rispettiamoci. Solo così diventeremo donne, o dominae. Ah sì, Signore.

 

 

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Fama e notorietà.

Una sera di tanti anni fa, in vacanza in Liguria, incontrai Irene Grandi.

Non potrò mai dimenticarmi quel momento: in attesa di una coppia di amici ( quello de Profumo di un’amicizia, nda) passeggiavamo sul lungo mare di Finale, finchè, giunti ad una piazzetta la vediamo scendere da una Mercedes blu con il suo chitarrista di fiducia. La seguivo fin dai suoi esordi a Sanremo nelle nuove proposte e mi è sempre piaciuta, sia per la sua voce e le sue canzoni,  che hanno accompagnato molti momenti divertenti della mia adolescenza ( “Bum Bum” sarà sempre associata alla mia prima gita sulla neve al liceo), sia come persona. Ci avviciniamo con calma per appurare che fosse realmente lei, attorno non c’era praticamente nessuno e non appena ci troviamo ad una distanza consona io chiedo a lui, il suo chitarrista: “E’ Irene Grandi?”. Quasi impaurito mi fa cenno di no con la testa e lei mi guarda dritto negli occhi,senza un minimo interesse, senza un sorriso e ancor peggio senza nemmeno salutare. Praticamente irriconoscibile, forse per la stanchezza del viaggio, o non so che altro, se ne va voltandomi le spalle e lasciandomi lì, immobile come un baccalà.

Inutile dire che ci rimasi male. Avevo davanti a me una cantante che ammiravo e che seguivo da anni, magari non era la mia preferita, ma sicuramente era una di quelle per la quale avevo investito anche dei soldi per acquistarne i cd…Da allora, non ne ho mai più comprato uno. E non vale il discorso “sarà stata scazzata, stanca o altro”, no. Io mi sono avvicinata in punta di piedi, quasi con timore, e mi sarebbe bastata una stretta di mano nel dirle quanto l’ammiravo e quanto era brava.

Forse sarò stata esagerata, ma la delusione e l’amarezza per quel gesto e per quel comportamento mi hanno lasciato un segno per anni: ogni volta che mi si presentava l’occasione di conoscere o fare amicizia con qualcuno di noto, ho sempre avuto timore di dargli fastidio. Quando volavo, o quando ero in hotel le occasioni di incontrare i vips di casa nostra si sono sprecate, con alcuni ho scambiato due parole, con altri sono anche diventata amica, ma non ho mai, ripeto mai, chiesto nulla; sono sempre rimasta sulle mie, mai una foto, mai un autografo. Inconsciamente non volevo più sentirmi fessa come in quella piazzetta di Finale, e volontariamente capivo che questi personaggi erano già stressati e pressati da uno stuolo di fans incalliti e impazziti che avrebbero fatto di tutto pur di stare con loro e avere un attimo di notorietà. Quando ho incontrato Jordi Coll nella hall degli studi di Verissimo, mi sono avvicinata perchè sapevo che lui era a conoscenza di chi fossi, che avevo curato il suo blog e che gli stavo facendo un po’ di promozione gratuita ( per pura passione e senza alcun interesse). E’ stato in qualche modo più semplice chiedergli alcune cose, come scattare una foto insieme o un selfie e, in seguito, a Valencia, gli autografi per le fans che me l’avevano richiesto ( anche lì però non l’ho fatto per tutte perchè non volevo rompergli le scatole…)

Fama e notorietà. Due punti d’arrivo che possono, a volte, suscitare manie di grandezza e onnipotenza. E queste ultime capitano il più delle volte a chi l’ha ricevuta per caso, a chi non ha sudato sette camicie per conquistarla, ma si è trovato buttato lì per un incomprensibile caso della vita: perchè chi ha sudato, il più delle volte conosce l’umiltà e sa a chi dover dire grazie.

E’ il rovescio della medaglia: metti in piazza il tuo talento, presunto o vero, ma in cambio ti viene richiesta la tua vita privata. Non sei più libero di fare esattamente ciò che facevi prima senza che un paparazzo o chi per lui ti fotografi, ti fermi per strada e chiunque ti riconosca ti chiama come se foste amici da una vita. Non ci sono più livelli e tu, persona nota, non puoi esimerti dal comportarti bene, perchè sì che hai talento, ma ti è stato riconosciuto dal seguito che hai avuto; e sono proprio loro, quelli che ti stressano e che arrivano a romperti le scatole che ti innalzano, ma che allo stesso tempo ti possono massacrare e far cadere giù dal palco. Ricordatelo.

Se ti viene dato rispetto, rispondi con esso, se ti viene data una mano stringila, se ti sputano addosso, voltati dall’altro lato, ma non rispondere a tutti allo stesso modo e soprattutto, con indifferenza. Essere famosi è un po’ come essere dei venditori: non ti puoi permettere di essere completamente te stesso perchè vendi la tua immagine e devi trattenerti dal mandare a quel paese potenziali clienti. E’ una dura realtà, mi spiace, ma c’è sempre chi sta peggio di te, no?

