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La gomma di George

Vi è mai capitato di aprire la porta di casa e trovarvi di fronte George Clooney? Beh, ad una ragazzina delle superiori, in provincia di Cuneo, successe veramente qualche anno fa.

Lavoravo in un albergo nella provincia Granda e una mattina arrivò un collega a raccontarmi ciò che era accaduto in una cascina non tanto distante da dove eravamo; il caro vecchio George, in moto per un giro enogastronomico per le Langhe, buca… Eh sì, capita anche a lui. Si guarda attorno e non vede nessuno. Nella Langa più desolata l’unico punto di ristoro (e riparazione) pare essere un cascinotto visto in lontananza. Smonta dalla sua due ruote e la spinge ( mi piace pensarlo cosi: che spinge la moto e arriva sudato e col fiatone, come in un film che si rispetti). Ovviamente nel cascinale il campanello non c’è, lavorano tutti fuori, tra l’aia, il cortile, l’orto e i campi. Il padrone di casa si vede arrivare sto pezzo d’uomo e, senza sapere chi sia (beata ignoranza) lo aiuta. What else? Lo invita anche a pranzo. E il caro dr. Ross accetta di buon grado. In fondo era in tour enogastronomico, cosa poteva capitargli meglio di un vero pranzo langarolo? La figlia dei padroni di casa. La poverina, ignara di ciò che stava accadendo, arriva a casa da scuola. Eta’, 15 anni. Apre la porta, si toglie lo zaino, va in cucina e rimane ammutolita. I genitori la guardano interdetti e la riprendono perchè non ha salutato. “Ma voi sapete chi è lui??”. “Poverino, si è bucata la gomma della moto e ci ha chiesto aiuto, abbiamo fatto che dargli da disnà (pranzo in piemontese, ndr)”, dice la madre. George sorride e le dice “Nespresso?”. Estasi.

Quando volavo mi è capitato di incontrare sulle tratte Milano-Roma/Roma-Milano ( detta in gergo “navetta”) alcuni tra i Vips di casa nostra. D’altronde facendo 4/5 tratte al giorno le probabilità diventano anche più alte. Ho sempre sperato di “portare” a bordo Brad Pitt, possibilmente senza la Jolie, ma negli USA, a parte un pit stop a Miami, non ci sono mai stata da AV ( assistente di volo).  Essendo alle prime armi e dovendo mostrarmi professionale ( in fondo volavo per la nostra compagnia di bandiera) il mio comportamento doveva essere irreprensibile, ed effettivamente devo dire che non sono mai andata oltre il “posso aiutarla?”, “dolce o salato?”, “caffè, the?”. Tranne una volta.

Natale 2005. Ho la fortuna di non volare e di trascorrere il Natale a casa coi miei. Il giorno dopo, S.Stefano, avrei dovuto fare un Milano-Roma, Roma-Milano, Milano-Catania e passare la notte a Catania. Quella notte sogno che sul primo Milano-Roma sarebbe salita Michelle Hunziker. Credo che il sogno fosse stato veicolato inconsciamente dal mio ex fidanzato che la adorava e che ogni volta mi chiedeva se l’avessi incontrata a bordo. Quel Natale, parlandone lui mi disse “se la incontri chiamami e passamela al telefono!”.

La incontrai.

Su quel volo, alle 11 del mattino, c’erano tutti i vips possibili e immaginabili. Avevano cancellato (guarda un po’) il volo delle 9 inglobandolo al mio, perciò oltre ai vips, mi sono beccata anche gli isterismi collettivi per il ritardo e il volo precedente cancellato. Oltre ai bagagli extra che non entravano nelle cappelliere. Sì, effettivamente certe cose non mi mancano. Ricordo ancora che salirono Bruno Vespa e consorte, Benedetta Parodi e Caressa coi pupi, Antonella Ruggiero, Anna Kanakis e ultima…Michelle Hunziker. Ero in piedi nell’area mediana dell’MD80 e quando mi passa davanti, oltre al classico “Buongiorno, benvenuta a bordo” , non mi trattengo e le dico “non ci posso credere, ho sognato che prendeva questo volo!”. E lei, bellissima e sorridente come appare in TV, si volta e mi dice “Davvero? dopo la prego, me lo deve raccontare!”. Ero in panne. Dovevo lavorare, ma volevo anche chiacchierare con lei, raccontarle cosa mi era successo, magari davanti ad un buon caffè ( che non era quello di bordo). Non avrei tirato fuori il libro di Luca Bianchini che stavo leggendo allora, Eros- Lo giuro, biografia accreditata del mio idolo di sempre, nonché ex marito della Hunziker. No, no quello no, anche se sarebbe potuto essere l’unico pezzo di carta su cui farmi fare l’autografo. Non era il caso in effetti. Partiamo. Io mi allaccio sullo strapuntino in coda e Michelle accompagnata da Emanuela Ferrari, sua personal manager allora, è seduta nell’ultima fila, proprio davanti a me. Prima di partire mi chiede se l’aereo è sicuro perché lei ha paura di volare e poi mi dice “si ricordi di raccontarmi il sogno!”.

Inutile dire che quel volo, durato 50 minuti, ma partito con un’ora di ritardo, è stato un delirio. Su e giù col carrello, aereo pieno, richieste a destra e sinistra. Non è stato proprio il volo ideale. Però, arrivata in coda, al momento di servire da bere racconto il sogno a Michelle. Lei sorride e mi dice, “dai, appena atterrati a Roma chiamiamo il tuo ragazzo”. Siamo atterrati 2 ore dopo l’orario previsto (tra ritardi e slot vari). La Hunziker, in quel periodo, stava recitando a teatro in “Tutti insieme appassionatamente” e doveva presentarsi di corsa lì. Non c’era tempo per nulla. La aiutai a prendere i bagagli dalle cappelliere, la ringraziai per il pensiero e lei ringraziò me, dicendomi di scriverle via mail, che se fosse riuscita, magari avremmo fatto una sorpresa al mio ex.

Le avevo poi scritto e molto gentilmente mi rispose che a causa degli impegni lavorativi e familiari non sarebbe riuscita, ma ci era vicina (per quel matrimonio mai avvenuto) e ci mandava un grosso sorriso.

Sono passati quasi 10 anni e ricordo ancora il sorriso e la gentilezza di questa ragazza, oltre allo stupore sul mio sogno. Tra tutti quelli che ho incontrato e conosciuto è stata l’unica, in quei pochi minuti in cui le nostre vite si sono incrociate, ad essere umile (ammettendo la paura di volare) e umana.

Grazie Michelle per essere stata così come sei. Ti perdono per non aver organizzato quella sorpresa al mio ex, però se vuoi adesso puoi rimediare. Mio marito fa una panissa speciale, se tu e Tomaso volete unirvi, siamo nel Monferrato. Non c’è bisogno che buchiate la gomma come George. Vi apriamo lo stesso!

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corinne noca

Giusto o sbagliato?