L’ho scritto non tanto tempo fa, bisogna essere gentili sempre, e non è una frase di rito, è la verità.

La fama e la notorietà dovrebbero viaggiare sullo stesso binario dell’educazione e dell’umanità. A volte però le prime due viaggiano per conto proprio: basta un episodio per farti cambiare idea su qualcuno.Quella sera in Liguria, non c’è stata nè gentilezza, nè educazione nè umanità. Solo indifferenza. E questo non lo scorderò mai.

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Giovedì grasso

Oggi è il giorno di massimo festeggiamento del Carnevale, quando ogni scherzo vale.

Io poco li sopporto. Non li ho mai tollerati gli scherzi di carnevale, e forse è per questo che non ho un bel ricordo di questo periodo. Dover divertirsi per forza, mettersi in maschera e fingere di essere qualcuno che non si è, un eroe, una principessa o il personaggio del momento mi ha sempre messo un po’ di tristezza.

“Che infanzia hai avuto Corinne per non amare il Carnevale?” Assolutamente normale. Anzi, se devo dirla tutta, probabilmente a scuola mi divertivo anche ( solo con il lancio dei coriandoli e delle stelle filanti eh), ma il ricordo che ho è più malinconico, di una festa che non fa parte del mio DNA. Per i bambini è sicuramente un momento goliardico, di festa, il mio punto di vista è quello che si è creato in adolescenza, quando, finita l’obbligatorietà sociale della scuola di vestirsi per la giornata, mi sono liberata di questo peso, e non vi ho mai più partecipato,se non da spettatrice comunque curiosa e amante della creatività, senza mai più mettermi in maschera

Ho avuto la possibilità di vivere il Carnevale di Nadal, in Brasile durante il periodo Lauda Air: ammetto che i colori, le luci, i carri, i costumi e l’allegria che si respirano lì sono imparagonabili rispetto ai nostri festeggiamenti, che sono sì belli e scenografici, ma secondo me vi manca qualcosa. In Brasile, tutti, vecchi, giovani, bambini, lo vivono per strada, è un momento di fortissima condivisione e comunione, sembra che si conoscano uno per uno, come in una grande famiglia,  e quei sorrisi che spiccano sui loro volti sono indimenticabili.

Sono stata anche a quello di Venezia e, sebbene sia tra i più antichi e famosi del mondo, non sono riuscita ad apprezzarlo come si dovrebbe. La laguna di per sè mi mette nostalgia e le maschere ( BELLISSIME) mi suscitano una sorta di paura per ciò che si nasconde sotto. E’  vero che mascherandosi, una volta, si poteva dar libero sfogo al proprio io, le classi sociali non avevano distinzioni e tutti erano “a pari livello”. Ma è pur sempre una realtà che travestendosi chiunque può commettere delle malefatte senza essere scoperto. Forse parlo così perchè non sono cresciuta in una città con una forte tradizione, come possono essere Ivrea, Viareggio o Venezia, appunto, ma la sensazione che provo è un misto tra ansia, paura e malinconia, una piccola depressione latente non manifestata. Non prendetemi per esagerata, cerco solo di spiegare come l’ho vissuta per anni.

Ora che non tocca più a me, devo vestire mia figlia. Questa mattina si è trasformata in fata turchina. Non avendo ancora due anni, non mi ha chiesto nulla ( non parla), quindi la scelta l’ho affrontata io: tra biancaneve e la fata di Pinocchio, ho scelto la seconda, ma solo per una questione pratica, avendo il primo un gonnellone con stecche e cerchio alla base, ho preferito evitare il disastro. Mio marito mi ha chiesto se c’era un costume da carrarmato che forse le si addiceva di più, vista la sua vivacità…Nell’acquistarlo, sapevo che il cappellino a punta non sarebbe stato a lei gradito: odia qualsiasi cosa tu le metta in testa; nonostante le urla della disperazione, gliel’ho infilato e lei ha smesso di piangere.

Mi ha fatto un po’ tenerezza, inconsapevole di ciò che le stavo facendo e senza la possibilità di potersi esprimere in merito.Però magari le piace, o le piacerà. Se così non fosse, sapremo che anche l’orticaria per il Carnevale è un carattere ereditario.

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Diventare grandi

Non è facile.

Conosco diverse persone, soprattutto uomini che grandi non lo sono ancora.

Se parliamo di età anagrafica, a quarant’anni un uomo dovrebbe già essere, per lo meno, fatto e finito. E invece sono ancora lì a crogiolarsi pensando se vale la pena stare da soli o farsi una famiglia, viaggiare o fermarsi, comprare casa o stare in famiglia. Normalmente ci sono delle tappe che ci portano a crescere: compiere la maggior età, diplomarsi (o laurearsi), trovare un lavoro, farsi una famiglia. Non è detto che per tutti sia così, questo è solo un esempio. Ma c’è un passaggio fondamentale, quello che secondo me decreta la maturazione totale: passare dall’essere figlio all’essere uomo. Uso il maschile perchè ho più esempi di questo genere, ma vale chiaramente anche per le donne.

Sembra banale, ma non lo è.

Rimaniamo figli quando non prendiamo in mano le situazioni della nostra vita, quando sono i nostri genitori che “decidono” per noi, consigliandoci cosa è meglio fare e cosa no; quando dipendiamo totalmente da loro e non siamo in grado di ragionare per contro nostro. Attenzione perché non sto dicendo che non ci si possa confrontare con loro, anzi. Parlare e scambiare opinioni è sempre positivo, ma se deleghiamo decisioni importanti a loro significa che noi non abbiamo ancora la capacità di pensare al nostro bene, e ci affidiamo a chi ci ha cresciuto e ha sempre cercato di scegliere il meglio per noi.

Diventare grandi invece significa decidere, risolvere, capire da soli quale sia il benessere per il proprio futuro ed eventualmente avere un’idea che non sempre collima con quella di chi ci ha messo al mondo. Ragionare per conto proprio, per il proprio bene.

Probabilmente la lancetta della crescita si è spostata più in là, forse a causa dei cambiamenti della società, della crisi o di chissà che cosa. Fatto sta che viviamo in un mondo dove ci sono sempre più figli e sempre meno uomini. Cosa succederà quando non ci saranno più i genitori a decidere per loro? Ma di chi è la colpa?

Cosa ne pensate?

 

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Ci conosciamo da sempre

Tutti noi abbiamo degli amici. Uno solo, due, tre…e secondo me, al di là di ciò che dicono le statistiche, non c’è un numero unico che possa essere considerato valido. Si è soliti dire che di amici veri ce ne siano pochi nella vita delle persone e che si possano considerare tali solo se si supera la prova del tempo. Il tempo porta con se un bagaglio di fatti, avvenimenti, situazioni che si sono potuti condividere con gli amici e in ugual modo, periodi che sono stati testimoni di nuovi rapporti, rotture o ricostruzioni dopo eventuali silenzi.

Quelli che io chiamo AMICI, lo sono davvero: tra questi ne annovero sia di lunga data, che recenti. Ma non è detto che, per il semplice fatto che ne conosco qualcuno da più tempo, io li consideri più fraterni di altri o viceversa. E’ la qualità che fa la differenza. E non è che uno sia migliore dell’altro; con ciascuno ho un rapporto diverso, che ho costruito a seconda della persona, del suo carattere e del suo atteggiamento nei miei confronti. Spesso si tende a confondere l’amicizia con la sola confidenza, ma non credo che svelare il proprio intimo sia una cosa fondamentale. L’intimità nasce quando ci sono dei pensieri che ci tormentano e abbiamo bisogno di rivelarli per avere un consiglio o semplicemente per essere ascoltati. Però non è solo questo che ne innalza il grado: è la  sincerità che sta alla base della reciprocità dell’affetto, della stima e della considerazione verso l’altro. Questo fa la differenza. Io posso anche non confidarmi, per svariati motivi, perché sono introversa, chiusa o non ne ho voglia. Chi mi conosce e mi capisce sa che c’è qualcosa, e non è necessario che sappia precisamente cosa sia: è comunque disposto a darmi il suo appoggio incondizionato, fosse anche solo con una parola o con un abbraccio, se presente.

L’amicizia con una delle mie più grandi amiche è nata vent’anni fa da un’antipatia reciproca, provocata da un’amore adolescenziale in comune (tra l’altro, questo amore è stato anche l’unico, visto che poi è diventato suo marito: in fondo non aveva tutti i torti a volerlo con le unghie e con i denti). Mi ricordo che una volta mi chiese anche se volevo del cianuro al posto del the, così da farmi fuori subito (pensate un po’ quanto mi amava!).  E ovviamente, tutto questo, in maniera diretta. Superato quel momento, lei ( che quando voleva, poteva essere una grandissima stronza a causa del suo caratteraccio da Ariete indomabile) iniziò volontariamente un rapporto con me, prima ricominciando a salutarmi ( “come mai mi saluti?” – “hai cambiato fratello”-ridendo…), poi, iniziando a condividere pensieri relativi a determinati atteggiamenti che ci davano fastidio nelle persone. Tra donne s’inizia sempre criticando qualcuno…

E’ stata un’amicizia GRANDE, INTENSA, VERA: siamo state distanti per anni, essendosi trasferita in un altro continente, ma abbiamo saputo reciprocamente stare in sintonia, capirci senza sentirci, esserci al momento giusto e litigare quando era il caso.  Abbiamo condiviso   i momenti più belli della nostra adolescenza, e tanto altro ancora dopo. Lei non aveva peli sulla lingua, né mezzi termini per affrontare le situazioni. Era decisa e coerente. E sapeva cosa voleva. Il più bel regalo di Natale che mi ha fatto è stato spronarmi a riprendere in mano la mia vita quando stavo per compiere uno dei più grossi errori che avrei mai potuto fare. E vi assicuro che in quel momento lei aveva ben altro a cui pensare, altro che i miei futili problemi di cuore. Ma era così.