Da quando ho iniziato quest’avventura di The Morning Later, ho ricevuto diversi attestati di stima, sia da chi mi segue e mi vuole bene, sia da persone che non conosco personalmente. Vi ringrazio tutti, di cuore. Sì perché nulla va dato per scontato, noi crediamo che dire o fare qualcosa sia implicito o non necessario, e invece a volte quella parola, quel gesto fanno la differenza. E i ringraziamenti, come le parole d’Amore, non vanno mai dati per scontato.

Quando ho iniziato a scrivere non sapevo ( e non lo so ancora adesso) fino a dove sarei arrivata e soprattutto fino a quando. Il tempo, si sa, è a volte amico, a volte nemico, e il mio timore era quello di non riuscire a starci dietro. C’è una cosa però che mi smuove: l’entusiasmo. Non vedo l’ora di scrivere. Anche se non so mai esattamente cosa, mi siedo, apro il PC e scrivo. Ho scoperto di avere questa passione. Anzi, riscoperta. E mi fa stare bene.

In questi giorni, abbiamo rivisto alcuni amici, chiacchierato del più e del meno, riso e scherzato. Ad un certo punto, tutti, mi chiedono: “com’è che ti è venuto di scrivere un blog?” La risposta è sempre stata la stessa: per caso. D’altronde la casualità è sempre stata una costante amica della mia Vita, non avete letto il mio post?  Da questo discorso sono scaturite diverse riflessioni: è giusto mettere in piazza la propria vita? E’ giusto portare il proprio vissuto, il proprio intimo sulla rete a portata di potenziali migliaia di clic e persone totalmente sconosciute? Non è un’arma a doppio taglio che può salvarti e ucciderti nello stesso momento?

In famiglia abbiamo due visioni non proprio distanti, ma sicuramente non uguali. Mio marito è per la “riservatezza” e la “cautela”. Lui diffida del mezzo Internet attraverso social networks and co. perché “non siamo tutti uguali e non tutti sappiamo utilizzare gli stessi mezzi allo stesso modo. Ci possono essere interpretazioni di un pensiero, o di una frase che possono ferire come far gioire e commuovere, ma può anche capitare che qualcuno si offenda”, mi dice. “I social networks vengono anche usati a scopi lavorativi: i datori di lavoro possono entrare sul tuo profilo e capire come sei, come ti comporti, cosa scrivi, cosa pensi e farsi un’idea, giusta o sbagliata che sia, propria. Che può essere positiva o negativa”. Non ha tutti i torti, succede, e questo può risultare controproducente.

Dipende da cosa si scrive e da cosa si vuole dire. Dipende da te. Io mi sono iscritta a Facebook quando ho visto che stava diventando un modo per ritrovare persone che non vedevo da tempo o che, per i semplici casi della vita, avevano preso strade diverse, trasferendosi o frequentando altre persone in altre città. Ho molti amici e parenti che vivono fuori dall’Italia. Ringrazio ancora adesso l’avvento di Internet, Skype, Facebook che mi hanno permesso di colmare questa distanza più facilmente e “gratuitamente”.

E’ come scrivere un libro. Perché uno lo fa? Perché vuole dire qualcosa, perché vuole raccontare, perché vuole farsi conoscere, uscire dall’anonimato. O semplicemente perché gli piace. Chiunque scrive, personaggi famosi, poeti, scrittori, ma anche gente comune. Chi ha coraggio di esporsi e lo vuole fare, lo fa.

Io scrivo partendo da un pensiero, un concetto, un ricordo che appartiene a me, alla mia sfera personale e decido io di condividerla come meglio credo. Non voglio offendere nessuno, creare problemi o altro. Io sono anche così. Sicuramente c’è una dose “narcisistica” in questo ( ringrazio ancora una volta il laboratorio di teatro per ciò che ha prodotto!), ma non mi ritengo una che spettacolarizza il suo intimo. Siamo ancora padroni delle nostre parole: sta nell’intelligenza di ognuno di noi dosare quello che ci sentiamo di dire. La parola è un messaggio, è il mezzo, ma può diventare arma, potere e come tale essere pericolosa. Non pretendo che la si pensi come me, condivisione significa anche dare e avere la possibilità di confrontarsi e dal confronto possiamo uscirne tutti più arricchiti, anche senza aver necessariamente cambiato idea.

Ognuno di noi ha qualcosa da dare: ogni volta che parlo con qualcuno, amico, conoscente o totale sconosciuto apprendo. Proprio per il fatto di essere diversi, di avere ognuno il proprio vissuto, abbiamo esperienze e sentimenti unici, rappresentativi di noi stessi. Sta a noi decidere come, quando e perché farlo.

Scrivo per passione, per condividere, per conoscere, per capire e per discutere. Scrivo perché rifuggo in un luogo tutto mio, oltre la mente e con il cuore. Non è un lavoro, non ho un secondo fine. Giusto o sbagliato che sia vado avanti finché sentirò di farlo, finché mi entusiasmerò e finché ne avrò la passione. Giusto?

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Stupire.

Siamo ancora in grado di stupire?

Dopo aver scritto Tam Tam mi sono stupita di me stessa. Avevo deciso di scrivere un post sulle sensazioni create dalle radici, delle origini e di agganciarmi ad esse parlando di Africa. Avevo però il timore di non essere in grado di trasmettere con le parole ciò che provavo. Quando leggo grandi scrittori, classici e contemporanei, romanzieri, filosofi, giornalisti mi stupisco ogni volta di come siano in grado di plasmare la parola  creando immagini che che s’impregnano nella nostra mente. Quelle immagini poi possono essere simili o diverse per ciascuno di noi, ma da quell’imprinting non ci separiamo più, a meno che non venga fatto un film che confermi la nostra fantasia o che la ribalti. Nello scrivere Tam Tam mi rendevo conto di avere molte immagini da fermare e da raccontare, ma non riuscivo a racchiudere tutte le esperienze in 6 minuti di lettura. Dovevo sceglierne una e renderla l’immagine di copertina. Quando ho terminato di scrivere e ho iniziato a revisionare, correggere e rileggere mi sono accorta che mentre leggevo mi emozionavo. E mi sono stupita. Il risultato che avevo ottenuto (per me) era quello sperato. Non avevo la pretesa di replicarlo anche su chi mi avrebbe letto, ero già contenta di averlo fatto come mi ero prefissata. E mi sono ancor di più stupita dai messaggi che ho ricevuto dopo la pubblicazione del post.

Stupire. E’ questo il tema. Lo traggo da Tam Tam e dal suo racconto africano. Lo traggo dalla vita di tutti giorni.  Spesso ci aspettiamo che accada qualcosa e se non succede possiamo rimanerne delusi e stupiti, o felici e sorpresi nel caso opposto. Due considerazioni che mi sono state fatte nei giorni passati e che mi hanno stimolato the morning later.

Mia figlia sta andando al nido. Le maestre in una riunione mi hanno detto che mai, come in questi ultimi anni, hanno fatto fatica a far concentrare i bambini, a stimolarne l’attenzione. Bambini dai 2 ai 5 anni. I bambini non riescono più a stupirsi, soprattutto quelli dai 3 anni in su. Sono troppo stimolati, non c’è niente che ne catturi l’interesse, e si distraggono subito. Sono VOLUBILI. “Non so che generazione sarà” conclude la maestra. Saranno tutti dei gemelli. Come mia figlia. Non me ne vogliano gli interessati di questo segno, ma ho grande esperienza a riguardo. Se c’è una cosa che li accomuna è proprio la volubilità.

Un mio caro amico si è ritrovato ad avere a che fare con le donne a distanza di anni. Non era più abituato a relazionarsi con l’altro sesso, dopo anni in coppia e la fine della sua relazione si è rimesso in pista. All’inizio ha avuto un po’ di difficoltà a capire come interagire ( chi non ce l’avrebbe?) ma c’è bastato poco. Facevano tutto loro. E all’inizio si stupiva. Non era abituato a questo stato di cose. Passate un po’ di esperienze, mi dice “Co’ non mi stupisco più di niente, so già cosa mi scrivono, e dove vogliono arrivare. Tutte”. Soprattutto quelle sposate. “Prima avevo una certa considerazione e pensavo che fosse ancora l’uomo a dover corteggiare, invece adesso ho capito che basta uscire di casa, e se hai un minimo di savoir fair, arrivano loro”. E mi dispiace ammetterlo, in quanto donna, ma ha ragione. Stupire, oggi, sembra diventato impossibile. Nelle relazioni e nella vita sociale. La mia generazione, adolescente negli anni ’90, viveva di piccole cose e si stupiva delle stesse. In ogni paese di provincia che si rispetti, si aveva l’usanza di ritrovarsi in piazza. Noi ci ritrovavamo al monumento. Un obelisco dedicato ai caduti delle due guerre mondiali. Ci sedevamo sugli scalini a ridere e scherzare sul niente. Non avevamo cellulari, tablet, internet. Sapevamo vivere della semplicità quotidiana, e se si andava oltre la nostra normalità, ci stupivamo subito. Oggi invece è tutto un caos. Noi donne sembriamo essere diventate delle mantidi religiose: dovendo continuare a dimostrare più degli uomini, professionalmente parlando, e lottare ogni giorno per non essere ghettizzate dalla nostra società che ancora ci mette nella condizione di dover scegliere se fare carriera o fare dei figli,  siamo diventate molto più ciniche e aggressive rispetto al passato. Sembriamo aver perso dolcezza e femminilità, caratteristiche che dovrebbero far parte del nostro DNA. Non è scritto da nessuna parte che siano attributi negativi, anzi. Purtroppo, avendo vissuto per anni in una condizione di continua difesa e “pseudo” inferiorità per questi sentimenti, abbiamo sviluppato l’attacco. Che sia chiaro, da un lato è un bene, ma come ogni estremo può diventare un male. Soprattutto nelle relazioni umane, extra professionali. Gli uomini invece sembrano essere diventati privi di forza, si fanno fagocitare senza la minima opposizione. Le loro posizioni professionali raramente vengono intaccate a causa della paternità e vivono chiaramente questo tacito vantaggio senza nemmeno pensarci. Questo cambiamento comportamentale non stupisce più. Oggi ci stupiamo se un ragazzo a 30 anni ha deciso di sposarsi e farsi una famiglia e non ci stupiamo se un uomo a 40 anni non sa ancora cosa vuole fare della sua vita. Stare da solo, sposarsi, convivere, avere figli. Boh. Ci stupiamo se un uomo fa l’uomo e se la donna fa la donna.

Il mio è un discorso generalista. E’ chiaro che ci sono casi e casi. Per fortuna non siamo tutti uguali e non tutti i gusti sono alla menta. Per fortuna. Il mio è un pensiero che ho coltivato e maturato negli anni, paragonando le vecchie generazioni (quelle dei miei genitori) alla mia e a quelle di oggi. E penso a come potrà evolversi, o devolversi. E non saprei cosa aspettarmi. Spero di potermi stupire.

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La profezia del vestito rosso

Lo ammetto, oltre ad avere una certa propensione ai casi disperati, sono anche una di quelle “facilmente suggestionabili”.

E’ capitato il terzo anno di università. Avevo l’esame di lettorato, l’anno in cui sono stata a Londra dalla signora Maria, la zia o cugina di Cagacarlo. Non ho spiegato però il motivo per il quale ero andata. Una mattina di giugno mi presento all’esame scritto di lettorato inglese (redarre un essay a partire da un articolo di giornale). Pensavo di essermi preparata a dovere e alla fine dell’esame mi ricordo essere stata soddisfatta della composizione. Passano circa due settimane e mi reco alla fermata del pullman per andare all’università a vedere i risultati.  Piccola premessa: qualche giorno prima, avevo attivato gli scriptim “oroscopo paolo fox” ON sul cellulare. Ho sempre pensato che Paolino Volpe fosse il nr 1 (lo penso ancora in realtà!). E Paolino quel giorno aveva profetizzato: “Giornata negativa, non avrai i risultati sperati, ma non ti abbattere e trova il lato positivo”. Incenerita. Ma come? Sul subito non ci do molto peso e cerco di non considerarlo.

Arrivo all’uni e nel guardare i tabelloni rimango pietrificata. Non passato. “Giornata negativa, non avrai i risultati sperati…”. Nella mia testa rimbombavano solo quelle parole, il “non ti abbattere e trova il lato positivo” non esistevano neanche. Mi presento dalle mie due prof e dopo aver guardato insieme il mio orrendo essay (l’argomento tra l’altro era sulla medicina e la scienza oggi…) mi consigliano di fare una serie di esercizi per migliorare la mia capacità di sintesi in inglese. Logorroica anche in una lingua straniera universalmente sintetica. Esco tutta sconsolata e trovo Carlun (post, La solitudine dei casi disperati)E da lì, è storia. L’esame l’ho poi passato a pieni voti a settembre dopo il mio mese dalla signora Maria –Non ti abbattere trova il lato positivo-. Avevo bisogno di fare pratica vera.

Il punto è questo: Paolino Fox c’aveva azzeccato o è stato semplicemente un caso? Non appena sono arrivata a casa ho disattivato gli scriptim, non volevo più sapere come sarebbero andate le mie giornate in anticipo. Se poteva essere simpatico in giornate positive, non lo era affatto per quelle negative. Se devo essere investita, preferisco non saperlo, grazie. Nei momenti di sconforto, o quando siamo abbattuti, siamo facilmente suggestionabili e ci  appigliamo a tutto ciò che può darci una speranza o l’illusione che qualcosa, non dipendente da noi, possa smuoverci dal torpore. Pensate a quando vi è capitato di leggere il vostro oroscopo. Può essere stato per gioco o per curiosità, ma raramente lo si legge quando va tutto bene, o sbaglio? Secondo me, tutti, almeno una volta l’abbiamo letto. Poi , che ciò che abbiamo letto si sia “avverato” o meno, è un altro discorso. Io non credo all’oroscopo come previsione del futuro, ma credo all’influenza che possono avere i pianeti quando nasciamo, al fatto che persone, nate nello stesso periodo dell’anno, abbiano caratteristiche comportamentali simili. Io ad esempio mi trovo in sintonia con persone che alla fine hanno lo stesso segno. Sono attorniata da Arieti, Bilance, Gemelli, Scorpioni, Tori, Leoni ( ah, io sono Leone, quella della foto). Sono segni coi quali non faccio fatica a rapportarmi, quando vado d’accordo con qualcuno o mi scorno con qualcun altro, alla fine viene sempre fuori un segno che ho già “conosciuto”. Caso o suggestione? Mah.