Suo marito, quell’effimero amore adolescenziale, anzi, meglio definirlo “cotta”, mi conosce invece da quando sono nata. Quando non ti ricordi come hai conosciuto qualcuno è perché lo conosci da sempre, un ricordo rinchiuso in uno di quei cassetti della memoria infantili che difficilmente riesci ad aprire, in quanto troppo lontani. Ma che grado di conoscenza abbiamo in realtà? Nonostante 34 anni di vita, Ale ed io non abbiamo mai avuto un vero rapporto di “scambio”. Entrambi sapevamo di poter contare l’uno sull’altra, se volevamo dirci qualcosa lo facevamo attraverso Jenny, ma se avessimo avuto bisogno di parlare, ridere o scherzare…uhm, no, non ci sarebbe venuto in mente di farlo. Sua moglie era la mia migliore amica: ciò che sia lui che io sappiamo l’uno dell’altra è anche grazie a lei. Lei mi parlava di lui, e, con lui, parlava di me. Così come faccio io con Fabri. Normalissimo.

Ho scelto di parlare di Ale, nonostante le sue paure, perché rappresenta il cuore di questo post: l’amicizia e il tempo.

Questo post è iniziato con l’idea che il tempo sia il metro che possa misurare il grado e la forza di un’amicizia. Da quando Jenny ci ha lasciati, Ale ha iniziato a comunicare con me, scrivendo e parlando, come non aveva fatto prima. E’ vero che mi sono messa a sua disposizione, ma penso sempre che se qualcuno non vuole farlo, non lo fa. Ci sentiamo spesso, grazie agli skype, ai whatsapp e ai facebook, ridiamo e scherziamo per la maggior parte delle volte, e affrontiamo anche molti argomenti seri, come la famiglia, i bambini, il futuro: tutto quello che rappresenta la nostra visione della vita, ciò che ci fa stare bene e male allo stesso tempo, le nostre preoccupazioni, le nostre paure, le nostre aspirazioni. Io credo di essere abbastanza obiettiva e critica  nei suoi confronti, così come lui lo è con me. Lui sa che può dirmi tutto ciò che gli passa per la mente perché non lo giudico. Gli do consigli, ma non lo metto sulla forca. Il nostro legame si è evoluto: da semplice riflesso è diventato un rapporto fraterno.  La sorpresa è che siamo più amici adesso rispetto a prima; è come se in quel puzzle incompleto, che avevamo iniziato a creare anni fa quando frequentavamo la stessa compagnia, iniziassero ad incastrarsi pezzi che erano lì, sotto i nostri occhi, ma che non si riuscivano a scorgere perché affannati e presi dalla vita quotidiana e dalla non necessità di scambio. Abbiamo iniziato a conoscerci davvero, scoprendo di essere anche molto simili  e sapendo anticipare eventuali problemi che ci affliggono.

Alla fine non esiste una regola che dice “X anni=amicizia”. Posso chiamare Ale Amico solo ora, nonostante ci conosciamo da sempre.

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Nigerian Pidgin English? Na so!

DOVE&QUANDO: treno interregionale Milano- Torino alcuni anni fa.

Sono in treno verso Torino con mia madre.

Nel nostro scompartimento, ci sono quattro o cinque ragazze nigeriane che, coi piedi sui sedili di fronte a loro come se il treno fosse di proprietà, ridono e parlano ad alta voce, nella loro lingua, di cose personali. Più che parlare, sbraitano. A me fanno ridere, a dire il vero. A mia madre no. Lei è infastidita da questo comportamento animalesco e, insofferente, dopo aver sbuffato un po’, mi dice a voce alta, in modo che possano sentire anche loro: “Non lamentiamoci se poi i bianchi pensano che i neri siano tutti maleducati e buzzurri! Guarda queste qui come sono conciate, una vergogna per la razza, poi ti vedono in giro e pensano che sei così. Maleducate!”. Io cerco di zittirla, dandole dei colpetti col gomito, lei invece continua. Io, poi, che non amo cercare grane, provo a stemperare la tensione con un sorriso di circostanza alquanto ebete. Ad un certo punto, una di queste inizia ad accusare un’altra di essere una bugiarda. La questione non poteva che essere economica. Parte una “bagarre” verbale senza fine. Io mi diverto come una matta perchè, nonostante non parlino inglese, capisco tutto quello che dicono: “A beg, make you no wex me!” , “Wetin? Na big wahala! You, you, you de chop money only for you!” “Ah, a!Comot!” “Na lie!!”. E così avanti.  (trad. Ti prego, non farmi arrabbiare! Cosa? E’ un grosso problema, tu, tu, ti sei mangiata i soldi solo per te! Ah, a, ma sparisci” Bugiarda!).

La lingua che queste due parlavano e che io comprendevo era il Nigerian Pidgin English (NPE).