Con il passare degli anni ho rimosso l’odio per Paolino Volpe e ho ricominciato a seguirlo. Quando?  Nel momento in cui sono rimasta sola e in preda allo sconforto. “Non credete, verificate” dice ancora oggi quando lo si sente analizzare i segni per la settimana. Quando si rimane soli, dopo una separazione o una delusione amorosa, la prima cosa a cui pensiamo è “che ne sarà di noi?”, “troveremo la felicità?”. Incuranti del fatto che il destino possiamo anche crearcelo noi, cerchiamo nell’oracolo di Delfi la risposta al nostro malessere. Quando troviamo la possibile soluzione, non abbiamo più bisogno del conforto spirituale dello zodiaco e smettiamo di seguirlo. Almeno, a me è successo così.  Io ho smesso di seguire Paolino il giorno in cui ho indossato il mio vestito rosso.

Avevo acquistato, in cambio di un abito da sposa che non ho mai indossato, un vestito rosso fuoco in netto contrasto con il bianco candido a cui avevo rinunciato per diversi motivi. A quest’abito ho dato una valore e un significato unici: lo avrei indossato solo una volta e per un’unica occasione speciale della mia Vita. Quell’abito rappresentava per me la chiusura col passato e l’apertura al futuro. Quando mi sarei sentita di indossarlo, sarebbe stato il momento giusto.

Quel momento è arrivato il 15 maggio 2010, il giorno del matrimonio di Matteo, il mio amico dell’università, quello che ci ha fatto andare a Parigi per intenderci (post, Tempo di nostalgie). Quel giorno ho indossato il mio vestito rosso, sentivo che sarebbe stato un giorno speciale. E così è stato.

Quel giorno conobbi mio marito. E quella vecchia Volpe non aveva sbagliato: tra le date importanti del mese di maggio, c’era il giorno 15.

Non credete, verificate.

 

 

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Tam Tam.

Tam Tam. Chiudo gli occhi. Due parole. Un suono onomatopeico. Il suono dei tamburi africani. Li riapro.

Sono nata in Africa 34 anni fa.

In quel continente, nero per definizione, nero a causa del sole che brucia la pelle della gente che lo popola, nero perché sembra non avere speranze di riscatto, affondano le mie radici. Nell’immaginario comune, l’Africa è un agglomerato di capanne di terracotta con il tetto di paglia, selvaggio, con uomini nudi primitivi, con un forte tasso di analfabetismo e malattie infettive che sembrano essere causa della sua povertà. Ma questo è ciò che normalmente ci viene mostrato. Ho iniziato a scrivere The Morning Later non per fare polemiche o affrontare temi scottanti, ma per riflettere su sensazioni ed emozioni che un tema può darmi. L’Africa per me è un tema aperto: non l’ho mai vissuta come avrei voluto. Non l’ho mai conosciuta come avrei voluto. Sono attratta da quella terra che mi ha dato i natali così come Foscolo lo era con la sua Zacinto ” Nè più mai toccherò le sacre sponde, ove il mio corpo fanciulletto giacque …”. 

Ho girovagato per il continente con i miei genitori fino a 3 anni e mezzo, quando hanno deciso che sarebbe stato meglio per me crescere in un posto fisso per avere un po’ più di equilibrio. Mia madre ed io ci siamo stabilite in Italia e mio padre ha continuato a fare il pendolare attanagliato dal suo mal d’Africa. Ogni volta che si fermava in Italia, s’insinuava in lui il desiderio di ripartire. Sono cresciuta coi racconti di mia madre sulla sua terra, sulla sua infanzia, sugli usi e sui costumi tipici dello Zaire, ma per assurdo chi conosce l’Africa in maniera più approfondita è mio padre. Uno stato non fa un continente. Ma l’essenza di un continente lo rende tipico. E mio padre questa tipizzazione l’ha vissuta tutta, a pieno. Mia madre, al contrario, ha vissuto sempre e solo in città, limitando così il suo punto di vista da privilegiata di buona famiglia. Infatti lei parla il francese e il lingala, lingua tipica della zona della capitale (Kinshasa, ndr), mentre mio padre sa anche parlare lo Swahili (la lingua più diffusa tra Africa orientale, centrale e meridionale). Mia madre sintetizza così il loro modo d’essere, dopo anni distanti: “Io sono nera fuori e bianca dentro, lui è bianco fuori, ma dentro è peggio di un nero”. Detto tutto.

Provengo da un paese di tremila anime i cui abitanti sono tutti emigrati in Africa in cerca di fortuna e di lavoro. Abbiamo anche un museo, “Il museo dell’Emigrante”. Di conseguenza ho molti amici che sono nati e cresciuti lì, che sono più africani che italiani. Nigeria, Congo, Ghana, Sudafrica, Kenya, Namibia. Tanti non sono nemmeno più rientrati. Hanno deciso di rimanere là. Perchè? Se l’Africa è tutto quello che ci viene mostrato dai media, bisognerebbe fuggire invece di stare lì ad aspettare la prossima imminente guerra civile. E invece no, continuano a viverci. E non tornerebbero mai in Italia. Si lamentano, trovano da dire sulla comunicazione difficoltosa, sulle norme igieniche che a volte lasciano a desiderare, sulla corrente che va e viene, ma stanno lì. E’ un motivo economico? Può essere, ma non ritengo sia il motivo principale. L’Italia, con tutti i suoi problemi, non fa comunque parte del Terzo Mondo. C’è tutto. Potrebbero tornare in qualsiasi momento, invece no. Se tornano, lo fanno per una vacanza qualche settimana, a volte per questioni di salute (o sanità). Ma allora cos’è che li attrae nel rimanere lì? Un’altra vita. Un mondo privo di frenesia. Il riposo dello spirito nonostante la stanchezza e la preoccupazione del lavoro. Il “vivere oggi” come se fosse l’ultimo giorno della tua vita. Il sorriso e la semplicità. La mancanza di artificio. L’Africa la puoi catturare, deportare, rendere schiava, ma non la potrai mai possedere. Vincerà sempre la sua Natura contro la mano dell’Uomo. La vivi e ti nutri della sua essenza. E quando ti allontani non vedi l’ora di tornarci. L’Africa è varia, indefinibile. L’Africa è musica, colore, tradizione, credenza, gioco, natura, libertà, vita, ma allo stesso tempo è anche fame, povertà, morte. Un concentrato di paradossi incredibile.