Ora, non so quanti di voi abbiano mai sentito parlare di pidgin, perciò vi illumino (d’immenso!).  I linguisti usano questo termine per etichettare quelle varietà di discorsi che si sviluppano quando i parlanti di due o più lingue diverse, senza una prima lingua comune, vengono a contatto con l’altro e hanno bisogno di comunicare (ad. esempio un britannico e un nigeriano di etnia Igbo, che lingua parlano? Tra i due, non essendoci una lingua in comune conosciuta, nasce un pidgin). Lo sviluppo di questi “nuovi linguaggi” è causato dalla necessità urgente di comunicazione tra persone che parlano lingue diverse – una crisi comunicativa linguistica è alla base della creazione di  un pidgin. Quando questo inizia ad essere utilizzato in casa e i bambini crescono parlandolo come prima lingua, si evolve in una lingua vera e propria e diventa noto come ‘creolo’. In passato, i pidgin e i creoli erano spesso indicati con espressioni peggiorative di un inglese stentato: Bastard Portuguese, French Negro, Broken English, etc… tutti termini che indicano chiaramente una mancanza di rispetto per questi idiomi. L’ignoranza l’è una bruta bestia. Alcuni pidgin sono stati chiamati « lingue commerciali », « lingue franche » o « lingue veicolari » e sono chiaramente sorti in seguito al contatto tra le persone che cercavano di fare affari l’uno con l’altro, senza avere una lingua in comune. In questi casi ciò che si sviluppa non sono varietà o dialetti delle lingue madri dei relatori, ma nuove lingue, la cui grammatica (fonetica, morfologia, sintassi, ecc) differisce fondamentalmente dalle lingue dalle quali sono state formate. Tutti i pidgin sono linguaggi lessicalmente derivati da altre lingue, ma sono strutturalmente semplificate, specialmente nella loro morfologia. I Pidgin mostrano una serie di caratteristiche:
1) non hanno parlanti per i quali il pidgin è considerata la loro prima lingua (lingua madre)
2) sono oggetto di apprendimento delle lingue
3) hanno norme strutturali
4) sono utilizzati da due o più gruppi
5)di solito sono incomprensibili ai parlanti delle lingue da cui ne deriva il lessico.

Un’altra curiosità è l’etimologia della parola ‘pidgin‘: si dice, ma non si è certi, che derivi dalla pronuncia cinese della parola inglese ‘business’ e dalla trascrizione del termine pidgeon (piccione).

Ne esistono di vari tipi: quello caraibico, quello oceanico, quello africano,… Quello che le gentil donne parlavano sul treno era quello specifico del West Africa, in particolare della Nigeria, da lì Nigerian Pidgin English.Se capisco il NPE è grazie a quegli amici “africani” che, vivendo in Nigeria la maggior parte dell’anno, quando tornavano in Italia, tra di loro, parlavano questo idioma. La conoscenza di una lingua comune fa stringere dei legami e crea gruppi. Se tu conosci la lingua, entri a far parte del mondo dell’altro.

In quel momento, sul treno io ero parte passiva di una discussione che era accesa per i più, ma che per me era essenzialmente colorita e divertente a causa della lingua, delle movenze e dei gesti. Mia madre si alzò dal suo posto e cambiò scompartimento, io rimasi lì a ridere. Le due, interrompendo lo spettacolo per un minuto, si voltarono a guardarmi. Una delle due mi disse: “Na lie, you no pidgin?” (Non è vero, capisci il pidgin?), e io, sempre col mio sorriso da ebete, risposi: “Nigerian Pidgin English? Na sooo!” (L’inglese pidgin nigeriano? E’ così!).

Le due si misero a ridere e io raggiunsi mia madre nell’altro scompartimento. Potevano continuare a discutere, tranquillamente.

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Lettera per voi

Cari amici di The Morning Later:

dal mio primo post ad oggi è già trascorso un mese. Più di trenta articoli scritti con il cuore, la testa e l’anima per raccontarvi pezzi di me. Non avrei mai pensato di riuscirci, sono sincera. Il lavoro, la casa, la famiglia occupano gran parte del mio tempo, come ad ognuno di voi del resto. Sono contenta perchè grazie a voi continuo ad essere stimolata a raccontare, a scrivere, a ritagliarmi quel piccolo spazio che è solo mio ma che riesco poi a condividere con voi in 5 minuti di lettura giornaliera. Per me è un piccolo traguardo, davvero.

Nei fine settimana mi capita di rileggere i vecchi post, soprattutto i primi per vedere da dove sono partita e, oltre a trovare ogni volta qualche errore di battitura od ortografico (perdonatemi, sono sviste o mancate riletture accurate), mi rendo conto di aver cambiato stile nello scrivere, e di aver dato un taglio più “smiling”. La scrittura rappresenta ciò che siamo, a seconda dei momenti che viviamo: in base a come stiamo, alle giornate che passiamo o ai momenti che trascorriamo, la scrittura assorbe il nostro spirito. Ecco perchè cambia. Chi mi ha letto dal primo giorno si è reso conto di questo cambiamento.  E questo, nell’arco di poco tempo, un mese soltanto. Il progetto è iniziato perchè ero malinconica e nostalgica. Avevo bisogno di sfogare quella tristezza che i ricordi e le persone del nostro passato lasciano nel cuore e l’unico modo, per eventualmente non piangere (sono una un po’ emotiva), è stato questo. Da adolescente, tenevo un diario mio o scrivevo lettere e subito dopo stavo meglio. Migliorando il mio umore, sono cambiati anche i racconti e i pensieri legati ad esso… L’occhio è diventato più “ironico”.

Attraverso le fotografie, che imposto come principali per ciascun post, rigorosamente in bianco e nero, cerco di catapultarmi in quell’immagine che sta nel mio cuore, ancor prima della mia mente, dando un imprinting che possa rimanere tale.

Non voglio dire che non scriverò più seriamente o cercherò sempre di far ridere, no, anzi. La serietà che è in me viene quasi sempre fuori anche da episodi che apparentemente sembrano ilari, ma che nascondono temi profondi, degni di nota o di riflessione. Non c’è nulla che non possa portare a “pensare”. Posso iniziare un post con l’idea di far ridere e concluderlo con un’altra. Dipende.

Il pezzo sul colore della pelle è nato dalla lettura di un post sul razzismo,” Stupire” è nato da una conversazione con il mio migliore amico…e così via…tutti mi state ispirando e tutti fate parte di questo progetto. Ecco perchè The Morning Later non è solo mio, ma anche vostro: sentitevi coinvolti, in pensieri, parole, opere ed omissioni.  La parola è quanto di più bello abbiamo: usiamola per comunicare e per farci sentire, per aiutare o per farci aiutare, per amare e non per odiare. Impariamo ad usarla come si deve perchè siamo fortunati a poterla padroneggiare.

E non abbiate timore.

Non sono qui per giudicare, ma per cercare un confronto. E mi sono stupita perchè ho ricevuto commenti da persone che non sentivo da anni, ma che hanno fatto parte della mia vita. Questo mi fa immensamente piacere.

Sarò sempre lieta di ricevere e di commentare tutto con voi, per costruire insieme The Morning Later.

Grazie per la fiducia.

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L’indiano di Dubai

Qualche anno fa, insieme a Federica, la mia testimone di nozze, e i nostri rispettivi mariti andammo a Dubai per una potenziale offerta di lavoro. Siamo stati ospiti di quello che doveva essere il nostro socio in affari, un business man indiano, che chiamerò Vic, che viveva da vent’anni a Dubai.  Non voglio soffermarmi su questioni professionali e lavorative, ma voglio parlare dell’autista di Vic: Ajin.

Indiano anche lui, un uomo di un’ età indefinita compresa tra i quaranta e cinquanta, Ajiin è stata l’ombra del suo padrone:  senza mai parlare, con lo sguardo basso e una riverenza assoluta, Ajiin non era solo l’autista di Vic, ma il suo tappetino. Non appena veniva chiamato, lui si materializzava dal nulla, come una statuina a dire “Yes Sir”, inchinandosi e stando a debita distanza dal suo supremo capo. Aveva un timore reverenziale che non vedevo da anni, o forse non avevo mai visto. Ci aveva accompagnato ovunque in quell’interminabile settimana a Dubai, sempre disponibile e sempre sull’attenti.

La fedeltà portata all’estremo prevede una totale subordinazione all’altro; il non pensare, il non fare se non il completo agire in funzione degli ordini impartiti, ti rende vittima e schiavo inconsapevole di colui che sfrutta la carità a suo vantaggio. Costui diventa così padrone della tua persona e tende ad approfittarsi di questa condizione, senza pensare all’eventuale danno che può creare la totale assenza di libertà. Credo di non aver mai visto Ajiin libero. Ma non libero di fare quello che volesse, libero mentalmente, di testa.

Notte, giorno, costantemente, il pover’uomo sembrava non avere una vita personale. Mi direte: è normale poichè prestava servizio a Vic, ed essendo pagato, svolgeva egregiamente le sue mansioni. Ma il punto non è questo. Ajiin non si comportava con un dipendente rispettoso del suo titolare, ma come un cane scodinzolante nei confronti del suo padrone. In più, Vic lo trattava con indifferenza, come se tutto fosse dovuto e non come un semplice collaboratore. Quando arrivò il nostro ultimo giorno di permanenza, dovendo portarci in piena notte alla fermata dei pullman Etihad per andare ad Abu Dhabi a prendere il volo di ritorno, Fabri gli volle dare una mancia. Sul volto di Ajiin comparve il terrore: iniziò a  scuotere la testa dicendo no, e cercò di nascondersi in macchina per evitare che lo inseguissimo per insistere. Aveva paura ad accettare il nostro piccolo compenso per la disponibilità data. Ci disse: “Il mio padrone mi compensa già bene, prendo già abbastanza”.