Nel 2003 ho sviluppato la mia tesi di ricerca sul code switching in Nigeria, un paese che ha ben più di 50 lingue, oltre all’inglese catalogata come lingua ufficiale. Dopo aver trascorso qualche giorno nella capitale, ospite di un cugino di mio padre che ho sempre chiamato zio Giulio, mi ritrovo a spostarmi in auto da Abuja (capitale) a Jos (capitale del Plateau State – ricordo per chi non lo sapesse che la Nigeria è una repubblica federale che conta 36 stati) ). Andavo a trovare i miei migliori amici, Ale e Jenny, che vivevano lì da ormai qualche anno e che avrebbero fatto parte, con loro sommo piacere (!!), della mia ricerca. Quattro ore di viaggio in mezzo alla savana e al nulla più totale. Io e il mio autista ci facciamo compagnia, lui mi parla della moglie, dei figli e di Dio. Quando non si sa di cosa parlare con un africano, di solito spunta sempre fuori Lui, the Lord. Than’God, the Almighty God, Jesus is there for us, Pray and you will be saved. E durante quel viaggio, Dio non è mancato. Il cruccio del mio autista (beh, non proprio mio, l’autista di zio Giulio) era quello di dover guidare quella Mercedes… Mi diceva che non si sentiva “comfortable” a guidarla, perchè lui era sempre stato abituato alle jeep, molto più semplici e alla mano. I miei cugini si erano raccomandati, prima di partire, di non toccare niente, essendo tutto elettronico, non ci sarebbe stato bisogno di nulla se non del classico rifornimento al ritorno. Than’ God siamo arrivati a Jos. Mi sono fermata un paio di giorni da Jenny e Ale che avevano da poco avuto il loro primo figlio, Filippo. Niente da dire su quei giorni che conservo nella memoria come momenti unici e intimi di un passato che non può più tornare.

Arriva il momento del ritorno ad Abuja. Saluto tutti, e partiamo. Io e il mio driver. Facciamo giusto qualche chilometro, usciamo da Jos e il cofano della Mercedes inizia a fumare. Il driver ( di cui non ricordo il nome ahimè) scende, apre ed è investito da una nuvola nera di fumo. La scena potrebbe essere tratta dal teatro dell’assurdo: inizia a dirmi che lo sapeva, che non avrebbe dovuto usare quella macchina, che God has a plan, God didn’t want…insomma, noi in panne, nel bel mezzo del nulla, e lui mi dice che il Signore lo ha punito! Subito dopo mi chiede se ho un cellulare. Certo che ce l’ho. Scheda italiana e ZERO credito (non c’era Marella a cui chiedere la ricarica). IO, studentessa universitaria senza reddito. Forse avevo ancora qualche centesimo per un misero sms salvavita a Jenny e tento la sorte. Scrivo il messaggio. INVIATO. Bene, ora spero che risponda. Possibilmente prima di notte. Than’ God Jenny mi risponde e mi manda subito Ale. Al nostro rientro, scopriamo che era saltato il tappo del serbatoio dell’acqua: il caro autista doveva aver toccato qualcosa che non doveva. Amen. Ma ciò che mi ricordo con immutato stupore è che tutti, nel capire che c’era un problema, guardiani, giardinieri, cuochi, lavoratori e non, sono venuti a vedere cosa fosse successo e insieme cercavano di trovare una soluzione. TEAMWORK. Finalmente uno dice “basta recuperare un tappo per il serbatoio, fatemi prendere le misure”. Tu ti aspetti che prenda le misure con un metro o viste le dimensioni al massimo un righello, invece no. Lui tira fuori dai capelli uno stuzzicadenti. Che guarda il caso ( o forse Dio?) aveva la stessa misura del diametro del serbatoio dell’acqua. Mi dico che non ce la faranno mai. Vanno al mercato tutti insieme, e tornano con un tappo, nuovo o usato non ricordo più, perfetto.

Ovviamente non è stato il tappo a risolvere il problema. Abbiamo lasciato la Mercedes da Jenny e Ale e siamo partiti con un’altra auto.

Mi sono dilungata più del solito, ma non sono riuscita a tagliare. Ho voluto raccontare solo un episodio che rappresenta a sua volta uno degli spiriti dell’Africa: l’intraprendenza e lo spirito del sapersi arrangiare. Quello stuzzicadenti mi ha stupito. E secondo me è proprio questa l’emozione primaria quando ti rechi in Africa: la capacità di stupirsi. Lo stupore che vivi di fronte a gente che, nonostante le sofferenze, riesce a trovare anche solo un motivo per ridere. E per salutarti con un sorriso senza nemmeno conoscerti.

Quei denti cosi bianchi in quei corpi così neri. Anche questo è stupore.

E io non smetterò mai di stupirmi della mia Africa, di amarla, di desiderarla e di ricordarla perché il tam tam una volta che ce l’hai in testa, non smetti più di sentirlo suonare.

Dedicato a Jenny, Ale e zio Giulio. E grazie a te, Elena, che ieri mi hai commosso.

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Come Adamo ed Eva.

Quest’estate, organizzando il mio matrimonio religioso, ho avuto modo di parlare del concetto di solitudine con il mio parroco, Don Mario. Dovete sapere che Don Mario è sempre stato un parroco di paese un po’ naif, passatemi il termine. Molto incline al senso estetico delle cose, amante delle piante, dei fiori, della musica e dell’arte, ha sempre cantato fuori dal coro. Sono cresciuta nella sua parrocchia senza essermi mai annoiata: tutti noi, ragazzi di paese abbiamo un grande rispetto per Don Mario, perché ci ha sempre capiti creando spazi e luoghi in cui  potevamo ritrovarci e godere del nostro tempo (una tavernetta adiacente la chiesa per organizzare le feste, chiamata il Noccioleto e un campo da tennis nel terreno appena sotto il Noccioleto).  Lui sapeva stare coi ragazzi, ma soprattutto sapeva riconoscerne i bisogni. Questo l’ha reso sempre un po’ diverso paragonato agli altri, e per ciò, invidiato.

Essere diversi. Avere il coraggio di andare contro corrente, di perseguire il proprio credo senza ascoltare la vox populi, che non è sempre sinonimo di Verità. Questo atteggiamento ti può portare alla solitudine, a non essere capito e per questo a essere classificato come “anomalo”. Ma Don Mario non era solo. Aveva dalla sua i risultati dei suoi sforzi nel creare collettività e nell’avvicinare i giovani alla chiesa ( cosa che oggi pare praticamente impossibile). Un po’ come Doloris Van Cartier in Sister Act. Gli anni poi passano e la vigoria e la forza della gioventù vengono meno per forza di cose. Don Mario quest’estate, alla soglia degli 80, dopo una serie di problemi di salute e aver perso l’unica compagnia che aveva in casa, sua madre, ci ha raccontato di patire moltissimo la solitudine. Sì, la solitudine. “Non siamo fatti per stare soli” si è lasciato sfuggire.

Si dice che per vivere serenamente con gli altri bisogna prima  imparare a vivere bene da soli. Ma non si dice per quanto tempo. In questa condizione possiamo ascoltare i nostri bisogni, capirli e portare avanti i nostri desideri senza doverli condividere per forza con qualcuno. Solitudine come sinonimo di libertà. Solitudine come presa di coscienza del nostro Io. Formiamo la nostra identità, il nostro carattere. Ma quanto può durare? E’ davvero una condizione avulsa dall’animo umano? Secondo Don Mario sì. Lo stesso Dio ha creato Eva da una costola di Adamo.