In quel momento, capii quanto la manipolazione del cervello umano, su menti deboli e bisognose di aiuto, potesse creare validi seguaci. Se in Africa ci si aggrappa a Dio per credere in un futuro migliore o semplicemente credere in qualcosa, i bisognosi, quando incontrano chi li salva dalla loro disperazione, vedono nel salvatore il buon Samaritano, senza a volte capire che c’è un interesse dietro. Ajiin nel suo piccolo, vedeva in Vic il suo salvatore. Se gli avesse detto di buttarsi giù dal pozzo, probabilmente non ci avrebbe nemmeno pensato e l’avrebbe fatto. Non voglio esagerare, ma una personalità come la sua non è tanto lontana dal fanatismo dei kamikaze.

Inculcare in testa idee, considerazioni di altri promettendo una giusta ricompensa è ciò che può spingere l’uomo a prostrarsi e a scegliere di divenire schiavo. E fino a quando esisteranno uomini travestiti da buoni samaritani, la servitu’ verra’ sempre scambiata con la schiavitu’.

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Sognando New York

Non so quanti di voi siano già andati a New York o desiderino farlo, ma per me è sempre stato un sogno. Per circa dieci anni, ho tentato di raggiungerla senza esserci mai riuscita, pur facendo la hostess. Destino beffardo o no, prima in Lauda, poi in Alitalia, io gli States li vedevo col binocolo.

Sono sempre stata affascinata da questa metropoli, un po’ per l’immaginario comune trasmessoci dalle serie televisive, da Friends a Sex and the city, un po’ perché ha sempre rappresentato il “yes you can”. Almeno una volta nella vita ci sarei voluta andare, ma sembrava che il destino si fosse accanito contro questa mia idea. Nel 2001, a 21 anni, non ho avuto il coraggio di abbandonare il mio fidanzatino di allora andando un anno negli USA a fare la ragazza alla pari. In più, s’era messo pure Bin Laden con l’11 settembre. Quando si calmarono le acque, cercai di organizzare una cinque giorni a New York, con due amiche, Laura ed Elena: al momento della prenotazione entrambe si accorsero di avere il passaporto scaduto. Le tempistiche si allungarono e persi “l’attimo”. Finalmente, nel 2009, ci sarei dovuta andare in viaggio di nozze: se il matrimonio non si è celebrato, figuratevi la luna di miele.

A quel punto, rinunciai. Ogni volta che mi proponevo di andarci, succedeva qualcosa che me lo impediva. Considerandomi una fatalista, a New York, come al vestito rosso, diedi un valore particolare: ci sarei andata, ma non l’avrei dovuto decidere io, almeno la prima volta. Qualcun altro avrebbe dovuto scegliere per me.

E di nuovo, devo ringraziare l’uomo del monte: mio marito.

Sdraiato sul divano una sera di  gennaio mi dice: “Basta, io voglio andare ad Honolulu!”.  Però, un po’ più lontano no?! Iniziai a guardare i voli e ogni volta che ne trovavo uno che andava bene c’era uno scalo di diverse ore a New York. Fabri colse la mia sofferenza interiore e mi disse: “Senti, approfittiamo dello scalo e inseriamo qualche giorno a New York”. GRAZIE.

Atterrare al JFK e mettere piede sul suolo americano è stato l’avverarsi di un sogno. Il sogno americano. Il mio per lo meno. Se l’idea di andarci non era stata mia, l’organizzazione sì. Avevo concentrato tutto ciò che avrei voluto vedere in tre giorni, calcolando  ed ottimizzando i tempi, prendendo la metropolitana e sapendo esattamente come e dove andare. Avevo programmato i tempi di attesa in aeroporto, ipotizzato l’arrivo in hotel e dove saremmo andati a mangiare. Lo ammetto, avevo previsto tutto e non volevo perdere nessun minuto. E chiaramente, avremmo fatto tutto rigorosamente a piedi o al massimo con la metro.

Purtroppo, non avevo fatto i conti con l’ernia lombare di mio marito (allora ancora fidanzato), che aveva deciso di venire anche lei con noi. La terza incomoda. Non poteva filare tutto liscio.

Abbiamo percorso tutta Manhattan a piedi, da Central Park a Battery Park, il molo per imbarcarsi verso la Statua della libertà. Andata e ritorno. Io ero come una bambina al luna park. Fabri mi ha odiata. Ancora oggi, raccontando di quel viaggio, dice che sono stata una sadica a fargli tutta Manhattan a piedi. Vi dico solo che davanti al ponte di Verrazzano lui mi ha fatto credere che fosse quello di Brooklyn: “Lo vedi, è lì? Adesso andiamo…”. C’ha provato, ma durò il tempo di uno sguardo verso quello vero. Poverino, stava patendo le pene dell’inferno: ebbi pietà ed evitammo di percorrerlo. Per quanto gli stesse piacendo visitare la città e scoprirla, la sua amica ernia non lo mollava; in più, non vedeva l’ora di godersi le Hawaii di Magnum P.I. godendosi una settimana di puro riposo.  Io invece volevo andare, visitare, guardare tutto: Tiffany (fatto), Central Park ( fatto), MOMA ( fatto), Statua Libertà ed Ellis Island (fatto), ponte di Brooklyn (visto), Broadway e un musical (Priscilla La Regina del deserto), Harlem e il gospel (fatto tutto). Oltre allo shopping.