L’essere soli non significa solo il “non stare in coppia”, ma il non avere nessuno con cui parlare, ridere, scherzare, ma anche discutere, litigare.Essere soli significa “non condividere”. Io la vedo come una condizione temporanea. Sono figlia unica e sono stata sola per anni con il desiderio di avere un fratello o una sorella con cui giocare. Crescendo poi ho avuto la fortuna di avere amici che sono parte di me, e li posso considerare senza problemi dei fratelli e delle sorelle. Ieri mi è capitato di vedere in TV un programma in cui un uomo doveva vivere sessanta giorni su un’isola deserta da solo senza nulla. Non c’erano nemmeno i cameramen con cui scambiarsi delle battute, si auto filmava. In termini pratici, le ore di luce riusciva a viverle senza problemi, cercando di costruirsi un capanno e procacciandosi acqua e cibo. Ma quando calava la notte diceva di dover combattere contro i pensieri che gli si creavano in testa: avrebbero potuto farlo impazzire. Il fatto di non parlare con nessuno era quello che gli pesava di più, finché al quindicesimo giorno l’alta marea non gli ha fatto arrivare una palla da rugby consumata.  Un po’ come Tom Hanks in Cast Away. La solitudine porta a lungo andare alla disperazione, all’alienazione e al non saper più come interagire con gli altri. Di questo sono convinta. Infatti, ripensando ai casi disperati che ho incontrato nella mia vita (vedete il post di ieri), tutti avevano una costante fissa che li accomunava: nessuno con cui parlare. E Carlun che si auto definiva un outsider (“Miss Corinne, a Londra non ero considerato inglese perchè di origine italiana e qui non sono considerato italiano perchè ho vissuto a Londra”) non si esimeva da questo fatto.

Nel corso delle nostre vite è giusto che ci siano anche momenti di solitudine, per riprendersi noi stessi. E’ come quando scendi da un treno e ti fermi per capire dove andare, se hai preso il treno il giusto e tentare di rincorrerlo o se è meglio aspettarne un altro o addirittura andare a piedi . E’ giusto che sia tu a farlo, da solo. Ma vivere una vita da soli, beh, su questo convengo con il mio parroco, credo non sia naturale.

Negli occhi di Don Mario, insieme alla stanchezza di un uomo ( perchè prima di tutto è un essere umano) sono riuscita a scorgere sia malinconia che melanconia. Malinconia per un tempo passato e finito che rivive nella sua memoria e melanconia per la ricerca costante di un interlocutore con il quale scambiare i suoi pensieri e le sue riflessioni.

Pensateci bene, anche quando siamo soli, alla fine cerchiamo sempre qualcuno che possa ascoltarci. E alla fine soli, non lo siamo mai.

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Un cartello, un destino. Forse.

A 8 anni decisi di fare la disegnatrice di moda. A 10, la disegnatrice di fumetti. A 13 volevo fare architettura. Sul retro del diploma di terza media c’era scritto “consigliamo Liceo Linguistico o Liceo Artistico”. Io avevo capito tutto per questo scelsi il Liceo Scientifico. A 19 anni, mi sono iscritta al corso di laurea in Lingue e Letterature Straniere. L’unica volta che ci avevano azzeccato, io non li ho ascoltati. Architettura l’ho abbandonata al primo compito in classe di fisica ( mi ero informata: in architettura ci sono anche degli esami di fisica, oltre che di matematica).  Idee molto chiare, oserei dire.

Provengo da un paesino prevalentemente di costruttori che sono emigrati in Africa. Muratori, geometri, periti edili, architetti, ingegneri. Mio padre è perito tecnico specializzato in edilizia. Mio zio idem, i miei cugini architetti. Capirete anche voi che se in una famiglia si respirano squadra e compasso dovrebbe (e dico dovrebbe) risultare più semplice appassionarsi alla materia. Per questo io a 8 anni volevo fare “la disegnatrice di moda”. O meglio, la stilista. Sempre disegni erano.

A quel tempo disegnare mi appassionava. Disegnavo di tutto, case, paesaggi, modelli, ritratti ( questi ultimi mi piacevano moltissimo). Durante le elementari mio padre raccolse tutti i disegni che avevo fatto e li fece rilegare in un libro. Sono tuttora un bellissimo ricordo infantile e per me rappresentano un attestato di fiducia da parte sua. Non c’è niente di più gratificante che avere la stima, l’approvazione dei proprio genitori. Soprattutto quando si è piccoli. Si evitano tante turbe future. Non è scontato, anzi. In questo sono stata molto fortunata, e forse per queste ragioni ho sempre cercato di non deluderli: loro facevano dei sacrifici per me e io negli anni ho sempre cercato di ripagarli.

A 8 anni quindi avevo deciso di sfondare nel mondo della moda. Avevo organizzato una vendita di miei bozzetti: ispirata da Beautiful che era appena approdata sulla Rai volevo creare. Volevo essere una Forrester (ragazzi, non Armani, Valentino, Ferrè, Chanel, una Forrester!). D’altronde a casa arrivavano ogni stagione Vestro e Postalmarket, i famosi cataloghi di abbigliamento in vendita per corrispondenza. Io presi ispirazione da lì.

Sì, le mie prime fonti d’ispirazione. I Forrester e Postalmarket.  Cominciamo bene.

Dai due cataloghi, ho selezionato delle foto che mi piacevano e ho ricopiato le modelle e gli abiti sull’A4 Fabriano: ho solo cambiato i colori. Li ho resi miei. Il tocco di classe. Mi sono impegnata per una settimana, ne avrò fatti circa una decina. L’evento era previsto per la domenica: avrei così raccolto i parrocchiani che uscivano dalla messa domenicale. Con l’aiuto di un cartello indicativo “MOSTRA BOZZETTI MODA”, si sarebbero fermati incuriositi e io avrei mostrato i miei schizzi. Una trovata geniale ai fini del mio obiettivo primario: VENDERE. Così fu. Ovviamente arrivarono amici di papà, ma poco importava. Si erano fermati. E questa fu una gran soddisfazione. Ricordo in particolare Rudy, che allora aveva un alimentari di fianco alle scuole elementari che frequentavo. Non posso dimenticarlo: ne aveva acquistati due e mi aveva lasciato cinquemila lire. Un bel colpo!

Dopo questo evento non ne ho più fatti altri. I clienti sarebbero sempre stati gli stessi, non potevo diversificare. Peccato, avrei potuto guadagnarci ancora qualcosa.

La spensieratezza di quei giorni è irrimediabilmente tipica dell’età che stavo vivendo. Impagabili la genuinità e la semplicità di quei disegni come prove della freschezza e della purezza dei bambini che, una volta cresciuti,  si perdono. A me piace ancora disegnare, ma oggi, in quelle rare occasioni in cui mi ci metto, non riesco più come una volta, penso troppo. Penso alla linea, penso all’espressione, penso ai colori. Penso al risultato. A 8 anni non pensavo, guardavo e disegnavo. Come doveva venire, veniva. La sensazione di libertà che avevo nel prendere spunto e comporre una figura con la matita per poi colorarla non ce l’ho più. Gli anni e forse anche la mancata applicazione costante mi hanno fatto perdere un po’ quello spirito che è l’essenza di ogni artista. La naturalezza della spontaneità.