New York è stata molto più di quanto mi aspettassi: ci si dimentica spesso che è una città sul mare; ci si aspetta un cielo plumbeo come in una qualsiasi altra metropoli, invece non è così. Il cielo è azzurro, l’aria di marzo è pungente e fresca, gli spazi sono enormi, i marciapiedi ampissimi e non si ha mai la sensazione di caos. Tutto sembra ordinato: passeggiare in Central Park, nel polmone verde di New York, non ti fa sentire il rumore del traffico o pensare di essere in una città di otto milioni di abitanti.

A volte quando ti aspetti molto da qualcuno o qualcosa, rischi di rimanerne deluso: la grande mela non l’ha fatto, anzi. Mi ha strappato la promessa di tornarci. Questa volta però con la mia amica Fede per i nostri 40 anni. Fabri mi ha detto che mi toglie la carta di credito. Io spero di non avere l’ernia.

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Ti amerò per sempre…forse

Voglio parlare dell’Amore. Quanto si è detto, quanto si è fatto e quanto si continua a dire su questa parola che è il cuore della nostra vita.

CUORE

Cuore e amore. Nell’organo più importante del nostro corpo pare risiedano i sentimenti, le emozioni, la vita. Il battito accelerato del nostro cuore ci fa capire che “qualcosa non va”, in maniera inspiegabile e irrazionale. Tutti, dalla notte dei tempi, hanno provato a dare un significato all’amore. La scienza ha scritto innumerevoli trattati; anche Piero Angela (Ti amerò per Sempre). Eppure, nonostante tutte le spiegazioni di questo mondo, continuiamo ad esserne schiavi.

FOLLIA

L’amore è folle per definizione, tanto da arrivare anche a compiere gesti estremi. La schiavitù del nostro cuore ci porta a non ragionare più, ad andare “fuori di testa” . Se solo tutti potessimo studiare con la semplicità con la quale c’inventiamo cose quando siamo innamorati, saremmo tutti più colti (l’intelligenza ha un livello superiore) e sfrutteremo di più il nostro cervello.

LOVE STORY

In uno dei film più drammatici sull’amore, la protagonista, Jennifer Cavallari viene ricordata per la famosa frase: “Amare significa non dover mai dire mi dispiace”. L’amore vero, non dovrebbe ammettere dispiaceri, perché gli stessi presumono un danno, una delusione, un torto, un tradimento, una menzogna. Nel suo significato più puro, l’amore non lo prevede. Eppure per trovarlo spesso si soffre ( ricordate? per trovare il piacere bisogna passare attraverso la sofferenza) e il dispiacere è un passaggio a volte obbligatorio. Quando ci innamoriamo, o pensiamo di esserlo, soprattuto da giovani,  pensiamo ideologicamente di voler stare con l’altra persona tutta la vita, e di vivere in sua funzione, volendole ogni bene. Quando però ci scontriamo con la realtà dei fatti e la fase dell’innamoramento viene meno, abbiamo un’ immensa difficoltà a lasciare l’altro. Perchè? Perchè si è instaurato un rapporto di reciproca fiducia, si sono dette parole importanti, si è condivisa una parte di vita insieme, e l’altro diventa per noi il “porto sicuro”. Lasciare è difficile, più dell’esserlo. La paura poi di restare soli provoca un effetto yo yo devastante per entrambi. Se uno dei due non prova più gli stessi sentimenti, e sente che non ha più la volontà di percorrere lo stesso cammino insieme all’altro, dovrebbe essere sincero e dirlo. E invece, a causa della paura delle reazioni, della solitudine e della responsabilità, si temporeggia, perdendo molto tempo per se stessi, e in ugual modo, illudendo l’altro.

Zio Giulio un giorno mi disse “Un Cristo è meglio ammazzarlo subito che crocifiggerlo”; ricordati che “le strade sono fatte per camminare, non per sostare”. Nella semplicità di queste frasi, cercava di spronarmi a non avere paura delle mie azioni. Aveva capito che ero una di quelle che faticava a farla finita. Con l’altro eh.

Ce n’è voluto, ma alla fine ci sono riuscita. Con il passare degli anni e un medio bagaglio di esperienze s’inizia a diventare un po’ più saggi. E il “mi dispiace” in certi casi è necessario. per rendersi conto che non era Amore. E se ci troviamo a dirlo, allora forse stiamo ancora cercando Quello Vero, quello dei nostri sogni, quello che ci hanno fatto credere essere eterno. Mah. Con tutti questi mi dispiace, ti lascio, pensavo fosse amore invece era un calesse ho capito una cosa sola: di amore si vive, non se ne parla. Perchè quando inizi a farlo, mi dispiace ma è proprio un casino.

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