Io sono convinta che ognuno di noi abbia dentro di sé un talento, una spinta che lo può far volare in alto. Un desiderio nascosto nella parte più recondita di noi stessi, una passione che ci rende insuperabili. Bisogna essere in grado di  comprenderlo e di leggere i segnali. Ma questa è la teoria. La pratica è ben diversa. Ci ritroviamo a crescere in un mondo il cui l’ unico obiettivo sembra essere quello di diventare ricchi e potenti.  Di conseguenza le nostre decisioni possono essere influenzate oltre che dalla famiglia d’origine, da chi o cosa ci circonda. La libertà decisionale esiste ma è una conquista, oltre che una dura lotta con la realtà. E se si scopre di avere talento o una grande predisposizione verso qualcosa, bisogna anche avere la fortuna di essere incoraggiati e di essere riconosciuti tali. Perchè se non ce lo dicono gli altri, noi non siamo nessuno. Funziona così.

Io non so se sono nata per disegnare o per diventare una stilista…nella mia vita finora ho avuto molte opportunità lavorative che ho provato e che mi hanno insegnato molto, hanno formato la mia esperienza. Oggi posso dire di fare un lavoro, all’interno della moda, che mi piace molto e che non avrei mai pensato di fare a 14 anni. E’ una professione nuova, nata con le nuove tecnologie.Chissà, magari in futuro verrà fuori. Non è mai troppo tardi.

Io per scrupolo il cartello l’ho tenuto, può sempre tornare utile.

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Me. Myself. Selfie.

Il treno è uno di quei luoghi in cui ti trovi a vivere esperienze ogni volta diverse. Puoi condividere il tempo del viaggio  nella tua solitudine, guardando fuori  dal finestrino ( di solito per evitare qualsiasi tipo di comunicazione con l’eventuale vicino di posto) oppure scegliere di interagire con dei totali sconosciuti che incrociano la tua strada nello stesso momento. Non sempre si crea interazione verbale. Ma si può creare complicità anche solo con uno sguardo.

Se sei un po’ attento e hai spirito di osservazione, puoi accorgerti di tante piccole cose. La mia carrozza è mediamente vuota, davanti a me un ragazzo con gli auricolari che gioca o ascolta musica dal suo super tecnologico S4 (o 5 0 6 o…non lo so). Nei posti attigui invece ci sono: un signore sulla settantina con una camicia color mattone che non passa inosservata e una ragazza orientale ( non saprei dire se cinese, giapponese o che, dal mio punto di vista pare giapponese, ma potrei sbagliarmi alla grande). Lui sembra Gino Strada e lavora al computer. Ha un bel portatile e pure il mouse. Gli vorrei fare i complimenti perchè lo usa divinamente, non tentenna per un solo minuto e sembra abbia grande dimestichezza con l’attrezzo. Questo signora non ha 20 anni. E’ la prova che se si vuole imparare ad usare la tecnologia lo si può fare, come dico sempre, la volontà e la costanza pagano. La ragazza nipponica è obiettivamente una bella ragazza. Anche lei con un super cellulare e gli auricolari rigorosamente per non disturbare. Apparentemente sembra che stia guardando fuori dal finestrino: il messaggio vale in ogni Paese, lasciatemi tranquilla. Sembra una ragazza tranquilla, sulle sue.

Finora ho solo dato uno sguardo veloce, poi visto che non sono una guardona ho continuato a lavorare. Ogni volta che sono in treno e rientro a casa mi dico che sarebbe il caso di riposarmi anche solo un’oretta e invece niente, stakanovista fino alla fine apro il pc e rispondo alle mail, controllo gli ordini etc…ordinaria amministrazione. Ad un certo punto sento il classico suono dello scatto fotografico. Mi volto lentamente e vedo la nipponica quasi sdraiata sui sedili che inizia a farsi dei selfie. Si piega, si mette da un lato, poi dall’altro, poi va indietro con la testa, fa un selfie a 360 gradi, ride, fa le boccacce. Praticamente si sta facendo un book fotografico. Il Sig. AssomiglioaGinoStrada guarda senza farsi notare da sopra gli occhiali e continua imperterrito a manovrare il suo mouse. Lei, incurante di chi le sta attorno, continua. Mi viene da ridere, cerco uno sguardo che mi comprenda, ma  torno allo schermo del mio portatile perchè non ho nessuno con cui condividere il mio pensiero.

Dopo qualche minuto la nostra beniamina si alza per scendere alla sua fermata.

Gonna pilifera ( termine a gentile concessione di mio marito, sta ad indicare una gonna molto corta, cortissima che lascia poco spazio all’immaginazione), stivale scamosciato nero al ginocchio. Il problema non è la gonna, poteva benissimo permettersela e io non sono una puritana, però…ragazza mia, se devi uscire dal posto “finestrino” e ti giri dando le spalle a chi ti sta davanti ,gli metti proprio in faccia il tuo lato B…e Dios mio, il signore ha una certa età rischia un infarto!

AssomiglioaGinoStrada non si leva gli occhiali, li tiene ben saldati al naso, chiude lo schermo del portatile, ma la sua faccia parla da sola. E’ tra l’incredulo e lo sbigottimento. E non appena Miss Japan esce da quei terribili sedili e s’infila nel corridoio dell’uscita, il signore in questione si gira verso di me e mi guarda. Ci guardiamo. La guardiamo. Scuotiamo la testa. E finalmente sorridiamo. Riprendo il lavoro al computer soddisfatta per aver trovato il complice che cercavo durante il selfie.

Me, myself, selfie.

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…The Morning Later again. Fly High, and let me go

Quanti di voi conoscono i Take That? Sicuramente se eravate adolescenti nei primi anni ’90 li avrete vissuti oltre che conosciuti. Volenti o nolenti. Io devo essere sincera: quando sono esplosi non li ho considerati. Sul pulmino per le medie le mie compagne ne parlavano, li ascoltavano coi walkman e li veneravano. Io no. Ma non perchè facessi la snob, tutt’altro. Non m’interessavano. Non li guardavo e non li ascoltavo. E non ne capivo la venerazione. Solo con Back for Good ho iniziato ad appassionarmi, ma non sono mai stata una fan, lo devo ammettere. Io ero più per i Backstreet Boys (c’è sempre back di mezzo). In prima liceo la mia amica Alessandra adorava Baggio (come darle torto) e Robbie (Williams). La sua Smemo era piena di foto, articoli e scritte su Robbie. Mah, mi dicevo, che gusti. Negli anni successivi le ho dovuto dare ragione, Robbie è emerso per quello che era realmente, un fenomeno!  Ho assistitto ad uno dei suoi concerti a Milano ed è stato tra i più belli e appassionanti a cui abbia mai partecipato. Un animale da palcoscenico. Giulio ti ringrazio.

Ma torniamo ai Prendi Quello. Al di là del gusto personale, si può dire che abbiano segnato un’epoca. La musica fa parte della storia di ognuno di noi. Fa parte dei ricordi, del nostro vissuto, passato e presente. Possediamo una passione, la seguiamo e ci lasciamo trasportare da chi o cosa riesce a trasmetterci qualcosa. La musica, come tutte le forme d’arte, trasmette. E’ un linguaggio universale. Porta a condividere, a vivere insieme, a ballare e cantare. Tutti abbiamo almeno una canzone nel cuore. O semplicemente  a volte ci basta un La per cantare.

Questo tempo mi porta ad essere più malinconica del solito.La pioggia di per se lo è. La mia migliore amica Patty ieri mi ha mandato un video da guardare e mi ha scritto “ascoltalo”. Clicco e ascolto. Quello che mi trasmette questa canzone è ambivalente: un mix di tristezza e gioia. Insieme. Guardo il video e vedo un Gary Barlow maturo, uomo: mi da un senso paterno incredibile (e ha solo 9 anni più di me), lo guardo e capisco dai suoi occhi che c’è stata sofferenza, anche se non ne ho la più pallida idea. Il video è movimentato, lo sfondo è New York, una delle mie città preferite, mi colpiscono i colori e la nitidezza delle immagini. Vedo bambine nere con le treccine che saltano la corda, un barbone che dalla strada salta e balla incitando le braccia al cielo e spontaneamente vien da farlo anche a me. Gente che esce di casa con uno strumento per accompagnarlo in strada mentre lui suona il pianoforte. Questo è quello che vedo. E mi da gioia. Quello che sento invece mi da tristezza. Le parole sono quelle di una canzone d’addio, struggenti. L’inglese anche se è una lingua sintetica può avere vari significati, si parla di un amore finito male o  forse della perdita di un amore in senso più generale. Trovo che ci sia un forte contrasto tra riso, voglia di ballare, saltare e cantare  e  pianto , tristezza provocata dall’effetto delle parole.

L’ho ascoltata più e più volte e continua a dividermi in due.

Presa dalla curiosità ho cercato un po’ di informazioni e ho letto alcune recensioni sul pezzo. Gary ha scritto questa canzone in ricordo della sua quarta figlia, Poppy, nata morta nel 2012. Ecco perchè mi suscitava questo effetto. Non so se sia un caso o meno, giuro, non lo sapevo.

Che tu sia seguace del pop, del rock, dell’heavy metal, della musica classica, non importa. Se una cosa è ben fatta è da apprezzare, anche se non ti piace. Ammiro chiunque scriva musica, componga, canti, balli o suoni. La musica libera, ti fa volare e vivere per pochi minuti in una dimensione tutta tua, in your own… una dimensione in cui tu solo puoi godere di ciò che senti. Take That.

No science or religion could make this whole. Fly High and let me go. Per 3:44 minuti ballo con voi.

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L’insostenibile leggerezza della parola: logorrea

In uno dei miei primi post ho parlato di come sono, di come spesso i miei amici o i miei cari ( e oso ancora chiamarli così)  mi chiamano… “radio” quelli più fini, “logos” quelli più diretti.

Ebbene sì ho deciso di dedicare un pensiero ad una delle mie caratteristiche principali…è una malattia? perchè se fosse così, significherebbe che è ereditaria. E io l’ho ereditata. Purtroppo. Di solito si ereditano dei beni, delle doti, dei talenti…io ho ereditato il dramma della parola. No, delle parole. Fiumi di parole che scorrono. Anche la grande Mina cantava parole, parole, parole…

Eppure non è sempre stato così, credetemi. Da bambina ero molto timida, da figlia unica quale sono stavo molto nel mio e cercavo di non dare mai fastidio a nessuno. Sono cambiata grazie al teatro. Al liceo, grazie ad una delle mie amiche di paese che già lo frequentava, mi sono iscritta al laboratorio pomeridiano ( AMMETTO: volevo essere un po’ come una nei licei americani,dove frequentano sempre mille corsi dopo la scuola: sport, cinema, teatro, arte…da noi mancavano solo gli armadietti). E’ stata una scoperta. Per qualche mese una tortura. Mia madre si ricorda ancora adesso gli esercizi di dizione che il prof. mi aveva dato per imparare a dire la R senza vibrato. Oltre alla logorrea ho anche la R moscia. Pardon! R francese, risultato del mio bilinguismo infantile. Parlavo francese e mi è rimasto il ricordo eterno di una lingua mai dimenticata e tanto amata. La mia erre cozzava con le regole della dizione. Obiettivo: rimuoverla. Come?

Per prima cosa quando pronunci la erre guardati allo specchio e vedrai che la tua lingua non batte sul palato ma rimane bassa. E vibra. Devi imparare a farla battere sul palato ripetendo sempre e continuamente TA-LA-TLA, tante volte, di seguito e ad alta voce. Ma guardati allo specchio e fai questi esercizi stando attenta che la lingua, aiutata dalle consonanti dentali, batta sul palato (sugli alveoli in realtà).

Il mio mantra era diventato TA-LA-TLA. Senza musica, senza cantilena.TA-TA-TA-TA, poi LA-LA-LA-LA e infine TLATLATLATLA.. Queste tre parolette dovevano aiutarmi a venir fuori dalla erre moscia. Ops, francese. Dopo anni di vessazioni con ramarro marrone travestito di verde, avevo la possibilità di riscattarmi e diventare normale, come tutti, in grado di pronunciare la R. L’ho fatto. Per mesi. Lo specchio del bagno di casa si rifiutava di illuminarmi: ogni volta che accendevo le luci poste lateralmente queste non si accendevano. Chiaro segnale che dovevo smetterla. E invece no! Imperterrita sono andata avanti  finchè non ho notato un miglioramento. Stavo venendo fuori dal rotacismo. Come in tutte le cose, ci va del tempo. E se io non ho avuto la pazienza di esercitarmi con il piano per anni, potete immaginare lo sforzo che mi ci è voluto nel seguire questi esercizi per sei mesi. E’ durato giusto fino alla rappresentazione di fine anno. La erre si era “ammorbidita”, ma sempre lì stava, in basso, sulla base della lingua. Attendeva il vibrato. E alla fine ho deciso di tenermela così. In fondo, caratterizza.

Recitare davanti ai tuoi compagni prima e al pubblico poi ti può creare due stimoli: scappare o restare. Quando superi il primo momento di “vergogna” sei pronto per continuare. E lo stimolo a scappare, beh, quello scappa lui. Il primo anno di teatro abbiamo scritto noi i nostri monologhi. Io recitavo la parte di un pagliaccio che faceva ridere la gente, ma non faceva ridere se stesso. Un dramma anche nel pagliaccio. “Teatro!!!Che sogno!”…iniziava così. Grazie a quel pagliaccio mi sono potuta esprimere godendo di quell’adrenalina che solo la scena e il palco possono offrire.Ti nutrono. E tu sei lì per dare tutta te stessa. A partire da allora mi si è aperto un mondo, l’espressione delle parole. Io, che ho sempre preferito scrivere, stavo iniziando il cammino verso il logos.

Allora non avrei mai immaginato che quel cammino mi avrebbe aiutato ad essere quella che sono oggi: più spigliata, intraprendente e meno timida. Con lo stesso marchio di fabbrica di allora, la mia erre moscia. Ops, francese.

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